La principessa degli Urschen

…Sono seduto alla mia scrivania e guardo profondamente il verde dei rami che nell’oscurità dell’imbrunire risplende come un diamante, come una piccola goccia nel primo raggio di sole del mattino, oppure come una silenziosa lacrima. Sul ramo di abete vi è appesa una piccola sfera di cristallo. Io vi guardo a lungo dentro e poi cerco di andare ancora più a fondo guardando attraverso la lente di ingrandimento: c’è un mondo! Incredibile materia: come vetro, come cristallo, come niente. Incredibile! È come una luce brillante che fluttuando avvolge tutto, è come se ci fosse l’alito di un fantasma che trasportasse ogni cosa, o forse – addirittura – sono io stesso ad essere trasportato tra le stelle lontane, da cui vedo la luna che – allo zenit – gira in tondo nello spazio.
Mi perdo in questo mondo, torno indietro di mille e mille anni. Ho davanti agli occhi il paesaggio di quell’epoca remota: vedo gli uragani soffiare impetuosi, vedo l’antico fango costruire montagne e valli, vedo le acque ritirarsi e poi le terre cominciare ad asciugarsi, infine vedo animali e uomini – come in Paradiso – incominciare a viverci: grandi rare cose accadute tanto tempo fa.
Ma poi mi avvicino ai giorni nostri, e di nuovo cado nel regno dei sogni.
All’angolo di una strada c’è scritta una parola: “Merketal-Strasse”… Nel corso del tempo ci sono stati tanti nomi di strade: luoghi in cui gli uomini e gli animali andavano ad abbeverarsi e a mangiare, dove lavoravano oppure dove potevano fuggire e trovare protezione…
Comunque sia, la parola “Merketal” si è mantenuta fino ad oggi, fin quando la gente poi vi ha aggiunto la parola “Strasse”, “strada”.
A me spesso è stato domandato il significato di quella parola, ed io ho sempre risposto che non ne aveva alcuno perché era stato dato da un paesano che si chiamava – appunto – Merketal… Ma l’avevo detto solo così, tanto per dire. In verità quella parola ha un significato preciso: “tal” sta per “valle”, mentre la prima parte della parola viene da “gemerkt”, cioè “ricordare”, ma anche “capire, comprendere”… dunque: “la valle che dev’essere ricordata”.
Le persone superficiali non hanno più segreti: per loro il mondo è amaro, l’esserci è una fatica, tutto gli è indifferente. Queste persone sono sempre oppresse e malevoli. La vera vita si manifesta lontano da loro, per cui non fanno che lamentarsi.
Invece bisogna osservare a fondo, stupirsi, incuriosirsi.
Ed ecco, allora, che nella sfera di cristallo vedo una piccolissima lacrima in cui c’è tutto il mondo, e addirittura riesco a vedere com’era la vita nei tempi passati. Allora gli uomini non avevano fretta, il paradiso gli dava tutto. Adesso non posso raccontarti ogni cosa, lo faranno tuo padre e tua madre. Ora voglio solo raccontarti che a Merketal-Strasse vivevano degli esseri speciali: gli Urschen. Grandi, belli e robusti. Loro erano sopravvissuti fino ai nostri giorni, ti rendi conto? Nessuno lo sa o pensa a questo; eppure in una casa a Merketal-Strasse, là vive ancora l’ultima discendente degli Urschen, la loro ultima principessa. Il suo nome è Urschi. La casa in cui vive è una casa come tante altre, ma che dalla strada non è ben visibile perché c’è un muro spesso e alto che la circonda.
Attraversando il cancello d’ingresso, si trova un cortile circondato da bianche mura, cespugli e alberi, e nel centro c’è la fontana dove la Regina delle Rane vive nella Casa della Salamandra di Fuoco con i suoi aiutanti. Di fronte si trovano i tre gradini per entrare in casa. Naturalmente ci sono finestre nelle pareti, oltre che ad un piccolo oblò quasi invisibile perché coperto da rampicanti di uva selvatica, ma che come un occhio guarda giù.
Io sono lì: nel cortile, all’interno della sfera di cristallo!
Entro in casa salendo i gradini, attraverso la porta a sinistra ed entro in una stanza bella e molto luminosa. Dalle pareti mi guardano delle persone care in un forte silenzio. Sopra la porta è appesa una corona di abete che luccica qua e là. Su un mobile nero c’è un crocefisso di rame splendente, alle pareti dei quadri, e tutto intorno ruderi dal lontano Sud.
Dò uno sguardo in una stanza dove una volta dormivano due bambini, e poi in quella accanto dove dormiva il fratellino più grande.
Senza indugiare vado infondo: c’è una porta aperta e una scala che porta su. Lì, nell’angolo semibuio, sul cassone verde c’è qualcosa che brilla come un rosso rubino: è il letto dove sotto una coperta dorata riposa Urschi! Sono solo, nessun’altra persona calpesta la stanza: qui tutto è magico, tutto riposa e dorme. Ci sono casse e scatole lasciate da quei tre bambini che tutto conservano, e che dormono fin quando tutti e cinque torneranno e le risveglieranno.
Nello scuro della sera dormono, le finestre sono chiuse e così le porte, ma se tu – mia piccola Arila – guardi un momento dentro, vedrai che la tua piccola Urschi è lì: se le alzi la coperta dorata la vedrai riposare. Tu arrivi volando leggera nell’aria e magicamente si apre la porta e pensi: «dormi, mia Urschi, finché non torno e ti sveglio». Queste parole le ho sentite dalla voce di Arila, la tua cara voce, mia cara amata Arila!
Dio ti protegga, tuo nonno. Auf Wiedersehen.

Weimar, Terza domenica di Avvento, 1947
Hugo Gugg [wikipedia.de] [*] [*]

enkelin_arila_2

Hugo Gugg, ritratto di bambina: sua nipote Arila (non finito), 1944, olio su tempera, 38×28 cm, http://hugogugg.de/kinderbildnisse.html

Hugo era il mio bisnonno, che non ho mai conosciuto.
In Germania, ai primi del Novecento, era un pittore affermato. Alla pinacoteca di Weimar c’è una sala con alcuni suoi dipinti, ma anche in altri musei in giro per il Paese.
Ieri mio padre ha ritrovato in una vecchia scatola questa lettera che Hugo scrisse per la sua nipotina di 6 anni (mia zia) che, mesi prima, a causa dei bombardamenti era fuggita in Italia con la mamma sorrentina e i due fratelli alla ricerca del padre tedesco disperso chissà dove.
Oggi mio padre l’ha tradotta, ed io ve la regalo perché credo che oltre a esprimere prepotentemente le capacità visionarie di un notevole artista e l’affascinante atmosfera noir con cui sapeva renderle (che mi ricordano l’espressionismo tedesco dei film degli anni ’20 e ’30), questa lettera è estremamente interessante soprattutto per il suo valore di testimonianza storica: c’è un uomo solo e speranzoso, un nonno immerso nel vuoto e che vive d’attesa. Quella condizione così triste e lacerante fu dovuta alla guerra, ad una guerra spaventosa che cancellò milioni di vite, che vide il tentativo quasi realizzato di estinguere dei popoli, che trascinò l’essere umano al punto più basso della sua storia. E che quando non le distrusse, spezzò famiglie intere. Allontanò – per sempre – nonni e nipoti.

PS: “Urschi” era la bambola preferita di quella bambina scappata dalla guerra.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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6 risposte a La principessa degli Urschen

  1. burundi ha detto:

    Hugo era il mio bisnonno, che non ho mai conosciuto.
    In Germania, ai primi del Novecento, era un pittore affermato. Alla pinacoteca di Weimar c’è una sala con alcuni suoi dipinti, ma anche in altri musei in giro per il Paese.
    Ieri mio padre ha ritrovato in una vecchia scatola questa lettera che Hugo scrisse per la sua nipotina di 6 anni (mia zia) che, mesi prima, a causa dei bombardamenti era fuggita in Italia con la mamma sorrentina e i due fratelli alla ricerca del padre tedesco disperso chissà dove.
    Oggi mio padre l’ha tradotta, ed io ve la regalo perché credo che oltre a esprimere prepotentemente le capacità visionarie di un notevole artista e l’affascinante atmosfera noir con cui sapeva renderle (che mi ricordano l’espressionismo tedesco dei film degli anni ’20 e ’30), questa lettera è estremamente interessante soprattutto per il suo valore di testimonianza storica: c’è un uomo solo e speranzoso, un nonno immerso nel vuoto e che vive d’attesa. Quella condizione così triste e lacerante fu dovuta alla guerra, ad una guerra spaventosa che cancellò milioni di vite, che vide il tentativo quasi realizzato di estinguere dei popoli, che trascinò l’essere umano al punto più basso della sua storia. E che quando non le distrusse, spezzò famiglie intere. Allontanò – per sempre – nonni e nipoti.

    PS: “Urschi” era la bambola preferita di quella bambina scappata dalla guerra.

  2. anonimo ha detto:

    E’ una testimonianza molto commovente…Mi fa pensare a mio zio che, proprio qualche settimana fa, ha ritrovato sua figlia ormai trentaquattrenne che
    aveva lasciato in Germania quando era appena nata…Non ho mai visto sorridere mio zio così tanto…

  3. anonimo ha detto:

    ….è l’immenso amore che i miei affetti più cari mi volge a cercare…

    Alex

  4. Pingback: Il pittore, il casaro e l’ecomuseografo | il Taccuino dell'Altrove

  5. Pingback: Una storia di accoglienza sorrentina | il Taccuino dell'Altrove

  6. giogg ha detto:

    Oggi mia zia ha pubblicato un’immagine bellissima della Principessa degli Urschen:

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