Murales e visione di città: una mia intervista

6 marzo 2017

Da qualche anno a Napoli Jorit Agoch sta realizzando murales belli e grandiosi. L’ultimo è un ritratto di Maradona a San Giovanni a Teduccio. Nel fine settimana “LiveNet NewsNetwork” mi ha chiesto un parere sull’opera, ma soprattutto sull’operazione urbanistica, se così posso dire. La nostra chiacchierata è stata pubblicata poco fa.

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Il brano è stato presentato da “LiveNet NewsNetwork” con le seguenti parole:

Non c’è dubbio che il Maradona di Jorit sia una bellissima opera e abbia acceso una luce su San Giovanni e sull’intera periferia est di Napoli. Ma che ripercussioni può avere su una reale riqualificazione urbana e sociale del territorio? Lo abbiamo chiesto a Giogg, antropologo culturale e esperto di rapporto che le comunità umane hanno con i loro luoghi e il loro paesaggio, con particolare riferimento ai territori a rischio.

Tra i commenti ricevuti su Fb, segnalo questo scambio con un amico architetto:

OnGi: Sono totalmente d’accordo, queste ultime opere di Jorit hanno suscitato in me le stesse tue perplessità. Si può dire anche che sono “belle”, che fanno bene al contesto, ma sono davvero deboli in confronto proprio alle sue opere precedenti che tu stesso hai richiamato. Ma forse lo sa anche lui, non avendole marcate coi segni tribali che hanno caratterizzato le sue opere più forti.

Giogg: Concordo, Jorit ha già ritratto volti celebri, ma i segni “indianizzanti” che aggiungeva sulle guance li rendevano comunque “altro” (quello di Achille Bonito Oliva, ad esempio, mi piace davvero molto). In ogni caso, su questo murale di Maradona credo che il giudizio vada sospeso ancora per un po’, dal momento che sul palazzo “gemello” pare che verrà realizzato un altro grande disegno, ma stavolta di un bambino (il ché renderebbe l’opera, nel suo complesso, più significativa).

– – –

AGGIORNAMENTO del 25 marzo 2017:
Con la guida di un membro dell’associazione Inward, ho condotto i miei studenti di Ingegneria al “Parco dei Murales” di Ponticelli: un pomeriggio tra street-art e antropologia urbana. Di seguito due foto: davanti a “Tutt’ egual song’ e creature” (“I bambini sono tutti uguali”), opera di Jorit Agoch, 2015, e a “Chi è voluto bene non s’o scorda“, lavoro di Rosk&Loste, 2016.

Altre foto sono in questa galleria di Francesco Saverio Gargiulo: QUI.
Due articoli che presentano e analizzano le opere sono stati pubblicati sul blog dell’Aeroporto di Napoli Capodichino e su “Lavoro Culturale“.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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Una risposta a Murales e visione di città: una mia intervista

  1. giogg ha detto:

    “LiveNet NewsNetwork”, 6 marzo 2017

    A CHI SERVE IL MARADONA DI JORIT A SAN GIOVANNI?
    di Enrico Parolisi

    Il Maradona di Jorit Agoch sta già facendo impazzire i napoletani, e le foto dell’opera (a metà: sulla facciata del palazzo “gemello” difatti verrà dipinto un bambino) corrono sui social. La qualità del murales, che si potrebbe definire iperrealista, è quella a cui lo street artist ha abituato i partenopei (si veda il San Gennaro di Forcella o il Troisi di San Giorgio). Ha avuto sicuramente il merito di accendere una luce su San Giovanni e sull’intera periferia est della città partenopea.
    Ma quali sono le reali ripercussioni che può avere un’opera del genere sul territorio, in particolar modo la ricaduta per quanto riguarda la riqualificazione urbana e sociale? Lo abbiamo chiesto a Giogg, dottore di ricerca in antropologia culturale presso l’Università di Napoli “L’Orientale”, è docente a contratto di “Antropologia Urbana” presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Napoli “Federico II” e chercheur associé presso l’Université de Nice Sophia Antipolis (Francia).

    Gentile dott. Giogg, qual è il suo giudizio sul Maradona di Jorit Agoch?
    Rispondere a questa domanda non è semplice come può sembrare, perché l’opera di Jorit Agoch si presta a molteplici livelli di lettura. Innanzitutto c’è l’opera in sé, con la tipologia di dipinto (il ritratto di un volto), lo stile dell’autore e il soggetto rappresentato (decisamente uno dei personaggi più presenti nell’immaginario collettivo napoletano degli ultimi decenni) e con le sue dimensioni, cui l’autore ci ha abituato da almeno un paio di anni. Nell’area metropolitana di Napoli, ormai, Jorit Agoch lo conosciamo ed è difficile restare indifferenti dinnanzi al suo talento. In secondo luogo, quel murale va collocato nel contesto urbano e sociale in cui è stato realizzato, il rione Taverna del Ferro a San Giovanni a Teduccio, e, anche in questo caso, sento di esprimere un’opinione positiva: si tratta di colore, di creatività, di occhi, di sguardo in un quartiere che chiede e merita attenzione. In terzo luogo, il Maradona di Jorit Agoch va considerato per la sua committenza: è, cioè, un’opera “patrocinata” dall’Amministrazione Comunale, presumibilmente all’interno di un progetto urbanistico più ampio. E quest’ultimo livello è quello che, almeno da una prospettiva socio-culturale, apre a maggiori riflessioni: come inquadrare la collaborazione – ormai consolidata – tra uno street-artist e la politica cittadina? L’arte di strada ne esce rafforzata o depotenziata? Qual è il nuovo equilibrio tra le opportunità in più (basti pensare solo alle dimensioni dell’opera, inconcepibili senza autorizzazioni) e la sua carica originale di sfida e polemica? Personalmente, rispetto alla grande forza visiva e politica di altri murales di Jorit Agoch, come la ragazzina rom a Ponticelli e il san Gennaro “operaio” a Forcella, questo Maradona di San Giovanni a Teduccio mi sembra una scelta più facile, meno efficace e, soprattutto, meno provocatoria.

    Un’opera in cui il Comune di Napoli mette faccia (e disponibilità) parlando di riqualificazione urbana e sociale, utilizzando Maradona che è una sorta di divinità popolare a tutti gli effetti, in una realtà complessa come quella periferica napoletana, è un’operazione reale di riqualificazione sociale (a costi contenuti) o la sua utilità è dubbia?
    Come dicevo, la committenza è sempre un elemento fondamentale per comprendere un’opera. Che il Comune di Napoli stia perseguendo un piano con cui immettere espressioni artistiche nel tessuto urbano è assodato. Durante la realizzazione del Maradona, ad esempio, era presente l’assessore alla Mobilità Mario Calabrese che, secondo quanto riportato dai giornali, ha dichiarato che si tratta di «un’operazione sociale rilevante», che verrà estesa a stazioni, infrastrutture, strade perché «porta bellezza e attenzione mediatica in luoghi dove i riflettori non arrivano». È giusto, d’altra parte è quanto già è stato fatto a Ponticelli, dove il parco Merola ora è spesso indicato come “parco dei murales”. Allo stesso tempo, però, va sottolineato che la riqualificazione di un quartiere è qualcosa di molto più impegnativo e di lunga durata; significa apportare servizi che mancano e, soprattutto, farli funzionare con regolarità; vuol dire – specie in una città policentrica come Napoli – smussare le differenze, spesso fortissime, tra un’area e l’altra. La città è un soggetto complesso, sfaccettato, contraddittorio, mutevole; è di per sé un luogo di produzione di diversità, che possono essere anche la sua forza. Tuttavia, per gestire queste varietà e – ove opportuno – riequilibrare le disuguaglianze, un murale non può bastare, come non basta la ritinteggiatura dei palazzi di periferia. Penso, ad esempio, alla sede dell’ARIN, sempre a Ponticelli, una decina di anni fa, rinnovata nella sua estetica addirittura da Daniel Buren, ma che, per quanto riconoscibile a chilometri di distanza, non ha generato particolari effetti benefici sul quartiere. I problemi quotidiani di una città – e, in particolare, di Napoli Est – non sono mai semplicemente estetici, ma più concretamente strutturali, storici ed economici, spesso legati a poteri locali e rionali disfunzionali.

    Come la Street art può assolvere quindi a un valore sociale?
    La street-art ha intrinsecamente un valore sociale e culturale, così come può averne uno artistico (Banksy, ad esempio, per quanto sia un personaggio sfuggente, è ormai un artista da casa d’asta), identitario (si pensi al grande murale di Zerocalcare a Rebibbia a Roma) o addirittura politico (e, per limitarmi all’Italia, a mio avviso il caso più forte resta quello di Orgosolo, in Sardegna). La street-art nasce come una forma di linguaggio eminentemente urbano ed ideologicamente libertario, ed è ancora una modalità di comunicazione messa in pratica da tanti giovani, in perenne produzione. Due suoi elementi molto forti, che hanno costruito il suo carattere antagonista, sono l’effimero (per la sua continua sfida al “decoro urbano”) e la mobilità (far “viaggiare” i propri disegni e messaggi sui treni metropolitani è da sempre una delle priorità dei writers), per cui il trasformare quella pratica artistica spontanea in una collaborazione con le istituzioni cittadine incide sicuramente sulla sua percezione, tanto degli abitanti dei quartieri interessati, quanto delle stesse comunità di artisti e writers; analizzare questa elaborazione collettiva, attraverso una specifica osservazione di campo, sarebbe decisamente interessante. Comunque, ciò che ormai è emerso con chiarezza è che i confini tra street-art e art-system sono molto più attenuati rispetto al passato e che le sfumature interne alla stessa “arte urbana” sono così tante da rendere questa categoria poco significativa: il writing, il graffitismo, il muralismo, la stencil art, la sticker art e così via sono fenomeni diversi tra loro, sebbene in forte relazione reciproca e soggetti alle dinamiche artistiche e sociali del tempo.

    Il profilo: Giogg
    Giogg, dottore di ricerca in antropologia culturale presso l’Università di Napoli “L’Orientale”, è docente a contratto di “Antropologia Urbana” presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Napoli “Federico II” e chercheur associé presso l’Université de Nice Sophia Antipolis (Francia).
    Al centro delle ricerche di Giogg vi è il rapporto che le comunità umane hanno con i loro luoghi e il loro paesaggio, con particolare riferimento ai territori a rischio. Tra i suoi contributi più recenti: Vies magmatiques autour du Vésuve: voir et ne pas voir comme stratégie collective (2017), L’ex-voto mancante. Pratiche devozionali individuali e collettive nelle emergenze vesuviane del XVII e XVIII secolo (2017), Il branding vesuviano: antropologia di un’estetica pop (2016), Al di là dello sviluppo, oltre l’emergenza: il caso del rischio Vesuvio (2016), Rischio e postsviluppo vesuviano: un’antropologia della ‘catastrofe annunciata’ (2015), «Mettici la mano Tu!». Emergenza e commemorazione: vecchi e nuovi riti vesuviani (2014).

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