La “trumpesta” francese contro il giornalismo

Le Canard enchaîné” è uno dei giornali francesi più rispettati e antichi. E’ da sempre privo di pubblicità e, nonostante il suo tono spesso umoristico, fa del giornalismo d’inchiesta. Il suo ultimo scoop (la lista è lunghissima) è il cosiddetto “Penelopegate“, in cui la moglie di François Fillon è indicata come beneficiaria di quasi un milione di euro per un impiego – presuntamente fittizio – come assistente parlamentare di suo marito. La reazione del candidato alla presidenza è stata di rigetto delle accuse: «Non ho parole per esprimere il mio disgusto dinnanzi al carattere abietto di queste illazioni […]. Denuncerò tutti i giornali che le sostengono». La faccenda, però, è diventata anche inquietante quando la giornalista Christine Kelly ha detto che, dopo la sua testimonianza al “Canard enchaîné”, è stata minacciata da «un gruppo politico».

(Nella serata in cui ho pubblicato questo post, durante un meeting di François Fillon a Poitiers, il pubblico ha fischiato spesso la stampa, anche su invio dell’ex-premier Jean-Pierre Raffarin, che ha preso la parola per attaccare i media; inoltre qualcuno del pubblico ha bollato un cronista come «un macchinista di treni per Auschwitz». Nel gioco delle parti – com’è intuibile – il giorno dopo l’avversario di Fillon, Emmanuel Macron, si è invece espresso a favore dei giornalisti).

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La vignetta è di Placide. Clicca sull’immagine per accedere alla fonte.

Cambiando candidato alle prossime elezioni, va segnalato che una settimana fa a Parigi tre giornalisti della trasmissione televisiva “Quotidien” (condotta da Yann Barthès, uno dei volti più noti in Francia) sono stati violentemente espulsi dagli agenti di sicurezza di Marine Le Pen. Guardate il video (anche qui):

Ancora, passando all’altro fronte politico, un mese fa l’ex-premier Manuel Valls, rivolgendosi ai cronisti che gli chiedevano delle sue difficoltà nei sondaggi per le primarie socialiste (che poi ha effettivamente perso), ha detto: «Ponete sempre le stesse domande, non sapete fare altro: non risponderò più». Già a dicembre aveva espresso il suo fastidio verso i media, quando disse: «I giornalisti sono il sistema che i francesi non vogliono più». Da allora il termine “sistema” è divenuto uno dei più utilizzati nel dibattito politico, sebbene si tratti di una parola passepartout che ciascuno usa a proprio piacere.
L’insulto al giornalsta è uno dei fenomeni più in vista, oggi in Francia, proveniente sia dai politici, sia dai socialmedia.
Come dite? Vi viene un parallelo con Trump? Beh, certo. Ma ce ne sarebbe uno anche con l’Italia, non vi pare? E’ nel nostro Paese che i giornalisiti vegono messi alla gogna sul blog di un leader politico o inseriti in una lista di proscrizione elaborata da un candidato premier, giusto?
E con tutto questo non intendo dire che il giornalismo non sia criticabile, ma solo che la “trumpesta” soffia un po’ ovunque.

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La vignetta è di Ellekappa. Clicca sull’immagine per accedere alla fonte.

PS: per il recente caso italiano, segnalo un editoriale di Luca Sofri e un commento squadrista di un anonimo sul blog di Grillo (individuato da Vittorio Zucconi).

PPS: sulle elezioni presidenziali francesi del 2017 ho già scritto qui (su un appello di Macron agli scienziati USA), qui (sulla retorica di Le Pen contro la scuola) e qui (sulla newsletter di Maselli).

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In uno dei link inseriti nel post c’è un’intervista di Yann Barthès a Julia Cagé, professoressa di economia a Science Po e autrice del libro “Sauver les médias. Capitalisme, financement participatif et démocratie“. Il volume tratta della crisi dell’intera informazione, specie nella fiducia del pubblico, perché considerata – a torto o a ragione – come un centro di potere, anche economico (in effetti quasi tutti i giornali e le televisioni sono di proprietà di grandi corporation e aziende molto ricche). La proposta di Cagé è di creare un nuovo statuto di «società di media a scopo non lucrativo», intermedio tra lo statuto di fondazione e quello della società per azioni. In questo modo si aprirebbe, secondo l’autrice, a dei media indipendenti da azionariati esterni, inserzionisti e poteri pubblici, ma, di conseguenza, dipendenti dai loro lettori, impiegati e internauti. Si tratta di un modello nuovo che tiene conto della rivoluzione informatica: discuterne è ormai essenziale; ne va dell’avvenire delle nostre democrazie.

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Ormai il fenomeno è così diffuso che i vignettisti (qui è Bernko) lo raccontano così:

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