Retorica del “genocidio” e costruzione mediatica dello “scontro etnico”

Ho pubblicato questo post il 24 novembre 2015 sul mio fb.

Il volto del terzo mandato di Nkurunziza, presidente del Burundi‬, è stato delineato stamattina da Ketty Nivyabandi con un tweet asciutto e preciso: “medias: fermés; société civile: suspendue; opposition: condamnée/exilée; jeunesse: executée“.
Ieri il governo ha sospeso dieci ong burundesi “per preservare l’ordine e la sicurezza su tutto il territorio nazionale“. Tra queste c’è anche “Maison Shalom”, fondata da Marguerite Barankitse, che si occupa di orfani.
Sempre ieri, la Casa Bianca ha diffuso un comunicato in cui annuncia sanzioni per quattro personalità burundesi, colpevoli d’aver fatto piombare il Paese nell’attuale crisi politica e sociale. Si tratta di due filo-governativi e di due oppositori: da un lato, il numero due del regime, Alain-Guillaume Bunyoni, ministro della Sicurezza Pubblica, e il direttore generale della polizia, Godefroid Bizimana, dall’altro lato, due golpisti dello scorso maggio, il generale Nyombaré, ex-capo di stato maggiore dell’esercito, attualmente in fuga, e Cyrille Ndayirukiye, ex-ministro della Difesa, attualmente in prigione.
Allo stesso tempo, alcune organizzazioni della società civile stanno raccogliendo firme per chiedere all’Unione Africana di sospendere il Burundi dai propri membri.
In questo quadro, le violenze continuano ogni giorno e quotidianamente si contano parecchie vittime. Un articolo in italiano che ne parla è stato pubblicato ieri su “Nigrizia”. Sempre più spesso risuonano termini spaventosi come “genocidio” e “scontro etnico”, eppure non siamo a quel livello, anzi dovremmo misurare le parole perché, come avverte Valeria Alfieri in una sua analisi pubblicata su “Frontiere News”, c’è il rischio di “costruire” proprio quegli orrori:

I media, la retorica del genocidio ed i profeti dello scontro etnico in Burundi“.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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