Culture cutanee

E’ uscito il sesto numero de “Il Collirio“, rivista dell’associazione “Effetto Placebo” (fb), che unisce riflessioni e disegni in maniera singolare e interessante. Il tema della pubblicazione attuale è “Pelle“.
A pagina 6 c’è un mio contributo: “Culture cutanee“: “La pelle è un involucro, un confine, un abito, una maschera, una carta d’identità, un libro, un’autobiografia, un quaderno, una tela, una casa da abitare, uno specchio“.

Buona lettura, buona visione.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a Culture cutanee

  1. giogg ha detto:

    “Il Collirio”, volume monografico “La pelle”, n. 6, marzo 2015

    CULTURE CUTANEE
    di Giogg

    La pelle è un involucro, segna la separazione tra un dentro – anatomico o intimo – e un fuori – dalla superficie visibile dell’epidermide a tutto il resto del mondo che in una maniera o nell’altra vi entra in relazione. La pelle è un confine sottile come una pellicola e non è chiaro se essa ricada nell’ambito del privato o del pubblico, ma forse ad entrambi in base agli scenari: toccarla è stabilire un contatto che può essere formale, come quando la pelle delle mani si sfiora in una stretta di saluto; tenero, come le dita che accarezzano la guancia di un bambino; passionale, come le labbra che si baciano; violento, come le nocche di un pugno che affondano nello stomaco. La pelle è un involucro speciale, una sorta di imballaggio che non cela quasi nulla, è trasparente, ma non del tutto nitido, per cui a volte già solo lo sguardo posato sulla pelle può essere una forma di invadenza, se non una violazione. D’altro canto, mostrare la pelle significa rivelare una nudità e questa, a seconda dei popoli e delle epoche, riflette una condizione dalle molteplici interpretazioni: la nudità di un arto menomato esposto da un mendicante sul marciapiedi, la nudità libera di una minigonna in discoteca o quella schiava su una strada di periferia, la nudità sfoggiata di un bicipite muscoloso e quella negata da una tunica integrale, quella minacciata dal ricatto di un paparazzo e quella promessa da una veletta di pizzo. La pelle nuda è scandalo e ostentazione, copre ed esibisce. La pelle, cioè, è un vestito.
    In quanto abito, la pelle muta più frequentemente di quel che immaginiamo. Si rinnova biologicamente, ma cambia soprattutto nell’idea che ciascuno di noi ha di essa: come in un rito quotidiano, la pelle va lavata, idratata, massaggiata, la pelle va curata e mantenuta elastica, va alimentata e sgrassata, in certe occasioni va riscaldata o rinfrescata. La pelle cambia con le stagioni, dell’anno o della vita e, proprio come un abito, spesso “fa il monaco”, ovvero racconta – almeno ad uno primo sguardo, fuggevole e superficiale – una determinata individualità. La pelle, come nell’iconografia di San Bartolomeo nel «Giudizio Universale» di Michelangelo, è qualcosa che ci portiamo dietro come una giacca sul braccio: ne indossiamo diverse in rapporto a svariate occasioni. La pelle è come un tessuto di sartoria, lo scegliamo e lo tingiamo, lo adattiamo alla nostra corporatura e, quando non va più bene, lo cambiamo o lo copriamo con qualcos’altro come una maschera. Una seconda pelle, appunto.
    Per molto tempo, la pelle-tessuto è stata considerata un dato di natura, una sorta di bandiera identitaria individuale, immutabile. Nella seconda metà dell’Ottocento i primi antropologi e i funzionari di frontiera ne valutavano la gradazione sui corpi dei “selvaggi” o degli immigrati per mezzo di misuratori che avevano la stessa valenza scientifica dei campionari che oggi sfogliamo dai tappezzieri per scegliere il colore delle tende del salotto. Con il «nuancier de couleur de peau» veniva stabilito il pigmento dell’epidermide, così da permettere l’incasellamento dei “soggetti” in categorie specifiche, come già gli spagnoli nei possedimenti coloniali al di là dell’Atlantico, quando a partire dal Settecento tentavano di ordinare le numerose possibilità di meticciato attraverso le «Pinturas de Castas» (o «Cuadros de mestizaje»), una sorta di inventari di tutti i possibili incroci tra “espanoles”, “negros”, indios”, “moriscos” e così via.
    Se non più il colore della pelle, le microscopiche pieghe delle dita continuano tuttora a mantenere in vita quell’idea dell’epidermide come “carta d’identità”. Le impronte digitali sono la nostra firma, pare che non ce ne siano due uguali in tutta l’umanità: come un codice a barre, quei piccoli solchi sui polpastrelli rivelano senza ombra di dubbio che io, proprio io, ho toccato quello specifico oggetto. Di per sé, questo non riferisce chi sono, cosa penso, cosa faccio, eppure, nel suo insieme, tutta la pelle del corpo può effettivamente raccontare una storia, la mia storia. In altre parole, la pelle è un libro, un’autobiografia: vi sono le cicatrici delle operazioni chirurgiche o quelle delle scarificazioni per il rito iniziatico del fiero popolo dei Neur del Sudan o per emulazione d’una rockstar statunitense come Marilyn Manson. La deformazione cutanea narra di battaglie e di medaglie al valore, come sfoggiano i propri segni sulla schiena gli iatmul della regione del Sepik, in Papua Nuova Guinea, o la ferita sul volto di Capitan Harlock, l’oscuro pirata spaziale d’un celebre manga di Leiji Matsumoto.
    Prima d’essere un libro, la pelle è tuttavia un quaderno su cui scrivere, come la pelle di Nagiko ne «I racconti del cuscino» di Peter Greenaway, dove la ricerca dell’estasi coincide con l’elaborazione d’una bella grafia sul corpo nudo della geisha. Questo quaderno, allora, tende ad assomigliare anche ad una tela dove dipingere. La decorazione dei tatuaggi, dal samoano «tatau», abbellisce, celebra, protegge, invita. Da quelli di Otzi, la “mummia del Similaun” risalente ad oltre cinquemila anni fa, ai tatuaggi sviluppati nell’antico Egitto e nell’antica Roma, dai segni impressi sulla propria pelle dai pellegrini nei santuari europei del medioevo ai cristiani copti che rimarcano la propria identità religiosa con una croce al centro della fronte, dai disegni dei carcerati (il tatuaggio era carattere delinquenziale per Lombroso) a quelli dei calciatori e delle star televisive. Ma la pelle raggiunge lo status di tela pittorica soprattutto tra le popolazioni dell’Oceania, come i Maori del monte Hagen, e presso i maestri giapponesi di quest’arte, come il leggendario Horiyoshi III.
    L’insieme di tutte queste accezioni fa sì che la pelle non è solo un abito da indossare o un testo da scrivere, ma è una vera e propria casa da abitare. E come ogni casa, racconta innanzitutto chi vi dimora. La pelle, cioè, è uno specchio: mi ci rifletto, anche quando non è la mia, ma è la pelle degli altri, per similitudine o per contrapposizione, per somiglianza o per distorsione
    .

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