L’Oasi di Sant’Agnello: un giardino per il futuro

Una settimana fa, domenica 30 aprile, a Sant’Agnello, in Penisola Sorrentina, è stata inaugurata l’Oasi in città “Patrizia Veniero”, un parco urbano di 4.000 mq che è anche giardino botanico, nonché hortus conclusus contemporaneo, cinto com’è dai palazzi del centro cittadino. A realizzarlo sono stati il WWF “Terre del Tirreno” e l’amministrazione comunale presieduta da Piergiorgio Sagristani, in particolare il presidente dell’associazione ambientalista, Claudio d’Esposito, e il giardiniere municipale, Giovanni Ferraro. La prima caratteristica dell’Oasi è che sorge sul tetto di un’autorimessa, una più che allegorica rivincita del verde sul grigio; la seconda è che si tratta di un prontuario didattico della natura vegetale (e, in prospettiva, faunistica) della Penisola Sorrentina, sia di origine spontanea che agricola; la terza, infine, è che l’opera è pubblica, situata al di sopra di uno spazio privato, per cui assume un particolare significato politico e programmatico. (Per una descrizione più minuziosa dello spazio verde, rimando ad un articolo e ad un video di Ilenia De Rosa pubblicati su “Il Mattino” il 3 maggio 2017, nonché ad una galleria fotografica di Pasquale Raicaldo su “La Repubblica” del 22 aprile 2017).

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La foto è di Aniello de Rosa (clicca sull’immagine per accedere all’album completo su Fb).

Per un nuovo spazio collettivo
La mattina dell’apertura è stata una festa popolare: i bambini sugli scivoli, i trampolieri coi palloncini, Topolino e Minnie per le foto, l’orchestra d’archi e il sacerdote benedicente, per non parlare del taglio del nastro e dei discorsi delle autorità. Decine di famiglie, centinaia e centinaia di persone sono arrivate dall’intera Penisola per partecipare ad un evento ormai raro: il battesimo di uno spazio collettivo (e a poco è valsa la fastidiosa protesta a colpi di sirena da parte di un dirimpettaio che voleva avere il potere di far fallire la festa, per chissà quale torto subito). A memoria, negli anni più recenti ricordo solo la riapertura di piazza Andrea Veniero nel centro di Sorrento, nel 2010, rimasta poi sostanzialmente abbandonata, senza una prospettiva, né un’identità; ma questo è un altro discorso, anzi no, e ci tornerò dopo. Per un comprensorio turistico come quello sorrentino, che vive anche di eventi, trovarsi sui giornali e sulle televisioni regionali per qualcosa che non sia uno spettacolo o un premio di una serata, ossia non per un episodio effimero sebbene gratificante, è una sensazione quasi inebriante: domenica scorsa a Sant’Agnello si respirava entusiasmo, lo sguardo si proiettava nel futuro perché era stato realizzato qualcosa di stabile e duraturo. Inoltre, era stato sperimentato anche un nuovo modello di amministrazione condivisa, se così posso dire: il WWF peninsulare, una delle associazioni ambientaliste più impegnate contro gli scempi – legali e illegali –, frequentemente critica contro tutte le Amministrazioni comunali dell’area, aveva realizzato un’opera unica proprio grazie alla collaborazione con gli enti pubblici locali. (Un progetto senza pari anche per l’impegno economico che ha richiesto: addirittura 900.000 euro di fondi europei, diversi in più dei 735mila annunciati dalla Regione nel 2014). Da un lato princìpi, fermezza e anche denunce contro i danni ecologici e l’ingiustizia ambientale, dall’altro lato dialogo, negoziazione e supporto reciproco per realizzare nuovi spazi e spazi nuovi, ma soprattutto politiche durevoli e avvedute («L’oasi ha una grande funzione simbolica: rappresenta un esempio di come la natura può essere ricreata anche a seguito della distruzione legata a motivi di sviluppo sostenibile», ha spiegato il sindaco). In un solo colpo – e in una sola mattinata –, cioè, i protagonisti di questa scommessa sono apparsi sotto una luce inedita: concilianti (gli uni) e convertiti (gli altri).
Dopo pochi giorni, però, qualcosa è repentinamente cambiato. O forse no, qualcosa di sfiancante si è riaffacciato ancora una volta. L’Oasi è stata chiusa perché non è stato ancora incaricato un gestore e questo fa addensare nubi proprio sulla lungimiranza del progetto. Ci si domanda che ruolo sociale debba avere quel parco nelle intenzioni dell’Amministrazione comunale, specie dopo che si è variato il progetto iniziale da agrumeto ad Oasi; fino a che punto il sindaco creda in quell’investimento se non ne ha preventivamente pianificato orari e custodia; come si inserisca l’opera realizzata nel sistema territoriale complessivo; se si sia considerato opportuno articolare un piano cultural-paesaggistico per il comune nel suo insieme.
Tali quesiti sorgono dall’osservazione del caso specifico, evidentemente, eppure riguardano anche una visione più ampia dello spazio urbano attuale. Per affrontare problematiche del genere, dunque, è necessario individuare percorsi storici e, conseguentemente, un phylum di idee intorno ai concetti di paesaggio e, più nello specifico, di giardino, soprattutto quello delle nostre città odierne. A questo proposito, nelle righe seguenti apro una doppia parentesi storico-interpretativa.

All’origine del giardino
Quando 10-12mila anni fa – tra la Mezzaluna Fertile, l’Iran e la Cina – delle donne (è l’ipotesi più probabile) incisero la terra e diedero origine all’agricoltura coltivando orzo, grano, lenticchie e riso, inventarono anche qualcos’altro: il paesaggio. L’interazione tra l’azione umana e l’habitat naturale produce, da sempre, una sorta di linguaggio territoriale: il paesaggio è un prontuario di bisogni e desideri, un archivio di memorie e visioni. In altre parole, il lavoro agricolo – faticoso e bestiale per millenni – ha un’esteticità implicita: dal punto di vista filosofico è fonte di bellezza e di potere, perché crea quasi un’altra natura, dal momento che scava laghi, raddrizza fiumi, sposta piante, smuove terra… L’agricoltura, cioè, dà inizio ad un’arte, quella appunto del paesaggio. Questa consacrazione è avvenuta con l’innesto della vite, ossia con quella che Venturi Ferriolo chiama «la pianta simbolo del genio, che rivela la cultura e il conseguente incanto di un paesaggio: è la metafora dell’arte, della mano dell’uomo o del dio» (in: “Etiche di paesaggio. Il progetto del mondo umano”, 2002). Pertanto, la coltura della terra è cultura in senso pieno, è capacità di imprimere segni umani sull’ambiente preesistente – creato dalla divinità, secondo tutte le religioni -, è possibilità di realizzare paesaggi, appunto. Quando, però, i bisogni primari vengono finalmente soddisfatti, tale abilità comincia ad essere applicata in nuance differenti: gli esseri umani costruiscono paesaggi speciali, destinati ad un’altra forma di benessere, quello estetico, che ovviamente ha anche declinazioni spirituali e politiche: vengono infatti modellati i giardini, cioè degli artifici apparentemente selvatici che riflettono le idee del tempo.
Nel solco di questa lunghissima storia, qui brevemente accennata, l’Oasi in città rappresenta la tappa più recente di un movimento che sta riportando il verde negli spazi urbani, un proposito che intende letteralmente far fiorire il cemento. Com’è chiaro, si tratta di un riscatto fittizio della natura sulla deriva antropica degli ultimi decenni, ma che ha già esempi di grande suggestione, i cui effetti sull’immaginario collettivo e sulla vita quotidiana, tuttavia, dobbiamo ancora verificare in maniera approfondita. Mi riferisco, per fare qualche esempio, all’ambizioso progetto di Boeri di riforestazione metropolitana col “Bosco verticale” di Milano, al giardino delineato da Gilles Clément come parte integrante dell’esposizione del Musée du quai Branly di Parigi, al “Giardino tropicale” dentro la parte più antica della stazione ferroviaria di Atocha a Madrid o, ancora, ai binari della “High Line”, la ex ferrovia sopraelevata di New York riconvertita a parco botanico panoramico.

All’origine dell’Oasi
Realizzato negli ultimi due anni, il parco verde di Sant’Agnello affonda le radici, non solo simbolicamente, nel 2001, quando l’allora Giunta di centro-sinistra della Regione Campania varò la legge 19 che, poi, avrebbe reso possibile una nuova speculazione cementizia, quella dei parcheggi interrati pertinenziali. Tale norma ha avuto effetti soprattutto in Penisola Sorrentina, dove ha consentito frequenti e imponenti scavi per realizzare box-auto sotto gli agrumeti. Con la motivazione della diminuzione del traffico automobilistico (rivelatasi del tutto mendace), è stata avviata una vera e propria liberalizzazione del settore edilizio in una zona come l’area sorrentina altamente vincolata (dal punto di vista paesaggistico e idrogeologico) fin dalla metà degli anni Ottanta. Più precisamente, la questione prende forma intorno all’articolo 6 di quella legge, il quale prevede alcune limitazioni relative alla tutela naturalistica (commi 7 bis e 7 ter) che, però, sono stati sempre ritenuti inefficaci, se non fallaci, da chi vi si è opposto, come le associazioni ambientaliste del territorio, da quelle storiche come Italia Nostra e WWF, fino a nuovi movimenti di cittadinanza attiva come “Stop Boxlandia”. (Per un approfondimento, rimando ad un mio intervento presso un convegno dell’ISPRA sul consumo di suolo: “Parcheggi d’arancio. Se una legge permette di consumare gli agrumeti e il sottosuolo della Penisola Sorrentina”, 2015).
In particolare, in merito all’obbligo di copertura vegetale dei garage di cui a quell’articolo, gli ecologisti hanno più volte denunciato l’inadeguatezza della norma dal punto di vista botanico, oltre che la sua pressoché costante non applicazione sul piano pratico, col risultato che agrumeti ed oliveti raramente sono stati ripristinati nello stato precedente l’apertura del cantiere e, comunque, non sono mai tornati ad essere produttivi, riducendosi ormai a puri elementi ornamentali: secondo un rapporto del 2011 del WWF locale, su tale aspetto a Sorrento sono ben 7 su 11 i parcheggi che non rispetterebbero la legge.

Per un nuovo fulcro territoriale
Entro questa cornice storico-filosofica, legislativa, economica e urbanistica, dunque, il parco di Sant’Agnello sul tetto della grande autorimessa assume una particolare valenza strategica. L’impegno – finanziario e non solo – di una riconversione verde della città non può limitarsi alla piantumazione e all’estetica di una porzione dello spazio urbano, perché va necessariamente accompagnata da un’etica: ogni giardino è una creazione artificiale, un’interpretazione del mondo, ma è anche un’utopia, un sogno visionario che va oltre la rappresentazione. L’Oasi potrebbe restare una circostanza fugace, ma sarebbe un vero peccato, perché la sua vocazione autentica è quella prototipale, cioè propulsiva. Il giardino santanellese, speranza di riscatto ecologico contro la cementificazione selvaggia presente e passata, è appena nato e necessita ancora di cure, se non lo si vuole vedere appassire tra i miopi applausi del momento. Quel parco è solo apparentemente botanico, perché il suo ruolo, piuttosto, è culturale: deve essere innanzitutto frequentato (dunque i suoi orari di apertura richiedono certezza e stabilità), ma deve essere anche fulcro di una nuova socialità, sia attraverso puntuali occasioni d’incontro, sia – e a maggior ragione – come centro di documentazione del paese. Le aree tematiche in cui è suddiviso il giardino, infatti, sono spunti per percorrere il resto del territorio santanellese e peninsulare, sono il nodo, cioè, di una serie di sentieri che conducono là dove realmente risiedono l’oliveto, l’agrumeto, il bosco e la macchia mediterranea; sono la sintesi e la presentazione degli iconemi primari del paesaggio sorrentino, frutto del lavoro agricolo plurisecolare delle genti di questa Contrada, indici ecologici e culturali di quello che in altra sede ho definito “Ecomuseo della Costiera Sorrentino-Amalfitana” (si veda la mia postfazione al libro di Antonino De Angelis, “Li Cuonti. La collina degli uccelli di passo”, 2015).
In questo senso, la funzione che personalmente attribuisco all’Oasi è di tenere insieme le emergenze del territorio con i suoi itinerari, i beni storico-culturali e naturali con le persone che vi abitano, gli sguardi sul passato con quelli rivolti al futuro. Se la caratteristica dei battesimi è di stabilire un inizio, allora l’Oasi inaugurata una settimana fa può avere due tipi di vita davanti a sé: quella breve e limitata di una passerella per imprenditori politici e morali interessati ad un consenso immediato, oppure quella lunga e proficua che cambia il destino di un luogo e contagia virtuosamente il circondario. Come una stella al centro di una galassia, l’Oasi deve diventare il cuore di relazioni che stimolino la partecipazione attiva dei residenti, l’intreccio di transiti che poi vadano effettuati al di là dell’omologata cinta urbana, ossia nei luoghi in cui natura e cultura dialogano ancora in maniera armonica e coerente. Con l’apertura del parco non c’è stato ancora alcun concreto riscatto della natura sul cemento, né avverrà mai una conversione ecologica delle nostre città se l’Oasi resterà soltanto un’oasi nel deserto. C’è ancora molto da mettere a punto: tanto l’amministrazione ordinaria, quanto la tessitura di una trama col territorio. Soprattutto, però, c’è da sperare nella continuità e nella costanza, senza le quali il domani non arriverà.

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INTEGRAZIONE del 9 maggio 2017:
Pierre Horwitz ha scritto su “The Conversation” degli effetti positivi del verde urbano (il bosco, più che il parco), anche a livello sanitario.
Tuttavia, come giustamente ha commentato Giuseppe Forino (riferendosi in particolare alla situazione australiana), è necessario riflettere seriamente su quanto tali spazi siano sostenibili e quanto siano, invece, legati all’investimento sul mattone.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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