Il museo delle polemiche: Lombroso e i briganti meridionali

13 settembre 2016

Luca Addante, docente di storia presso l’università di Torino, ha scritto un lungo articolo sul “Corriere della Calabria” in merito al (sempre più sorprendente) dibattito sul “Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso“, divenuto così abnorme da inglobare ormai strumentalizzazioni politiche, ideologie identitarie, revanscismo neoborbonico, evidenti ignoranze, bufale da socialmedia, denunce e sentenze giuridiche. La confusione è tale che questo articolo può essere utile a molti, posto che si riesca ad arrivare fino in fondo, fino a quando, cioè, l’autore cita “Lombroso e il brigante. Storia di un cranio conteso“, libro dell’antropologa Maria Teresa Milicia.
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PS: Concentrandomi sul linguaggio museale come fenomeno storico e culturale, un anno fa [il 3 ottobre 2015] ho scritto anche io, sul mio fb, una breve nota in merito al museo di crimonologia torinese:

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Coloro che non frequentano i musei non sanno che questi, prima dell’oggetto o del tema cui sono dedicati, espongono se stessi, ovvero la storia del proprio allestimento e, soprattutto, la mentalità di chi se n’è occupato.
Da diversi anni il “Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso”, da questi fondato nel 1876 presso l’università di Torino, solleva polemiche, con ondate di indignazione più veementi del solito, come in queste ultime settimane. Sul web sono state lanciate delle petizioni per la sua chiusura e, attraverso fb, non è raro imbattersi in testi di sdegno (magari da chi non l’ha mai visitato): costoro ritengono che quel museo sia una sorta di celebrazione razzista contro i briganti meridionali del XIX secolo, ma la collezione lombrosiana va molto al di là. Girare tra le sue teche non è certamente una passeggiata, tuttavia il modo in cui viene posta la polemica ne svela l’orizzonte e questa, in particolare, lascia ampiamente trasparire finalità di consenso politico immediato, più che una seria riflessione sul pensiero razzista ottocentesco, di cui molti oggi sono eredi più o meno inconsapevoli.
Il tema della sostenibilità odierna di musei sorti nel periodo coloniale, ispirati a principi scientifici superati e squalificati come, appunto, il razzismo e l’evoluzionismo sociale, è più che attuale: le ex-colonie degli imperi europei rivendicano reperti saccheggiati dai “civili” e conservati nei musei “etnografici” di Parigi, di Londra e di numerose altre località del nostro continente. Al tema sono state dedicate riflessioni sia dal punto di vista storico-antropologico, sia da quello museografico e le più serie non si limitano mai a singoli episodi, ma pongono in questione l’intero impianto storico.
Naturalmente, questo non è certo un argomento esauribile in poche righe su fb, ma, per tornare al caso del “museo Lombroso”, a mio avviso la sua chiusura è la soluzione peggiore, come tutto ciò che appare come una scorciatoia alla comprensione di quanto ci circonda. Quel museo racconta una particolare concezione della vita e della scienza, della giustizia e della pena: tutto superato, in teoria, eppure la storia talvolta è ciclica, per cui forse sarebbe meglio non distogliere lo sguardo da quei crani esposti sotto vetro, segno di un’epoca che, purtroppo, continua a fare capolino. Piuttosto, si riorganizzi il materiale alla luce delle conseguenze (politiche e sociali) che quel modo di fare scienza ha avuto nei decenni successivi, ovvero in base al sapere e alla consapevolezza odierni. E si sappia, inoltre, che quello di Lombroso non è l’unico caso: alla University College di Londra, ad esempio, è esposta la collezione di Francis Galton, colui che ha creato il termine “eugenetica”.

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