La favola dell’accoglienza

25 ottobre 2016:

Una mattina Papà e Bambina giunsero nella loro Quasisola preferita. Il viaggio non era stato particolarmente lungo, né difficile, ma era cominciato in piena notte, per cui, dopo alcune ore, si erano entrambi affaticati. Tuttavia, quando si affacciarono sulla loro meta, ebbero la sensazione di un sipario che s’apre su uno spettacolo, allora la stanchezza sembrò svanire e il sorriso tornò sul loro volto. Scesi in paese, Bambina si guardò intorno, sentì delle voci e rivolse uno sguardo di sorpresa a Papà: “Ma parlano come noi?!“. “Oui, mon coeur – disse Papà – qui parlano tutti italiano“.
Quella mattina Papà e Bambina tornarono a casa, in una delle loro tante case. Sì, Papà e Bambina erano fortunati, perché conoscevano tanti luoghi in cui sentirsi a casa. Casa era dove sta Mamma, dove stanno Nonno e Nonna, dove stanno Amico e Amica. Casa era qualsiasi luogo in cui Papà e Bambina ricevevano da mangiare e da bere, dove venivano curati e vestiti, dove potevano leggere e giocare. Papà e Bambina non avevano sofferenze, per fortuna, ma, di fatto, erano stranieri un po’ ovunque, eppure in tanti posti ricevevano sempre affetto e venivano accolti da tutti.
Insomma, come in qualsiasi vita bella. Oppure come nei sogni, dove 12 donne e 8 bambini che scappano da dolori inimmaginabili vengono abbracciati da un’intera comunità: dal mugnaio e dal ciabattino, dal giullare e dal notaio, dal Primo Cavaliere e dal sacerdote, dal Re e dalla Regina. Nelle favole, almeno.

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La Penisola Sorrentina, una delle case di Papà e Bambina.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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