Presidenziali francesi: i tormenti del ballottaggio

Come è arci-noto, domenica 7 maggio si terrà il ballottaggio presidenziale in Francia: a sfidarsi saranno Emmanuel Macron e Marine Le Pen. La quantità di articoli pubblicati ogni giorno è enorme, per cui è difficile stare dietro a tutto: come ad ogni elezione, ci sono editoriali d’ogni tipo, da quelli storici sui programmi a quelli psicologici sulle personalità dei candidati, fino a quelli che delineano scenari futuri (es: «se votate per l’uno, l’altra avrà via libera fra 5 anni»; e a mio avviso questo esprime solo una gran fiducia nel domani, dal momento che si ritiene che si sarà presenti alle prossime elezioni e che il pianeta sarà ancora al suo posto, quando invece un meteorite, dopodomani, potrebbe farci fare la fine dei dinosauri) (sì, sono sarcastico, ma ora torno serio).

Ebbene, in un tale bailamme di parole sento l’esigenza di fare un po’ d’ordine, per cui questo post è una sorta di “rassegna stampa” (che nei prossimi giorni continuerò ad aggiornare) in cui segnalo alcuni link utili non tanto a capire la situazione politica o le individualità in campo, quanto il racconto mediatico che se ne fa e l’interpretazione sociale che se ne ha.

Prima di procedere all’elenco, è necessaria una doppia premessa.

La prima riguarda il sistema elettorale francese che, prevedendo un sistema di governo presidenziale eletto con doppio turno, ha delle peculiarità ignorate pressoché da tutti: dai francesi perché lo danno per scontato e dagli stranieri (dagli italiani, in particolare) perché non vedono le (talvolta enormi) differenze con le proprie modalità di voto. Giusto per fare un esempio: se in Francia ci fosse il sistema statunitense, oggi sarebbe già presidente Marine Le Pen.

La seconda premessa è che, per quanto interessanti e condivisibili, taluni discorsi sono spesso eccessivi: il ballottaggio è tra lui e lei, non ci sono altre opzioni, per cui domenica sera uno dei due sarà alla testa della République e, piaccia o meno, inciderà sulla vita di tutti. Argomentare ora sul «meno peggio», dunque, è un esercizio poco pertinente (valeva decisamente di più al primo turno): per quanto si possa fare fatica a cogliere le differenze tra l’uno e l’altra (sto tendendo una mano, eh, perché per me le differenze ci sono e sono pure enormi), la scelta è innanzitutto dentro se stessi: si è disposti a prendersi la responsabilità che una fascista diventi Capo di Stato?

Bene, partendo da quest’ultima domanda, ritengo che la questione sia trattata in maniera efficace da “Charlie Hebdo” (un giornale decisamente poco incline ai compromessi), che questa settimana non ha disegni in copertina, ma solo una grande domanda: « Second Tour : Faut vraiment vous faire un dessin ? » (“Secondo turno: è davvero necessario che vi facciamo un disegno?”). All’interno c’è una ulteriore presa di posizione, con una vignetta di Coco molto esplicita: se Le Pen dovesse essere eletta, le lacrime di coccodrillo non serviranno a nulla; un concetto che ripete anche Gérard Biard in un breve editoriale in cui dipinge il “Front National” come «un pericolo mortale per la democrazia»:

«[…] Sì, il Front National è la peste. Ma Macron non è il colera. E’ al massimo una grande diarrea. E’ tutt’altro che gradevole, ci storce lo stomaco, ma possiamo combatterlo, può essere alleviato e curato se facciamo quel che è necessario. Mi spiace, ma possiamo, dobbiamo scegliere tra la peste e la diarrea. Questa non è solo una questione di buon senso, è una questione di sopravvivenza».

Il tema di fondo che, personalmente, trovo preponderante è come mai questo secondo turno in cui un candidato frontista si trova ad un passo dall’Eliseo non abbia mobilitato come nel 2002, quando lo sfidante di Jacques Chirac al ballottaggio fu Jean-Marie Le Pen, padre di Marine. La ragione principale è che durante questo periodo il FN è stato “normalizzato”: 15 anni fa ci fu stupore, oggi c’è banalizzazione, argomenta Faustine Vincent su “Le Monde”, ma le ragioni sono anche altre: «Ci si è progressivamente abituati alle alte percentuali del FN; la sinistra è troppo divisa per opporsi con un fronte comune; la vittoria di Macron è data per certa; a molti elettori Macron fa paura».
Chi ha fatto più i conti con il dilemma su chi/cosa votare tra pochi giorni è la galassia di sinistra radicale guidata da Jean-Luc Mélenchon, il movimento “France Insoumise” (arrivato quarto al primo turno, a pochissima distanza dal terzo, François Fillon), che ieri ha espresso le sue posizioni con una consultazione online: il 36% è per un voto bianco, il 29% per l’astensione, il 35% per Macron.
Il dibattito è furente anche tra gli intellettuali: ci sono quelli «né-né», come lo storico Emmanuel Todd e il filosofo Michel Onfray, ma anche quelli come Edwy Plenel, cofondatore di “Médiapart”, che chiede di «evitare il disastro».
Il voto in favore di qualcuno è una forma di adesione a un programma politico; votare per chi non si sostiene, invece, è un processo complesso, talvolta lacerante. D’altronde, è esattamente questa la caratteristica del ballottaggio. Tuttavia, possiamo sostenere l’equivalenza tra i candidati quando uno dei due appartiene ad una storia di razzismo, xenofobia, antisemitismo, islamofobia e nazionalismo pétainista?

Alcuni giorni fa ho letto una singolare analisi del “Complesso di Edipo” della politica francese: Olivia Goldhill ha scritto di Macron e di Le Pen su “Quartz”: «Uno ha sposato sua madre, l’altra ha ucciso suo padre» (c’è anche un sunto in francese). Ora, al di là del contenuto, la domanda che si pone è sempre la stessa: i freudiani ci prendono in giro?
Non avendo conoscenze approfondite per rispondere, chiudo tornando ad un piano più vicino. Speranta Dumitru su “Slate.fr” ha scritto che il programma di Macron è ispirato a due filosofi: John Rawls e Amartya Sen. I due intellettuali sarebbero all’origine, cioè, del «libéralisme égalitaire» del candidato di “En marche”, il quale nei suoi comizi ha ripetuto spesso la necessità di maggiore «égalité des chances» (come raggiungerla, però, è ancora tutto da vedere). Nell’articolo, inoltre, sono pubblicate le ultime righe dei ringraziamenti che Paul Ricœur scrisse per il suo libro “La mémoire, l’histoire et l’oubli” (un testo del 2000 che conosco, ma che non ricordavo per questo dettaglio):

«Emmanuel Macron [che all’epoca si occupava di filosofia], a cui devo una critica pertinente della scrittura e la messa in forma dell’apparato critico di quest’opera».

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Segnalo, inoltre, un video in cui sono messi a confronto due discorsi di Fillon (del 15 aprile) e di Le Pen (del 1° maggio): sono identici, parola per parola, inflessione per inflessione (e c’è da capire il perché di una tale scelta da parte di lei: il ghost-writer ha fatto sciopero o, più realisticamente, i voti di Fillon fanno gola?):

Per concludere, ricordo che stasera [3 maggio 2017] ci sarà il confronto televisivo tra i due candidati e, per arrivarci preparati, consiglio questa intervista a Francesco Maselli.

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AGGIORNAMENTO del 4 maggio 2017:
Ieri sera il dibattito televisivo tra Macron e Le Pen è stato accesissimo, talvolta inascoltabile, con i due moderatori pressoché spariti (qualcuno ha ironizzato che fossero stati rapiti). Fin da subito, l’impressione è che i due candidati abbiano parlato soprattutto al proprio elettorato e che, nel complesso, Macron (per quanto “ingessato”) sia andato meglio di Le Pen (parecchio superficiale e aggressiva): un sondaggio istantaneo tra i telespettatori di BFMTV dice che il 63% degli intevistati ha ritenuto Macron più convincente, contro il 34% a favore di Le Pen.
Secondo Franck Tapiro, esperto di comunicazione, «Marine Le Pen ha commesso un errore incredibile, quello di non aver parlato agli altri, ma solo ai propri elettori». Tuttavia, secondo Emmanuel Berretta di “Le Point”, la strategia della candidata del “Front National” è stata di scoraggiare gli elettori al fine di indurli all’astensione.
Come già durante i precedenti dibattiti televisivi, i principali giornali hanno pubblicato in diretta i fact-checking degli argomenti trattati dai candidati. In particolare, “Le Monde” e “Libération” hanno elencato e spiegato tutte le affemazioni false o sbagliate di Le Pen (il primo ne ha contate 19, il secondo 25). Naturalmente, ce n’è qualcuna anche per Macron – ma molte meno -, come mostrano “Le Figaro” e “Le JDD“.

Parallelamente, continua il dibattito sull’atteggiamento di certa sinistra «né-né», orientata cioè per l’astensionismo al ballottaggio. Come ho spiegato ieri all’inizio di questo post, il sistema elettorale francese favorisce un doppio atteggiamento: di adesione al primo turno (si vota per sostenere qualcuno) e di esclusione al secondo turno (si vota per eliminare qualcuno). La consapevolezza di tale particolarità sembra essere stata smarrita da una parte dell’elettorato gauchista e da taluni intellettuali, come osservano Matthieu Croissandeau su “L’Obs” ed Ezio Mauro su “La Repubblica“.

Il primo – Matthieu Croissandeau – si dice stupito di come:

«la confusione dei valori [sia] tale, la spinta populista così forte, gli appelli a fare tabula rasa così pressanti che oggi [si debba] prendere la penna e scrivere nero su bianco che no, Emmauel Macron e Marine Le Pen, non sono uguali. […] Esiste il rischio di vedere il “Front National” vincere le presidenziali. E questa sarebbe una tragedia per il nostro Paese, per i suoi valori e soprattutto per i suoi cittadini. […] Il fronte repubblicano non ha mai impedito la progressione del FN, è vero. Ma ha permesso, ogni volta che quest’ultimo si avvicinava, di scartarlo fermamente dal potere. Questa è l’immensa responsabilità di Nicolas Dupont-Aignan, ma anche di Jean-Luc Mélenchon. […] Astenersi o votare in bianco quando il “Front National” è al secondo turno, non è rifiutarsi di sottomettersi, ma rischiare il proprio asservimento. Uno spettacolo triste».

Il secondo – Ezio Mauro – osserva che, nell’elettorato di Mélenchon, oltre alla ribellione contro lo strapotere della finanza, delle banche, dell’Europa, c’è qualcosa di più:

«Non un progetto alternativo, un’obiezione culturale, un’idea che metta in movimento una politica diversa, di cui avremmo bisogno. C’è quasi un odio antropologico – che non ha nulla a che fare con la politica – per la figura fisica e insieme fantasmatica del tecnocrate che gioca la sfida del governo, mettendo le sue carte sul tavolo, senza camuffare la sua cultura e i suoi programmi nell’opportunismo della rincorsa populista. Così, mentre l’indebolimento degli anticorpi repubblicani e la rabbia popolare facilitano la dediabolisation di Le Pen, un moderno diavolo borghese sale sul trono vacante e diventa il bersaglio della sinistra delusa, dispersa, furiosa. È il politico che crede nella vocazione europea della Francia, nella funzione storica di guida che il Paese ha giocato nella Ue con la Germania, nei vincoli della responsabilità, nella modernizzazione post-ideologica».

Per avere un’idea della confusione e dei turbamenti a sinistra, segnalo l’intervista che Anais Ginori ha fatto allo storico – anti-europeista – Emmanuel Todd, il quale sostiene che

«il lepenismo e il macronismo sono due facce della stessa medaglia. Le Pen è il razzismo, non si può scegliere il razzismo. Macron è la sottomissione alle banche, alla Germania, a tutto ciò che ci ha portato nella crisi di oggi. Per questo mi astengo con coerenza, anzi con gioia, aspettando che nasca un mondo migliore. Non sarà per questa volta, perché sono convinto che adesso vincerà Macron».

Ben più pramatica, invece, è la posizone di Lilian Thuram – ex-calciatore e da anni impegnato in progetti sociali e anti-razzisti -, il quale spiega a Stefano Montefiori che

«Emmanuel Macron e Marine Le Pen non sono uguali. Non capisco quelli che domenica non andranno a votare pensando che il risultato finale sarà indifferente. […] Con l’estrema destra al potere tante cose potrebbero cambiare in peggio. […] Oltre sette milioni di francesi hanno votato per Marine Le Pen al primo turno, è già troppo. Tanti amici francesi bianchi sono preoccupati quanto me. Quanto agli altri, forse per capire il pericolo rappresentato da Marine Le Pen devi sentirti straniero. Ha paura il mio amico ebreo, hanno paura i musulmani, i neri. Per loro l’idea di Marine Le Pen all’Eliseo non è un gioco intellettuale, loro rischiano davvero qualcosa, sulla loro pelle. Lei vuole dividerci, sta già creando il “noi” e “loro”».

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INTEGRAZIONE del 4 maggio 2017:
Ho letto un post di Luca Sofri intitolato “Turarsi il nez” e, onestamente, oggi non lo capisco. Come ho scritto in questo post: «il sistema elettorale francese favorisce un doppio atteggiamento: di adesione al primo turno (si vota per sostenere qualcuno) e di esclusione al secondo turno (si vota per eliminare qualcuno)». Per cui – continuo a citarmi, scusate – «per quanto si possa fare fatica a cogliere le differenze tra l’uno e l’altra (sto tendendo una mano, eh, perché per me le differenze ci sono e sono pure enormi), la scelta è innanzitutto dentro se stessi: si è disposti a prendersi la responsabilità che una fascista diventi Capo di Stato?».
Certo, come dice Sofri, il giorno dopo la sua (probabile) elezione Macron dovrebbe tener conto che è stato votato da gente che s’è turata il naso, ma dovrebbe capirlo ancor di più Mélenchon, che da quel momento – dopo aver responsabilmente evitato di far piombare la Francia nel lepenismo – avrebbe il dovere di costruire una sinistra vincente e unita fra 5 anni. Io non credo alla cura per shock, non credo che passando per Le Pen, poi ci sarà una fantasmagorica sinistra luminosa e progressiva. Non lo credo perché non credo che il meglio nasca attraversando il fascismo, non credo perché chi lo dice è chi sa di essere al sicuro (il fascismo devasta innanzitutto chi è debole e fragile), non lo credo perché in Italia l’abbiamo già vissuto: Montanelli disse «facciamo governare Berlusconi, così gli italiani vedranno e capiranno», invece non hanno capito niente e, in particolare, non ha imparato niente la sinistra, che con Bertinotti affondò l’unico governo riformista degli ultimi 20 anni, quello di Prodi, regalandoci un altro decennio di berlusconismo, dal quale poi è nato qualcosa di ancora peggio, ovvero il grillismo.
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Diversi commenti su Fb al post di Sofri sono critici, in linea con quanto ho espresso in questo aggiornamento. Ne copio alcuni:

Giacomo Jack Giudici: “turarsi il naso” esiste in un sistema come il nostro, dove non c’è il ballottaggio e quindi si pone davvero il problema se dare un voto convinto ma “inutile”, o un voto strategico (quindi meno convinto) ma “utile”. In un sistema con un ballottaggio il problema non esiste: si vota il proprio candidato al primo turno con convinzione per farlo pesare il più possibile, poi si sceglie il meno peggio tra i due senza pensarci un attimo. Se i sostenitori di Melenchon non preferiscono Macron a LePen, o sono per il “tanto peggio tanto meglio” (atteggiamento irresponsabile) o sono, in fondo, lepenisti di segno diverso. Non c’è una terza via, ed è inutile nascondersi dietro improbabili dilemmi etico-politici, basta dire le cose come stanno.

Stefano Di Piazza: Perdonami Luca Sofri, ma credo ti sfugga un elemento importante. Per gran parte dei sostenitori di Melanchon “votare turarandosi il naso” significherebbe votare la Le Pen. Quest’ultima, pur essendo fascista, avanza proposte di politica economica e di politica estera che corrispondono esattamente a quelle di Melanchon. Ovunque l’estrema sinistra è di gran lunga più vicina all’estrema destra che alla sinistra liberale.

Federico Donelli: E infatti chi (destra o sinistra) non vota Macron, accettando di fatto Le Pen, va chiamato col suo nome senza grandi giri di parole: fascista. Il fatto che molti a sinistra non lo ammettano denota la stessa ipocrisia della quale accusano chi vota Macron turandosi il naso.

Zeno E Cozeno: Il paragone con la cena non regge però, perché qualcuno sarà eletto e mi governerà per 5 anni indipendentemente dalla mia astensione. Di fronte a vermi e prugna ammuffita, l’opzione di rinunciare alla cena non è data: posso solo scegliere il meno peggio oppure lasciare che altri scelgano per me quel che dovrò mangiare a forza.

Omar Degoli: parlane con Costa 🙂 “Elogio del meno peggio” [articolo del 29 maggio 2011]. Secondo me la non scelta al voto non ha nessun senso, mai, a meno che non si tratti di elezioni pilotate, ma non è questo il caso dei paesi europei.

Stefano Pevarello: Permetterà che saltare la cena una sera non ha le le stesse conseguenze di quello di cui stiamo parlando. Il paragone non regge a meno che non sei disposto a saltare il pasto per i prossimi 5 anni.

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Aggiungo, infine, il link all’articolo di Pierre Haski su “L’Obs”, tradotto da “Internazionale”, intitolato “Quell’Europa che spera nella vittoria di Marine Le Pen“, ovvero la Polonia di Jarosław Kaczyński e l’Ungheria di Viktor Orbán, ovvero di due “democrazie illiberali” (secondo l’espressione formulata dal saggista americano Fareed Zakarya) che perseguono «una progressiva erosione dello stato di diritto e l’introduzione di nuove strutture di controllo delle istituzioni e del pensiero». Haski cita Edgar Morin, che alcuni giorni fa su “Le Monde” ha analizzato così il fenomeno: «Ovunque, anche in Europa, la politica reazionaria ha dato vita a delle postdemocrazie autoritarie, malamente definite ‘populiste’, e in questo momento storico noi stessi siamo minacciati. Sappiamo dove ci porta il Front national. La postdemocrazia autoritaria, quella di Putin, di Orbán, avanza sul continente».

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AGGIORNAMENTO del 5 maggio 2017:
Come dicevo, ieri sono uscite varie analisi del dibattito Macron-LePen. Qui ne segnalo tre: di Francesco Maselli, di Gianluca Briguglia, di Daniel Gascón.

La prima spiegazione, quella di Francesco Maselli in una diretta-Fb, è che l’aggressività della candidata frontista va interpretata come una strategia per accreditarsi in quanto leader dell’opposizione, avendo assunto che perderà le elezioni (dal minuto 7):


La seconda analisi, di Gianluca Briguglia, sottolinea le enormi differenze tra i due contendenti e di come quel dibattito potrebbe essere uno spartiacque:

La grande sorpresa, per me, ma credo anche per molti francesi, è stata l’assoluta mancanza di un programma da parte di Le Pen, l’incompetenza mostrata più volte e anche l’incapacità di mostrare una qualsiasi idea della Francia. Sapevamo della provenienza di Marine, del suo partito, di tutte le ambiguità che si porta dietro, non sapevamo della sua assoluta impreparazione. […] Sui due punti forti della sua campagna, il terrorismo islamista e l’uscita dall’euro, è andata forse peggio che in tutto il resto del dibattito. […] Sia chiaro, dopo Trump e Farage tutto è possibile, e girano studi sulla possibilità che l’astensionismo, da solo, possa dare la vittoria alla figlia di Jean-Marie Le Pen, ma se Marine è la rappresentante più importante, più simbolica, più evocativa dell’armata dei populisti europei, forse il dibattito di ieri può essere uno spartiacque importante (altra cosa è capire perché milioni di persone diano credito alle panzane più diverse e soprattutto altra cosa è capire come trasformare questa forza distruttrice in forza creativa e in trasformazione positiva ed è il tema più importante e più essenziale di tutta la faccenda). […] In ogni dibattito presidenziale c’è una frase storica, che retrospettivamente fissa l’andamento e la svolta della discussione. [Dinnanzi ai continui attacchi violenti di Le Pen, Macron ha detto:] «Le si dà carta bianca per parlare di quello che vuole e lei lo usa per sporcare (…). E questo perché il paese non le importa, non ha un progetto per il paese, il suo progetto è di dire al popolo francese “questa persona è atroce”. (…) Il suo progetto è la paura e la menzogna. È questo ciò che la nutre, che ha nutrito suo padre per decenni, che ha nutrito l’estrema destra, è questo che ha fatto di lei quello che è. La Francia che voglio vale più di questo».

Il terzo editoriale, di Daniel Gascón sulla rivista messicana “Letras Libres“, argomenta come quella di Le Pen fosse una lucida strategia:

Le Pen a ratos parecía presentarse como la verdadera oposición al futuro presidente. Utilizaba tropos recalentados: la sensación de miedo ante el cambio, la idea de la pureza cultural amenazada, las apelaciones a camarillas de élites imprecisas que roban a los franceses lo que es suyo, la mención amenazadora de los extranjeros (que no se limitaba a los inmigrantes, sino que incluía a los alemanes y a los italianos), la deliberada malinterpretación de las palabras del adversario, el desdén ante los datos. Presentaba a Macron como el propagandista de la “Francia sumisa”: promueve la rendición ante la globalización, la Unión Europea, las grandes corporaciones y el fundamentalismo islámico porque, de un modo u otro, es cómplice de la globalización, la Unión Europea, las grandes corporaciones y el fundamentalismo islámico. […] Los errores factuales, las inexactitudes, las provocaciones personales y las falsedades descaradas de Marine Le Pen pueden parecer errores, pero quizá tengan otra función: crean ruido y hacen la discusión ininteligible. Los datos o el conocimiento técnico son en el mejor de los casos opiniones como otra cualquiera. Y en el peor, instrumentos que los privilegiados sin corazón utilizan contra el pueblo. Para que el antipluralismo de la extrema derecha prospere, necesita extender primero un relativismo cínico: el que dice que todas las opciones son iguales, el que justifica la abstención.

Per chiudere, una nota simpatica. Il dibattito presidenziale è stato trasmesso in tutto il mondo e tradotto in numerose lingue straniere. Come suggerisce la trasmissione-tv “Quotidien” di Yann Barthès, questa è stata l’occasione per ascoltare Marine Le Pen in arabo:

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FOCUS sulla Costa Azzurra (5 maggio 2017):
In Costa Azzurra 19 sindaci hanno firmato un appello contro Marine Le Pen; gli altri 30, invece, non volendo scontentare il proprio elettorato, preferiscono l’omertà. Inoltre, Christian Estrosi, Presidente della Regione PACA e della Città Metropolitana, ha indirizzato una lettera aperta ai cittadini di Nizza per invitarli a votare per Emmanuel Macron:

Voi siete preoccupati per il vostro futuro e per quello dei vostri figli, ma il Front National non è una risposta ai problemi della Francia. […] Il 7 maggio, al momento di inserire la vostra scheda nell’urna, vi chiedo di pensare a Nizza, di pensare alla Francia, all’eredità che non desideriamo lasciare ai nostri figli, che già guardano al mondo in modo differente da noi.

Allo stesso tempo, a Nizza i rappresentanti cattolici, protestanti, ortodossi, musulmani ed ebrei hanno firmato un documento per sostenere Macron, con la motivazione che il programma del Front National di Marine Le Pen è:

incompatibile con la fede, la dottrina, i valori e la tradizione delle loro rispettive confessioni. [In particolare, costoro dicono] no all’esasperazione della paura, alla xenofobia, e sì alla ricerca di una coesione sociale e nazionale della fraternità e dell’integrazione delle differenze, con un progetto fedele alla storia, alla cultura e alla vera identità della Francia.

Infine, va segnalata una manifestazione dei “né-né” di sinistra radicale per domenica 7 maggio 2017, dalle 18h00 alle 22h00, in place Garibaldi a Nizza, con – tra l’altro – le seguenti ragioni (ai miei occhi non esattamente rassicuranti e consapevoli):

On est là pour être ensemble, pour discuter, pour écouter de la musique, pour dénoncer cette élection atroce. Par contre, on est pas là pour tout casser, ni pour casser du faf, encore moins pour casser du flic, etc… […] Cette élection est dure pour toutes les forces de gauche et ce n’est pas le moment de se diviser (et encore moins à cause d’un banquier, j’ai envie de dire…).

[Questo post è presente anche sul mio Fb: qui].

– – –

AGGIORNAMENTO del 7 maggio 2017:
Il ballottaggio c’è stato e ha decretato la vittoria di Emmanuel Macron, nuovo Président de la République. Il suo discorso, davanti alla Piramide del Musée du Louvre è qui:

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Sulle prime conseguenze di questa storica elezione ho scritto questo post: “Politica francese: strategie per sopravvivere alla sparizione“.

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