Ninotto ‘o Maresciallo e gli altri esploratori di confini

19 dicembre 2016:

Ricordo Leonardo, che con la sua bici carica di vestiario e buste di plastica, pendolava lungo la strada principale della Penisola Sorrentina, con un po’ di cani al seguito.
Ricordo Zero, di cui però io e i miei amici da bambini avevamo un po’ paura perché aveva uno sguardo burbero e un fisico così asciutto che si vedevano i nervi, più che i muscoli.
Ricordo Scagnulillo, che, alla perenne ricerca di una sigaretta, chiamava tutti “cumandà”, sempre con le braccia nude, indifferente al freddo invernale [1].
Ricordo Luberto, anzi no, è mia madre che lo ricorda, che portava le taniche d’acqua a mia nonna in cambio di un piatto di pasta.
Ricordo Ninotto ‘o Maresciallo, che se n’è andato due giorni fa, ma che per una vita è stato un vero e proprio animatore della mia città, dalle campagne elettorali ai campionati di calcio. Vestiva con stile impeccabile, diceva di andare a Napoli a fare il professore, in Circumvesuviana attaccava bottone con le ragazze, ma era innocuo. Passava quotidianamente sotto casa dei miei, andava dall’ingegnere Falcone per avere qualche mansione.

antonino-scarpati_detto_ninotto-o-maresciallo.jpg

Questa foto è tratta dal profilo Fb di Mimmo Calderaro, dove sono stati espressi ulteriori ricordi di Antonino Scarpati, detto Ninotto ‘o Maresciallo (clicca sull’immagine per accedervi).

Giuseppe Damiano ha dedicato un pensiero ai “marescialli” intorno a noi, specchio della comunità, in positivo e negativo: “L’addio commosso ad un “mito”. Ma quanti “marescialli” invisibili ed emarginati nella nostra città” (su “Agorà”, 18 dicembre 2016). I “marescialli” credono che nulla sia impossibile, per cui sono un alter ego della “normalità”, svelandone tutta la follia. I “marescialli” sono il dentro che tiene unita la collettività e, allo stesso tempo, il fuori che la apre al mondo, all’inconsueto, all’ignoto. I “marescialli” sono un capro espiatorio e fanno comodo, ma fanno anche paura perché sono quel che eravamo o che potremmo essere. La loro vita tra le pieghe di confine, ai margini tra malinconia e sorriso, talvolta tra disperazione e sofferenza, è la cifra di quel che siamo.
Ricordo Shlomo del film “Train de vie”, che – unico ad avere un guizzo di luce nel buio della persecuzione nazista – immagina di organizzare un finto treno di deportazione per salvare il suo villaggio ebraico dell’Est Europa, tra lacrime e risate.
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[1] Un bel ricordo di Scagnulillo fu scritto due anni fa da Annamaria Guida: qui.

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INTEGRAZIONI:
Tra i commenti al mio post, alcuni amici hanno lasciato ulteriori ricordi:

Antonino De Angelis: Ogni generazione ha i suoi “marescialli”, anch’io ricordo a Piano di Sorrento Ninardone col suo paniere di uova con la maglietta leggera in pieno inverno, ricordo Pisellone solerte e servizievole intorno al mercato ortofrutticolo; ‘O Milionario grintoso e bonaiamente ostile. Ricordo Costantino ‘o scemo, uomo, sfortunato e felice quando poteva essere utile e iracondo quando sfruculiato da noi ragazzini. Anch’io ricordo un film, quello di Tornatore col ‘Padrone della piazza’. Nella finzione o nella realtà questi personaggi, come tu giustamente osservi, sono lo specchio della nostra vita quotidiana e rispecchiano insieme alla loro, la nostra latente follia insieme all’umanità che si annida in ogni essere umano. Un pensiero grato a Ninotto ‘o Maresciallo che simpaticamente mi diceva: “Ndunì pigliammece nu’ café”

Mimmo Calderaro: Ninotto, tantissime volte ha incrociato la vita di migliaia di sorrentini. La mia la incrociò a sei anni, abitavamo a poca distanza e con uno stratagemma si portò via una macchinetta in latta della polizia. Era così, ogni giorno doveva industriarsi per avere ciò che la vita non gli dava, fin da bambino. Come ha scritto bene Raffaele Attardi, raccontando del suo ricorso alla Caccia al Tesoro, che è il miglior esempio per la caccia, perché Ninotto il tesoro lo cercava tutti i giorni. Sempre in giacca e cravatta, mai trasandato, parlava tante lingue a modo suo, anche i dialetti, si trasformava in quello che voleva e che volevano, pur di raggiungere il tesoro quotidiano. Se n’è è andato troppo presto, ma in questo poco tempo ha vissuto mille vite, mille ruoli, al campo Italia diventava, ex calciatore, procuratore, dirigente, presidente di tutto. Lui sorrideva, stava allo scherzo anche dopo sfottò pesanti, ma in quel sorriso i suoi occhi azzurri avevano sempre un velo di tristezza. In tanti lo abbiamo accompagnato alla cappella del Cimitero, ora non ha bisogno di recitare per il tesoro, nell’aldilà sarà apprezzato da tutti per la sua inventiva e fantasia e non dovrà chiedere nulla a nessuno. Gli dico solo grazie per i sorrisi che ci ha fatto nascere sulle nostre facce spesso troppo serie.

Liberato Cafiero: Mi unisco ai ricordi citando un altro mito nella diversità. Lo chiamavamo Vincenzo o loquace: una delle sue frasi celebri era: e pazze stanno a fora. Era l epoca dei manicomi, lui c era stato e aveva verificato che la vera follia si trovava fra le persone normali che commettono atrocità indescrivibili ma da cui è difficile difendersi perché non rinchiusi in luoghi o in sistemi di cure. Morì infatti per mano di persone normali che lo riempirono di botte in una notte di normali follie.

Nel luglio 2016 ho provato delle emozioni simili quando ho saputo della morte di Guy, il clochard di place Garibaldi a Nizza, quando scrissi che il cordoglio può fondare una cultura.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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