A che serve l’antropologia culturale

Una costante delle mie docenze in antropologia culturale è la questione del senso, anzi no, dell’utilità sociale di questa disciplina. Che mi trovi a parlare di cultura visuale ed ex-voto pittorici o di città e rischio vulcanico o, ancora, di migrazioni e neocolonialismo in Africa Subsahariana, la domanda emerge sempre: a cosa serve studiare l’Altro, a cosa può essere utile comprendere la “diversità”? Capire la logica – aprioristicamente assurda – con cui agisce un “alieno”, aiuta nel quotidiano o nelle banlieue o alle frontiere del Brennero e di Ventimiglia?
La domanda, per la verità raramente posta in termini così netti e brutali, è centrale per la nostra epoca, nonché per la disciplina.
In genere rispondo che l’antropologia culturale, nelle sue tante declinazioni specifiche, ha varie utilità concrete: aiuta a relativizzare e a storicizzare, a prendere le distanze dalle nostre certezze, spesso preconcette; ha un ruolo importante nel riconoscere gli stereotipi insiti nel nostro stesso sguardo, dunque a compiere una vera e propria ecologia del linguaggio. Serve, in altre parole, a conoscere meglio innanzitutto noi stessi. L’antropologia, inoltre, di tanto in tanto fornisce delle risposte, ma il più delle volte permette di riformulare le domande, ovvero consente di porre quesiti migliori (ed è la ragione vera per cui è una scienza). Questo, com’è intuibile, in un mondo che pretende certezze risulta piuttosto disorientante, da cui la scarsa considerazione che riceve il sapere antropologico. Anzi, parecchi politici e opinion leader hanno elaborato un meccanismo particolarmente efficace per disinnescare la portata di tale prospettiva, ovvero sfoggiarne spesso il vocabolario, sebbene in modalità del tutto vuote. Un piccolo esempio l’ho fornito qualche giorno fa, quando un fondamentalista cattolico ha fatto riferimento ad una supposta “trasformazione antropologica” determinata dalle “unioni civili” promulgate dalla Camera dei Deputati.
Gli antropologi riflettono costantemente sul senso della loro disciplina, anche perché probabilmente è un senso mutevole, come mutevole è il s/oggetto di cui si occupano. Questo è ancora più vero per chi declina l’antropologia in maniera applicativa, specie in una società complessa e conflittuale come quella in cui viviamo.
Recentemente ho letto due belle interpretazioni dell’antropologia culturale, rispettivamente di Franco Lai e Nadia Brera (in un’intervista a “Rai News” del 23 gennaio 2016) e di Adriano Favole (in un suo articolo del 15 maggio 2016 su “La Lettura del Corriere della Sera”). Ne copio alcuni passaggi, ritengo che possano interessare svariati lettori di questo blog:

Screenshot 2016-05-19 07.11.00

[…] L’antropologia è una disciplina critica che è pienamente in grado di contribuire a un “fare” alternativo. Non a caso è una disciplina sotto attacco da parte dei vari governi neoliberisti, una disciplina che si cerca di confinare e porre in estinzione, per esempio eliminando i Dottorati di Ricerca, che formano i nuovi antropologi. L’antropologia ha un forte potere di leggere il mondo nella sua complessità e di indicare “mondi possibili” e modi socialmente e culturalmente alternativi in cui possono esser fatte le cose. E lo può fare proprio perché, conoscendo una gamma estesissima di società nel mondo, presenti e passate, ha sempre documentato che nessun destino, nessuna forma sociale è fatale o immodificabile, ma tutto è costruibile in svariati plurimi modi. E’ una logica irreprensibile, quindi potente. Per arrivare a questo risultato, è chiaro, bisogna fare antropologia, che significa ascolto di tutte le voci, tanto quelle marginalizzate, quanto quelle del potere e dei suoi modi di “fare”, ma anche ascolto “balbettante” (come dice Bruno Latour) degli altri soggetti nonumani presenti sulla terra, ai quali dobbiamo molto della nostra esistenza. Si pensi all’aria, all’ossigeno, e al ruolo degli alberi nelle nostre società sempre più urbanizzate […]. [fonte]

– –

Screenshot 2016-05-19 07.02.26

[In Europa, per] le forze neo-nazionaliste e sostenitrici della chiusura verso i flussi migratori [si è tornato a parlare di “istinti tribali”, ma] esistono istinti tribali? In cosa consistono? E soprattutto: con quale gruppo ci spingerebbero a identificarci? Termini come “impulsi” e “istinti” mobilitano meccanismi psicologici profondi, risposte in qualche modo programmate, un nòcciolo di natura umana universale e persistente. E l’aggettivo “tribale” rincara la dose, evocando epoche premoderne, atteggiamenti selvaggi e barbari. Come se ciò che sta accadendo di questi tempi, il terrorismo, le continue stragi di migranti nel Mediterraneo, l’uso politico della paura, il timore degli stranieri, fosse una sorta di sopravvivenza di un remoto passato e non il prodotto delle società moderne e contemporanee, con tutte le loro contraddizioni e diseguaglianze. [Se esistessero “istinti tribali”] il razzismo finirebbe per essere pensato come un fatto naturale. Siamo naturalmente diffidenti nei confronti della “diversità”? L’espressione sembra dotata di una verità incontestabile: dopodiché il “diverso” prende forme così variegate e mutevoli – linguistiche, religiose, biologiche, di gusti e scelte alimentari e così via – da indurre il fondato sospetto che la “diversità” sia tutt’altro che naturale, quanto piuttosto il prodotto di condizioni storiche ed economiche specifiche. […] Il ricorso agli “istinti tribali” è solo un segno della difficoltà che hanno le nostre società a capire ciò che avviene nella relazione interculturale, quando cioè persone di origine diversa si trovano a convivere. Prodotto di una infinita creatività e di continui apporti dall’esterno, le società umane continuano, viceversa, a essere pensate come “frutti puri” che “impazzirebbero” al contatto con qualcosa di diverso […]. La scarsa incidenza nel dibattito pubblico delle scienze sociali che studiano questi fenomeni [legati al razzismo] è una delle ragioni che permettono il dilagare di quanti inducono paure verso gli stranieri, gettando le fondamenta dei nuovi muri che alimentano gli odi nazionalistici e impediscono a chi fugge dalle guerre e ai migranti di raggiungere l’Europa. C’è da chiedersi al proposito se non varrebbe la pena di lanciare una ampia campagna di educazione e formazione interculturale, piuttosto che continuare a evocare il rafforzamento delle strutture di sicurezza […]. La violenza non è un retaggio ancestrale, ma il frutto di scelte personali e di umanità contorte che occorre provare a raddrizzare. [fonte]

– –

Concludendo, segnalo che nell’ultima puntata della nona stagione di “The Big Bang Theory” (maggio 2016) compare Alfred Hofstadter, il padre di Leonard. Nella scena che riproduco qui sotto parla in auto con Mary Cooper, la madre di Sheldon, e le spiega il suo lavoro:

– – –

INTEGRAZIONE del 24 maggio 2016:
Citando studi paleo-, bio- e antropo-logici (compresi testi recenti di Marco Aime e quello di Adriano Favole linkato qui sopra), Anna Momigliano avanza l’ipotesi che, a proposito di un supposto «retaggio tribale» alla base degli attuali sentimenti xenofobi europei, forse «nella parte più primitiva del nostro cervello qualcosa è rimasto» di fatti risalenti a decine di migliaia di anni fa.
In tutta onestà, però, a me paiono questioni piuttosto diverse (confondere migrazioni e invasioni è quantomeno superficiale) e il loro accostamento mi sembra una forzatura (gli eventi di cui si parla non sono avvenuti necessariamente con modalità violente), a maggior ragione se si considera l’enormità di tempo trascorso (migliaia e migliaia di anni, quarantamila da allora ad oggi!) e la profonda diversità tra le condizioni storiche (come osserva un commentatore su fb, termini come “svaniti nel nulla” e “rimpiazzati” non hanno alcun senso). Inoltre, va osservato che il tema delle “sopravvivenze culturali” è stato a lungo dibattuto nelle discipline antropologiche, ma da tempo, ormai, nessuno più parla di “archeologia vivente” per certe pratiche (o, come in questo caso, per certi sentimenti) che sembrano legati ad epoche passate (o, figuriamoci, trapassate).

Schermata 2016-05-24 a 15.38.32

Clicca sullo screenshot per accedere all’articolo di “Rivista Studio”, 24 maggio 2016.

– – –

INTEGRAZIONE del 17 agosto 2016:
Ogni tanto torna la domanda: a che serve l’antropologia culturale? Tra le tante risposte possibili, qualche giorno fa Marino Niola ha fornito la seguente [qui o qui]:

«[…] È singolare che in un mondo sempre più globalizzato e multiculturale, […] la scuola, che avrebbe il compito di formare i cittadini di domani, non preveda l’insegnamento dell’antropologia, l’unica scienza che studia proprio le differenze, ma anche le compatibilità tra culture, modi di vita, usi e costumi dei diversi popoli. E che oggi sarebbe fondamentale sia per i ragazzi europei sia per i migranti di seconda e terza generazione che, sempre più spesso, reagiscono negativamente all’impatto con il paese ospitante. Col risultato, che è sotto i nostri occhi, di rinchiudersi nella propria apartheid identitaria […]».

Noi che pratichiamo – o tentiamo di praticare – questa disciplina (questo sguardo), lo sappiamo e ci crediamo. Sarebbe giunto il momento che della necessità di questo “nuovo umanesimo” senta l’esigenza anche qualche ministro.

PS: L’esigenza di un’educazione antropologica nella scuola dell’obbligo (dalla primaria o dai licei, il dibattito è aperto) è avvertita in larga parte del mondo. Segnalo, a titolo d’esempio, alcuni contributi apparsi in: Francia, Svizzera, Stati Uniti, Italia.
Infine, online è presente anche due petizioni: qui e qui (che ho firmato anche io).

– – –

INTEGRAZIONE del 21 ottobre 2016:
«[…] Suggerire una struttura fisica, come un muro lungo il confine messicano, o una struttura simbolica, come una registrazione per tutti i musulmani americani, non è minimamente vicino ad affrontare le cause alla radice dei problemi. Sono soluzioni (e anche questo è discutibile) portate avanti da una mente del tutto ignorante e indisposta a fare un semplice passo: capire gli altri. […] Dobbiamo educare la nostra prossima generazione di imprenditori, medici, infermieri, ingegneri e tutti coloro che sono in carriera, verso una visione del mondo che non sia limitata, ma consapevole. L’antropologia dovrebbe essere parte integrante della formazione dei responsabili politici e le forze dell’ordine […]» (George Leader).
Ecco perché abbiamo bisogno di antropologi, adesso.

Annunci

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
Questa voce è stata pubblicata in alterità, antidoti, citazioni, letto-visto-ascoltato, riflessioni, segnalazioni, taccuino 2.0 e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a A che serve l’antropologia culturale

  1. Pingback: 500 per la cultura | il Taccuino dell'Altrove

  2. Pingback: Osservazione partecipante e magistratura | il Taccuino dell'Altrove

  3. Pingback: L’antropologia contro il fondamentalismo, scondo Marino Niola | il Taccuino dell'Altrove

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...