Rimpatrio dei migranti: una questione complessa

I rifugiati non lasciano il loro Paese volontariamente, ma solo a causa di forti pressioni. La loro più grande speranza è di poter tornare presto a casa, infatti – a seconda delle circostanze – la gran parte di loro decide di rientrare. La condizione essenziale, com’è intuibile, è che queste persone scelgano consapevolmente e liberamente. Tra i compiti dell’UNHCR c’è, appunto, quello di sostenere il “ritorno volontario“, mettendo a disposizione informazioni aggiornate sulla situazione nel Paese natale, oltre a consigli giuridici; talvolta l’Agenzia organizza delle visite «go-and-see», che danno la possibilità ai rifugiati di farsi un’idea della situazione nella regione circostante.
Un ritorno con dignità e pace, insieme alla buona volontà del Paese di provenienza, al fine della reintegrazione della popolazione è, dunque, il risultato cui tendere.

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Ora, considerate queste due notizie di oggi:

  • Centinaia di rifugiati sono stati rimpatriati forzatamente dal nord del Camerun verso il nord-est della Nigeria, flagellato da Boko Haram (quest’anno sono già più di 2600 i ritorni forzati di rifugiati tra quei due Paesi). Tra i rimpatriati, osserva l’UNHCR, c’è un bambino di un anno e una donna incinta al nono mese; in quel caos sono state separate famiglie e alcune donne sono state costrette a lasciare il loro bambino in Camerun, compreso uno di meno di 3 anni. [Fonte]
  • 151 migranti senza documenti sono stati rimpatriati dalla Libia in Costa d’Avorio (dove da anni c’è una guerra civile ad alterna intensità). Tra loro ci sono alcuni bambini piccoli, madri di famiglia e molti giovani. Tra le testimonianze raccolte da “RFI”, c’è quella di Alassane, che ha parlato di come i libici sputino sui neri, li picchino o addirittura gli sparino: «Non c’è un libico che non sia armato». [Fonte]

Dieci giorni fa Emma Bonino ha detto: «E’ legittimo avere degli accordi di rimpatrio con questo o quel Paese. Ma stiamo attenti a dove rimandiamo le persone. Stiamo attenti, perché io non so se voi lo potete digerire, ma io l’idea di rimandare in Libia – quello che un ambasciatore tedesco […] ha definito come la cosa più vicina ai lager che lui abbia visto […] – io, noi, questo stomaco non ce l’abbiamo».

Come scriveva un mese e mezzo fa Gabriele Del Grande, liberalizziamo il viaggio, ovvero la “merce proibita” per gli africani, così da rompere il contrabbando e, dunque, fermare gli incassi delle mafie e le sofferenze dei viaggiatori: «Tra la repressione in frontiera e l’assistenzialismo in casa, c’è un terzo modello. È il modello della cittadinanza globale. L’idea che modernità è anche poter scegliere dove inseguire la propria felicità. Ovunque essa sia. Fosse anche una chimera. Sapendo che potrai sempre tornare a casa. Perché c’è una porta girevole. […] Il flusso non si può fermare. Si può soltanto governare, dirigendolo verso gli uffici consolari e da lì verso gli aeroporti internazionali».

[Ho pubblicato questo post anche sul mio Fb]

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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