Conservare il paesaggio protegge la vita

Chiunque negli ultimi 15 anni abbia prestato un po’ di attenzione al concetto di paesaggio e alle sue applicazioni pratiche saprà quanto, legislativamente, questo sia stato un periodo estremamente dinamico che ha avuto due momenti particolarmente felici: l’anno 2000, con l’elaborazione dei principi della Convenzione Europea del Paesaggio [pdf], e l’anno 2006, con la loro declinazione pratica nel Piano Paesaggistico Regionale della Sardegna [pdf] promulgato dalla giunta guidata da Renato Soru.
Il PPR sardo di Soru era un esempio non solo per tutte le regioni italiane, ma per l’intero continente. Scelte politiche di tale entità, però, oltre a richiedere lungimiranza e coraggio, necessitano di corazze molto resistenti per far fronte al cecchinaggio di quanti vedono erodersi i propri interessi (economici e politici). La storia, infatti, è che Soru fu costretto a dimettersi e alla tornata elettorale successiva fu eletto Cappellacci, colui che – sponsorizzato dal re dei palazzinari italiani – aveva promesso “cazzuola e cemento”. Infatti, così è stato.
“Eddyburg” rende disponibile tanti articoli pubblicati negli anni scorsi sulla “visione” di Soru (QUI) e tutti gli articoli di Giorgio Todde, su una Sardegna intesa «come prototipo di una lotta strenua tra chi vuole conservare la nostra vera ricchezza e chi vuole continuare a distruggerla» (QUI).
Ci vogliono giorni per leggerli tutti, ma quest’è: l’ignoranza la si sconfigge con un po’ di impegno.

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«Dietro questa tragedia ci sono follia, stupidità, ingordigia. E’ colpa di partiti e speculatori. E in queste ore la giunta regionale sta approvando regole ancora più permissive per chi costruisce vicino ai fiumi» (Renato Soru).

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«[E’ un problema di impreparazione] prima di tutto di chi amministra, perché si vede chiaramente che non amano l’allerta e l’emergenza; pensano che non sia vero, pensano “massì, saranno esagerati”: non vogliono mettere in allarme perché, magari, l’allerta una volta su quattro è veramente grave e le altre volte forse poteva passare inosservata. Questo vale per tutti gli eventi naturale a carattere catastrofico. Lo si vede dall’atteggiamento degli amministratori locali che sto sentendo in questi giorni in altre trasmissioni: insomma, sembra sempre che loro siano da un’altra parte, ma chissà chi è che ha governato quel territorio, che ha lasciato fare gli incendi, la speculazione edilizia, l’abusivismo, che ha fatto opere inutili, infrastrutturazioni non necessarie, che ha messo gli argini sui fiumi, che li ha sclerotizzati… Mica erano altri, era quella classe politica lì. […] La legge di Soru era una legge molto fatta bene [continua al link qui sotto]» (Mario Tozzi).

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«Non conoscevo Giorgio Todde quando Renato Soru mi chiese di far parte del comitato scientifico per il piano paesaggistico regionale. Mi colpì molto il clima che respirai già al primo incontro. Oltre ai miei amici urbanisti c’era un gruppo di persone che esprimeva altri saperi e altri punti di vista sulla Sardegna: l’antropologo Giulio Angioni, il botanico Ignazio Camarda, il naturalista Helmut Schenk, l’archeologo Raimondo Zucca e lo scrittore Giorgio Todde. Avevano un pensiero in comune, che fu espresso da Renato Soru con parole che ancora ricordo:
«
Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano. Vorremmo che fosse mantenuta la diversità, perché è un valore. Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. La “valorizzazione” non ci interessa affatto. Il primo principio è: non tocchiamo nulla di ciò che è venuto bene. Poi ripuliamo e correggiamo quello che non va bene. Rendiamoci conto degli effetti degli interventi sbagliati: abbiamo costruito nuovi villaggi e abbiamo svuotato i paesi che c’erano; abbiamo costruito villaggi fantasmi, e abbiamo resi fantasmi i villaggi vivi».
Parole che mi colpirono. Erano il frutto di una cultura fondata sulla consapevolezza dello spessore e del valore della propria storia e del proprio territorio. Di quella cultura Giorgio Todde è apparso ai miei occhi l’espressione più limpida, quando, stimolato dall’urbanista Filippo Ciccone, cominciai a leggere i suoi pezzi fulminanti su la Nuova Sardegna. Eccoli qui raccolti in un libro, aperto da una stimolante introduzione dell’autore e concluso dal racconto dell’Affaire Tuvixeddu: documenti impervi (tra i quali Todde aiuta a districarsi) d’un conflitto che è la metafora delle vicende dalle quali è tessuta la storia contemporanea dei “paesaggi rinnegati”».

Dalla prefazione di Edoardo Salzano al libro di Giorgio Todde “Il Noce. Paesaggi rinnegati“, Maestrale, Cagliari, 2010 (continua QUI) (grazie Tiziana).

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«[…] Quei morti non ci perdoneranno mai perché sanno che noi avevamo il dovere di sapere, di avere la Storia a disposizione; avevamo il dovere di mantenere attiva la memoria, perché certo gli eventi eccezionali sono imprevedibili, ma la stupidità umana, è sempre, disperatamente, prevedibile […]» (Marcello Fois, sul disastro sardo e su tutti gli altri azzardi che gli esseri umani compiono nei confronti della natura: QUI, 20 novembre 2013).

L’articolo di Fois appena linkato è stato ampiamente citato da Eugenio Scalfari in un editoriale intitolato Difendere il paesaggio da nuove catastrofi (22 novembre 2013), a cui Eddyburg ha aggiunto la seguente postilla:

«Ottime parole, opportunamente e utilmente pronunciate (ma il dito dell’accusatore andrebbe rivolto, prima che alle plebi, a chi le ha plagiate). Peccato che al convegno organizzato dal FAI, ampiamente segnalata dal fondatore della Repubblica, non ci sia nessuna relazione dedicata alle coste della Sardegna, e in particolare alla difesa della rigorosa tutela decisa dal Piano paesaggistico della giunta di Renato Soru, formalmente vigente ma smantellato, eluso e derogato giorno per giorno dalla maggioranza guidata da Cappellacci» (Eddyburg).

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Marcello Fois intervistato da “La Stampa” (22 novembre 2013) in merito alle inondazioni in Sardegna: VIDEO.

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Altri articoli sono tra i commenti.

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AGGIORNAMENTO del 2 marzo 2014:
Francesco Erbani ha scritto una recensione su “Repubblica” al libro di Paolo Maddalena “Il territorio bene comune degli italiani” (Donzelli, 2014).

AGGIORNAMENTO del 4 giugno 2014:
Piero Bevilacqua ha scritto una breve storia dei “Disastri d’Italia” (“Eddyburg”, 4 giugno 2014): «All’infuori dei Paesi Bassi, che hanno dovuto strappare tanta parte del loro territorio al Mare del Nord, non esiste in Europa un paese più artificiale dell’Italia. Artificiale nel senso che gli uomini hanno dovuto sovrapporre i loro artefatti al sostrato naturale originario per potervi vivere. […] L’Italia moderna è il risultato di un immensa, secolare, totalitaria bonifica dei suoi assetti naturali. […] Dunque, il nostro è un Paese dove più che altrove le popolazioni devono fare costantemente manutenzione del suolo, altrimenti gli equilibri precipitano. […] Ma forse la catastrofe più grave il nostro paese l’ha subita a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Col passare dei decenni, per arrivare ai nostri anni, è venuta affermandosi una classe dirigente fra le più incolte, irresponsabili e predatorie della nostra storia. Il suolo è diventato occasione di profitti, merce da immettere sul mercato. Una cementificazione illimitata e crescente, magnificata talora con la retorica della Grandi opere, rende il territorio del Bel Paese – che avrebbe bisogno di risorse e manutezione costante, alimentate dalla consapevolezza storica dei suoi drammatici caratteri originali – un luogo di disastri e di spese senza fondo a fine di riparazione. […] L’Italia è un paese fragile, aggredito non solo da pressioni antropiche, ma anche da mire speculative, funestato da frequenti terremoti, ha una strada obbligata davanti a sé. E’ quella della prevenzione. Prevenzione e cura del territorio, la stessa che per secoli ha permesso all’Italia di ospitare una popolazione crescente, economie diffuse, di fondare la sua civiltà».

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INTEGRAZIONE del 5 luglio 2014:
Il Consiglio di Stato, supremo Organo di giustizia amministrativa italiana, ha ribadito (Cons. Stato, Sez. IV, 29 aprile 2014, n. 2222) che il paesaggio – nel nostro Ordinamento – è bene primario e assoluto. La tutela del paesaggio è quindi prevalente su qualsiasi altro interesse giuridicamente rilevante, sia di carattere pubblico che privato.

Dalla Rivista telematica di diritto ambientale Lexambiente, 16 giugno 2014:

Consiglio di Stato, Sez. IV, n. 2222, del 29 aprile 2014
Beni Ambientali. Il paesaggio rappresenta un bene primario e assoluto prevalente rispetto a qualunque altro interesse.

Come è noto, sotto il profilo costituzionale l’art. 9 Cost. introduce la tutela del “paesaggio” tra le disposizioni fondamentali. Il concetto non va però limitato al significato meramente estetico di “bellezza naturale” ma deve essere considerato come bene “primario” ed “assoluto”, in quanto abbraccia l’insieme “dei valori inerenti il territorio” concernenti l’ambiente, l’eco-sistema ed i beni culturali che devono essere tutelati nel loro complesso, e non solamente nei singoli elementi che la compongono. Il paesaggio rappresenta un interesse prevalente rispetto a qualunque altro interesse, pubblico o privato, e, quindi, deve essere anteposto alle esigenze urbanistico-edilizie. Il piano paesaggistico costituisce una valutazione ex ante della tipologia e dell’incidenza qualitativa degli interventi ammissibili in funzione conservativa degli ambiti reputati meritevoli di tutela per cui i relativi precetti devono essere orientati nel senso di assicurare la tutela del paesaggio per assicurare la conservazione di quei valori che fondano l’identità stessa della nazione. (Segnalazione e massima a cura di F. Albanese) FONTE.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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7 risposte a Conservare il paesaggio protegge la vita

  1. giogg ha detto:

    “Corriere della Sera”, 20 novembre 2013, QUI

    URLA INASCOLTATE DELLA TERRA FERITA
    Ritardi, miopie, responsabilità
    di Gian Antonio Stella

    «Ma chi doveva intervenire, la cavalleria delle giubbe blu?», si è sfogato il capo della Protezione civile, Franco Gabrielli. C’è da capirlo. Centinaia di uomini che hanno lavorato giorno e notte, bagnati fradici nel fango, il fiato rotto e gli occhi gonfi di fatica per salvare più persone possibili dal diluvio che ha sconvolto la Sardegna, non meritano tutti i dubbi, le polemiche e i veleni sulla tempestività degli allarmi e dei soccorsi.
    Niente giubbe blu. E onore a quei soccorritori che hanno speso ogni energia nel pantano sardo. Quando la terra avrà riassorbito le acque e le lacrime per tutti quei morti, però, si dovrà fare un bilancio. Non ne possiamo più di queste tragedie.
    Certo, non è colpa del governo se piove a dirotto. Men che meno se vengono giù «440 millilitri di pioggia in 24 ore». Ma un mese fa, alla Commissione Ambiente della Camera, lo stesso Gabrielli aveva denunciato che sei Regioni non avevano neppure avviato i Cdf (Centri Funzionali Decentrati) destinati a coordinare i soccorsi in caso di bisogno. Tra queste, la Sardegna. Che dal ciclone Cleopatra ha ricevuto, dopo anni di crisi nera, una botta durissima.
    Nel periodo 1900-2002, scrive il geologo Claudio Margottini nel volume in uscita su L’Italia dei disastri curato da Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, «si sono verificati 4.016 eventi con gravi danni e ci sono state 5.202 vittime per frane e 2.640 per alluvioni». Cioè 39 frane e inondazioni gravi con 77 morti l’anno. Ai quali bisogna aggiungere i disastri successivi a Ischia, Giampilieri, Borca di Cadore, Vicenza, Genova…
    Dice l’ultima risoluzione votata alla Camera poche settimane fa da tutti (tutti) i gruppi della Commissione Ambiente che «le aree a elevata criticità idrogeologica (rischio frana e/o alluvione) rappresentano circa il 10% della superficie del territorio nazionale (29.500 chilometri quadrati) e riguardano l’89% dei Comuni». Di più: in un Comune su cinque «sono state costruite in aree a rischio idrogeologico strutture pubbliche sensibili come scuole e ospedali». Di più ancora: «Il 68% delle frane europee si verifica in Italia».
    Sfortuna? È una tesi indifendibile. Alla fragilità naturale del territorio, già esposto come pochi altri ai terremoti, si son sommati errori e orrori. I disboscamenti selvaggi, i quartieri costruiti negli alvei, l’oblio infastidito sui disastri del passato, i rinvii di spese indispensabili (aspettiamo la carta geologica in scala 1:50.000 dal lontano 1988), il taglio progressivo dei fondi per il rischio idrogeologico: da 551 a 84 milioni tra il 2009 e il 2012. Solo 20 quest’anno. Un quarto dei soldi buttati per convertire l’ospedale militare alla Maddalena in un hotel mai aperto per il G8 mai fatto.
    Una miopia fatale: i quattrini «risparmiati» prima si spendono, moltiplicati, dopo. Con l’aggiunta, intollerabile, dei lutti. Non lo dicono gli ambientalisti in sandali infradito, lo dice l’Ance: «Il costo complessivo dei danni provocati in Italia da terremoti, frane e alluvioni, dal 1944 al 2012, è pari a 242,5 miliardi di euro». Quanti ne avremmo risparmiati, con una saggia prevenzione? E quanti morti non avremmo pianto?
    Eppure, accusa la Cgia di Mestre, i vari governi non hanno fatto che accumulare imposte «ecologiche» sull’energia, sui trasporti e sulle attività inquinanti e le emissioni di anidride solforosa eccetera raccogliendo dal 1990 in qua 801 miliardi e mezzo di euro. Sapete quanti sono stati spesi davvero in interventi di risanamento per l’ambiente? Meno di sette. Lo 0,9 per cento

  2. giogg ha detto:

    “Il Sole 24 Ore”, 20 novembre 2013, QUI

    QUEI MORTI NON CI PERDONERANNO
    di Marcello Fois

    A noi intellettuali, i morti della Gallura, dell’oristanese, del nuorese, non ci perdoneranno mai, perché non abbiamo usato abbastanza bene il nostro diritto di parola.
    Ne abbiamo fatto un atto intermittente, spesso inutile. Quei morti non ci perdoneranno mai perché abbiamo avvallato, spesso semplicemente col silenzio, progetti di ordinaria speculazione come un polmone d’acciaio che tenesse in vita a tutti i costi un corpo comatoso. Abbiamo permesso, semplicemente sbagliando le parole, che si alzassero fino all’inverosimile gli indici di tolleranza della stupidità e dell’insipienza; della disonestà e dell’occhiutaggine.
    Siamo stati timorosi, timidi, qualche volta ricattabili. Abbiamo avuto paura di sembrare pedanti e ci siamo morsicati la lingua piuttosto che indicare puntualmente il dissesto, la scelleratezza, l’infinito non finire.
    Qualcuno di noi è stato persino complice d’inganni plaudendo alle menzogne come se fossero soluzioni. Abbiamo guardato il dito anziché la luna.
    Nella Regione degli orgogliosi abbiamo costruito diatribe sulla trina e sul coccio, sull’Atlantide o sul nuraghe, sul verbo e sull’avverbio; quasi mai sul territorio che spesso è, semplicemente, perfetta armonia, di piante, radici, rocce e terra. Abbiamo tuttavia parole per giustificarci e chiamiamo “eccezionali” eventi di cui possiamo avere notizia tutt’al più sul piano dei secoli. Senza aggiungere che quando eventi eccezionali s’innestano in eccezionali inadeguatezze allora si sta progettando l’Apocalisse.
    Quei morti non ci perdoneranno mai perché sanno che noi avevamo il dovere di sapere, di avere la Storia a disposizione; avevamo il dovere di mantenere attiva la memoria, perché certo gli eventi eccezionali sono imprevedibili, ma la stupidità umana, è sempre, disperatamente, prevedibile. Noi lo sapevamo per esempio che lasciar costruire Centrali Nucleari in riva al mare, poteva essere un modo di rendere micidiale per secoli un evento eccezionale passeggero come uno Tsunami; e sappiamo che cementare gli stagni per farne parcheggi o costruire villette a schiera sui letti secchi dei fiumi, significa sfidare gli eventi eccezionali perché diventino carneficine. Ma le Centrali Nucleari sono state fatte, gli stagni prosciugati, i letti dei fiumi edificati…
    E oggi, al capezzale della civiltà dei sardi, a noi intellettuali si chiedono parole di sostegno, ma la parola sostegno dovrebbe rappresentare un’azione quotidiana, uno sguardo lungo. Non conta più di tanto un appello al mondo quando la tragedia si è consumata: troppo comodo. La parola sostegno dovrebbe corrispondere a non stancarsi mai di urlare NO tutte le volte che si avvallano decisioni e situazioni insostenibili. La Sardegna è stata abbandonata a se stessa e noi Sardi abbiamo lasciato che ciò avvenisse, anzi ci siamo adeguati al tozzo di pane che ci derivava dal placebo del cemento selvaggio che produce lavoro solo per il tempo che occorre a liquidare una tornata elettorale. Il corso terribile della Natura diventa devastante quando si accompagna all’ignoranza diffusa, alla disonestà degli amministratori, alla pessima memoria di chi si illude di poter mutare la propria precarietà con progetti di piccolo cabotaggio. La nostra terra ha milioni di anni, noi, con la nostra infinita presunzione, non rappresentiamo che un milionesimo di milionesimo di secondo, meno di un istante. Pretenderemo una risposta alle strazianti domande che pongono le vittime di questa ennesima tragedia annunciata? O continueremo a maledire la “malasorte”?

  3. giogg ha detto:

    “La Repubblica”, 22 novembre 2013, QUI (con Postilla di Eddyburg)

    DIFENDERE IL PAESAGGIO DA NUOVE CATASTROFI
    di Eugenio Scalfari

    Nei giorni della catastrofe che si è abbattuta sulla Sardegna con l’uragano in cielo mare e terra che ha devastato Olbia e il territorio circostante e le terre del Nuorese, un gruppo di intellettuali sardi rappresentati da Marcello Fois si è fatto sentire con parole commosse e vibranti. L’articolo di Fois su 24 Ore è intitolato “Non ci perdoneranno”. Ne cito un passo particolarmente significativo.

    «Quei morti non ci perdoneranno mai perché noi dovevamo sapere e lo dovevamo dire. Dovevamo sapere che lasciar costruire centrali nucleari in riva al mare poteva essere un modo per rendere micidiale per secoli un evento micidiale ma passeggero come uno “tsunami”». Dovevamo sapere — prosegue Fois — che cementare gli stagni per fare parcheggi o costruire villette a schiera sui letti secchi dei fiumi significa sfidare gli eventi eccezionali perché diventino carneficine. Ma le centrali nucleari in riva al mare sono state fatte, gli stagni prosciugati, i letti dei fiumi edificati. E oggi, al capezzale della civiltà dei sardi, a noi intellettuali ci chiedono parole di sostegno. Ma un appello al mondo quando la tragedia si è consumata è tempo perduto. La parola sostegno dovrebbe corrispondere a urlare No tutte le volte che si avallano decisioni e situazioni insostenibili. La Sardegna è stata abbandonata a se stessa e noi sardi abbiamo consentito che ciò avvenisse, anzi ci siamo adeguati al tozzo di pane che ci arrivava dal “placebo” del cemento selvaggio che produce lavoro solo per il tempo necessario a liquidare una tornata elettorale. Il corso terribile della Natura diventa devastante quando si accompagna all’ignoranza diffusa, alla disonestà degli amministratori, alla pessima memoria di chi si illude di poter modificare la propria precarietà con progetti di piccolo cabotaggio. Continueremo a maledire la nostra “malasorte”?».

    La citazione è lunga ma meritava d’esser fatta. Con un’aggiunta però: fanno bene gli intellettuali sardi a denunciare una situazione diventata per loro insanabile, ma essa non riguarda soltanto la Sardegna. Riguarda tutte le terre italiane, soprattutto quelle del Sud ma non soltanto. E non è recente, è antica. Sonnino e Franchetti la denunciarono nella loro inchiesta sulla Sicilia fin dalla fine dell’Ottocento; Giustino Fortunato coniò nel 1904 l’immagine dell’Appennino in Calabria e nel Cilento come uno “sfasciume pendulo sul mare”; Carlo Levi raccontò negli anni Quaranta come e perché Cristo si era fermato a Eboli e analoghi racconti fecero Guido Dorso, Gaetano Salvemini, Giuseppe Di Vittorio e Danilo Dolci in nome dei contadini salariati, consapevoli degli interessi di classe ma anche della terra sulla quale quel lavoro veniva sfruttato per depredarla e impoverirla con colture di rapina.
    Questa situazione non si è modificata, anzi è peggiorata dovunque, il cemento selvaggio ha invaso tutta la costiera italiana, dovunque i fiumi sono stati edificati, l’abusivismo è diventato un fenomeno non più gestibile, la trasformazione dei torrenti in suoli edificabili e edificati d’estate e in fiumi di fango in inverno e primavera. Centinaia di milioni andati in fumo, migliaia di vittime cadute sul campo di queste devastazioni.
    Bisogna riprendere con paziente tenacia le educazioni di quelle che un tempo si chiamavano “le plebi” e che tali stanno ridiventando a causa d’un analfabetismo di tipo nuovo, che non riguarda più l’ortografia e la grammatica, ma la conoscenza e la cultura.
    La Sardegna è una delle terre più colpite ed ha bisogno di risvegliarsi con la massima urgenza. Segnalo a questo proposito un’iniziativa che può essere molto opportuna; è stata presa dal Fai (Fondo ambiente italiano), dal suo attuale presidente Andrea Carandini e dalla presidente onoraria Giulia Maria Crespi. Un convegno nazionale scandito da quattro parole: terra, paesaggio, occupazione, futuro; valori intimamente legati tra loro che possono rilanciare l’economia, l’artigianato, il turismo, l’energia proveniente da fonti non convenzionali. Ci vuole un ripensamento dei centri storici nei paesi e nelle città, la ristrutturazione dei beni residenziali esistenti, l’avvio del nuovo eco-sviluppo che si estenda all’Italia intera e comprenda anche la politica delle banche sul territorio e l’impiego differenziato delle tariffe energetiche che incentivino le potenzialità della terra, del paesaggio e dell’occupazione sulle quali il convegno è come abbiamo detto impegnato.
    La catastrofe sarda ha dato, con la devastazione e le vittime che ha prodotto, l’ultimo allarme. Non lasciamolo cadere invano
    .

    Postilla di Eddyburg:
    Ottime parole, opportunamente e utilmente pronunciate (ma il dito dell’accusatore andrebbe rivolto, prima che alle plebi, a chi le ha plagiate). Peccato che al convegno organizzato dal FAI, ampiamente segnalata dal fondatore della Repubblica, non ci sia nessuna relazione dedicata alle coste della Sardegna, e in particolare alla difesa della rigorosa tutela decisa dal Piano paesaggistico della giunta di Renato Soru, formalmente vigente ma smantellato, eluso e derogato giorno per giorno dalla maggioranza guidata da Cappellacci.

  4. giogg ha detto:

    “ComUnità”, 23 novembre 2013, QUI

    IL TERRITORIO DIMENTICATO
    di Vittorio Emiliani

    Dalla Sardegna ferita mortalmente viene una conferma tragica: il rigetto di ogni pianificazione territoriale e paesaggistica. Al di là della pietà umana, non si può dimenticare «la mano dell’uomo» in tanto disastro, come ha detto un prelato ai primi funerali. La mano dell’uomo che ha continuato a saccheggiare il territorio, che ha continuato a costruire nell’alveo dei corsi d’acqua o su torrenti stupidamente tombati (come a Genova), e che è stata assente nella pulitura degli alvei e delle rive. Con una città come Olbia quasi tutta illegale.
    Il caso della Sardegna non è peraltro isolato. Al Nord l’alluvione del basso Piemonte del ’94 fu pesantemente aggravata dalla presenza di edifici di ogni genere vicino agli affluenti del Po o nelle stesse golene destinate a fare da sfogo. Al Sud, in Calabria, si sono costruite case sulle «fiumare» col pretesto che sono senz’acqua per anni e anni, salvo scatenarsi e spazzare via ogni cosa alla prima pioggia torrenziale. È persino stucchevole ripetere le cifre delle nostre catastrofi, per lo più non «naturali» bensì aggravate o provocate dall’uomo. Ne cito alcune prodotte non da un ambientalista bensì da un alto funzionario della Banca d’Italia, Ivan Faiella, ai Lincei nel marzo scorso: alluvioni e frane hanno provocato nell’ultimo sessantennio circa 5.500 vittime e danni misurabili in 2,7 miliardi annui (in euro 2009) che però raddoppiano se si includono quelli indiretti a famiglie e imprese. In un decennio appena, fanno oltre 50 miliardi di euro, più di quanto serve a mettere in sicurezza tutto il territorio nazionale. Un autentico suicidio collettivo. Per giunta stupidissimo.
    Una delle cause della tragedia sarda è l’impermeabilizzazione dei terreni a base di cemento e asfalto: oltre il 7 per cento dell’Italia sta sotto questa coltre che però nelle aree metropolitane copre la metà dei terreni. Malgrado ciò si continua a costruire, cementificare, asfaltare. Il governatore del centrosinistra Renato Soru aveva chiamato in Sardegna i migliori urbanisti, guidati da Edoardo Salzano, prima per un piano salva-coste (subito impugnato da Berlusconi che ha in progetto una sua Costa Turchese), poi per piani paesaggistici in tutta l’isola. Si sarebbe potuto costruire solo a 2000 metri dalla battigia. Oggi il governatore del centrodestra Ugo Cappellacci si vanta di aver ridotto quella fascia di rispetto a 300 metri e di aver smantellato piano salva-coste e piani paesaggistici che i sindaci trovavano ovviamente «troppo restrittivi» (erano soltanto rigorosi). Ed ha potuto farlo in barba a tutti per poter prevedere, dice, 3 milioni di mc di alberghi, club house, case attorno a 25 nuovi campi di golf (destinati ad inquinare non poco).
    Del resto, come dargli torto se un emendamento governativo al decreto del Fare agevola la costruzione di nuovi stadi di calcio in tutta Italia unitamente a «insediamenti edilizi o interventi urbanistici di qualunque ambito o destinazione (sic!), anche non contigui agli impianti sportivi?» In parole povere ciò significa che se, a Roma, un nuovo stadio sorgerà sulla Via del Mare, «insediamenti edilizi non contigui» si potranno realizzare in tutt’altra zona, su Cassia o Flaminia. Una sorta di impazzimento urbanistico, di grimaldello ad uso degli speculatori, col quale far saltare ogni pianificazione. Un altro caso evidente di rigetto di ogni piano. A conferma che anche nelle «larghe intese» l’inquinamento berlusconiano dell’ «ognuno è padrone a casa sua» è ben presente. Dopo di che ci si conduole per le povere vittime e per i danni incalcolabili alle attività economiche. Restando a Roma, varrà la pena di ricordare che la prima area indicata dal presidente della Lazio Claudio Lotito per il suo stadio, vicino a Formello, ricade nella zona alluvionale del Tevere e prevedeva un bel po’ di cemento aggiuntivo. Lo stadio della Roma dovrebbe sorgere nell’ex Ippodromo di Tor di Valle che, realizzato in un’ansa del Tevere, si allagò alla riunione inaugurale del 26 dicembre 1959…
    Di fronte a tutto ciò, come non pensare che il Belpaese sia avviato ad un suicidio, lento quanto inarrestabile? Le Regioni esistono dal 1970, ma non si è riusciti a varare una legge-quadro per l’urbanistica che le spingesse a pianificare con rigore, a risparmiare suolo, a non intaccare il patrimonio agro-forestale, ecc. Né esse vi hanno posto mano (ora lo fa la Toscana). Il ddl governativo in discussione prima della caduta di Berlusconi, elaborato da Maurizio Lupi (ora Ncd) rimasto alle Infrastrutture, era dei più pericolosi. Probabile che l’emendamento sugli incentivi pure agli «edifici non contigui» ai nuovi stadi di calcio sia figlio suo. Partorito mentre la tragedia della Sardegna è ancora in corso, fra grandi disperazioni. Possibile che essa non abbia insegnato nulla?

  5. giogg ha detto:

    “Il Manifesto”, 23 novembre 2013, QUI (via-Eddyburg)

    SORU ACCUSA CAPPELLACCI: UN PIANO CONTRO L’AMBIENTE
    «Cappellacci – ha detto ieri Soru in una dichiarazione rilasciata alle agenzie – è un politicante che mente in totale malafede. Le bugie sono la sua regola». (Con postilla di Eddyburg).
    di Costantino Cossu

    Mentre nella giornata di lutto nazionale la situazione meteo volge di nuovo al peggio, con previsioni di nuovi temporali per il fine settimana, sull’alluvione che ha devastato mezza Sardegna continua a divampare la polemica. Protagonisti Renato Soru, ex presidente della giunta è ispiratore del Piano paesaggistico regionale (Ppr) che tutela ambiente e paesaggio, e il governatore in carica Ugo Cappellacci.
    «Cappellacci – ha detto ieri Soru in una dichiarazione rilasciata alle agenzie – è un politicante che mente in totale malafede. Le bugie sono la sua regola. Con le modifiche che il leader del centrodestra sardo vorrebbe apportare al Ppr, il piano sarebbe totalmente cancellato: rivivono tutte le lottizzazioni, le zone F, cioè quelle riferite all’ambito turistico-costiero, i campi da golf, si cementificano le campagne, si cancellano i centri storici e si invitano i comuni ad andare avanti senza norme».. «Non è vero – ha aggiunto Soru- che è stato Cappellacci ad aver ampliato la fascia di tutela nei pressi dei fiumi. La sua proposta di modifica del Ppr, infatti, contiene per la prima volta il tentativo esplicito, e pericolosissimo, di riferire le distanze alla linea di mezzeria, invece che dall’alveo del fiume, lasciando poi alla discrezionalità del caso per caso di stabilire vincoli diversi». Ma è tutto l’impianto del nuovo piano predisposto da Cappellacci che non convince Soru. «Si vogliono resuscitare – ha detto l’ex presidente – tutte le lottizzazioni in zona F (turistiche-costiere), bloccate dal Ppr, per circa dieci milioni di metri cubi. Si punta a far rivivere le zone F per attività turistiche per altri cinque milioni di metri cubi. Si prevedono circa venticinque nuovi campi da golf, in realtà altre seconde case, per circa tre milioni di metri cubi. Si vuole trasformare tutta la campagna della Sardegna in aree edificabili: basterà anche un solo ettaro e chiunque potrà costruirsi una casa. A cui si aggiungeranno logge, cortili e strade sui quali correrà l’acqua, compromettendo la vocazione agricola e sicurezza dei territori». E ancora. «Si punta ad eliminare la tutela nei centri storici dei paesi che vengono giudicati non importanti, mantenendola soltanto nelle città più note, e ad eliminare le norme di salvaguardia esistenti, di fatto incentivando i comuni a non adottare i piani urbanistici».
    Immediata la replica di Cappellacci: «In queste ore preferisco dedicarmi all’emergenza, ma stia tranquillo Soru che poi mi occuperò di lui con una operazione verità sul suo finto ambientalismo. Le sue sparate e i suoi picchiatori mediatici non intimoriscono nessuno. Il suo velenoso tentativo di collegare gli eventi tragici di questi giorni a una revisione del piano paesaggistico che ancora non ha completato il suo iter dimostrano che gli unici bugiardi e cinici sono il mio predecessore e i suoi amici».
    Al presidente della giunta ha replicato, sulle colonne della Nuova Sardegna, uno dei più noti scrittori sardi, Marcello Fois: «E allora, dottor Cappellacci, ha visto che alla fine i sardi le hanno creduto? Ha visto che ha colpito nel segno quando, zainetto in spalla, aria da bel bello, si aggirava per le campagne in uno spot, pagato con molti soldi pubblici, per dire che insomma questi pedanti difensori del territorio a noi sardi ci stavano mettendo le mani in tasca? Sorridente e concessivo ci raccontava che di territorio integro in Sardegna ce n’era fin troppo e che, in un’economia di sussistenza, vietare troppo significava adottare un sistema punitivo. Sempre con i nostri soldi aveva pagato una costosa campagna pubblicitaria di domande e risposte, dove auspicava l’avvento di tempi belli in cui impunemente i balconcini potessero essere trasformati in camerette per bambini senza che questo si dovesse chiamare abuso. Le hanno creduto e l’hanno votata in molti. Ora, però, penso che i suoi spin-doctors debbano ragionare su formule alternative, che non facciano ricorso necessariamente al ventre molle dell’elettorato, ma, finalmente, alla sua testa. Credo che lei dovrebbe fare un passo indietro di fronte all’evidenza che un’alluvione eccezionale fa danni eccezionali dove ancora esiste il territorio, ma fa morti dove il territorio non esiste più»
    .

    Postilla di Eddyburg
    In realtà Cappellacci aveva cominciato a violare le tutela del PPR prima ancora di presentare il suo propagandistico “piano paesaggistico dei sardi”. I suoi tre piani casa e la legge per il golf ne sono le prove lampanti, non semplici indizi E ieri ha dichiarato: che i tre milioni di metri cubi attorno ai campi di golf nono indispensabili perchè quelli che vanno sul green devono poter mangiare bene (la Repubblica).

  6. giogg ha detto:

    “Repubblica”, 2 marzo 2014, QUI (via-Eddyburg)

    QUEL BENE DI TUTTI CHIAMATO PAESAGGIO
    Nel libro del sapiente costituzionalista Paolo Maddalena riemerge il tema nodale dell’urbanistica – l’appartenenza pubblica della facoltà di edificare – colpevolmente trascurato per troppi decenni dagli addetti ai lavori e dai decisori nazionali, regionali e comunali
    di Francesco Erbani

    Paolo Maddalena, Il territorio bene comune degli italiani, Donzelli, pp. 210, € 18

    La partita del territorio italiano, del paesaggio e della loro tutela, si gioca tutta intorno a un’espressione latina, ius aedificandi.
    Secondo Paolo Maddalena, professore di Diritto romano, poi giudice della Corte dei Conti e, per un decennio, della Corte Costituzionale, se si chiarisse per bene, senza ambiguità, che una cosa è essere proprietari di un suolo altra cosa è aver diritto a farci quel che si vuole, forse per territorio e paesaggio italiano si può immaginare un futuro più sereno. Ma che cosa c’entra lo ius aedificandi?
    C’entra, spiega Maddalena in questo saggio di lettura agile (con introduzione di Salvatore Settis), nonostante la mole di sapienza giuridica che vi è riversata, perché un presunto diritto a costruire si ritiene sia connaturato al diritto di proprietà. È una convinzione molto diffusa in Italia: ne è prova il successo di uno degli slogan simbolicamente più efficaci del berlusconismo, “padroni in casa propria”, che ha fatto proseliti sia fra i grandi che fra i piccoli possessori di aree, a dimostrazione che esiste nel nostro paese un nutrito, multiforme “blocco edilizio” tenuto insieme da una smodata intolleranza verso le regole. Ma uno ius aedificandi così inteso, baluardo di un oltranzismo privatistico, è uno sgorbio giuridico, insiste Maddalena, senza riscontri nelle fonti del diritto romano, anzi ampiamente smentito da questo, e soprattutto in patente contrasto con la nostra Costituzione. Ciò nonostante sul diritto a costruire vige una specie di consuetudine, avallata da alcune norme del codice civile e da qualche sentenza della Corte Costituzionale (risalente a prima che Maddalena vi facesse parte) e poi da un sentire diffuso che autorizza sia abusi edilizi sia piani casa.
    E invece possedere un suolo non è come possedere un tavolo. Non lo si può trasformare o manipolare a piacimento. L’edificazione, scrive Maddalena, «produce effetti non solo sui beni in proprietà del privato, ma anche sui beni che sono in proprietà collettiva di tutti, come il paesaggio, che, essendo un aspetto del territorio, è in proprietà collettiva del popolo, a titolo di sovranità».
    Stendere un velo di cemento anche solo su duecento metri quadrati di suolo sottrae irreversibilmente a questo alcune funzioni che sono di interesse della collettività. Quella porzione di suolo sarà impermeabilizzata, con un acquazzone la pioggia vi scivolerà e non sarà assorbita ricaricando le falde. Il suolo non potrà più essere coltivato. Non immagazzinerà più carbonio. Se sopra il velo si innalzerà un edificio, questo altererà la prospettiva esistente, attirerà più persone, produrrà più scarichi. Se invece che uno, gli edifici sono tanti, tutti questi effetti si moltiplicheranno. Non può essere solo il proprietario a decidere che cosa fare del suo suolo.
    La proprietà privata non dà diritti illimitati. Diritti che, per fare un esempio, un costruttore ritiene di poter esercitare quando va a contrattare la trasformazione di un area con un’autorità pubblica troppo spesso soggiogata politicamente. Ma – ed è qui uno dei punti cruciali del saggio di Maddalena – non è la proprietà privata limitata dagli interessi pubblici. La prospettiva va ribaltata. È il territorio nel suo complesso un bene appartenente alla collettività (come sostenevano già i romani), essendo il territorio il luogo nel quale si esercita la sovranità popolare. E ciò determina, scrive Maddalena, una prevalenza giuridica dell’interesse pubblico su quello privato. Detto in altri termini (sperabilmente non troppo elementari): se in qualunque modo si tocca il territorio sono gli interessi pubblici che vanno considerati più di quelli privati.
    Il libro di Maddalena ripercorre in modo assai coinvolgente la storia di come il territorio sia stato considerato un bene collettivo ed enumera le norme giuridiche che hanno supportato questa concezione. Dall’età classica alla nostra Costituzione. Inoltre il libro è percorso dall’idea di quanto sia necessario riferirsi a questi principi nella pratica legislativa, in quella politica e in quella amministrativa. Qui non è possibile neanche sintetizzare tale ricchezza di documentazione, salvo sottolineare come il saggio di Maddalena segni un punto fermo nella saggistica dedicata al territorio e al paesaggio. E nelle battaglie per la loro tutela
    .

    Riferimenti
    Di Paolo Maddalena vedi su eddyburg “Il territorio, il lavoro, la crisi finanziaria”. Sull’argomento vedi anche E. Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza 2007, pp. 141 e segg.

  7. giogg ha detto:

    “Eddyburg”, 4 giugno 2014, QUI

    DISASTRI D’ITALIA
    di Piero Bevilacqua

    All’infuori dei Paesi Bassi, che hanno dovuto strappare tanta parte del loro territorio al Mare del Nord, non esiste in Europa un paese più artificiale dell’Italia. Artificiale nel senso che gli uomini hanno dovuto sovrapporre i loro artefatti al sostrato naturale originario per potervi vivere. E non mi riferisco solo a quella «patria artificiale» che Goethe individuava nelle sontuose rovine romane, testimonianze di una colonizzazione senza precedenti del suolo italico. Ma anche a qualcosa di più antico e profondo. Troppo precocemente, infatti, la Penisola si è riempita di popolazioni rispetto alla sua “maturità” geologica. Gran parte delle nostre terre emerse risalgono solo a un miliardo di anni fa, ci ricordano i geologi, una giovinezza che dà la febbre al nostro suolo, con ben 4 vulcani attivi, e una sequela senza fine di terremoti di varia potenza e distruttività. Ma a rendere bisognoso di artefatti il nostro territorio, oltre alla sua giovinezza geologica, contribuisce la sua morfologia. La nostra più grande pianura, la valle del Po, è un immenso catino in cui precipitano centinaia di corsi d’acqua dall’imponente barriera delle Alpi. E’ il più complesso sistema idrografico d’Europa, a cui le popolazioni han dovuto dar ordine con un lavoro oscuro durato millenni. Ancora nel XIX secolo alcuni ingegneri idraulici ricordavano che il Po del loro tempo, con il suo corso unitario e relativamente ordinato, era «opera degli uomini». Una costruzione artificiale, dunque, il risultato di una lotta delle popolazioni che hanno dovuto talora per più generazioni fare i conti con alluvioni disastrose. Come la “rotta di Ficarolo” nel XIII secolo, che sconvolse buona parte della bassa pianura padana per alcuni secoli.
    Ma l’Appennino, un vero e proprio caos sotto il profilo della composizione geologica, incombe su tutto lo stivale peninsulare. Come scriveva nel 1919 un gran commis d’etat, Meuccio Ruini, «
    contorno e rilievo, clima, abitabilità e comunicazioni, relazioni storiche, ogni cosa insomma della Italia penisulare è signoreggiata dall’Appennino e ne riceve l’impronta». E questa impronta ha pesato in maniera rilevante non solo sulle colline interne, dove si sono concentrate le economie italiche e italiane, ma anche lungo le pianure costiere, impaludate e ridotte a maremme dai materiali appenninici trascinati a valle dai torrenti. L’Italia moderna è il risultato di un immensa, secolare, totalitaria bonifica dei suoi assetti naturali. Posso portare in proposito – al di la di quello che la ricerca storica ci racconta – una testimonianza singolare. Quando nei primi anni ’80 ho studiato la vicende delle bonifiche italiane – per un testo curato insieme a Manlio Rossia Doria, edito poi da Laterza – ho trovato le mie più originali fonti documentarie nelle relazioni degli ingegneri impegnati sul campo in questo o quel lavoro di bonifica. Sia che si trattasse di lavori nel Bolognese o nella valle del Tevere o nella piana del Volturno, nel XVIII o nel XIX secolo, chi pianificava gli interventi si sentiva in obbligo di far precedere il proprio progetto con una una premessa storica sugli interventi che in quello stesso sito erano stati realizzati uno o due secoli prima da altri bonificatori. Una fonte preziosa di informazione storica e insieme la prova di una trasformazione ininterrotta del territorio attraverso successive generazioni. Per rendere abitabili le terre, per estendere i suoli destinati alla coltivazione, per tracciare strade e vie di comunicazione le nostre popolazioni hanno dovuto costantemente trasformare l’habitat naturale, perché esso tende naturalmente al disordine idraulico e al caos dei processi erosivi. Dunque, il nostro è un Paese dove più che altrove le popolazioni devono fare costantemente manutenzione del suolo, altrimenti gli equilibri precipitano. Una condizione necessaria che si è resa storicamente possibile grazie alla presenza secolare dei contadini sulla terra, in virtù del loro essere manutentori del suolo oltre che produttori di derrate agricole. Una condizione, com’è noto a tutti, che oggi non si da più. Il nostro territorio è rimasto abbandonato, in balia delle forze naturali che tendono al disordine idraulico. Non solo. La storia ci ricorda la fragilità della crosta terrestre su cui viviamo. Negli ultimi 100 anni abbiamo subito in media un disastro sismico ogni 4-5 anni e dunque abbiamo dovuto investire costantemente risorse nella ricostruzione di abitati e città. Anche i terremoti ci costringono costantemente a ritornare sui nostri passi, a rifare i nostri artefatti su una natura instabile. Ma forse la catastrofe più grave il nostro paese l’ha subita a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Col passare dei decenni, per arrivare ai nostri anni, è venuta affermandosi una classe dirigente fra le più incolte, irresponsabili e predatorie della nostra storia. Il suolo è diventato occasione di profitti, merce da immettere sul mercato. Una cementificazione illimitata e crescente, magnificata talora con la retorica della Grandi opere, rende il territorio del Bel Paese – che avrebbe bisogno di risorse e manutezione costante, alimentate dalla consapevolezza storica dei suoi drammatici caratteri originali – un luogo di disastri e di spese senza fondo a fine di riparazione.
    Ci ricorda ora questa condizione, con grandissimo merito, il libro a cura di Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise, L’italia dei disastri. Dati e riflessioni sull’impatto degli eventi naturali. 1861-2013, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Bologna 2013. I curatori, che nel 2011 avevano dato un importante contributo al centenario dell’Unità con Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni ora ritornano sul centenario con una ricostruzione che racchiude un po’ tutti gli eventi catastrofici che hanno colpito la Penisola. Nel testo, oltre a loro scritti, ospitano un largo ventaglio di studiosi che si è cimentato con una seria ricerca storico-scientifica sugli eventi più disparati: le alluvioni del Tevere e della Nera (P.Camerieri e T.Mattioli); di Roma nel 1870 (M.Aversa), le alluvioni e le frane dal dopoguerra a oggi (G.Botta); il Vajont (G.B.Vai); le inondazioni del Po dal 1861 (F.Luino), l’indagine sulle frane alla luce degli eventi estremi e le aggressioni antropiche (M.Amanti); le eruzioni del Vesuvio dal 1861 al 1944 (G.P.Ricciardi); i terremoti distruttivi (E.Guidoboni e G.Valensise). Ma l’elenco è più lungo di questi radi cenni.
    I curatori, che hanno alle spalle studi rilevanti sulla storia dei terremoti, non solo italiani, mettono il peso della loro competenza e di quella dei numerosi scienziati che collaborano al volume, nel dibattito corrente sulle alluvioni disastrose degli ultimi anni. E mostrano verità assai poco dubitabili, anche se esse tardano a diventare cultura diffusa, politica lungimirante del ceto politico.Probabilmente il carattere della piovosità in Italia, sotto il profilo quantitativo, non è mutato sensibilmente, Questo sembrano dire le statistiche storiche. Ma forse è mutata l’intensità e la concentrazione temporale delle precipitazioni. E’ questo un punto ancora incerto e su cui è aperta la discussione. Per il resto la vicenda recente dei nostri paesi che franano e delle città che finiscono sott’acqua costituisce la conferma una verità storica: l’Italia è un paese fragile, aggredito non solo da pressioni antropiche, ma anche da mire speculative, funestato da frequenti terremoti, ha una strada obbligata davanti a sé. E’ quella della prevenzione. Prevenzione e cura del territorio, la stessa che per secoli ha permesso all’Italia di ospitare una popolazione crescente, economie diffuse, di fondare la sua civiltà
    .

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