Giornata Internazionale del Museo 2015

Di “giornate internazionali di…” ce ne sono troppe, è vero, ma l’International Museum Day di quest’anno non dovrebbe passare sotto silenzio. I musei – dal Bardo di Tunisi all’archeologico di Mosul, dal Capodimonte di Napoli al Pasqualino di Palermo – sono templi, ma non, anacronisticamente, “del sapere”, bensì “templi della libertà”.
Segnate la data, lunedì 18 maggio 2015 (ma va bene pure il giorno prima, eh) visitare un museo equivarrà ad un gesto di resistenza e di indipendenza: il tema di quest’anno è “Musei per una società sostenibile“.

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I musei sono in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di una società che sperperi meno e che usi le risorse in maniera più rispettosa degli ecosistemi. Come ha dichiarato Hans‐Martin Hinz, presidente dell’ICOM,

Museums, as educators and cultural mediators, are adopting an increasingly vital role in contributing to the definition and implementation of sustainable development and practices. Museums must be able to guarantee their role in safeguarding cultural heritage, given the increasing precariousness of ecosystems, situations of political instability, and the associated natural and man‐made challenges that may arise. Museum work, through education and exhibitions for example, should strive to create a sustainable society.
We must do everything we can to ensure that museums are part of the cultural riving force for the sustainable development of the world. [Fonte].

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INTEGRAZIONE del 21 maggio 2015 (fb):
Salvaguardare i siti archeologici e tutti i beni culturali, compresi i musei, significa difendere le comunità umane che abitano in quei luoghi, che vi hanno modellato le loro vite, la loro cultura, la loro alterità. Lo stesso principio vale se espresso al contrario: proteggere le minoranze perseguitate significa tutelare il loro patrimonio culturale e naturale.
Ce lo ha insegnato Wangari Muta Maathai, premio Nobel per la pace nel 2004, che con il suo impegno nella difesa delle foreste e dell’habitat di vari gruppi etnici del Kenya ha concretamente promosso la democrazia e la pace in quella zona dell’Africa.
I criminali al potere che distruggono monumenti storici e testimonianze artistiche non sono semplicemente degli analfabeti orgogliosi della loro ignoranza, ma sono innanzitutto degli etnocidari con ambizioni genocidarie. Non è un gioco di parole, questi devastatori mirano alla demolizione di interi paesaggi, cioè all’annullamento dei riferimenti spaziali, identitari e memoriali, delle popolazioni che intendono dominare, anzi cancellare.
E’ quanto accaduto agli Hazara, la minoranza sciita che (soprav)vive nella valle di Bamiyan, nell’Afghanistan orientale, quando nel marzo 2001 i taliban – che li perseguitavano da anni – sbriciolarono a colpi di bombe gli antichissimi Buddha giganti che segnavano lo spazio e la vita di quelle persone.
C’è un gran documentario di Christian Frei a raccontarlo e a ricordarlo. Andrebbe rivisto stasera, pensando a Palmira‬, Hatra‬, Nimrud‬, Mosul‬, Tunisi‬.

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AGGIORNAMENTO del 12 giugno 2015:
Robin Verner riferisce sul webjournal “Slate.fr” che i Buddhas giganti della valle di Bamiyan in Afghanistan sono tornati nelle loro montagne per il tempo di una proiezione di ologrammi 3D, lo scorso week-end del 6-7 giugno, grazie al progetto di una coppia di documentaristi cinesi. L’articolo è QUI (il testo originale è su “The Atlantic“).

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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