Nizza, ai margini di una tragedia

La sera del 14 luglio 2016 ero con la mia famiglia e con amici sulla Promenade des Anglais per ammirare i fuochi artificiali della festa nazionale francese. Ad un certo punto, però, la folla ha cominciato a correre e, così, anche noi siamo scappati a casa, ma senza sapere perché. Una volta al sicuro, abbiamo pian piano cominciato a capire che era accaduta una tragedia enorme e che noi vi eravamo stati vicinissimi.
Qui di seguito i miei post su fb, di quella sera e dei giorni seguenti:

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14 luglio, 23h22
Sulla Promenade des Anglais, con decine di migliaia di persone riunite per vedere i fuochi artificiali del 14 luglio, pare che un camion sia finito sulla folla e che abbia provocato dei feriti. L’abbiamo scoperto ora, appena arrivati a casa, correndo via dal lungomare insieme ad una folla impazzita e con alcuni in lacrime. Un attacco di panico collettivo, ma mentre sei lì non lo sai: scappi e basta.
Su twitter c’è qualche sciacallo, ma le notizie più attendibili sono qui.
In ogni caso, sirene di polizia e ambulanze continuano a girare in centro da mezzora.

14 luglio, 23h43
No, non era panico collettivo. Più passano i minuti e più sembra qualcosa di grave. La Prefettura di Nizza parla di attentato. Noi siamo scappati e arrivati a casa. Le ambulanze girano senza sosta.

15 luglio, 0h25
La Protezione Civile di Nizza chiede di liberare il centro cittadino per far passare i soccorsi, che sono continui. I morti sembrano 60 e i feriti 100. Un complice sembra in fuga.
Da parte mia posso dirvi solo che siamo scappati dalla Promenade des Anglais senza sapere perché, ma innanzitutto per non essere travolti dalla folla. Ora siamo a casa, con molta più angoscia.

15 luglio, 4h42
Sono le 4 di notte, io e mia moglie siamo seduti a terra, con le spalle appoggiate al divano, dove dorme nostra figlia. Lei un computer, io un altro: non riusciamo, né vogliamo riposare. Abbiamo seguito la valanga di notizie delle ultime ore, cercando di capire cosa fosse accaduto quando, ignari del perché, ci siamo messi a correre verso casa, consci che le sirene di ambulanze, pompieri e polizia stessero raccontando qualcosa di molto grave.
Come ogni 14 luglio, abbiamo trascorso la serata in compagnia di amici sulla Promenade des Anglais, una delle strade più belle al mondo. E, come di consueto, intorno a noi vi erano decine di migliaia di persone, anzi di più, centinaia di migliaia: tutti gruppi di amici o di parenti per quella che è la festa “in famiglia” per eccellenza. Su quel bel lungomare, ogni anno, prima si tengono vari concerti e dopo comincia della musica per ballare in strada. Si potrebbe dire che è una festa lunga alcuni chilometri, perché la Promenade abbraccia tutta la Baie des Anges, al cui centro, nella ricorrenza della presa della Bastiglia, coi colori si celebra la libertà conquistata più di due secoli fa.
La particolarità di questa festa rende la strage di stasera ancora più abominevole di quella al Bataclan: a Parigi le vittime erano giovani che stavano divertendosi, qui sono delle famiglie con bambini. Verosimilmente di diverse nazionalità.
Stasera il nostro gruppo era di una decina, compresi tre bambini di 1 e 2 anni. Abbiamo visto i fuochi d’artificio, belli e vividi, grazie al vento che ripuliva l’aria dal fumo. Proprio il vento, però, ci ha fatti allontanare dal mare verso le strade più riparate del centro storico, così, appena terminato lo spettacolo, ci siamo salutati e ciascuno s’è incamminato verso casa propria. Percorrendo Nizza Vecchia, ad un certo punto abbiamo sentito delle voci concitate e, soprattutto, abbiamo incrociato parecchia gente che procedeva a passo svelto, poi sempre più veloce, fino a correre. Ci siamo fermati per non essere travolti e abbiamo pensato immediatamente ad un attentato (perché in Francia è un riflesso condizionato dal gennaio 2015), ma non avevamo sentito alcuno sparo, nessuna esplosione, nessun rumore sospetto, quindi ci siamo detti che forse era panico collettivo, magari dovuto al tavolino di un bar fatto cadere dal forte vento. Eppure quel movimento umano continuava e, anzi, si diffondeva, per cui, senza più pensare, ho preso in braccio il passeggino con mia figlia e, insieme a mia moglie e i nostri ospiti, abbiamo cominciato ad allontanarci velocemente anche noi. Conosciamo bene la zona, per cui abbiamo evitato di imbottigliarci nei vicoli, preferendo una strada più ampia e diretta verso casa, che comunque non è molto distante. All’incrocio successivo, però, proprio davanti a noi un tonfo e alcune persone che cambiavano direzione di corsa. In quel momento gli occhi sono andati in tutte le direzioni, cercando un qualche riparo per capire cos’era stato e, pertanto, cosa era meglio fare. Ci siamo fermati dietro una casetta di legno del parco verde che stavamo attraversando, e ci siamo persuasi che questa volta era stato realmente il vento, per cui abbiamo proseguito, seguendo altre persone nella nostra stessa direzione. Quando, però, il gestore di un bar mi ha chiesto se stessimo tutti bene, a quel punto ho cominciato a preoccuparmi: mi sono accorto delle lacrime di alcune ragazze e ho captato alcune frasi di persone al telefono.
In pochi istanti, tuttavia, siamo arrivati a casa e ci siamo attaccati alle news. Su twitter qualcuno alludeva ad un attentato, ma non gli ho creduto, perché le fonti più autorevoli scrivevano di un incidente. Così abbiamo avvertito i parenti in Italia, dicendo appunto che se avessero sentito di un problema a Nizza, noi stavamo bene e forse non era nulla di grave. In realtà le ambulanze procedevano a sirene spiegate, ma ancora non era chiaro alcunché. Soprattutto, non volevo credere a quel che temevo.
E tutto questo è durato fin quando quel panico si è mostrato reale e giustificato: un camion di 15 metri è piombato sulla folla e ha proseguito, pare, per 2km zigzagando e sparando. L’autista/attentatore è stato ucciso, ma non è chiaro se avesse un complice e, eventualmente, se questi si sia dileguato. Non si conoscono (ancora) le ragioni e la matrice di questo orrore, ma in questo momento i morti accertati sono già 78, i feriti sono oltre un centinaio, di cui 16 in condizioni critiche.
Noi siamo salvi e al sicuro, ma adesso ripenso a quei minuti di fuga e mi domando perché non abbia corso prima e più velocemente. Mi sono accorto di aver voluto preferire, più volte, una possibilità innocente come il forte vento ad un’altra ipotesi ben più spaventosa. Forse è normale allontanare da sé il pensiero angosciante, ma sicuramente non si può evitare l’angoscia retroattiva. Specie ora che vedo certe fotografie.

[Questo post ha avuto una grande eco ed è stato rilanciato da vari website e giornali: “Il Mattino“, “Metropolis“, “Corso Italia News“, “The Post Internazionale“, “Positano News“, “Diretta News“, “Guarda e senti“, “Vico Equense online“, “Castelvetrano News“, “Telestreet Arcobaleno“, nonché un fugace riferimento su “La Repubblica Napoli].

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15 luglio, 15h12
Sono le 15h00 del giorno dopo, le sirene non smettono di rompere il silenzio odierno di Nizza, vuoi per l’arrivo del Presidente della Repubblica, vuoi per qualche altra emergenza. Poco fa un corteo di motociclette della polizia ha scortato due ambulanze, una con rimorchio, dirette verso un ospedale qui vicino, forse trasportano sangue e medicine.
I disastri durano nel tempo. E questo di Nizza durerà a lungo.
Qualcuno mi ha chiesto se abbiamo paura. Si, ma non da ieri. Ieri è peggiorato, ma è un anno e mezzo che ci guardiamo intorno nel tram o in fila per entrare al teatro; la sola differenza rispetto al novembre scorso è che nel frattempo in città altre grandi manifestazioni erano state tranquille, come il Carnevale (che richiama un milione di persone) e gli Europei di calcio (le cui “fanzone” sono state organizzate egregiamente).
Qualcun altro mi ha domandato se potevamo immaginare una cosa del genere, in queste modalità. No, noi no, ma i servizi di sicurezza si, avrebbero dovuto, specie se avessero tenuto conto di quanto accaduto per mesi a Gerusalemme, con le auto lanciate sulle persone in attesa degli autobus: per quanto si possano dare motivazioni diverse (sempre che si debba trovare una ragione al seminare morte), la metodologia stragista è la stessa, ma con un salto di scala.
Oggi il centro cittadino è chiuso. L’area dell’attentato è transennata anche alla vista. Sulle barriere presidiate dai poliziotti ci sono fasci di fiori e in giro si scorgono televisioni da tutto il mondo. I turisti siedono ai tavoli all’aperto, ma sulla spiaggia non c’è nessuno. Le bandiere sono a mezz’asta.
Noi stiamo in casa.

17 luglio, 9h28
Killian aveva 4 anni, gli stessi di Yannis. Amy, invece, ne aveva 12, come Mehdi, la cui sorella gemella è in coma. La signora Fatima, di 60 anni, sembra sia stata la prima vittima, aveva sette figli. In una famiglia di sette persone, ne sono morte sei. Sean e Brodie, padre e figlio di 51 e 11 anni, venivano dal Texas. La nonna Ferkous Zahia e i suoi due nipotini, invece, dall’Algeria. E, ancora, la coppia di pensionati François e Christiane sono morti con la loro figlia Véronique e il loro nipote Michaël. E poi l’altra coppia Germain e Giséle, una studentessa di 20 anni, un futuro padre di 27, un poliziotto di 48: russi, ucraini, marocchini, tedeschi, tunisini, algerini, svizzeri, americani, francesi, nizzardi. Sono solo i primi nomi, le prime storie spezzate di cui si sia venuti a conoscenza.
La banalità del male che ha colpito Nizza ha anche un’altra faccia, quella della casualità del male: non importa la tua storia, non importa la tua provenienza, né il tuo credo, non importa nessuna delle appartenenze sociali e culturali sciorinate dai sostenitori delle chiusure, bastava stare lì, bastava essere moltitudine per una sera.
Ci interroghiamo tutti sulle conseguenze di questo massacro, sulle risposte della politica a livello locale, nazionale e, aggiungerei, continentale. Come si domanda Eric Jozsef, «quante stragi la Francia può sopportare ancora? Qual è il suo grado di resilienza, la sua capacità di compattarsi e di non cadere nella trappola del terrorismo e nella guerra civile?». I gruppuscoli neofascisti nizzardi (Nissa Rebela, Bloc Identitaire, Génération Identitaire) e i consiglieri regionali del Front National hanno immediatamente (ri)cominciato sui socialmedia la loro propaganda xenofoba (che questa gente possa incrementare l’incendio è una paura che serpeggia da tempo). Il governatore regionale, nonché ex-sindaco della città, ha assicurato – ancora una volta – maggior sicurezza. Il governo, dal canto suo, ha rilanciato con l’annuncio del prolungamento dello stato di emergenza. Ovvero il nulla: nulla che possa minimamente scalfire le cause sociali all’origine di questo orrore. Ci stanno / ci stiamo progressivamente chiudendo, individualizzando, privatizzando, sempre più arroccati dietro strumenti palliativi, illusioni di sicurezza fatte di videosorveglianza utile solo a posteriori, dunque del tutto vana a prevenire alcunché.
Inoltre no, non ha alcun senso «separare le etnie», come pure qualcuno mi ha scritto. Capisco lo shock e la rabbia, ma ragioniamo un momento: le etnie, lo dico da antropologo, sono delle costruzioni, non si possono definire mai completamente, non sono mai dei compartimenti stagni. Ma soprattutto, in questo caso non c’entrano assolutamente niente.
Il discorso va declinato su più piani: innanzitutto, bisogna abbandonare la retorica vuota e inefficace della sicurezza nelle nostre città, volta esclusivamente a illudere di stare tranquilli, ma in realtà del tutto controproducente (o si adottano misure reali di controllo in occasione di eventi di massa o siamo dinnanzi a semplici slogan buoni per la campagna elettorale, non per la vita quotidiana); in secondo luogo, la Francia deve riattualizzare il suo principio di uguaglianza (dunque di cittadinanza), evidentemente disatteso in troppe banlieue trasformate in ghetti in cui prosperano diffidenza e risentimento, materia prima per proseliti di odio cui in troppi hanno ceduto; inoltre, è fondamentale tenere unite le istituzioni islamiche francesi contro lo smembramento in corso (il vice-presidente degli imam del Paese si è dimesso due giorni fa, subito dopo la carneficina di Nizza, in polemica con l’ambiguità di certi suoi colleghi); infine, una risposta comunitaria dell’Europa al mostro che ha devastato la Siria e l’Iraq, senza dimenticare ampie zone della Nigeria, della Somalia, del Sud Sudan in mano a criminali senza scrupoli: accoglierne i profughi, proteggere i percorsi di fuga, tagliare i collegamenti che danno ossigeno (innanzitutto finanziario) a tali organizzazioni, dunque avere il coraggio di rompere diplomaticamente con l’Arabia Saudita e le altre oligarchie della regione.
Ho letto di un appello a donare sangue all’ospedale Gaslini di Genova: è falso. Tutti i feriti, comprese le decine di bambini, sono negli ospedali di Nizza (l’ospedale pediatrico è giusto accanto alla zona del massacro). Per favore, dunque, non condividete notizie le cui fonti non siano verificate e verificabili.
Ho visto anche la prima pagina de “Il Tempo” di ieri: quello non è giornalismo, quella è depravazione. Così come sono profondamente deluso dal “Corriere della Sera”, che ancora ieri alle 20h00, dopo due giorni dal fatto, aveva in testa all’homepage un video amatoriale del camion piombato sulla folla. Se avete bisogno di vedere un corpo martoriato per provare dolore e per avvertire l’enormità della violenza, fate qualcosa per il vostro sistema empatico e difendetevi da questi spacciatori di fiele e scalpore.
A quelli per cui l’omicida era un pazzo o un depresso (e mi pare evidente che non stesse in sé), tenete conto delle modalità della sua azione: ha usato un mezzo qualunque per seminare morte, seguendo pedissequamente le nefande indicazioni di Daesh, che infatti ieri sera ha rivendicato il suo gesto.
Domani, lunedì 18 luglio, alle 11h45 qui a Nizza verrà osservato un minuto di silenzio presso il “Monument du centenaire”, il monumento dell’unità nizzarda alla Francia. L’appello precisa che «è stato chiesto alla Prefettura di assicurare i mezzi necessari al fine di garantire la sicurezza di questa cerimonia». Si ha paura degli assembramenti, e questo la dice lunga sullo stato d’animo generale.
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Grazie a tutt* per la solidarietà, siete stati tantissimi a scrivermi e a darmi un cenno della vostra vicinanza.

18 luglio, 13h23
Alle 12h00 si è tenuto un minuto di silenzio sulla Promenade des Anglais, a Nizza, presso il “Monument du Centenaire”, a pochi passi dal massacro dell’altra sera. Questa è la visione dall’alto:

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20 luglio, 8h02
Cominciano ad essere pubblicati dei memoriali online per le vittime di Nizza: la metà era straniera (provenivano da 29 Paesi, oltre la Francia), un terzo era musulmano, dieci erano minorenni (compresi bambini piccolissimi) e degli oltre 200 feriti, 18 sono ancora tra la vita e la morte.
Dopo un trauma ci si raccoglie gli uni con gli altri, ci si riunisce come comunità, magari intorno al luogo della tragedia lasciando un fiore o con un rito religioso (vi sono state delle celebrazioni sia cristiane che musulmane). Ma fanno “comunità” anche un concerto musicale, una pièce teatrale, una performance artistica.
Lo choc e il lutto nazionale hanno portato all’annullamento del «Nice Jazz Festival», uno dei più antichi d’Europa, una delle manifestazioni più belle di questa città, che sarebbe cominciato sabato scorso e terminato stasera. Noi avevamo i biglietti per ascoltare Leyla McCalla e Ibrahim Maalouf, nonché per la serata finale, che sarebbe stata aperta da Spirale Trio, del nostro amico Laurent Rossi.
Un anno fa Spirale Trio vinse il Tremplin del festival, per cui guadagnò il diritto a registrare un disco e ad esibirsi sul palco principale dell’edizione successiva, questa. I nostri amici avrebbero suonato prima di artisti del calibro di Brad Mehldau e di Youssou N’dour, in un’occasione prestigiosa ed unica.
Invece è sfumata e, con essa, è saltata la possibilità, soprattutto in questo momento, di stare insieme.
Oggi, dunque, vi proporrei di ritagliarvi qualche minuto e di ascoltare il loro jazz melodico. Su youtube e altrove trovate vari brani, io vi suggerisco “On the hill“.

20 luglio, 12h08
Ogni attentato, ogni disastro, apre uno spazio politico che le varie forze in campo tentano di occupare. Dopo la strage di Nizza, la sinistra al governo nazionale francese balbetta e annaspa, sembra orientata ad uno sconcertante fatalismo, dal momento che è riuscita a pronunciare solo inviti all’unità nazionale, segno che l’unità si è sgretolata da tempo. L’estrema destra non fa neanche più campagna elettorale, sguazza direttamente nel sangue delle vittime, al fine di spargere ulteriore odio e per alimentare le sue indecenti semplificazioni e chiusure (un alto dirigente del “Front National” si è addirittura rallegrato del «boom di adesioni» ricevute dopo il massacro). La destra repubblicana, dal canto suo, aspira agli istinti primari, come ha chiaramente mostrato la scorsa notte all’Assemblée Nationale, il Parlamento francese, Laurent Wauquiez. Costui, presidente della regione Auvergne-Rhône-Alpes e rampante esponente di “Les Republicains”, il partito dell’ex Capo di Stato Nicolas Sarkozy, ha preso la parola alle 2h39 durante il dibattito sulla possibilità di prolungare lo stato di emergenza nazionale. Non si capisce bene a cosa questo provvedimento possa servire, dal momento che non ha evitato una carneficina senza precedenti, tuttavia il deputato ha sostenuto che, tra le misure antiterrorismo da adottare, dovrebbe esserci anche quella di imprigionare le persone sospette di radicalizzazione, ovvero «di dotarsi degli strumenti giuridici che permettano di mettere in condizione di non nuocere gli individui sospetti, prima che passino all’azione». Il Primo Ministro Manuel Valls gli ha risposto con foga dicendo che questo discorso è inammissibile perché viola i princìpi della République e dello stato di diritto. Per cui il primo gli ha ribattuto: «Ma cambiate il diritto! E’ quel che vi chiedono i francesi: cambiate il diritto!».
Per come la vedo io, già aver posto la questione ha fatto scivolare ulteriormente il livello democratico e di convivenza di questo Paese.
Allora penso alla Turchia, che sono anni che subisce un’erosione costante e continua, fino ad arrivare alla spudorata dittatura di queste ore, senza che UE, USA e ONU pronuncino una parola (troppo importante l’accordo sui migranti?) (e, inoltre, in quali occasioni le Nazioni Unite dovrebbero emanare risoluzioni, convocare sessioni urgenti e avviare commissioni d’inchiesta se non in casi drammatici come questo di Ankara e Istanbul?).
E poi penso all’Italia, che dal 1989 – e dopo Genova 2001, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e gli altri – non è ancora in grado di discutere di una legge sacrosanta come quella contro la tortura. (A proposito di Genova, guardate lo schifo di questo convegno odierno: qui).
C’è un’unica cosa che posso leggere per trovare un po’ di conforto e sono le parole di Christiane Taubira, che in una toccante orazione cita Aretha Franklin e Otis Redding e poi termina con una speranza:

«Pendant qu’un semeur de mort et d’affliction, exilé en méta-humanité, brisait tant de promesses et de sagesses, le dernier mot n’était pas dit.
Des enfants sont nés cette nuit-là. Je n’ai pas vérifié mais je sais. Car ainsi va la vie qui vainc. Ces bonheurs n’ont pas la vertu de verser une goutte de fraîcheur sur les cœurs en malheur.
Mais ils signent la défaite des semeurs de mort, qui qu’ils soient».

Un mio microscopico contributo per riequilibrare il piano inclinato in cui «l’hystérie nourrit l’hystérie» – in Francia, ma, appunto, anche altrove – l’ho fornito ieri a Ulrika Björkstén, corrispondente della Radio Nazionale Svedese. L’intervista andrà in onda oggi, ma non so quando; se dovessi avere un link lo segnalerò qui.

21 luglio, 18h48
Ad una settimana dal brutale eccidio di Nizza, in città la tensione – o la sensibilià generale – è molto alta.
Stamattina sulla Prom’ una valigia abbandonata ha richiesto l’intervento degli artificieri per farla brillare.
Un’ora fa, in pieno centro, la presenza di un pacco sospetto ha portato all’evacuazione di un mall e alla chiusura della strada in cui passa la linea del tram [1, 2, 3].
Poco fa Camille Guttin, giornalista di “France 2”, ha twittato che l’allarme è rientrato.
Intanto, però, c’è chi per tornare a casa ha cambiato itinerario e ha preso 3 autobus.

22 luglio, 12h28
Claude Lévi-Strauss in “Razza e storia” scrive:

«l’antichità confondeva tutto quello che non faceva parte della cultura greca (e poi greco-romana) sotto lo stesso nome di barbaro: la civiltà occidentale ha poi utilizzato il termine selvaggio nello stesso senso. Ora, dietro a questi epiteti si dissimula un medesimo giudizio: è probabile che il termine “barbaro” si riferisca etimologicamente alla confusione e all’inarticolazione del canto degli uccelli, contrapposte al valore significante del linguaggio umano; e “selvaggio”, che vuol dire “della selva”, evoca pure un genere di vita animale, in opposizione alla cultura umana. In entrambi i casi si rifiuta di ammettere il fatto stesso della diversità culturale; si preferisce respingere fuori dalla cultura, nella natura, tutto ciò che non si conforma alle norme sotto le quali si vive».

Avete presente i “White Walker”, gli “Estranei” di “Game of Thrones”? Ecco, più o meno così. Il punto, continua Lévi-Strauss, è che si tratta di una notevole ingenuità:

«L’atteggiamento di pensiero nel cui nome si respingono i “selvaggi” (o tutti coloro che si sceglie di considerare come tali) fuori dell’umanità, è proprio l’atteggiamento più caratteristico che contraddistingue quei selvaggi medesimi». In altre parole, conclude, «contestando l’umanità di coloro che appaiono come i più “selvaggi” o “barbari” fra i suoi rappresentanti, non facciamo altro che assumere un loro atteggiamento tipico. Il barbaro è anzitutto l’uomo che crede nella barbarie».

Come scrivevo un paio di giorni fa, la carneficina di Nizza ha aperto uno spazio politico che sta mettendo a nudo il pensiero e le capacità di molti (in Francia ma, da quanto leggo, anche in Italia non si scherza). Al di là della retorica sull’unità nazionale pronunciata dai leader di governo, ciò che domina sono l’emotività e le polemiche.
Le evidenti falle locali nella sicurezza – messe ancor più in evidenza dall’inefficace sovraccarico di videosorveglianza – si mischiano al tracollo di una più ampia politica securitaria nazionale in cui talune misure, come la chiusura delle frontiere e lo stato d’emergenza, hanno drammaticamente svelato la loro inconsistenza una settimana fa. In tv e sui giornali ci sono continui rimpalli di responsabilità, in uno spettacolo che, se il momento non fosse d’angoscia, potrebbe essere definito con un’espressione italiana: “teatrino della politica”.
Oltre al disorientamento della gauche, ciò che desta preoccupazione è la piega presa dalla droite, i cui principali esponenti stanno rincorrendo il “Front national” nel porsi «fuori dalla République»; Ciotti, Wauquiez, Douillet, Sarkozy, ma anche Juppé stanno evocando sospensioni dello stato di diritto, in una squalificazione del discorso politico che non si era mai vista in Francia: «Conformemente a ciò che si augura lo Stato Islamico, la tragedia di Nizza fragilizza e frattura la democrazia francese». Una «trumpizzazione» che allarma alcuni stessi esponenti di destra, come l’ex Primo Ministro Raffarin.
Il delirio, ha osservato Jean Birnbaum, sembra essere «lo specchio di quest’epoca»; un’epoca che, al contrario, necessita di lucidità e di risposte articolate e complesse. Come spiega Michel Wieviorka, bisognerebbe «individuare svariati registri nell’analisi: la stratificazione storica, il contesto, il sentimento di vivere in un mondo senza senso e in una società senza riparo, la fragilità psichica».
Qualsiasi altro approccio semplificatorio – avete sentito le dichiarazioni dei vari Le Pen? ma avete presente la ridicola proposta di Meloni d’istituire un fantomatico reato di “integralismo islamico” (che non avrebbe mai fermato il massacratore di Nizza)? – qualsiasi altra banalizzazione non farà che esasperare gli animi già scossi, che frammentare ulteriormente la Francia, che esporre ancor di più ciascuno di noi al rischio della guerriglia urbana.
I barbari non sono gli altri in quanto tali, i barbari sono coloro che credono alla barbarie, che la evocano, che la praticano, che la giustificano. E si trovano in ogni società. Lasciare loro il campo – democratico e umano – significa «regredire alla pulsionalità»; ed è una responsabilità epocale che non possiamo permetterci.

24 luglio, 9h41
Ieri Christiane Taubira ha scritto un pamphlet, almeno per i canoni di fb, in cui cita Gramsci e Castoriadis, in cui usa un francese sublime ma talvolta ostico, in cui alterna poesia a visione politica, in cui parla di storia e di futuro, ma anche di Nizza e di Siria, in cui afferma che non siamo né in guerra, né in pace, e soprattutto che dobbiamo vincere la battaglia del reclutamento, del plagio delle menti, della stigmatizzazione.

Christiane Taubira (23 luglio alle ore 13:38):
…D’une beauté sauvage…Jusqu’à ce grand saccage…” (Jean Ferrat)…
…continua QUI.

24 luglio, 16h17
Oggi siamo tornati sulla Prom’ per la prima volta, ma non eravamo convinti di arrivare al memoriale. Guardavamo gli aerei atterrare, i bagnanti rilassarsi, gli skater fare acrobazie, poi una lunga distesa di fiori ha preceduto la nostra decisione: eravamo già dentro lo spazio del ricordo, intorno avevamo persone abbracciate e lacrime versate. Così, leggendo un bigliettino dopo l’altro, ci siamo ritrovati alla sera del 14 luglio, ai minuti spesi a chiacchierare con gli amici dopo i fuochi artificiali, mentre il camion cominciava ad uccidere, al momento in cui abbiamo iniziato a correre lungo un percorso che oggi ci sembra molto più breve di quanto ricordassimo, di quanto percepissimo in quel frangente.
Passeggiare su quella strada, oggi, significa trovarsi in mezzo a pratiche contrastanti: tra la spensieratezza dei bagnanti e l’iperpensiero di chi è in lutto. Mi sono domandato se i primi siano irrispettosi dei secondi, come mi era parso dalle gallerie fotografiche online con i turisti in spiaggia a poche ore dall’orrore. Ho l’impressione che no, non siano irriguardosi perché, in realtà, sono le stesse persone: a Nizza sono tutti spezzati, ogni gruppo è stato colpito, non solo metaforicamente, ogni minoranza si è ritrovata coinvolta in maniera diretta, ma in questa città il mare è parte integrante dello spazio quotidiano come in pochissimi altri luoghi; andare in spiaggia o sul lungomare è come recarsi in piazza per incontrare amici o per prendere un po’ d’aria, vi si può andare a leggere, come a fare sport. Poi, me ne rendo conto, ci sono gli indifferenti, i cinici, i superficiali, coloro che «non cambieremo il nostro stile di vita»… per cui, davvero, non saprei come interpretare; so solo che stamattina quelle due modalità di relazionarsi a quel medesimo spazio non mi sembravano né in contrapposizione, né in contraddizione.
Il punto nodale, piuttosto, è il turbinio di sentimenti che ne deriva, e che non è facile da controllare: tanta bellezza e tanto dolore concentrati nello stesso luogo scuotono e sfiancano. Sarà il caldo o l’emozione, ma ad un certo punto ci si deve accovacciare, appoggiare ad un albero, sedere su un gradino. La nonna ha portato la nostra bambina a posare un sasso accanto ai fiori, la mamma l’ha aiutata con un disegno, io l’ho accompagnata tra gli innumerevoli peluche, che ha voluto toccare ad uno ad uno.
Bandiere, frasi, candele, preghiere, disegni, fiori, pupazzetti servono a qualcosa? Anche qui: non lo so, ma voglio credere a quel padre di Parigi che al suo bambino nel novembre scorso disse: «loro hanno delle pistole, noi abbiamo dei fiori. Guarda, tutti lasciano dei fiori: è per combattere le pistole».
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PS: ieri a Kabul altrettanto orrore, tra gente che chiedeva il minimo per vivere.

27 luglio, 11h57
Nel suo editoriale odierno, Jérôme Fenoglio, direttore di “Le Monde”, scrive che la lotta al fondamentalismo terrorista non riguarda solo le forze armate o il mantenimento dell’ordine, i servizi segreti o i politici, bensì ogni componente sociale, soprattutto «il nostro paesaggio mediatico rimodellato dalla rivoluzione informatica».
La strategia dell’odio, scrive Fenoglio, ha come migliori alleati il complottismo e le voci infondate, che oggi si trovano sullo stesso piano delle informazioni affidabili e verificate. Da quando è apparso il terrorismo di Daech, “Le Monde” non pubblica immagini estratte dai documenti di propaganda o dalle rivendicazioni dello Stato Islamico; dopo la strage di Nizza ha deciso di non pubblicare più fotografie degli autori delle carneficine, così da evitare eventuali effetti di glorificazione postuma.
Nel suo articolo, inoltre, Fenoglio sottolinea anche che i jihadisti uccidono molto di più i musulmani che i non musulmani, e lo scrive non per un fantomatico “politicamente corretto”, ma per evidenziare quanto sia complessa la battaglia contro l’Isis.
Il tema principale del testo, tuttavia, è il seguente:

«Con la loro profanazione [nella chiesa di Rouen, ieri], [i terroristi] cercavano la collera e la rappresaglia, speravano nella vendetta cieca, così da spingere l’intero Paese nel baratro dell’odio. […] Non cedere, mai, [all’odio e alla guerra civile] è il primo atto di resistenza di una società come la nostra – ed è anche un suo onore – nonché una prima sconfitta inflitta al nemico».

Infine, riferendosi probabilmente alle (incredibili) proposte di sospensione dello stato di diritto provenienti da certi settori dell’Assemblée Nationale, conclude: «Difendere i valori della nostra democrazia implica non rinunciare a nessuno di essi, neanche momentaneamente».
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PS: Come detto nell’articolo qui sopra, “Le Monde.fr” ha deciso di non mostrare i volti degli assassini. Alla stessa conclusione è giunto il canale all-news BFMTV e considerazioni simili sono state effettuate dalla radio “Europe 1”, dalla tv “France 24”, nonché dal quotidiano “La Croix”. In Italia oggi la questione di limitare l’esposizione mediatica dei terroristi e della loro propaganda è assunta da “La Repubblica“, ma già nel febbraio 2015 fu affrontata da “Rai News“. Un articolo riassuntivo delle varie posizioni in merito a questo argomento l’ha pubblicato “il Post”.

30 luglio, 15h14
Giorni fa scrivevo della trasversalità dei “barbari” (coloro che credono alla barbarie, la praticano, la invocano, la giustificano), la cui brutalità va denunciata e fermata da tutti, non solo da alcuni. Oggi leggo di questa bellissima iniziativa dei musulmani francesi (ma hanno aderito anche quelli italiani) che domani, domenica, parteciperanno alle messe cattoliche in memoria delle vittime di Nizza e del parroco di Rouen.

7 agosto, 12h57
Stamattina a Nizza si è tenuta una “marcia silenziosa” (“marche blanche”) in ricordo delle vittime dell’attentato del 14 luglio scorso.
L’UMAM, l’Unione dei Musulmani delle Alpi Marittime, ha invitato la propria comunità a partecipare vestendo di bianco.

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Nella foto qui sopra vedete la popolazione intervenuta intorno al memoriale sulla Prom’, senza divisioni d’alcun tipo.

14 agosto 2016
Oggi è un mese dalla strage di Nizza.
Vi morirono 85 persone e 434 furono ferite. Ad oggi, 5 persone sono ancora in rianimazione, in coma, e 23 tuttora in ospedale. L’85esima vittima, Pierre Hattermann, è deceduta il 4 agosto: un 56enne, padre di sei figli; sua moglie e un figlio erano già nel bilancio dei morti.
L’altro giorno il Governo ha annunciato che tutti coloro che hanno aiutato durante l’emergenza saranno ricompensati. Intanto la Regione cerca un modo per risollevare il turismo, che quest’anno ha avuto una pesante flessione. Dal canto loro, i sopravvissuti e i familiari delle vittime si sono riuniti in un’associazione.
Secondo alcuni reportage giornalistici, a Nizza la convivenza si è fragilizzata, con un aumento di episodi razzisti a danno della comunità musulmana, sebbene anche questa sia ancora profondamente scossa; ma ciò che domina è la tristezza: le lacrime continuano a scorrere e, anzi, c’è chi non sopporta più le risa. Allo stesso tempo, però, non mancano messaggi di speranza, come quelli raccolti stamattina in un video suggestivo pubblicato da “Nice Matin”.

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L’immagine qui sopra è un disegno con gli 85 nomi degli “anges” (angeli), stampato su una maglietta in vendita, i cui ricavi andranno alle famiglie delle vittime.
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INTEGRAZIONI a quest’ultimo post:
Che aria tira a Nizza?
Ecco: come afferma un testimone, dal 14 luglio “l’ambiente […] è cambiato radicalmente, meno persone nei locali e nei ristoranti, meno turisti, tanta gente sospettosa come era prevedibile. Prima i locali dove di solito si suona erano affollati, ora forse solo a metà. Quando si esce dopo il concerto anche nei quartieri della vecchia Nizza c’è un senso di desolazione”.
Questo clima pervade tutto, anche le tradizioni: quest’anno la ricorrenza dell’Assunta, rara festa religiosa popolare in Francia, sarà celebrata solo in chiesa, senza festeggiamenti in giro per il porto.
Intanto, il Dipartimento delle Alpi Marittime ha lanciato una strategia di rilancio del turismo che prevede anche l’uso dell’hashtag ‪#‎CotedAzurNow‬.
Contemporaneamente, alcuni hotel hanno cominciato a fornire le proprie stanze di alcuni libri particolari, in segno di accoglienza: il Corano, il Nuovo Testamento e un dizionario d’inglese.
Infine, sempre il Dipartimento ha stanziato 100mila euro di sovvenzione alle vittime dell’attentato di un mese fa.
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L’omaggio della squadra di calcio di Nizza, oggi nello stadio della città: QUI.

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AGGIORNAMENTO del 20 agosto 2016:
Il numero delle vittime è salito a 86, l’altro ieri è deceduto uno dei feriti. Alcune considerazioni mie e di Michela Marzano sul clima “anti-burkini” sono qui.

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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5 risposte a Nizza, ai margini di una tragedia

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