Resettare la modernità

Su “La Lettura” del “Corriere della Sera” di ieri, domenica 10 aprile 2016, Emanuele Quinz ha presentato la mostra “Reset Modernity!“, che sarà aperta allo Zkm (Zentrum für Kunst und Medientechnologie) di Karlsruhe in Germania dal 16 aprile al 21 agosto. Curata da Bruno Latour con Martin Guinard-Terrin, Donato Ricci e Christophe Leclercq, l’esposizione unisce inchiesta filosofica, creazione artistica e azione politica. E’ un «invito a riflettere su un impegno assurdo».

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SPEGNERE E RESETTARE. LA MODERNITA’
Di fronte all’irreversibilità della crisi climatica ed ecologica non è più possibile separare natura e società, scienza e politica. Lo spiega il filosofo Bruno Latour con una mostra allo Zkm di Karlsruhe, in Germania: «Un’occasione concreta perché il visitatore possa pensare in un altro modo»
di Emanuele Quinz

Che cosa hanno in comune le fotografie di Armin Linke dell’Osservatorio del Monte Cimone, che mostrano «degli uomini che monitorano le trasformazioni climatiche provocate da altri uomini», e quelle dell’artista Fabien Giraud, stampate su una carta che è stata in contatto con un cumulo di terra a Fukushima ed è quindi radioattiva? O l’installazione del collettivo Folder, in cui un robot connesso con un Gps ridisegna in tempo reale la frontiera alpina tra Italia e Austria, che, a causa della riduzione dei ghiacciai, non smette di spostarsi?
Visioni suggestive e inquietanti di un mondo in crisi, tutte queste opere o progetti sono riuniti dall’antropologo e filosofo francese Bruno Latour in un’esposizione-manifesto, che apre fra pochi giorni allo Zkm di Karlsruhe. Secondo Latour, siamo giunti a un momento storico in cui è necessario operare una scelta tra il progetto della modernità e quello dell’ecologia. I due modelli appaiono inconciliabili: «Quella che definiamo modernità è un modo di differenziare il passato dal futuro, il Nord dal Sud, il progresso dal regresso, il ricco dal povero, il radicale dal conservatore. Ora, in una fase complessa, di fronte alla crisi ecologica, questo modello non solo non offre più conforto, ma entra esplicitamente in conflitto con le esigenze del pianeta. Se sommiamo i progetti di modernizzazione di tutti i Paesi, ci vorrebbero tre o quattro pianeti, mentre ne abbiamo uno solo. È giunto il momento di operare un reset». Come con un telefonino che diventa incontrollabile, l’unica soluzione è spegnerlo e lanciare la procedura di rinizializzazione. Con la sua esposizione, Latour propone di applicare la stessa procedura, di «resettare la modernità» — non solo di riconfigurare strumenti e tecnologie che permettono di registrare i segnali confusi della nostra epoca, ma anche di ripensarne i principi e i valori.
Già in Non siamo mai stati moderni (1991), Latour aveva studiato la genealogia del concetto di modernità, mostrando come, a partire dal XVII secolo, essa si fondi su una divisione tra natura e società, tra il mondo degli umani e dei non-umani. Da questa distinzione deriva una seconda, tra scienza e politica, e la definizione della storia umana come una linea diritta, una corsa verso un futuro radioso di progresso e libertà, verso l’emancipazione da un passato primitivo e irrazionale. Il processo di modernizzazione, sostenuto dai lumi della ragione e dagli strumenti della scienza e della tecnologia, è ancora in atto, ma la distinzione tra umani e non-umani appare sempre più astratta. Nel momento in cui il mondo si rivela costituito di ibridi e non di polarità assolute, diviene sempre più difficile discernere tra fatti e valori. Latour coglie i segni di queste trasformazioni nella storia, che appare costellata di controversie tra scienza e politica.
Per definire la situazione attuale, fa suo il termine di Antropocene, proposto nel 1922 dal geologo russo Alexei Pavlov, per designare l’epoca geologica attuale, che, a partire dalle rivoluzioni scientifiche e industriali, segna la fine dell’Olocene, ed è caratterizzata dall’influenza dell’uomo sul pianeta, ormai comparabile a quella di fenomeni come la tettonica a placche o le glaciazioni. Oggi, di fronte a Gaia, la terra nella sua dimensione fisica e simbolica, scientifica e mitologica, di fronte all’urgenza della crisi climatica ed ecologica che appare irreversibile, non è più possibile separare natura e società, scienza e politica. In questa situazione, la filosofia non può limitarsi a essere pura speculazione o critica, ma deve creare un dispositivo, che Latour chiama «una scena diplomatica immaginaria» in cui non solo i concetti di una tradizione filosofica, ma i valori di un’intera società sono discussi e «rinegoziati», per affrontare l’avvenire.
Da più di trent’anni, Latour lavora a quella che definisce un’antropologia dei moderni. Se l’inchiesta antropologica si è dedicata alle società primitive o esotiche, ha trascurato l’auto-analisi, forse per non mettere in dubbio i propri principi. Ed è questa la sfida di Latour, condotta non solo attraverso le sue numerose pubblicazioni, che non mancano mai di suscitare un intenso dibattito, o le conferenze in tutto il mondo, sempre spettacolari per la miscela esplosiva di verve polemica, d’appassionato slancio umanista e di flemmatico humour, ma anche attraverso una serie di iniziative meno usuali per un accademico.
Professore alla prestigiosa «Sciences Po» di Parigi, vi ha fondato un medialab e un master di «arti politiche», in cui sperimenta nuove forme di ricerca, mettendo a confronto artisti e scienziati, e cercando di sradicare la distinzione tra teoria e pratica. Lo stesso spirito engagé lo ha condotto a organizzare un Théâtre des Négociations in occasione della COP 21 a Parigi, l’anno scorso: più di duecento studenti venuti da tutto il mondo hanno messo in scena una conferenza sul clima alternativa, identica a quella ufficiale nelle procedure — con le delegazioni, i discorsi, i negoziati per un protocollo finale — ma diversa nelle premesse, in quanto ha reinventato il processo delle rappresentanze: invece di invitare al tavolo solo gli Stati sovrani, ha implicato nella discussione le organizzazioni collettive, ma anche fenomeni ed esseri non-umani, come le foreste, i deserti, gli oceani.
L’esposizione allo Zkm nasce dallo stesso slancio e dallo stesso metodo, che fa convergere l’inchiesta filosofica, la creazione artistica e l’azione politica, e si annuncia come un manifesto. Non è la prima esperienza per Latour. Nel 2002 ha messo in scena, con la complicità di Peter Weibel, direttore dello Zkm, Iconoclash, e nel 2005 Making Things Public: Atmospheres of Democracy. Due esposizioni che molti hanno considerato epocali, sia per i temi affrontati, di bruciante attualità sociale e politica, che per la metodologia curatoriale. Esposizioni che riuniscono oggetti diversi, documenti scientifici e opere d’arte.
«Non ho una formazione da curatore — spiega Latour alla “Lettura” — ma quello che mi interessa è che il medium dell’esposizione permette di rendere presente ciò che di tutta evidenza non esiste. Nessuno può prendere sul serio l’idea di un reset della modernità, è assurdo. Eppure, in un’esposizione è possibile creare le condizioni perché questa finzione diventi un oggetto di pensiero. Con Peter Weibel abbiamo definito questa pratica sperimentale come un’esposizione di pensiero (Gedankenausstellung). Ciò non significa che si tratti di un progetto astratto, ma di un’occasione concreta perché il visitatore possa pensare in un altro modo, grazie al carattere immersivo, multiforme, sensibile dell’esposizione».
Rilocalizzare il globale, rivisitare l’opposizione tipicamente moderna tra oggetto e soggetto, ripensare i limiti e le frontiere, riconsiderare la secolarizzazione (la divisione tra la religione privata e la politica pubblica), riconfigurare la missione della tecnologia, dall’oggetto al progetto: questi i diversi scenari che nell’esposizione saranno sottomessi a una procedura di rinizializzazione. Un programma ambizioso. Come conclude Latour, «l’idea è che, dopo il reset, anche se nulla sarà risolto, almeno non ci ostineremo più a negare la realtà. Al contrario, saremo capaci di essere realmente sensibili alla situazione presente. Avremo cessato di essere moderni, forse, ma sapremo un po’ meglio su quale suolo e in che epoca ci troviamo. È già un inizio».

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L’appuntamento
La mostra Reset Modernity! sarà aperta allo Zkm (Zentrum für Kunst und Medientechnologie) di Karlsruhe in Germania dal 16 aprile al 21 agosto (Lorenzstraße 19, chiuso lunedì e martedì, orari mercoledì-venerdì 10-18, sabato e domenica 11-18, tel. +49 721 81001200) ed è curata da Bruno Latour (nella foto sopra), con Martin Guinard-Terrin, Donato Ricci e Christophe Leclercq. L’esposizione pone l’accento sulla modernità e sul reset (anzi «disorientamento» e «riorientamento») degli strumenti con cui oggi essa viene registrata. In mostra le opere, tra gli altri artisti, di Lisa Bergmann & Alina Schmuch, Armin Linke, Lorenza Mondada, Adam Lowe, Fabien Giraud, Philippe Squarzoni, Simon Starling, Peter Galison, Benoît Verjat, Donato Ricci.
L’indice del catalogo della mostra è QUI.

Il curatore
Il filosofo, sociologo e antropologo francese Bruno Latour, nato in Borgogna nel 1947, si occupa dei concetti di modernità e non modernità, e studia l’aspetto sociale e antropologico delle scienze, con una visione profondamente critica. Tra i suoi libri usciti in Italia: La scienza in azione. Introduzione alla sociologia della scienza (Edizioni di Comunità, 1998), Non siamo mai stati moderni. Saggio d’antropologia simmetrica (Elèuthera, 2009) e Cogitamus. Sei lettere sull’umanesimo scientifico (il Mulino, 2013).

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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