Il falò della decadenza

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, durante la veglia per la Madonna Immacolata, a Castellammare di Stabia (Napoli) si accendono numerosi falò in giro per la città. Negli ultimi anni questo evento ha diviso la popolazione tra favorevoli e contrari, a causa delle dimensioni assunte dai fucaracchi, in una delirante rincorsa alla spettacolarità e alla grandezza che produce rischio e illegalità.
Il gruppo “SOS Stabia – Ricomincio da tre” ha lanciato un hashtag al fine di sensibilizzare sulla necessità di una regolamentazione della festa, così da trasformarla da «atto vandalico» ad «evento culturale»: #Falòperbene intende proseguire una tradizione antica, abbandonando certi comportamenti registrati negli anni più recenti, perché «non si possono più tollerare atti vandalici volti alla raccolta della legna, la rovina delle strade e l’inciviltà gratuita». Secondo “SOS Stabia” la tradizione deve continuare, ma in modo regolamentato, per cui propone un vademecum:

1. reperire la legna nella legalità, senza tagliare alberi o rubare.
2. non bruciare legna contenente colle,vernici e sostanze tossiche.
3. evitare azioni che mettano a rischio la salute dei partecipanti.
4. moderare l’altezza del falò per non rischiare inutili infortuni.
5. non arrecare danni all’ambiente circostante.
6. ripulire i luoghi dalle ceneri e carbone rimanente.

Ieri, 7 dicembre, la notizia principale legata ai disagi derivanti dai falò “selvaggi” è stata la chiusura della linea ferroviaria Circumvesuviana:

Castellammare – Tronchi sui binari, treni Circum fermi su tutta la tratta Napoli-Sorrento
La precauzione deriva dalla caduta di alcuni tronchi, provenienti dai boschi sovrastanti le Antiche Terme, sui binari nei pressi della stazione Castellammare Terme, un disagio che purtroppo si ripete a causa della raccolta di legna per l’accensione dei falò dell’Immacolata. / di Giancarlo Esposito

I fatti più gravi risalgono al 2009, quando un tronco d’albero cadde su un treno in transito, ferendo il macchinista e il capotreno, e la chiesa della Pace fu vandalizzata a causa della caccia abusiva di legno per l’accensione dei fucaracchi.

Come si può vedere dalle belle immagini diffuse da “SOS Stabia“, i falò sono imponenti, richiamano una discreta folla e spesso sono l’occasione per concerti di piazza e fuochi artificiali:

Ieri sera, in contemporanea con l’accensione dei fuochi, un amico mi ha chiesto via-web un commento su questa usanza. Ecco cosa gli ho risposto:

In giro per internet vi sono articoli che rimandano a motivazioni cristiane di questa usanza, che definirei piuttosto leggendarie, se non fiabesche (ad esempio questa del Santuario di Nettuno, vicino Roma).
L’uso devozionale dei fuochi in questo periodo dell’anno è frequente: non solo per celebrare l’Immacolata, ma anche santa Lucia (il 13 dicembre) e tanti altri personaggi sacri, almeno fino al 17 gennaio, sant’Antonio Abate; ma si potrebbe citare anche la notte di Natale, quando in alcune chiese i fedeli accendono gli uni dagli altri una candela, o addirittura le luminarie sui balconi e per le strade, compreso l’albero addobbato con lucine e candeline. Risalente ad epoche ben precedenti il cristianesimo, questa pratica festiva è ancestralmente legata al ciclo dell’anno: è un modo per sostenere il sole, ora che sta calando, ora che le giornate sono sempre più corte e fredde. Il simbolismo dei fuochi del solstizio d’inverno è speculare a quello del solstizio d’estate, quando pure c’è la tradizione di accendere fuochi (ad esempio la notte di san Giovanni) per una ragione complementare: supportare il sole (la luce, la vita, il calore) al suo apice, ovvero nel momento in cui comincerà la sua fase discendente.
Su questa ragione arcaica si sono innestati vari culti a seconda della religione. In Italia, con il cristianesimo, quell’usanza è nascosta dietro celebrazioni di santi e madonne.
A questa interpretazione mitico-religiosa va necessariamente affiancata una seconda chiave di lettura, più contemporanea: i falò dell’Immacolata sono strumenti di potere, macchine per il consenso sociale. Lungi dall’essere immobili e fedeli a se stesse, le tradizioni popolari, cioè, sono in continua trasformazione e vanno lette anche in base all’uso “politico” che se ne fa nel corso del tempo. Non conosco in maniera approfondita la situazione a Castellammare, ma non fatico a credere che l’organizzazione rionale di un falò in un luogo pubblico sia un’occasione per esibire le proprie capacità, la propria influenza… il proprio potere: c’è chi è in grado di mettere in piedi un evento che blocca il traffico o addirittura il treno, chi ostenta prosopopea sfidando i regolamenti comunali o addirittura rubando un camion di legname, chi coglie l’occasione per sfoggiare status economici e sociali. Qui di “culturale” (di religione e religiosità, di tradizione e appartenenza) c’è poco, piuttosto c’è l’ennesima occasione per beffarsi della convivenza collettiva e del rispetto reciproco, c’è la solita conferma di quanto il localismo stia scadendo in retoriche buone solo ai signorotti di paese.

Nella conversazione, poi, si è inserito un altro amico, che ha scritto questa testimonianza:

I falò li accendono in concomitanza con il passaggio dal giorno 7 a 8; li fanno tutti i quartieri più popolosi. Oltre a una tradizione filo cristiana è una competizione a chi realizza il falò più alto: fanno le ronde di notte già un mese prima, a caccia di legname, in periferia o presso aziende che usano ‘e cascettiell. Talvolta vanno sul monte Faito e fanno di tutto: l’altro giorno fu disboscata parte del sentiero di Quisisana e intervenne pure il WWF. In certi rioni rasenta la potenza delle nuove leve della camorra; parliamo di ventenni, perché i grandi capi e soldati sono tutti dentro, non ci sono più i boss a tenere le fila della manovalanza. L’ex-sindaco Luigi Bobbio fu l’unico a vietarli perché non stabiese. Successivamente, Nicola Cuomo – ex-sindaco decaduto un anno fa – e, oggi, il neo-sindaco Pannullo non li hanno vietati, hanno invitato solo a non esagerare e non fare troppo caos, considerati i rischi di falò così grandi. Generalmente a C/Mare il falò è alto una ventina di metri, realizzato con basi di legna l’una sopra l’altra. Oggi, sotto casa, in 40, tutti ragazzi, hanno preso addirittura una gru per fissare la legna quanto più in alto possibile. Le forze dell’ordine ci sono, hanno spiegato che tra carabinieri, guardia di finanza, vigili e polizia ci saranno oltre 100 uomini stanotte. Chiudo ricordando che, negli ultimi due anni, in cima al falò viene spesso affisso uno striscione, tipo stadio, con il nome del quartiere o con messaggi subliminali per il controllo del territorio. Due anni fa, nel rione Aranciata Faito, lo striscione recitava: “Aranciata Faito is back”. Erano mesi che c’era guerra tra bande, ma quello striscione annunciò la pace. L’anno scorso, invece, un altro striscione affisso sul falò di un altro quartiere aveva insulti alle forze dell’ordine.

Come attesta questo racconto, l’usanza dei focaracchi è divenuta una manifestazione di potere rionale in cui la devozione per l’Immacolata e il rispetto della tradizione c’entrano poco o nulla. E’ quanto sostiene anche Gaetano Maresca in questo suo post di stamattina.
La criminalità locale (spesso piccoli gruppi camorristici in ascesa) si è impossessata di una tradizione, svuotandola e travisandola, ma vietare i falò probabilmente è inutile, se non controproducente, così come ignorarli, perché in entrambi i casi li si fa divampare tra le fasce più sguarnite e indifese della collettività. Piuttosto, andrebbero regolamentati, sia dall’amminsitrazione comunale, sia dalle autorità religiose cittadine. Certo, non è facile, specie quando ci si mette anche la cattiva sorte: come ha aggiunto l’amico, «Alcune amministrazioni hanno provato a regolamentare, ma non ci sono riuscite. L’anno scorso un falò fu fatto dal comune, in tutta sicurezza, ma… la legna non si accese e, addirittura, fu visto come un segno di cattivo presagio».

Il falò più alto è, dunque, segno di potere, ma ad una lettura più ampia svela anche un’ulteriore caratteristica: è una dimostrazione di decadenza, lo sbando di una società consumistica che tutto può distruggere perché l’importante non è creare e conservare, bensì sciupare ed esaurire. Si hanno derive del genere anche in altre parti del mondo, ad esempio con il potlatch, un’antica festa dei nativi americani nord-occidentali (ora scomparsa) in cui i leader di due tribù si scambiavano doni (pelli, cibi, tessuti…) da distruggere ritualmente, al fine di ostentare il proprio prestigio sociale; con l’arrivo degli europei, però, questa cerimonia assunse delle dimensioni tali che le comunità amerindie dedite a tale pratica sfiorarono l’autodistruzione.

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Come osserva stamattina “SOS Stabia”, ieri sera l’impiego di forze dell’ordine è stato notevole, tuttavia «questa città non ha solo bisogno di “Guardie” per l’accensione del falò, questa città ha bisogno di un’organizzazione che eviti tutti gli atti vandalici che si sono perpretati i giorni prima dell’accensione».

Da segnalare, infine, le parole che stamani ha pubblicato il sindaco di Castellammare, Antonio Pannullo, secondo il quale «la città ha risposto in maniera responsabile all’appello di tener viva la tradizione della Notte dell’Immacolata e, al contempo, di non trascendere in atti vandalici» (nonostante qualche episodio da condannare).

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Ho segnalato questo post sul mio Fb, dove sono stati lasciati alcuni commenti molto utili.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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