Osservazione partecipante e magistratura

19 giugno 2016

Non vi dico quanto nella letteratura antropologica si sia discusso (e si continui ancora) in merito alla tecnica narrativa più adeguata con cui scrivere saggi e monografie: se quella impersonale della terza persona singolare, che vorrebbe utopisticamente rendere anonimo il ricercatore, o quella diametralmente opposta dell’io narrante, dove si può arrivare a ritenere che l’Altro sia, addirittura, una “costruzione” dell’osservatore. Ulteriore modalità scelta dagli antropologi è quella della prima persona plurale, del “noi”, che è piuttosto comprensibile dal momento che la ricerca etnografica è svolta non solo “presso” l’Altro, ma “con” l’Altro. A questo proposito, probabilmente avrete sentito parlare di “osservazione partecipante”, ebbene alcuni preferiscono dire “partecipazione osservante”, proprio per sottolineare il coinvolgimento che sul campo il ricercatore ha con la comunità che studia, sebbene non ne faccia parte (ancora, completamente).
Questo “noi”, che può far pensare sia ad una sorta di immedesimazione, sia, al contrario, ad una forma di distanziamento da sé al fine di controllare il proprio etnocentrismo, è l’oggetto di una storia surreale emersa un paio di giorni fa: il tribunale di Torino ha condannato a 2 mesi di reclusione (con la condizionale; il PM aveva chiesto 9 mesi) Roberta Chiroli, ex studentessa dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che nel 2013, per la sua tesi di laurea, partecipò ad una manifestazione No Tav a Salbertrand e che poi, nel suo testo accademico, elaborò usando il pronome “noi” e così dimostrando – secondo la sentenza – «un concorso morale alle azioni di disturbo del movimento».
L’antropologia è una disciplina critica ed autocritica, distaccata ed empatica, seri(os)a ed ironica; potenzialmente può studiare ogni gruppo umano: da una tribù nel cuore della foresta ad un condominio di periferia, dalle gang di quartiere ai cartelli di narcotrafficanti, dalle start-up nei garage ai gruppi tematici su fb, dai movimenti di protesta alle bande di skinhead, dai migranti su un barcone ai parlamentari nella buvette, dai corpi di polizia (Didier Fassin) ai battaglioni dell’esercito (come ha suggerito Antonino Colajanni in apertura del secondo convegno SIAA, due anni fa).
L’antropologia è una scienza perché fa riferimento ad un quadro teorico, applica dei metodi, segue delle procedure, definisce un s/oggetto di studio, condivide un linguaggio, necessita di esperienza, ma è anche una scienza singolare perché ha bisogno di almeno due ulteriori elementi importanti: una certa quota di sensibilità e intuito e, specie sul campo, di capacità d’improvvisare e di adeguarsi. In questo senso, l’antropologia soffre della crisi generale italiana verso la ricerca e la cultura, ma in più soffre anche di un vasto fraintendimento in società: tanti la evocano, pochi la conoscono.
A breve, tuttavia, ci sarà un concorso nazionale al Ministero dei Beni Culturali per ben 10 antropologi e tutto migliorerà.

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PS: la vignetta è tratta da qui.

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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