La Siria è oltre l’inferno

4 aprile 2017:

Avete letto cosa è accaduto in Siria? Avete visto quelle foto? [Qui perché “Il Post” ha deciso di pubblicarle]. Sono anni che accade. Ma ora, come ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia, “Siamo oltre l’inferno. La comunità internazionale intervenga o sarà complice“.
Il bombardamento non è mai una tragica fatalità. È, piuttosto, un ricatto perpetrato attraverso il massacro estensivo di civili, per cui non può essere giustificato in alcun modo: si tratta di un crimine, uno di quelli che non provocano solo scempio di vite e distruzione materiale, ma causano anche annientamento di umanità. Il bombardamento con armi chimiche, poi, è un orrore ancor più indegno, se possibile: un crimine cui dovrebbero rispondere immediatamente i responsabili. [Ne ho scritto qui].
Nell’agosto scorso i nove ospedali di Aleppo furono tutti colpiti, così come – nella regione circostante – furono bombardati un ospedale pediatrico gestito da “Save the Children” e un ospedale di “Medici Senza Frontiere“. [Ne ho scritto qui].
Quella guerra ci ha, purtroppo, fatto conoscere Alan e Omran, unici due nomi di centinaia di migliaia di bambini morti, dilaniati, soffocati, annegati. [Ne ho scritto qui].
Come disse Lucy Aharish alcuni mesi fa, si tratta di un Olocausto.

E «non chiedetemi chi abbia ragione e chi torto, chi sia il buono e chi il cattivo perché nessuno lo sa e, francamente, non ha importanza. Ciò che conta è quanto sta succedendo proprio adesso, dinnanzi ai nostri occhi; e nessuno – in Francia, nel Regno Unito, in Germania o in America – sta facendo qualcosa per fermarlo. Chi sta marciando nelle strade per le donne e gli uomini innocenti della Siria? Chi sta gridando per i bambini? Nessuno». [Ne ho scritto qui].

Pochi giorni fa Adriano Sofri ha ricordato cosa scrisse nel 1995 Alexander Langer: «L’Europa muore o nasce a Sarajevo». Ebbene, oggi mi sento di dire che l’Europa muore o rinasce in Siria. Questo attendismo non può più essere tollerato, perché ormai è diventato altro: indifferenza.

Non mostrerò le foto, chi vuole può cliccare sui link all’inizio del post, ma preferisco ricordare che due anni fa Zep ebbe il coraggio di catapultare Titeuf, il suo personaggio principale, in mezzo all’orrore della guerra, sempre più lacerante, sempre più oscuro. Nel settembre 2015 queste tavole furono pubblicate in prima pagina da “Le Monde”, con la forza di un editoriale:

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Intanto, la telegiornalista arabo-israeliana Lucy Aharish è tornata a denunciare l’indifferenza internazionale contro la tragedia siriana, stavolta scagliandosi in particolare contro i leader del mondo musulmano:

Dove sono i leader Arabi di fronte a tragedie che ogni giorno vediamo in Siria, dove sono i governanti dei paesi Arabi, che si incontrano, in giacca e cravatta a discutere di tante cose, di prosperità, dei loro affari, magari davanti ad un bicchiere di bourbon o whiskey, magari alzando il telefono e accertandosi della salute dei propri figli, ma dimenticando il bene dei loro popoli, che rimangono vittime inermi di guerre fratricide, vittime di una malvagità che non interessa a nessuno.
Guerre di fronte alle quali questi leader arabi rimangono silenti, dove siete voi Arabi, dov’è l’Islam…dove siete Traditori del vostro popolo.
Credit: Reshet.tv

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Tra i commenti al mio post su Fb, ho aggiunto questa considerazione:

Avrei potuto dire l’Onu, ma sarebbe qualcosa di ancora più distante. Tengo all’Europa, l’Unione ci ha fatto vivere in pace, e troppa gente ne sta irresponsabilmente evocando la fine. Ma un’Europa cieca e indifferente non ha senso, è una contraddizione in sé, eppure, se oggi lo è, è perché lo sono i suoi Stati membri, i nostri governi.
Assad è un criminale, così come chi lo sostiene: Putin e i putiniani di mezzo mondo. Potrei fare nomi, tra i nostri rampanti politici italiani e francesi; o più modestamente, anche tra i miei contatti Fb.
In Yemen, sono anni che l’Arabia Saudita sta compiendo massacri, nell’indifferenza di tutti. Una teocrazia violenta e ricchissima che bombarda senza ritegno un Paese poverissimo e, come ha denunciato l’Unicef un mese fa, ormai ridotto alla fame. Ripeto: milioni di yemeniti, in questo momento, stanno morendo di fame.
Lo sappiamo, eppure…
E dovremmo credere alle classifiche di democrazia o alle patenti di moralità? Non siamo altro che dentro un porcile, lerci e ciechi.

Per orientarsi dentro il caos siriano (accentuato da innumerevoli propagande avverse), consiglio questo notevole articolo de “Il Post”. Inoltre, sull’ultimo spaventoso attacco chimico a Idlib in Siria, segnalo queste considerazioni di Gabriele Del Grande.

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AGGIORNAMENTO del 7 aprile 2017:
Stanotte 59 missili Usa hanno bombardato l’aeroporto da cui sarebbero partiti i velivoli di Assad che l’altro giorno hanno provocato il disastro chimico. L’impulsività di Trump è ciò che piu preoccupa in questo periodo storico: improvvisazione e assenza di strategia sono minacce per tutti. Intanto BBC dice che l’attacco di poche ore fa ha causato “several deaths”.

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La musica perduta della Somalia

29 marzo 2017:

Stamattina ho scoperto su SoundCloud un mix di un’ora sulla “musica perduta” della Somalia, che negli anni ’70 e ’80 – quelli della dittatura di Siad Barre e prima della estenuante guerra civile degli anni ’90 – aveva una scena musicale strepitosa. Questa è stata riscoperta solo di recente, grazie ad alcuni collezionisti che hanno messo in rete i propri archivi (ad esempio, l’etichetta Ostinato Records ha raccolto oltre 10.000 cassette e bobine).

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Si è scoperto, così, che la musica somala trascende i confini e le appartenenze: «La diversità degli stili, la sperimentazione degli strumenti, la combinazione di influenze ha aperto il capitolo delle relazioni storiche della Somalia con la penisola arabica, con l’India, con il Sud-Est asiatico, e anche con la Cina» (maggiori informazioni sono qui).

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“Per un figlio”, un film che entra nella storia del cinema italiano

28 marzo 2017:

Oggi voglio segnalarvi “Per un figlio” [Fb], il primo film scritto e diretto da Suranga D. Katugampala, un regista italiano di seconda generazione, di origine srilankese, che narra il complesso rapporto tra un ragazzo arrivato in Italia e sua madre che, da anni, fa la badante nel nostro Paese. Di quest’opera-prima Goffredo Fofi ha detto: «Un film che segna una data importante nella storia del cinema italiano».

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Il film è distribuito da “Gina Films” [*] – che ricorderete per “Io sto con la sposa” (2014) – e uscirà fra due giorni, il 30 marzo. Il programma delle proiezioni, in tutta Italia, è qui [o su Fb].
Per gli amici di Napoli, segnalo che “Per un figlio” sarà proiettato il 4 aprile al “Delle Palme” (20h30, con S. Katugampala e A. Augugliaro) e il 9 aprile al “Modernissimo” (10h30).
Il trailer è qui:

[*] Se volete organizzare una proiezione, scrivete qui: ginafilms.distribuzione@gmail.com

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AGGIORNAMENTO del 5 aprile 2017:
Ieri sera Per un figlio è stato proiettato a Napoli. L’accoglienza è stata notevole e gli autori hanno annunciato che il film tornerà presto in città. Qui un po’ di foto della serata.

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Gaël Faye racconta Ketty Nivyabandi su Libération

24 marzo 2017

Tra poche settimane ricorrerà il secondo anniversario dell’inizio dell’attuale crisi in Burundi. Nel Paese africano le cose non vanno affatto bene: la brutalità del potere di Nkurunziza svilisce la democrazia e sfianca la convivenza sociale. Vi sono morti quotidiane, scoperte di fosse comuni, repressione della stampa e delle voci dissenzienti. A questo va aggiunto l’enorme numero di sfollati all’estero (oltre 300mila, secondo l’UNHCR, in condizioni sempre peggiori), la crisi economica e alimentare che aumenta l’inflazione e la malnutrizione, la fragilità del territorio che, abbandonando a se stesso, non regge gli acquazzoni e provoca frane e colate di fango con diversi morti.
Due anni fa, sebbene sotto tensione, l’atmosfera era diversa: grandi manifestazioni quotidiane attraversavano il centro di Bujumbura e, tra queste, il 13 maggio 2015 si distinse la marcia delle donne, che per la prima volta scesero in strada numerose e colme di speranza.
Anima della protesta di quel giorno (e non solo) fu Ketty Nivyabandi, giornalista e poetessa. I suoi versi poetici via-tweet ispirarono e sostennero i principi democratici e i diritti umani. Con quelli di altri attivisti, ne feci una raccolta (che vi invito a leggere) in questo post.
Ieri [23 marzo 2017] Ketty, che nel frattempo si è rifugiata in Canada con le sue due figlie, è stata raccontata sulle pagine di “Libération” da Gaël Faye, cantante e scrittore franco-burundese-rwandese, il cui bel romanzo di debutto ho brevemente recensito diversi mesi fa (ora disponibile anche in italiano).
Un’intervista da non perdere e che consiglio a tutti: “Ketty Nivyabandi, le chemin vers la liberté“.

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Rimpatrio dei migranti: una questione complessa

I rifugiati non lasciano il loro Paese volontariamente, ma solo a causa di forti pressioni. La loro più grande speranza è di poter tornare presto a casa, infatti – a seconda delle circostanze – la gran parte di loro decide di rientrare. La condizione essenziale, com’è intuibile, è che queste persone scelgano consapevolmente e liberamente. Tra i compiti dell’UNHCR c’è, appunto, quello di sostenere il “ritorno volontario“, mettendo a disposizione informazioni aggiornate sulla situazione nel Paese natale, oltre a consigli giuridici; talvolta l’Agenzia organizza delle visite «go-and-see», che danno la possibilità ai rifugiati di farsi un’idea della situazione nella regione circostante.
Un ritorno con dignità e pace, insieme alla buona volontà del Paese di provenienza, al fine della reintegrazione della popolazione è, dunque, il risultato cui tendere.

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Ora, considerate queste due notizie di oggi:

  • Centinaia di rifugiati sono stati rimpatriati forzatamente dal nord del Camerun verso il nord-est della Nigeria, flagellato da Boko Haram (quest’anno sono già più di 2600 i ritorni forzati di rifugiati tra quei due Paesi). Tra i rimpatriati, osserva l’UNHCR, c’è un bambino di un anno e una donna incinta al nono mese; in quel caos sono state separate famiglie e alcune donne sono state costrette a lasciare il loro bambino in Camerun, compreso uno di meno di 3 anni. [Fonte]
  • 151 migranti senza documenti sono stati rimpatriati dalla Libia in Costa d’Avorio (dove da anni c’è una guerra civile ad alterna intensità). Tra loro ci sono alcuni bambini piccoli, madri di famiglia e molti giovani. Tra le testimonianze raccolte da “RFI”, c’è quella di Alassane, che ha parlato di come i libici sputino sui neri, li picchino o addirittura gli sparino: «Non c’è un libico che non sia armato». [Fonte]

Dieci giorni fa Emma Bonino ha detto: «E’ legittimo avere degli accordi di rimpatrio con questo o quel Paese. Ma stiamo attenti a dove rimandiamo le persone. Stiamo attenti, perché io non so se voi lo potete digerire, ma io l’idea di rimandare in Libia – quello che un ambasciatore tedesco […] ha definito come la cosa più vicina ai lager che lui abbia visto […] – io, noi, questo stomaco non ce l’abbiamo».

Come scriveva un mese e mezzo fa Gabriele Del Grande, liberalizziamo il viaggio, ovvero la “merce proibita” per gli africani, così da rompere il contrabbando e, dunque, fermare gli incassi delle mafie e le sofferenze dei viaggiatori: «Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. […] Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali».

[Ho pubblicato questo post anche sul mio Fb]

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Piccola storia di un concorso universitario cui non ho partecipato

Due settimane fa, ai primi di marzo, ho scoperto un bando per un assegno di ricerca presso un’università italiana, per uno studio di “antropologia dell’ambiente” intorno al deterioramento delle infrastrutture industriali e allo sfruttamento delle risorse naturali:

Il progetto affronta l’analisi delle dinamiche contemporanee del tardo capitalismo per come esse si esplicano in questi interconnessi ambiti di frizione e quindi ha l’obiettivo di analizzare i conflitti e le controversie che in esse si formano.

L’assegno, che ha un importo annuo lordo di 26.000,00 €, ha una durata 12 mesi, ma è rinnovabile. Per accedere alla competizione – per titoli ed esame orale – è richiesto uno specifico titolo di studio: “Laurea magistrale LM.1“. Inoltre va sottolineato che la figura destinataria dell’assegno è: “ricercatore esperto (4-10 anni) (Post-Doc)“.

Screenshot 2017-03-14 11.25.17Ritenendo di avere un profilo accademico rispondente alle richieste, ho presentato la mia candidatura: domanda, CV, pubblicazioni, autocertificazioni e quant’altro. A qualche giorno di distanza ho ricevuto un’email in cui mi si diceva di essere stato escluso dalla valutazione a causa di un “difetto del titolo di studio richiesto“.

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Poco dopo quell’email, ho telefonato all’ufficio “Assegni di Ricerca e Dottorati di Ricerca” dell’università in questione e ho parlato con la responsabile, la quale mi ha subito riconosciuto e ha ripetuto un paio di volte quanto fosse bello il mio CV. Tuttavia, non è stato possibile accogliere la mia candidatura per due ragioni, come mi ha spiegato:

  1. ho allegato copia del Dottorato e non della Laurea;
  2. la Laurea che possiedo è in “Sociologia” e non in “Lettere”.

Allora le ho ricordato che:

  1. il Dottorato è superiore alla Laurea;
  2. la Laurea in “Antropologia culturale” in Italia non esiste, per cui il percorso può passare attraverso facoltà diverse (“Lettere”, “Conservazione dei Beni Culturali” o, appunto, “Sociologia”).

Al termine della telefonata sono riuscito a strappare un impegno: avrebbe contattato i Commissari e avrebbe chiesto un parere. Dopo qualche ora, dunque, ho richiamato e mi ha detto di non essere riuscita a parlare con il professore titolare del progetto/bando. A quel punto, pertanto, ho pensato di scrivere:

A seguito delle nostre telefonate di stamattina, ho riletto con cura il testo del bando: a pagina 2 dell’allegato A è indicato semplicemente, come titolo di studio richiesto, una “Laurea magistrale LM.1”. Ho controllato sul sito web del MIUR e, come specificato in questo documento, tale titolo riguarda genericamente la classe delle lauree magistrali in “Antropologia culturale ed etnologia”. In nessuna parte del bando e, soprattutto, del documento del MIUR è specificata la necessità di un percorso accademico presso facoltà e/o dipartimenti di “Lettere”, di cui lei mi parlava e la cui assenza avrebbe giustificato la mia esclusione dal concorso.

La mattina seguente l’ufficio mi ha inviato una nuova email, confermando la mia esclusione:

Abbiamo verificato nuovamente la sua domanda, il documento MIUR che ci ha inoltrato e soprattutto il Decreto Interministeriale 9 luglio 2009 n.233 delle “Equiparazioni tra diplomi di laurea di vecchio ordinamento (DL), lauree specialistiche (LS) e lauree magistrali (LM), ai fini della partecipazione ai pubblici concorsi“. Come giustamente lei ha verificato, nel bando il titolo di studio richiesto è una “Laurea magistrale LM.1” o ovviamente le equipollenti a questa. La sua laurea magistrale in “Sociologia”, indipendentemente dall’ateneo, facoltà o dipartimento, dove lei abbia svolto il suo percorso accademico, dovrebbe essere una laurea della classe LM-88 ed in quanto tale non corrispondente al titolo di studio richiesto dal bando.

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Ebbene, io sono laureato presso la facoltà di “Sociologia” dell’Università di Napoli “Federico II”, dove ho seguito l’indirizzo di studi “Socio-antropologico e dello sviluppo” . Ora, per la prima volta dopo anni, verifico che il mio corso di studi non è citato nella tabella di conversione allegata al Decreto Interministeriale del 2009 cui ha fatto riferimento l’email dell’ufficio. Evidentemente, non è colpa loro, così come non è colpa mia se il Ministero ha dimenticato o non considerato i laureati come me. Come accade spesso in Italia: non è colpa di nessuno.
Tuttavia, al di là della burocrazia e degli aspetti amministrativi, a mio avviso il punto dirimente è un altro: oggi, marzo 2017, un antropologo precario come me – che ha basato tutto il suo percorso di studi proprio su questa disciplina, dagli anni universitari a quelli dottorali, con titoli e pubblicazioni coerenti con le finalità del progetto di ricerca cui fa riferimento il bando che ho citato in apertura – viene escluso per un cavillo o una lacuna ministeriale. Possiamo dirci che è sfortuna, ma il destino – fausto o infausto – non esiste: piuttosto, esistono le responsabilità, ad esempio come quelle dei docenti della facoltà di “Sociologia” che non hanno difeso in sede ministeriale il curriculum antropologico al tempo della conversione tra una riforma e l’altra, oppure, per stare all’attualità, le responsabilità di chi ha scritto il bando con la manifesta volontà di stringere il più possibile il ventaglio dei possibili candidati (il requisito essenziale è il dottorato in discipline antropologiche, non il titolo di laurea).
Sono dell’idea di avere le competenze per poter concorrere all’assegno di ricerca bandito, il quale è per un lavoro antropologico legato alla relazione uomo-ambiente, da svolgersi ad opera di un post-doc, dacché non riesco a comprendere il motivo per cui l’esclusione debba avvenire in base ad un titolo di studio gerarchicamente inferiore al dottorato (e, comunque, tengo a ribadirlo: il mio il mio titolo di laurea è, nei fatti, coerente con quello richiesto, sebbene la conversione ministeriale gli abbia attribuito un codice diverso). E’ come se mi si sia escluso perché ho il diploma di Ragioneria o di Liceo Scientifico e non di Geometra o di Liceo Classico; è qualcosa di incomprensibile per la mia razionalità.
Potrei allora fare ricorso, ma non lo farò perché questa vicenda ha solo reso palese un sentimento che provo da tempo: sono stanco e, ormai, ho solo la forza di sventolare bandiera bianca.

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Presidenziali francesi: caricature da anni Trenta

Ogni campagna elettorale è per fasi, la vittoria finale la si raggiunge solo dopo una serie di battaglie intermedie. Dopo aver subito un colpo enorme con le rivelazioni del “Canard enchaîné” sui compensi ricevuti da sua moglie per lavori probabilmente fittizi, il candidato alla presidenza francese Fillon, prima di sognare l’Eliseo, deve superare il candidato Macron, che da circa due mesi lo ha superato nei sondaggi e che, dunque, in questo momento è il bersaglio privilegiato della sua propaganda. Il 10 marzo è accaduto che l’account Twitter del suo partito, “Les Républicains”, ha pubblicato un’immagine sui legami (di potere?) di quella che chiama “Galassia Macron”: una serie di volti legati all’avversario da battere, il quale però non è rappresentato in fotografia come gli altri, ma con una caricatura di Xav che ricorda molto l’estetica antisemita degli anni ’30.

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L’indignazione è stata molta (io ne ho letto da Alain Jakubowicz, presidente della LICRA, che l’ha condannata senza mezze misure), al punto che l’account ha cancellato la vignetta e ne ha pubblicato una nuova versione:

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L’operazione, come si può intuire, è stata piuttosto inutile, dal momento che l’immagine originale ha continuato ad essere postata tra i commenti e Bernard Accoyer, Segretario generale del partito, ha dovuto scusarsi ufficialmente:

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La vicenda è stata raccontata e commentata da tutti: “L’Obs“, “Le Figaro“, “Le Parisien“, “Le Monde” e così via. Quest’ultimo giornale, in particolare, ha contattato lo storico, specialista dell’estrema destra, Nicolas Lebourg, il quale ha detto: «è scioccante, questo gioca con dei referenti iconografici molto forti. Siamo nel pieno della rappresentazione del complotto giudaico-capitalistico, profondamente ancorato nell’estrema destra. Ma è una rappresentazione lontana dalle idee di “Les Républicains”, che non può essere accusato di essere un partito antisemita. Per comprendere questi riferimenti, bisogna avere una certa cultura dell’immagine».
Così, dunque, per fare qualche comparazione storica, l’account Twitter “@TeamMacron2017” ha postato alcune illustrazioni d’epoca:

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In conclusione, va aggiunto che gli stessi protagonisti politici hanno preso le distanze dalla caricatura: François Fillon l’ha bollata come «inaccettabile» perché «riprende i codici della propaganda antisemita»; Emmanuel Macron ha denunciato «un immaginario antisemita per fustigare l’avversario». Alla fine è stato annunciato che il direttore della comunicazione del partito “Les Républicains” subirà delle sansioni disciplinari.

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