Il racconto delle processioni degli incappucciati

Tratto da «Virtual Sorrento», 2005

Il racconto delle processioni degli incappucciati

Le cerimonie della Settimana Santa della Penisola Sorrentina sono un fenomeno talmente conosciuto, ammirato e commentato che il rischio di ripetersi è molto alto. La letteratura esistente, infatti, è sempre stata molto attenta agli aspetti religiosi e folkloristici di queste manifestazioni, ma raramente si è soffermata sul loro significato sociale e culturale. Focalizzandosi, dunque, proprio su tali aspetti meno indagati della religiosità popolare sorrentina, questo mio contributo ne tenta una prima interpretazione.
Anzitutto è necessario chiarire e definire il campo da cui muove la mia riflessione, che è quello della festa. Sebbene, infatti, i riti pasquali di penitenza non si esprimano attraverso gioia e allegria, bensì con tristezza, mestizia, riserbo e lutto, anch’essi rappresentano, con cadenza calendariale, una sospensione del tempo ordinario, cioè un momento di esaltazione dell’extraquotidiano che, nel caso specifico, potremmo definire sinteticamente “la risposta data dall’uomo alla propria condizione di precarietà” (Vittorio Lanternari). […]

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Una risposta a Il racconto delle processioni degli incappucciati

  1. giogg ha detto:

    Il racconto delle processioni degli incappucciati *

    Le cerimonie della Settimana Santa della Penisola Sorrentina sono un fenomeno talmente conosciuto, ammirato e commentato che il rischio di ripetersi è molto alto. La letteratura esistente, infatti, è sempre stata molto attenta agli aspetti religiosi e folkloristici di queste manifestazioni, ma raramente si è soffermata sul loro significato sociale e culturale. Focalizzandosi, dunque, proprio su tali aspetti meno indagati della religiosità popolare sorrentina, questo mio contributo ne tenta una prima interpretazione.
    Anzitutto è necessario chiarire e definire il campo da cui muove la mia riflessione, che è quello della festa. Sebbene, infatti, i riti pasquali di penitenza non si esprimano attraverso gioia e allegria, bensì con tristezza, mestizia, riserbo e lutto, anch’essi rappresentano, con cadenza calendariale, una sospensione del tempo ordinario, cioè un momento di esaltazione dell’extraquotidiano che, nel caso specifico, potremmo definire sinteticamente “la risposta data dall’uomo alla propria condizione di precarietà” (Vittorio Lanternari).
    L’origine arcaica di questi riti risale a culti legati al ciclo agrario dell’anno, poi trasposto nei primi secoli cristiani nel calendario liturgico (che attraverso il sincretismo tentava di far scomparire i costumi pagani), la cui importanza è dimostrata dalla nascita di una vera e propria scienza del “computo” ecclesiastico per la determinazione della data della Pasqua, la quale risentiva già delle oscillazioni di derivazione ebraica (Lello Mazzacane).
    Le modalità concrete del “far festa” sono molteplici, e numerose sono quelle con cui si esprime questo particolare tipo di festa anche in Penisola Sorrentina: si pensi ad esempio all’allestimento dei “Sepolcri” o ad alcune forme della cosiddetta “drammatica popolare” con figuranti e attori, ma si pensi soprattutto alle processioni degli incappucciati del Venerdì Santo con tutto il loro carico simbolico.
    Da un punto di vista antropologico, tali processioni possono essere considerate delle vere e proprie narrazioni, anzi delle metanarrazioni, in quanto attraverso la sacra rappresentazione della Passione del Cristo offrono uno spaccato sull’orizzonte culturale della comunità che le mette in scena. Si tratta, infatti, di istituti festivi che rifanno “presente” l’evento di fondazione (la morte e resurrezione del Cristo, appunto, ovvero il miracolo per antonomasia), un evento che è “al tempo stesso reale e simbolico, presente e passato, è avvenuto una volta e avviene qui e ora” (Lello Mazzacane), una manifestazione dunque che è “vissuta” contemporaneamente da tutti (“protagonisti” e pubblico) e che oltre ad essere un’espressione di socialità e ad esercitare una funzione aggregante, può essere letta anche come rappresentazione dell’organizzazione sociale, cioè dell’ordine costituito.
    A Sorrento, e in generale nel resto della Penisola, le processioni della Settimana Santa rispettano almeno tre fondamentali “codici organizzativi della sfilata” (R. M. Ferrari):
    * un segmento introduttivo che ha funzione sia di “richiamo acustico” (la banda musicale che suona motivi funebri) che di identificazione (le quattro fiaccole d’apertura accese nel buio della notte);
    * un ampio segmento centrale che riguarda propriamente l’oggetto della sfilata (i “martìrii”, le croci, le statue dell’Addolorata e del Cristo Morto, il coro polifonico maschile – ma altrove è presente anche quello femminile – che intona il Salmo 50 “Miserere”);
    * infine un segmento conclusivo costituito dalle autorità ecclesiastiche e dai rappresentanti delle autorità civili, soprattutto forze dell’ordine in alta uniforme.
    Si tratta, dunque, di una solenne cerimonia che esalta sia il valore intrinseco del gruppo che sfila, sia il prestigio sociale dei singoli partecipanti al corteo, in quanto conferisce legittimità al loro status, ai loro titoli, ai loro ruoli.
    Ma le processioni, movendosi sempre all’interno di uno spazio preciso e non “sconfinando” mai, sono anche, da un lato, uno dei modi in cui il gruppo esprime la sua appartenenza ad un determinato territorio e, dall’altro, uno strumento con cui la comunità ribadisce il suo potere proprio su quello spazio.
    Il preciso inquadramento delle processioni sorrentine, la loro solenne lentezza, la loro rigorosa uniformità (da cui gli appellativi “Bianca” e “Nera”, entrambi colori del lutto), rappresentano però soltanto un aspetto – quello visibile – di questa “festa triste”. Nella tradizione sorrentina, infatti, è presente anche un momento liberatorio, se così si può dire, che è tutto interno alla processione, nel senso che riguarda esclusivamente i suoi partecipanti e si compie nel chiuso delle pareti della chiesa al rientro delle statue, e di cui sono completamente ignare le migliaia di spettatori lungo le strade della città. È il momento in cui finalmente gli incappucciati e i cantori possono sciogliere la tensione e abbandonare la concentrazione, è il momento in cui l’atteggiamento penitenziale tenuto per oltre due ore lascia spazio ad una sorta di “euforia da competizione” fatta di spintoni, urla e strattoni al fine di accaparrarsi almeno un fiore della ghirlanda che circonda la base delle statue. La conquista di quel fiore è l’occasione per traslare il male fuori di sé, è la prova tangibile dell’aver partecipato, dell’esserci stato anche quell’anno, dell’aver portato a termine un’altra volta quel “viaggio” fisico ed emotivo. In questo senso quel fiore rappresenta un vero e proprio “trofeo”, un oggetto che per alcuni è addirittura un portafortuna, il simbolo del riscatto dopo la fatica e il dolore
    .
    – – – – –
    Riferimenti bibliografici:
    R. M. Ferrari, in AA.VV., “Festa. Antropologia e semiotica”, Nuova Guaraldi, Firenze 1981
    V. Lanternari, “Festa carisma apocalisse” (Iª ed. 1983), Sellerio, Palermo 1989
    L. Mazzacane, “Struttura di festa”, F. Angeli, Milano 1985
    —————————
    * Questo articolo è stato pubblicato nel periodico sorrentino “Sireon” (n. 0, marzo 2005, p. 1). Qui se ne presenta una versione leggermente modificata per adattarla al mezzo informatico.

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