Cronache da Brač, un viaggio attraverso le pietre

Nel mese di marzo 2017 il giovane attivista sociale della Penisola Sorrentina, Michele Vitiello, si è recato sull’isola croata di Brač per un workshop europeo nell’ambito del progetto “Erasmus Plus“. Al suo rientro mi ha raccontato in maniera entusiasta della sua esperienza, così gli ho proposto di sistemare gli appunti e di pubblicarli qui sul “Taccuino”. Ne è venuto fuori un reportage molto denso, tra informazioni e fotografie, che permette a tutti noi di scoprire un piccolo lembo di Europa attraverso le sue parole e i suoi occhi. Il testo è organizzato come un diario di viaggio, cioè in 6 giornate in cui avvengono incontri a più livelli: coi luoghi, con gli autoctoni, con gli altri europei, con se stessi. Buona lettura.

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Cronache da Brač, un viaggio attraverso le pietre

di Michele Vitiello

Quando squilla il telefono, e sullo schermo leggo il nome di Guido, so già cosa vuole propormi, e nel rispondere provo un misto tra la gioia, la curiosità e la disperazione del dovergli dire “forse no”.
6D5F.tmpGuido Spaccaforno è il responsabile del Dipartimento Europa di Amesci, l’organizzazione giovanile di cui faccio parte. Grazie a queste telefonate ho potuto già vivere due fantastiche esperienze internazionali. La prima in Bosnia Erzegovina, un training sull’imprenditoria sociale e sulla comunicazione social. La seconda sull’isola di Aegina e poi ad Atene, a settembre, in un progetto sulla valorizzazione del patrimonio culturale.
Se è vero che Guido ci mette la sua buona parte d’impegno, il grazie più doveroso lo dobbiamo noi tutti al programma Erasmus Plus, che consente ogni giorno a migliaia di giovani europei di vivere queste esperienze di confronto.
Ecco, qui una precisazione necessaria, una piccola digressione che il lettore mi perdonerà. Quando dico che sto per partire con un progetto Erasmus la gente mi saluta come se dovessi star via per mesi, e come se necessariamente fosse collegato al mio percorso di studi. Poi dopo una settimana torno, e puntualmente sento dirmi “uè ma tu già stai qua?”.
In realtà l’Erasmus, quello che la maggior parte di noi conosce, quello per universitari insomma, è solo una delle declinazioni possibili, di una più ampia azione di mobilità transnazionale, che coinvolge lavoratori, professionisti, associazioni o singoli giovani, anche neet, per consentire opportunità di apprendimento, imprenditorialità, e in generale per rinforzare un senso di appartenenza e di cittadinanza europea.

Così Guido una mattina mi chiama, e senza tanti giri di parole mi dice: “19-26 marzo, Croazia, tutela del patrimonio culturale, puoi?
Faccio un attimo mente locale, “va bene” gli rispondo, senza sul momento chiedere altri dettagli. Mi viene in mente quella frase che in Scusate il ritardo viene ripetuta a Massimo Troisi: “Viciè ‘a vita s’addapigliàcomm vene” (Vincenzo, la vita si deve prendere così come viene). E prendiamola, và.
Arriva il giorno della partenza, o meglio la notte. Il budget che abbiamo a disposizione non è alto, dobbiamo accontentarci degli spostamenti più economici, e proporzionalmente più travagliati. Ma, dicono, la vita comincia proprio fuori dalla comfort zone.
Mi aspettano 20 ore di viaggio, per raggiungere un posto che con un volo diretto avrei raggiunto in un’ora.
Il piano degli spostamenti è il seguente: Sorrento-Napoli in auto, volo Napoli-Monaco, poi volo Monaco-Zagabria, terzo volo Zagabria-Spalato, bus per Spalato porto, ancora nave per l’isola di Brazza (o Brac) e infine bus verso Pucischie (Pučišća), il villaggio che ci accoglierà.

E’ sera tarda. Ci portano a mangiare in un ristorante tipico sul porto. Formaggi di capra, patè di olive e olive in altre forme, poi gnocchi conditi con carne e sugo di cipolle, “ma questa è la genovese” penso tra me e me. Dopo 20 ore di viaggio mi sento a casa per un po’, anche se mi dicono sia un piatto tipico preferisco non ascoltarli, il pensiero mi coccola. Siamo in compagnia del gruppo dalla Francia e dalla Bulgaria.

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Day 1: La mattina entriamo in classe, ore 10:00, orario comodo solo il primo giorno. Anche se a svegliarci è stato il rumore di una scavatrice che buca una collina proprio sotto le nostre finestre, ore 7:00 in punto. Avrei capito solo dopo che quel rituale ci avrebbe accompagnato per tutto il viaggio. Ci spiegano il progetto, l’obiettivo da raggiungere è quello di costruire una proposta per le istituzioni, che coinvolga lavorativamente i giovani con minori opportunità, tramite la valorizzazione, la tutela e la promozione del patrimonio culturale dell’isola. Nel frattempo ci ha raggiunto il secondo gruppo dalla Bulgaria e dalla Grecia. Boris e Kubrat, del gruppo bulgaro, mi regalano due “marteniza” (мартеница). 7482.tmp.jpgSono braccialetti portafortuna, due fili intrecciati bianchi e rossi che si regalano nel mese di marzo agli amici più cari. Il bianco rappresenta il colore dei capelli degli anziani, è un augurio ad una buona vecchiaia, il rosso è il colore delle guance quando sono in salute. Sono da togliere non appena si veda un primo simbolo della primavera: una rondine o un fiore che sboccia. Si legano ad un albero. E così capita che all’inizio di aprile gli alberi del loro paese siano pieni di marteniza agitati dalla brezza.
Siamo in una scuola elementare, in una classe dove insegnano italiano. Qui i bambini levano le scarpe prima di entrare in aula, cambiano classe per ogni corso e hanno gli armadietti, proprio come nei film americani, che invidia. Alle pareti è pieno di cartelloni che rimandano alla cultura italiana.
Tante cose su Verona, con la quale evidentemente si sente ancora un legame particolare. Nulla su Napoli, tranne una figurina attaccata a un cartellone, è il gagliardetto della SSC Napoli, dal 1926. Poi tra Dante Alighieri e Leonardo da Vinci c’è Paris Hilton, la cosa mi colpisce, ma meglio non chiedere nulla, è solo il primo giorno.
Usciamo dalla classe e ci incamminiamo per un percorso di trekking. Saliamo sulla vetta più alta dell’isola anzi, il punto più alto del mar Adriatico, è a 780m. Un panorama mozzafiato si staglia davanti a noi. Di fronte abbiamo Hvar, e sotto di noi la famosa spiaggia del Corno d’Oro. Una lingua di ciottoli bianchi lunga 300 metri, si trova a Bol, e cambia forma col variare continuo dei venti, delle maree e delle correnti.
Lungo il percorso Armonie chiede a Daniel, il nostro accompagnatore croato, se tutti i funghi si possano mangiare. Lui dice “Sì, ma alcuni solo per una volta, perché poi muori”. Impeccabile.
Le tribù illiriche abitavano questi posti, ma non resta nessuna traccia del loro passaggio, se non forse alcune strade rurali. L’isola è piena di pietre, ovunque. Non esiste un terreno pulito dove poter coltivare tranquillamente. Per pulirli i pastori ammassano questi ciottoli lungo le stradine.

Sono bianchi, lisci al tatto, sembrano lavorati, e si trovano cumuli di rocce ad ogni passo. Forse per questo i greci non hanno mai abitato l’isola, ma ci sono alcuni insediamenti romani e alcune cave dedicate ad Ercole. Torniamo in classe per la valutazione giornaliera, e poi dritti a cenare, nella mensa della scuola per scalpellini. Sono le 18:30, e alle 18:40 ho già finito di cenare. È un record personale.

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Day 2: Ore 7:00, non so perché ma mi sveglio sempre 10 secondi prima che la sveglia suoni, questa volta però ad aiutarmi è ancora la scavatrice, col suo rumore continuo e sordo. In classe ci dividono in gruppi e ci assegnano obiettivi, nel mio team ci sono Simon, Maria ed Elissavet. Sono un francese, una bulgara e una greca. Ci rechiamo presso gli antichi resti della Villa Rustica romana di Mirje, in collina, sulla quale si sono costruite prima una basilica paleocristiana e poi un monastero benedettino. E’ un bene protetto dal Ministero della Cultura croato, ma non restano che poche pietre. E i lavori di restauro sono stati uno scempio, con gettate di cemento a vista sulle antiche pietre. La mission del nostro team è quella di ricostruire graficamente la suddivisione degli spazi nel primo periodo romano. Per fortuna Simon è architetto, e il suo apporto è fondamentale.

Ci spostiamo poi a Lovrecina, per l’osservazione di un’antica basilica paleocristiana dedicata a San Lorenzo. E’ praticamente sull’unica spiaggia di sabbia dell’isola. Fa parte del complesso di Mirje, l’una è a valle l’altra a monte. Ci incamminiamo lungo un sentiero, che costeggia il mare. I colori sono fantastici, tra il verde e l’azzurro. Siamo stati fortunati per il bel tempo, mi colpiscono le delimitazioni della costa balneare: da un lato una spiaggia per i cani, accanto a una spiaggia per nudisti (le più belle, a quanto dicono i ragazzi croati che sono con noi), e a seguire una zona interdetta agli stessi cani. Percorriamo lo sterrato per 4km fino a raggiungere il luogo del pranzo: olive e patè di olive, risotto al nero di seppia e calamari fritti, mi ricordano la cucina di papà.

Torniamo in classe e processiamo le informazioni sintetizzandole con gli strumenti ICT, col brainstorming scegliamo 5 aggettivi e 3 sostantivi che descrivano la giornata appena trascorsa. Alla fine ognuno di noi ha da presentare al gruppo una rappresentazione grafica del lavoro, una cartolina dell’isola che inviti a visitarla.
Ore 18:30 cena in mensa, ore 21:00 seconda cena in mansarda con patatine in busta e beer games con le carte. Spunta una chitarra, tutti a cantare. Venti ragazzi da tutta Europa intonano canzoni napoletane, poi tutti a nanna.

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Day 3: Dopo la solita colazione in mensa con pane e una sorta di nutella, preparo il mio toast da escursione con quello che c’è a colazione (proprio come insegnano i nonni). Dopo un altro percorso di trekking ci ritroviamo in una valle circondata di alte rocce, tagliate perfettamente. E’ un posto mistico, che sa di antico. E’ la vecchia cava romana di Rasohe. B7BE.tmp.jpgIncredibile pensare come facessero a trasportare blocchi giganteschi di pietra, da qui soprafin giù al mare. Una cosa non ho detto: Brazza è l’isola della pietra. La pietra per loro è sia un problema, perché rende i terreni “impossibili” da coltivare, che una ricchezza, perché per le sue qualità è apprezzata per le più importanti costruzioni del Mondo. Usata per il Palazzo di Diocleziano a Spalato, per la cattedrale di Sebenico, per molti palazzi di Venezia, e fornita anche per la realizzazione del Parlamento di Vienna, del palazzo del Reichstag di Berlino e della Casa Bianca a Washington. Furono proprio i romani a cominciarne il commercio.
D494.tmp.jpgQui un simpatico signore sulla settantina, con baffetti e cappello, ci spiega la storia della cava e le modalità di taglio della pietra, con martello e scalpello. Ci esercitiamo sulla facciata della montagna, ma è davvero faticosissimo, e non riusciamo a far altro che produrre piccole schegge, certo non blocchi utilizzabili per la lavorazione.
Lui parla perfettamente inglese, penso sia una guida turistica, ma mi spiegano che è un operatore scolastico, un factotum della scuola, con la passione della lavorazione artistica del legno (ha anche un negozio dove commercializza i suoi prodotti di design in legno di ulivo), il giardinaggio (ha un giardino “museo” dove spiega ai ragazzi come si realizzava la calce in antichi forni di pietra, organizza campi internazionali di lavoro per i giovani e produce olio d’oliva) e ha le più vaste competenze, che spaziano dalla storia alla risoluzione di problemi elettrici e idraulici.
Quando gli chiedo come faccia a sapere tutte quelle cose mi risponde “E’ semplice figliolo, sono solo molto vecchio”. Mordicchia un asparago selvatico, vedendomi incuriosito ne stacca un altro da terra e me lo passa. Sembra strano ma è la prima volta che ne mangio uno così. Ci mettiamo a lavoro, guanti e strumenti pronti e cominciamo a lavorare le pietre. Il nostro “Mc Giver” croato ci insegna a costruire muretti a secco: pietre grandi e piatte a sostenere la struttura, piatte anche dal lato esterno, così da creare una superficie omogenea. Non è semplicissimo, vanno incastrate finchè non si muovono più, aiutandosi con altre pietre più piccole.

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Nella roccia notiamo scolpita un’antica raffigurazione di Ercole, è illuminata dalla luce del sole durante tutta la “giornata di lavoro”, oltre ad essere una protezione per i lavoratori quindi è una sorta di timer da osservare, per capire quando si può smettere.

Per il pranzo ci spostiamo al museo dell’olio d’oliva. Qui ci mostrano gli antichi sistemi di produzione dell’olio. Mangiamo in soffitta: olive e patè di olive, ottimo vino e formaggi, pane e olio, che ha un sapore che ti esplode in bocca. Non lontano c’è il museo della cultura contadina di Skrip, e un castello del XVI secolo, adibito a fatiscente abitazione privata. Torniamo a casa lungo un altro percorso di trekking, attraversando i villaggi di Dol, osservandone i paesaggi, la vegetazione e gli animali che non capita spesso di vedere qui, dalle pecore, alle capre, agli asinelli, mezzo di locomozione più diffuso.

Torniamo in classe per la valutazione giornaliera, tre domande alle quali rispondere:
1) qual è la cosa che ti ha colpito di più?
2) come pensi possa esserti utile?
3) descrivi le tue sensazioni.
Cena in mensa, purtroppo “pasta”. Seconda cena in veranda, giochi con le carte, birretta, chitarra e a nanna.

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Day 4: Oggi è prevista la visita ad una cava moderna. Le montagne vengono bucate in due punti, uno in basso e uno in alto, un motore attiva un cavo metallico che percorrendo internamente la montagna, accompagnato da un flusso continuo di acqua, sega perfettamente giganteschi blocchi di pietra. 3CD3.tmp.jpgE’ impressionante pensare che stiano divorando l’isola, mangiano da secoli la superficie della terra sulla quale si poggiano. E’ stata per secoli la loro unica fonte di reddito. Infatti attualmente non è possibile aprire nuove cave, ma certamente è una risorsa destinata ad esaurirsi. Guardiamo un documentario sui metodi di lavorazione utilizzati prima dell’arrivo della tecnologia: olio di gomito, martelli e chiodi. L’aspettativa massima di vita di quei lavoratori era di 55 anni, trascorsi per la maggior parte a bruciarsi la pelle al sole e ad ingoiare polvere e schegge.
Ci spostiamo all’istituto professionale per scalpellini, Klesarska Skola.
Fondato nel 1909 comprende anche un dormitorio con 56 posti letto e una mensa, dove mangiamo agli orari di cui sopra. Praticamente gli studenti della Skola sono gli unici a vivere un po’ Pucischie, il luogo dove pernottiamo, durante l’inverno. Un villaggio grande quanto una strada, con un negozio aperto, una piccola posta, una scuola, una farmacia e una sola pizzeria. La scuola dura 3 o 4 anni a seconda del corso di “scalpellino semplice” o “tecnico scalpellino”. Ci sono 96 allievi, di cui due ragazze (come specificato anche nelle brochure di presentazione), provenienti da 11 diverse regioni della Repubblica Croata. Il motto degli studenti è “Goccia dopo goccia si scava la pietra”.

La scavatrice che sento ogni mattina alle 7:00 rompe la collina accanto alla scuola, procurando il materiale che deve essere lavorato. Provo a lavorare la pietra coi pesantissimi strumenti del lavoro, questi ragazzi li maneggiano con leggera grazia, e ricavano sottili forme come se tagliassero burro. Assurdo.

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Torniamo in classe e ragioniamo in gruppo su come sia possibile la tutela del brand “Pietra di Brazza” e quali possano essere le migliori strategie di commercializzazione della stessa, per consentire profitti migliori e allo stesso tempo una produzione sostenibile. Utilizziamo il sistema del Business Model Canvas, Guido è il nostro tutor.
Lavoriamo in particolare sulla descrizione del target di riferimento, sui valori positivi da evidenziare e sulle attività chiave da porre in essere.

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Day 5: Ci muoviamo verso il villaggio di Dol. Un paesino ben conservato, con 100 abitanti complessivi, di cui 6 bambini. Mi chiedo a cosa serva questo enorme campo di calcio in cemento, sproporzionato alle esigenze. C’è una scuola altrettanto grande, ormai in disuso per assenza di frequentatori. E’ costruita coi tipici mattoni bianchi, e sulla facciata si legge con un rosso sbiadito “La monarchia è il passato, la repubblica il futuro”. Un simpatico collega di viaggio afferma “forse non si sono preoccupati del presente”.

Nella chiesa costruita ad inizio ‘900 le sedute sono separate tra uomini e donne, ad adeguata distanza. In strada non c’è nessuno, un solo market che chiude alle 11:30 del mattino, strade sterrate e collinari. Un paio di anziani si spostano sugli asinelli, uno di questi ci offre un “giro di prova gratuito”. La nostra guida, che è originaria del villaggio, si ferma nei pressi di una panchina “Questa è la piazza principale del paese”, afferma. E’ uno spazio di 20 metri quadrati, dove due panchine si guardano l’una difronte all’altra. Non mi sembra proprio una piazza, ma per un paese di 100 anime può andar bene.
Ci spostiamo al Castello Gospodnetic, un antico palazzo veneziano, che questa famiglia ha trasformato in museo/agriturismo. Al primo piano ci sono ricordi degli italiani croati, poi esuli. Le loro foto felici a Venezia, le loro pagelle, tutto si ferma agli anni prima della guerra.

Qui a Dol la gente del luogo pensa che, tra le insenature delle rocce, vivano dei mostri neri, che escono solo la notte. Non sanno precisamente che forma abbiano, principalmente sono un misto tra umani ed uccelli. Ma se chiedi in giro a quelle poche persone che trovi ti diranno tutti di averne sentito i rumori, o addirittura di averli visti nell’ombra.
Torniamo in classe e, separati in gruppi, ci mettiamo a lavoro per costruire una presentazione del nostro progetto imprenditoriale elaborato il giorno precedente. Sono nel team con Armonie e Simon, i due francesi. Immaginiamo un portale online, che faccia da connettore, con un e-shop, tra i piccoli produttori e il mercato globale. Qui la produzione di reddito è legata maggiormente ad un piccolo periodo stagionale, come in tutte le isole che vivono di turismo estivo. Un mercato online potrebbe garantire guadagno tutto l’anno. Inoltre immaginiamo di formare e organizzare i giovani dell’isola, così che possano vendere pacchetti turistici, sulla stessa piattaforma online, incentrati sulla figura di Ercole (non adeguatamente valorizzata, seppur molto presente e protettore degli scalpellini), con mobilità sostenibile, percorsi di trekking ed esperienze pratiche, cooking school, pesca, tour in barca e lavorazione della pietra. I ragazzi, organizzati in forma cooperativa, potranno declinare le arti in vario modo, dalla lavorazione della pietra, a rappresentazioni teatrali e musicali che rimandino al periodo romano. Il fulcro sta nel far vivere al turista un’esperienza emozionale, come se tornasse indietro nel tempo al Sacro Impero. Tutta l’attività sarà incentrata sui valori dell’impresa sociale, perché il 40% dei profitti saranno destinati alla valorizzazione, promozione e tutela del patrimonio culturale. E’ bello sapere che questa proposta verrà illustrata alle istituzioni politiche dell’isola affinché si realizzi.

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Day 6: Ultimo giorno, presentiamo tutti i progetti. Il nostro sembra essere il più concreto, così mi dicono che per premio potrò scegliere il pezzo di carne da mangiare per primo. Ci spostiamo in un fantastico agriturismo, ad attenderci un capretto cucinato intero, cotto nel fuoco come si faceva un tempo. A377.tmpSo che alcuni si scandalizzeranno, ma mi assegnano la testa, come parte più prelibata (ma non potevo scegliere io?). Rifiutare sarebbe un’offesa alla loro cultura, sono costretto ad assaggiare il cervello, per la prima volta. Diciamo che potendo scegliere preferirei altro, così mi fiondo sul pane e sulle verdure grigliate. A Pasqua, essendo a casa mia, ho scelto che non lo mangerò. E’ l’ultimo pranzo insieme, la chitarra e il vino accompagnano. Ripercorro su un’amaca all’ombra i giorni trascorsi, sono stato felice e a contatto con la natura, ma ho un po’ voglia di tornare a casa. Mi si avvicina un tacchino, è la prima volta che ne vedo uno vivo a distanza così ravvicinata. I ragazzi cantano, suonano, e alcuni ballano la capoeira.
È questa l’Europa che mi piace? Forse no.

L’Europa che mi piace è quella dei popoli, quella che ho vissuto in questi giorni di #Erasmus, a confronto con tante ragazze e ragazzi da Paesi diversi. È quella che non mi fa perdere la testa (e soldi) nel cambiare moneta spostandomi da un Paese all’altro.
È quella che mi consente di andare a studiare all’estero, di stabilirmi lì o di ritornare, di lavorare in un’altra Nazione e poter guadagnare con le giuste tutele. Quella che consente a persone di paesi diversi di innamorarsi e, volendo, di evitare guerre.
Ma se questo e altro è possibile è solo grazie all’Europa Politica di oggi, che è meglio di quella di ieri e peggio di quella di domani. L’Europa Politica è un percorso in costruzione, e se ci pensate, paragonata ad altre formazioni politiche è giovanissima, e per questo piena di cose da migliorare (o addirittura da completare).
Ma sinceramente, m’impegnerei cento volte a migliorarne la struttura, a incrementare il peso del nostro Paese nelle istituzioni europee, senza che sia scavalcato nella gestione dalla prepotenza di altri. Non uscirei da questa Europa, questa è casa nostra, e se qualcosa è guasto non la abbandono, vado ad aggiustarla.
Ora vado, mi aspettano due bus, una nave, tre aerei e un passaggio in macchina.

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La Siria è oltre l’inferno

4 aprile 2017:

Avete letto cosa è accaduto in Siria? Avete visto quelle foto? [Qui perché “Il Post” ha deciso di pubblicarle]. Sono anni che accade. Ma ora, come ha dichiarato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children Italia, “Siamo oltre l’inferno. La comunità internazionale intervenga o sarà complice“.
Il bombardamento non è mai una tragica fatalità. È, piuttosto, un ricatto perpetrato attraverso il massacro estensivo di civili, per cui non può essere giustificato in alcun modo: si tratta di un crimine, uno di quelli che non provocano solo scempio di vite e distruzione materiale, ma causano anche annientamento di umanità. Il bombardamento con armi chimiche, poi, è un orrore ancor più indegno, se possibile: un crimine cui dovrebbero rispondere immediatamente i responsabili. [Ne ho scritto qui].
Nell’agosto scorso i nove ospedali di Aleppo furono tutti colpiti, così come – nella regione circostante – furono bombardati un ospedale pediatrico gestito da “Save the Children” e un ospedale di “Medici Senza Frontiere“. [Ne ho scritto qui].
Quella guerra ci ha, purtroppo, fatto conoscere Alan e Omran, unici due nomi di centinaia di migliaia di bambini morti, dilaniati, soffocati, annegati. [Ne ho scritto qui].
Come disse Lucy Aharish alcuni mesi fa, si tratta di un Olocausto.

E «non chiedetemi chi abbia ragione e chi torto, chi sia il buono e chi il cattivo perché nessuno lo sa e, francamente, non ha importanza. Ciò che conta è quanto sta succedendo proprio adesso, dinnanzi ai nostri occhi; e nessuno – in Francia, nel Regno Unito, in Germania o in America – sta facendo qualcosa per fermarlo. Chi sta marciando nelle strade per le donne e gli uomini innocenti della Siria? Chi sta gridando per i bambini? Nessuno». [Ne ho scritto qui].

Pochi giorni fa Adriano Sofri ha ricordato cosa scrisse nel 1995 Alexander Langer: «L’Europa muore o nasce a Sarajevo». Ebbene, oggi mi sento di dire che l’Europa muore o rinasce in Siria. Questo attendismo non può più essere tollerato, perché ormai è diventato altro: indifferenza.

Non mostrerò le foto, chi vuole può cliccare sui link all’inizio del post, ma preferisco ricordare che due anni fa Zep ebbe il coraggio di catapultare Titeuf, il suo personaggio principale, in mezzo all’orrore della guerra, sempre più lacerante, sempre più oscuro. Nel settembre 2015 queste tavole furono pubblicate in prima pagina da “Le Monde”, con la forza di un editoriale:

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Intanto, la telegiornalista arabo-israeliana Lucy Aharish è tornata a denunciare l’indifferenza internazionale contro la tragedia siriana, stavolta scagliandosi in particolare contro i leader del mondo musulmano:

Dove sono i leader Arabi di fronte a tragedie che ogni giorno vediamo in Siria, dove sono i governanti dei paesi Arabi, che si incontrano, in giacca e cravatta a discutere di tante cose, di prosperità, dei loro affari, magari davanti ad un bicchiere di bourbon o whiskey, magari alzando il telefono e accertandosi della salute dei propri figli, ma dimenticando il bene dei loro popoli, che rimangono vittime inermi di guerre fratricide, vittime di una malvagità che non interessa a nessuno.
Guerre di fronte alle quali questi leader arabi rimangono silenti, dove siete voi Arabi, dov’è l’Islam…dove siete Traditori del vostro popolo.
Credit: Reshet.tv

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Tra i commenti al mio post su Fb, ho aggiunto questa considerazione:

Avrei potuto dire l’Onu, ma sarebbe qualcosa di ancora più distante. Tengo all’Europa, l’Unione ci ha fatto vivere in pace, e troppa gente ne sta irresponsabilmente evocando la fine. Ma un’Europa cieca e indifferente non ha senso, è una contraddizione in sé, eppure, se oggi lo è, è perché lo sono i suoi Stati membri, i nostri governi.
Assad è un criminale, così come chi lo sostiene: Putin e i putiniani di mezzo mondo. Potrei fare nomi, tra i nostri rampanti politici italiani e francesi; o più modestamente, anche tra i miei contatti Fb.
In Yemen, sono anni che l’Arabia Saudita sta compiendo massacri, nell’indifferenza di tutti. Una teocrazia violenta e ricchissima che bombarda senza ritegno un Paese poverissimo e, come ha denunciato l’Unicef un mese fa, ormai ridotto alla fame. Ripeto: milioni di yemeniti, in questo momento, stanno morendo di fame.
Lo sappiamo, eppure…
E dovremmo credere alle classifiche di democrazia o alle patenti di moralità? Non siamo altro che dentro un porcile, lerci e ciechi.

Per orientarsi dentro il caos siriano (accentuato da innumerevoli propagande avverse), consiglio questo notevole articolo de “Il Post”. Inoltre, sull’ultimo spaventoso attacco chimico a Idlib in Siria, segnalo queste considerazioni di Gabriele Del Grande.

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AGGIORNAMENTO del 7 aprile 2017:
Stanotte 59 missili Usa hanno bombardato l’aeroporto da cui sarebbero partiti i velivoli di Assad che l’altro giorno hanno provocato il disastro chimico. L’impulsività di Trump è ciò che piu preoccupa in questo periodo storico: improvvisazione e assenza di strategia sono minacce per tutti. Intanto BBC dice che l’attacco di poche ore fa ha causato “several deaths”.

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La musica perduta della Somalia

29 marzo 2017:

Stamattina ho scoperto su SoundCloud un mix di un’ora sulla “musica perduta” della Somalia, che negli anni ’70 e ’80 – quelli della dittatura di Siad Barre e prima della estenuante guerra civile degli anni ’90 – aveva una scena musicale strepitosa. Questa è stata riscoperta solo di recente, grazie ad alcuni collezionisti che hanno messo in rete i propri archivi (ad esempio, l’etichetta Ostinato Records ha raccolto oltre 10.000 cassette e bobine).

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Si è scoperto, così, che la musica somala trascende i confini e le appartenenze: «La diversità degli stili, la sperimentazione degli strumenti, la combinazione di influenze ha aperto il capitolo delle relazioni storiche della Somalia con la penisola arabica, con l’India, con il Sud-Est asiatico, e anche con la Cina» (maggiori informazioni sono qui).

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“Per un figlio”, un film che entra nella storia del cinema italiano

28 marzo 2017:

Oggi voglio segnalarvi “Per un figlio” [Fb], il primo film scritto e diretto da Suranga D. Katugampala, un regista italiano di seconda generazione, di origine srilankese, che narra il complesso rapporto tra un ragazzo arrivato in Italia e sua madre che, da anni, fa la badante nel nostro Paese. Di quest’opera-prima Goffredo Fofi ha detto: «Un film che segna una data importante nella storia del cinema italiano».

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Il film è distribuito da “Gina Films” [*] – che ricorderete per “Io sto con la sposa” (2014) – e uscirà fra due giorni, il 30 marzo. Il programma delle proiezioni, in tutta Italia, è qui [o su Fb].
Per gli amici di Napoli, segnalo che “Per un figlio” sarà proiettato il 4 aprile al “Delle Palme” (20h30, con S. Katugampala e A. Augugliaro) e il 9 aprile al “Modernissimo” (10h30).
Il trailer è qui:

[*] Se volete organizzare una proiezione, scrivete qui: ginafilms.distribuzione@gmail.com

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AGGIORNAMENTO del 5 aprile 2017:
Ieri sera Per un figlio è stato proiettato a Napoli. L’accoglienza è stata notevole e gli autori hanno annunciato che il film tornerà presto in città. Qui un po’ di foto della serata.

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Gaël Faye racconta Ketty Nivyabandi su Libération

24 marzo 2017

Tra poche settimane ricorrerà il secondo anniversario dell’inizio dell’attuale crisi in Burundi. Nel Paese africano le cose non vanno affatto bene: la brutalità del potere di Nkurunziza svilisce la democrazia e sfianca la convivenza sociale. Vi sono morti quotidiane, scoperte di fosse comuni, repressione della stampa e delle voci dissenzienti. A questo va aggiunto l’enorme numero di sfollati all’estero (oltre 300mila, secondo l’UNHCR, in condizioni sempre peggiori), la crisi economica e alimentare che aumenta l’inflazione e la malnutrizione, la fragilità del territorio che, abbandonando a se stesso, non regge gli acquazzoni e provoca frane e colate di fango con diversi morti.
Due anni fa, sebbene sotto tensione, l’atmosfera era diversa: grandi manifestazioni quotidiane attraversavano il centro di Bujumbura e, tra queste, il 13 maggio 2015 si distinse la marcia delle donne, che per la prima volta scesero in strada numerose e colme di speranza.
Anima della protesta di quel giorno (e non solo) fu Ketty Nivyabandi, giornalista e poetessa. I suoi versi poetici via-tweet ispirarono e sostennero i principi democratici e i diritti umani. Con quelli di altri attivisti, ne feci una raccolta (che vi invito a leggere) in questo post.
Ieri [23 marzo 2017] Ketty, che nel frattempo si è rifugiata in Canada con le sue due figlie, è stata raccontata sulle pagine di “Libération” da Gaël Faye, cantante e scrittore franco-burundese-rwandese, il cui bel romanzo di debutto ho brevemente recensito diversi mesi fa (ora disponibile anche in italiano).
Un’intervista da non perdere e che consiglio a tutti: “Ketty Nivyabandi, le chemin vers la liberté“.

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Rimpatrio dei migranti: una questione complessa

I rifugiati non lasciano il loro Paese volontariamente, ma solo a causa di forti pressioni. La loro più grande speranza è di poter tornare presto a casa, infatti – a seconda delle circostanze – la gran parte di loro decide di rientrare. La condizione essenziale, com’è intuibile, è che queste persone scelgano consapevolmente e liberamente. Tra i compiti dell’UNHCR c’è, appunto, quello di sostenere il “ritorno volontario“, mettendo a disposizione informazioni aggiornate sulla situazione nel Paese natale, oltre a consigli giuridici; talvolta l’Agenzia organizza delle visite «go-and-see», che danno la possibilità ai rifugiati di farsi un’idea della situazione nella regione circostante.
Un ritorno con dignità e pace, insieme alla buona volontà del Paese di provenienza, al fine della reintegrazione della popolazione è, dunque, il risultato cui tendere.

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Ora, considerate queste due notizie di oggi:

  • Centinaia di rifugiati sono stati rimpatriati forzatamente dal nord del Camerun verso il nord-est della Nigeria, flagellato da Boko Haram (quest’anno sono già più di 2600 i ritorni forzati di rifugiati tra quei due Paesi). Tra i rimpatriati, osserva l’UNHCR, c’è un bambino di un anno e una donna incinta al nono mese; in quel caos sono state separate famiglie e alcune donne sono state costrette a lasciare il loro bambino in Camerun, compreso uno di meno di 3 anni. [Fonte]
  • 151 migranti senza documenti sono stati rimpatriati dalla Libia in Costa d’Avorio (dove da anni c’è una guerra civile ad alterna intensità). Tra loro ci sono alcuni bambini piccoli, madri di famiglia e molti giovani. Tra le testimonianze raccolte da “RFI”, c’è quella di Alassane, che ha parlato di come i libici sputino sui neri, li picchino o addirittura gli sparino: «Non c’è un libico che non sia armato». [Fonte]

Dieci giorni fa Emma Bonino ha detto: «E’ legittimo avere degli accordi di rimpatrio con questo o quel Paese. Ma stiamo attenti a dove rimandiamo le persone. Stiamo attenti, perché io non so se voi lo potete digerire, ma io l’idea di rimandare in Libia – quello che un ambasciatore tedesco […] ha definito come la cosa più vicina ai lager che lui abbia visto […] – io, noi, questo stomaco non ce l’abbiamo».

Come scriveva un mese e mezzo fa Gabriele Del Grande, liberalizziamo il viaggio, ovvero la “merce proibita” per gli africani, così da rompere il contrabbando e, dunque, fermare gli incassi delle mafie e le sofferenze dei viaggiatori: «Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. […] Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali».

[Ho pubblicato questo post anche sul mio Fb]

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Piccola storia di un concorso universitario cui non ho partecipato

Due settimane fa, ai primi di marzo, ho scoperto un bando per un assegno di ricerca presso un’università italiana, per uno studio di “antropologia dell’ambiente” intorno al deterioramento delle infrastrutture industriali e allo sfruttamento delle risorse naturali:

Il progetto affronta l’analisi delle dinamiche contemporanee del tardo capitalismo per come esse si esplicano in questi interconnessi ambiti di frizione e quindi ha l’obiettivo di analizzare i conflitti e le controversie che in esse si formano.

L’assegno, che ha un importo annuo lordo di 26.000,00 €, ha una durata 12 mesi, ma è rinnovabile. Per accedere alla competizione – per titoli ed esame orale – è richiesto uno specifico titolo di studio: “Laurea magistrale LM.1“. Inoltre va sottolineato che la figura destinataria dell’assegno è: “ricercatore esperto (4-10 anni) (Post-Doc)“.

Screenshot 2017-03-14 11.25.17Ritenendo di avere un profilo accademico rispondente alle richieste, ho presentato la mia candidatura: domanda, CV, pubblicazioni, autocertificazioni e quant’altro. A qualche giorno di distanza ho ricevuto un’email in cui mi si diceva di essere stato escluso dalla valutazione a causa di un “difetto del titolo di studio richiesto“.

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Poco dopo quell’email, ho telefonato all’ufficio “Assegni di Ricerca e Dottorati di Ricerca” dell’università in questione e ho parlato con la responsabile, la quale mi ha subito riconosciuto e ha ripetuto un paio di volte quanto fosse bello il mio CV. Tuttavia, non è stato possibile accogliere la mia candidatura per due ragioni, come mi ha spiegato:

  1. ho allegato copia del Dottorato e non della Laurea;
  2. la Laurea che possiedo è in “Sociologia” e non in “Lettere”.

Allora le ho ricordato che:

  1. il Dottorato è superiore alla Laurea;
  2. la Laurea in “Antropologia culturale” in Italia non esiste, per cui il percorso può passare attraverso facoltà diverse (“Lettere”, “Conservazione dei Beni Culturali” o, appunto, “Sociologia”).

Al termine della telefonata sono riuscito a strappare un impegno: avrebbe contattato i Commissari e avrebbe chiesto un parere. Dopo qualche ora, dunque, ho richiamato e mi ha detto di non essere riuscita a parlare con il professore titolare del progetto/bando. A quel punto, pertanto, ho pensato di scrivere:

A seguito delle nostre telefonate di stamattina, ho riletto con cura il testo del bando: a pagina 2 dell’allegato A è indicato semplicemente, come titolo di studio richiesto, una “Laurea magistrale LM.1”. Ho controllato sul sito web del MIUR e, come specificato in questo documento, tale titolo riguarda genericamente la classe delle lauree magistrali in “Antropologia culturale ed etnologia”. In nessuna parte del bando e, soprattutto, del documento del MIUR è specificata la necessità di un percorso accademico presso facoltà e/o dipartimenti di “Lettere”, di cui lei mi parlava e la cui assenza avrebbe giustificato la mia esclusione dal concorso.

La mattina seguente l’ufficio mi ha inviato una nuova email, confermando la mia esclusione:

Abbiamo verificato nuovamente la sua domanda, il documento MIUR che ci ha inoltrato e soprattutto il Decreto Interministeriale 9 luglio 2009 n.233 delle “Equiparazioni tra diplomi di laurea di vecchio ordinamento (DL), lauree specialistiche (LS) e lauree magistrali (LM), ai fini della partecipazione ai pubblici concorsi“. Come giustamente lei ha verificato, nel bando il titolo di studio richiesto è una “Laurea magistrale LM.1” o ovviamente le equipollenti a questa. La sua laurea magistrale in “Sociologia”, indipendentemente dall’ateneo, facoltà o dipartimento, dove lei abbia svolto il suo percorso accademico, dovrebbe essere una laurea della classe LM-88 ed in quanto tale non corrispondente al titolo di studio richiesto dal bando.

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Ebbene, io sono laureato presso la facoltà di “Sociologia” dell’Università di Napoli “Federico II”, dove ho seguito l’indirizzo di studi “Socio-antropologico e dello sviluppo” . Ora, per la prima volta dopo anni, verifico che il mio corso di studi non è citato nella tabella di conversione allegata al Decreto Interministeriale del 2009 cui ha fatto riferimento l’email dell’ufficio. Evidentemente, non è colpa loro, così come non è colpa mia se il Ministero ha dimenticato o non considerato i laureati come me. Come accade spesso in Italia: non è colpa di nessuno.
Tuttavia, al di là della burocrazia e degli aspetti amministrativi, a mio avviso il punto dirimente è un altro: oggi, marzo 2017, un antropologo precario come me – che ha basato tutto il suo percorso di studi proprio su questa disciplina, dagli anni universitari a quelli dottorali, con titoli e pubblicazioni coerenti con le finalità del progetto di ricerca cui fa riferimento il bando che ho citato in apertura – viene escluso per un cavillo o una lacuna ministeriale. Possiamo dirci che è sfortuna, ma il destino – fausto o infausto – non esiste: piuttosto, esistono le responsabilità, ad esempio come quelle dei docenti della facoltà di “Sociologia” che non hanno difeso in sede ministeriale il curriculum antropologico al tempo della conversione tra una riforma e l’altra, oppure, per stare all’attualità, le responsabilità di chi ha scritto il bando con la manifesta volontà di stringere il più possibile il ventaglio dei possibili candidati (il requisito essenziale è il dottorato in discipline antropologiche, non il titolo di laurea).
Sono dell’idea di avere le competenze per poter concorrere all’assegno di ricerca bandito, il quale è per un lavoro antropologico legato alla relazione uomo-ambiente, da svolgersi ad opera di un post-doc, dacché non riesco a comprendere il motivo per cui l’esclusione debba avvenire in base ad un titolo di studio gerarchicamente inferiore al dottorato (e, comunque, tengo a ribadirlo: il mio il mio titolo di laurea è, nei fatti, coerente con quello richiesto, sebbene la conversione ministeriale gli abbia attribuito un codice diverso). E’ come se mi si sia escluso perché ho il diploma di Ragioneria o di Liceo Scientifico e non di Geometra o di Liceo Classico; è qualcosa di incomprensibile per la mia razionalità.
Potrei allora fare ricorso, ma non lo farò perché questa vicenda ha solo reso palese un sentimento che provo da tempo: sono stanco e, ormai, ho solo la forza di sventolare bandiera bianca.

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