Alan e Omran, immagini di bambini in guerra

2 settembre 2016

Settembre è il gennaio di quello che potremmo chiamare “l’anno percepito”, che è sfasato rispetto all’anno solare con cui teniamo memoria del tempo che passa. In effetti, di cicli dell’anno ne esistono innumerevoli: da quello finanziario a quello scolastico, da quello accademico a quello della magistratura e così via. Quel che voglio dire è piuttosto chiaro con un’espressione francese: “la rentrée”, ovvero il rientro (non solo dalle ferie, perché è, più estesamente, il reimmergersi nel ritmo quotidiano abituale). La “rentrée” è un vero e proprio evento sociale: in questo periodo ci sono le offerte nei supermercati e, incontrandosi per strada, ci si augura una “bonne rentrée” vicendevolmente. Insomma, con settembre ricomincia il giro.
Cadenzandolo in questa maniera, l’ultimo anno si aprì il 2 settembre 2015 con una foto agghiacciante, quella di un bambino di tre anni riverso sul bagnasciuga di una spiaggia turca: era Alan Kurdi, bimbo kurdo siriano di Kobane che scappava dalla guerra. Alla fine del suo ciclo, l’anno in questione si è chiuso il 18 agosto 2016 con un’altra fotografia sconcertante, quella di Omran Daqneesh, anche lui di tre anni, seduto in un’ambulanza, silenzioso e attonito, sporco di sangue e polvere, ma fortunatamente scampato al bombardamento della sua casa ad Aleppo, sempre in Siria.
In mezzo c’è stato di tutto, centinaia di bambini annegati nel Mediterraneo, un numero incalcolabile uccisi in Siria, decine rapiti tra Camerun e Nigeria, senza considerare gli scuolabus esplosi nello Yemen, le scuole bombardate nel Pakistan e in Libia, i campi di calcio in Iraq, i ristoranti in Bangladesh… e poi i bambini sulla Promenade des Anglais di Nizza.
Questo non è un elenco, perché è colpevolmente lacunoso, non esplicitando i tanti innocenti, in numerosi altri luoghi del mondo, di cui pure dovremmo sapere di più e ricordare il sacrificio, unica possibilità che abbiamo per non rendere vano quel dolore.
Ora comincia un nuovo anno, io ho mia figlia che va a scuola, guardo la città in cui vivo sempre più blindata, io stesso controllo che l’ingresso dell’asilo abbia delle barriere sul marciapiedi resistenti ad un camion, eppure spero; spero come tutti ad ogni capodanno, spero banalmente che il nuovo anno sia migliore di quello precedente.
– – –
PS: si chiamava Alan, non Aylan. Rispettarne la memoria significa cominciare a nominare correttamente quel bambino.

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