Laureato in inutilità

1 ottobre 2016

Ciao, sono un laureato in lauree inutili (Stefano Feltri dixit). Siccome amo perseverare, ho preso anche un dottorato inutile. Per queste ragioni sono anni, ormai, che mi arrabbatto tra magri contrattini – di compenso e di tempo – e cinghie da stringere, tra bruxismo di speranze e docenze sottoproletarie, tra candidature a pagamento e noncuranze burocratiche. Colpa mia, sì. Ma anche un po’ responsabilità di condizioni più ampie che dal ministero vanno fino al sistema-mondo, passando per nepotismo spicciolo e incontri sbagliati.
Sì, rispetto alla propria vita biologica esistono lauree utili e inutili: l’antropologia culturale e le scienze sociali sono una risorsa straordinaria, necessaria, ma inutilizzata per il Paese, tuttavia per la mia personale esistenza si stanno rivelando un problema, se non un ostacolo. Cavoli miei, certo, ma come spiega “Valigia Blu”:

«se molti laureati risultano scontenti e insoddisfatti, dovremmo forse chiederci anche il perché e non solo registrarlo. In questo contesto, infatti, limitarsi a constatare un dato significa ridurre il discorso pubblico sull’Università, e quindi sul futuro del paese, alle mutevoli dinamiche del mercato del lavoro. […] È evidente che le tesi di Feltri discendono da una sua personale concezione della società, dell’economia, del lavoro e, quindi, anche del ruolo dello Stato in questi ambiti […]. Secondo il vice direttore del “Fatto quotidiano” dovremmo soltanto porre i futuri universitari davanti all’evidenza della disoccupazione e del precariato allo scopo di frustrare le loro aspirazioni e propensioni. E non invece porre questa stessa evidenza di fronte ai governi affinché, per esempio, aumentino gli scarsi investimenti pubblici in alcuni settori» (Antonio Scalari).

Ora vi saluto, vado – dignitosamente – a lavare le scale del palazzo. Buon fine settimana.

– – –

Tra i commenti ho aggiunto la seguente ulteriore considerazione:

Ringrazio chi ha commentato […]. Vi linkerò un articolo di qualche mese fa, a dimostrazione che la domanda e l’offerta sono entità governabili, ergo determinate dalla volontà e dalla fantasia.
Ho la fortuna di avere una docenza universitaria e di averla in un contesto molto diverso dal mio, per cui viene a crearsi una relazione estremamente stimolante: ho un corso di “antropologia urbana” al dipartimento di ingegneria dell’università di Napoli “Federico II”. Ne sono orgoglioso e sono riconoscente perché è innanzitutto un onore, poi è una responsabilità e tento di esserne all’altezza, dando tutto ciò che posso, tutto ciò che so. Tralascio una marea di dettagli, pure importanti e interessanti per comprendere lo stato in cui versa l’accademia italiana, la coerenza dei professori e le aspettative future del Paese, e ne dirò una sola: chi ha pensato di inserire un insegnamento come il mio in una facoltà così tecnica (e ambita anche dal mercato del lavoro), ovvero la prof.ssa Amalia Signorelli, ha dimostrato – circa 10 anni fa – una visione profonda e lungimirante, una consapevolezza del proprio sapere e, se vogliamo, del ruolo “politico” di tale disciplina che dovrebbero essere d’esempio a tanti ministri. Si, perché il tema sollevato con questo post (che dal personale va nel pubblico) è eminentemente politico. La domanda e l’offerta non sono come venti caldi e venti freddi o come, chessò, onde gravitazionali su cui non abbiamo la possibilità di intervenire; sono, al contrario, entità prodotte socialmente, dunque che è possibile – entro certi margini – indirizzare, modificare, “aggiustare”. Se ritenessimo davvero che siano dati “naturali” non avremmo l’economia politica e le politiche economiche, non invocheremmo il boicottaggio per coloro che riteniamo responsabili di misfatti, non avremmo il welfare state e così via. Saremmo, cioè, nel pieno del più bieco neo-ultra-liberismo. Ho diversi amici economisti e spesso scivolano proprio su questo punto della “autoregolamentazione” del mercato, svelando, però, solo quanto siano laureati in capitalismo, non in scienze economiche (al plurale). Il nostro vivere insieme non è frutto del destino, ma è un prodotto storico, una costante costruzione collettiva.
Vabbè, la faccio breve e vengo al link che avevo annunciato: tempo fa leggevo, con orgoglio, che anche mondi apparentemente diversissimi possono dialogare e creare virtuosismi, come nel mio piccolo caso personale di antropologo tra gli ingegneri. L’articolo trattava del crescente impiego (ma ancora marginale, certo) di antropologi nelle aziende di software e spiegava: «How am I a better software engineer because of anthropology? For starters, I am insanely curious». Se volete, ecco il testo completo: QUI.
Bene, quel che volevo dire è che oltre ai dati quantitativi (che ci servono per capire l’entità di un qualsiasi fatto), per elaborare soluzioni (anche qualitative), cioè per immaginare il futuro e per rispettare le passioni, gli impegni, i sacrifici di chi ha già investito nella (propria) cultura, l’alimentare la curiosità e la fantasia ci farebbe solo bene.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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