Alla ricerca dei verdi

Lo scorso 20 marzo 2016 ho scritto una riflessione a voce alta sul mio fb; la ripropongo qui, aggiungendo la conversazione che ne è seguita.

In un Paese in cui si ignora il pensiero politico ecologista di un Alexander Langer o di un Antonio Cederna e, piuttosto, in cui ci si affida a leader del calibro di Gianfranco Mascia ed Eleonora Brigliadori, io non riesco a trovare credibile alcuna battaglia ambientalista all’interno delle istituzioni. Credo nei movimenti locali, nelle comunità di scopo che si oppongono a specifici progetti impattanti sul territorio, ma non posso ascoltare chi mischia scie chimiche ed olio di palma, veganismo estremo e mistica new age, o chi formula slogan del tipo “trivella tua sorella“.
In Italia manca un partito “verde” e quell’infarinatura di ecologismo presente in qualche partito è, generalmente, più un insulto alla storia e alla cultura ambientalista che un vero e proprio progetto politico. Occuparsi di ambiente, in politica, è innanzitutto un atto di giustizia sociale, è il nuovo fronte dell’antica lotta rivoluzionaria dei subalterni: significa redistribuzione del reddito, equità di diritti, dignità universale. Invece non si sente che spacciare paure anti-tecnologiche e anti-scientifiche. Possibile che l’unico leader ecologista “italiano” degno di questo titolo sia papa Francesco?
Si, sto pensando al prossimo 17 aprile e temo che mi sentirò sconfitto comunque, qualsiasi decisione prenda.
Intanto, buona primavera.

Commenti:

GiomaCiao Giogg. Essere ambientalisti non significa essere contrari alla apertura di una discarica vicino casa tua o essere contrari alla trivellazione per la estrazione del petrolio. Questo è buon senso ovvero legittima difesa. Essere ambientalisti e’ avere sviluppato un pensiero politico che unisce una profonda consapevolezza, non solo cognitiva, ma anche emotiva, direi sentimentale, della unitarietà del vivente ad una visione economica del rapporto tra uomo e natura basata sui principi di sostenibilità nel tempo e riproducibilità delle risorse. Il capitalismo non guarda al lungo periodo. Non lo facevano nemmeno gli agricoltori del neolitico il cui orizzonte temporale era passare indenni l’inverno. Ma le risorse della terra non sono infinite e la nostra capacità di sfruttarle e’ aumentata a tal punto che non può più essere regolata dal semplice, primitivo, principio del profitto privato. Tutto qui (si fa per dire).

Giogg: Si, l’ambientalismo è una visione del mondo, una filosofia. Ciò che lamento, però, è l’assenza (l’estinzione, per stare in tema) di un partito politico nazionale che abbia al centro del suo agire l’ecologia: un punto di riferimento. I movimenti locali hanno i loro “contro”, ne sono consapevole, ma qui manca la visione d’insieme, la consapevolezza della direzione da seguire. Mi sento come il meme di John Travolta: mi guardo intorno e non vedo nessuno, se non improvvisati e qualunquisti.

Gioma: Per come la vedo io l’unico partito che avrebbe potuto evolvere in senso ambientalista era il PCI e i suoi derivati. Cioè solo un partito che avesse una solida visione critica dei rapporti economici internazionali (della divisione del lavoro internazionale, si diceva una volta) poteva rielaborare la propria visione del mondo assumendo il punto di vista ambientalista. Tentativi ne sono stati fatti. Ricorderai il “congresso della amazzonia” di Occhetto o l’africanismo di Veltroni. Ma erano tentativi che andavano nella direzione di considerare le politiche ambientali come dei correttivi ad un sistema di rapporti economici fondamentalmente invariato. Il PCI, mi pare evidente, e con lui tutto il campo socialdemocratico europeo, e’ evoluto in un’altra direzione più liberista e sopratutto più nazionalista (l’interesse nazionale sopra ogni altra cosa), meno attento, per usare un eufemismo, alle diseguaglianze su scala mondiale e alle dinamiche strutturali che producono le disuguaglianze (e devastano il pianeta). Non si può essere ecologisti in un solo paese?

Giogg: Il PCI non ha sempre avuto una consapevolezza ambientale, tutt’altro. La sinistra italiana ha, storicamente, grosse responsabilità, avendo spinto (anche legittimamente, per l’epoca e per la sua vocazione proletaria) sull’industrializzazione del Paese. Successivamente sì, è vero, avrebbe potuto evolvere in senso ecologista: Langer gravitava in quell’area, ma le direzioni intraprese, come hai osservato, sono state altre.
Io penso che dovremmo farcene carico noi. E non scherzo, lo sai. Ma dobbiamo cominciare ridefinendo concetti (cos’è “ambientalismo”? cos’è “decrescita”? cos’è “animalismo”?… e sai che questi termini oggi sono ampiamente usati anche a destra, talvolta dalla destra estrema) e intraprendendo azioni concrete: quando si chiedono meno trivelle, si è coscienti che l’Eni o chi per essa andrà a estrarre in Africa?
Appunto: non si può essere ecologisti e nazionalisti.

Giufo: Giogg, giusto poche cose. Se è vero che il PCI ha spinto sull’industralizzazione del paese marginalizzando totalmente la questione ecologica e ambientale -d’altronde, all’epoca, quello era il paradigma- proviamo anche a slegare il discorso ecologista dalle scelte di industrializzazione. Se e’ vero che l’impatto zero non esiste, ragioniamo anche su che tipo di industria possa essere implementata e con quale tipo di impatti. Ancora, decrescita e animalismo sono questioni spinosissime, come dici tu: io aggiungo anche che spesso sono molto “occidentali”, e che alcuni contesti e territori di cui manco sappiamo l’esistenza hanno bisogno di crescere per svilupparsi e mangiano carne da millenni perche’ hanno solo quella, e probabilmente crescerti una gallina all’aria aperta dietro al giardino e’ piu’ sostenibile di farti arrivare il tofu da Sailpiffero. Sulla questione trivelle, da quello che ho capito, l’ENI ha a prescindere stabilito di aprire altri pozzi in giro per il globo, e credo che un SI del referendum non sia pertanto vincolante nella strategia aziendale.

Giogg: Come spero si sia capito, mi pongo dubbi e questioni. Ho perplessità sul prossimo quesito referendario, è evidente, ma sono consapevole che una “conversione ecologica” sia necessaria e urgente. Quel che vorrei è che questa ambita nuova direzione non sia fatta di episodi slegati e occasionali, ma che risulti da un percorso politico coerente.

Giufo: Perfettamente d’accordo con te. Facevo solo notare.

EdicaHo vissuto da vicino nascita e declino del movimento ecologista italiano. Politicamente la sua morte cominciò con l’infiltrazione dei transfughi del partito radicale. I vari Rutelli & Co. si fecero un sol boccone degli “idealisti” che inizialmente componevano il parterre politico de’ il “Sole che ride”, di poi il partito divenne solo un comodo vettore destinato a facilitare le carriere politiche di molti. Ciò non toglie che l’ambientalismo in italia non sia mai esistito: se per ambientalismo si intende, infatti, l’aspirazione a implementare concrete politiche di sviluppo sostenibile, si deve amaramente constatare che manca proprio il “know how”.

Giogg: La “crisi” non è solo italiana, io la vedo anche in Francia, ad esempio, ma almeno, per quanto piccolo, un partito/federazione verde c’è, e agisce. Ci sono poi i Grünen tedeschi, presi spesso a modello. Al Parlamento Europeo c’è l’European Green Party che, per quanto piccolo, alle scorse elezioni ha proposto Ska Keller come candidata alla Presidenza.
Insomma, la situazione non brilla, ma non è cupa come da noi. E mi viene da trasporre le parole di Nanni Moretti: con questa classe dirigente (Brigliadori & Co.) non vinceremo mai.

Fraschi: Interessanti pensieri. Azioni conseguenti?
Gioma: Approfondire i pensieri.

RattaLE TRE LEGGI DELL’AMBIENTALISMO
Io credo che quando ci si confronta su argomenti così complessi,come l’ambientalismo, bisogna partire necessariamente da una visione
E la mia visione ‘ ambientalista ‘ del mondo mi porta ad immaginare che tutto ciò che ci circonda è interconnesso.
Noi e gli altri organismi viventi rappresentiamo una rete che è retta da equilibri delicati .Abbiamo appena iniziato ad investigare il ciclo dell’acqua , il ciclo del’ozono , il ciclo dell’ossigeno, quello dell’ozono e più investighiamo , più ci accorgiamo che questa rete si regge grazie a una favorevole combinazione di fattori, che per larga parte ci sono sconosciuti .
L’insieme di tutto questo è per me la vita.
Detto ciò, penso anche che la vita è cambiamento
Abbiamo tanti esempi che ci dimostrano come la vita è cambiamento
Ci sono stati cambiamenti lenti , durati intere ere geologiche, come ad esempio le glaciazioni o la deriva dei continenti ,che hanno generato la scomparsa e la comparsa di molte specie.
Ma ci sono stati anche eventi, come ad esempio le eruzioni vulcaniche o l’urto di asteroidi, che hanno modificato in tempi rapidi le condizioni del pianeta , provocando la scomparsa repentina di vecchie specie e la comparsa di nuove specie.
Ma quello che importa è che in entrambi i casi la rete della vita si è mostrata capace di riequilibrarsi :senza mai ritornare agli equilibri precedenti , ma evolvendosi in un costante equilibrio dinamico.
Siamo abituati a leggere tutto questo processo evolutivo nelle stratificazioni geologiche, o nei fossili ma io penso che tutto sia anche scritto nel nostro dna e nei sofisticati meccanismi, non ancora esplorati che risiedono nella mente,banca dati in cui sono accumulati gli effetti prodotti dai cambiamenti e che generano i comportamenti nostri e di tutte le specie viventi: ma di questo, vorrei parlarvi più estesamente in un’altra circostanza .
In conclusione io penso che la terra non sia una cornucopia da cui è possibile prendere tutto indefinitamente o in cui è possibile introdurre tutto incontrollatamente.
Se continueremo a prelevare risorse dal pianeta a ritmi sempre più accelerati e a modificarne gli ecosistemi anche attraverso l’introduzione di organismi geneticamente modificati ( esseri umani inclusi ), potremmo essere noi la causa del prossimo repentino cambiamento .
E non sappiamo quali potranno essere gli effetti su di noi ,sulle altre specie viventi e sull’intera rete della vita .
Da questa visione nasce il codice etico che ogni ambientalista dovrebbe seguire.
Prendendo spunto da quello proposto da Isacc asimoff in ‘Io robot , uno dei suoi più famosi romanzi , io penso che senza scomodare teologi, giuristi o politologi , ognuno che si dichiara ambientalista dovrebbe attenersi a queste tre leggi :
Prima legge dell’ambientalismo : nessun ambientalista deve causare con comportamenti diretti o indiretti , rischio alla rete della vita o modifiche repentine agli equilibri che regolano la rete della vita
Seconda legge dell’Ambientalismo : nessun ambientalista deve causare con comportamenti diretti o indiretti l’estinzione della propria specie o quella di altre specie viventi
Terza legge dell’ambientalismo : nessun ambientalista deve causare con comportamenti diretti o indiretti l’estinzione delle risorse non rinnovabili del pianeta terra.
Purchè rispetti queste leggi a mio avviso chiunque può essere un ambientalista.Beninteso sono anche consapevole che questo primo impegno non basta a garantire una azione efficiente ed efficace , ma senza questa premessa è del tutto inutile mettersi insieme.
Per facilitare l’attuazione di queste leggi ritengo utile che ci sia un ‘ partito degli ambientalisti’ ma ad una precisa condizione : accettare di riunire in un veicolo le persone , che accettando la diversità degli altri , decidano di fare un pezzetto di strada insieme senza altri vincoli comuni che quelli indicate nelle tre leggi dell’ambientalismo .
Può sembrare una soluzione semplicistica, ma se poi la si prova a mettere in pratica si scopre che ben pochi sono ambientalisti : l’esperienza insegna che c’è sempre una ragione valida per contravvenire una delle tre leggi e che spesso le posizioni più dure vengono proprio da chi ritiene di dover mettere al rimo posto nobili intenzioni come la tutela dei lavoratori , quella degli animali o quella degli alberi. ritenendo così di essere più ambientalista degli altri .
Se si ritiene di non poter sottoscrivere questo impegno io credo che ognuno abbia il diritto di difendere gli ideali e la ideologia in cui crede , associarsi nelle forme che più ritiene idonee o scegliere la strada, ovvero la politica che ritiene più opportuna, ma che solo in parte ci si possa definire ambientalista.

Giogg: La tua storia e il tuo impegno, Ratta, rendono le tue parole particolarmente preziose e ti ringrazio per averle condivise qui, sotto la mia riflessione a voce alta di qualche giorno fa.
Penso che lo sforzo di definire l’ambientalismo e gli ambientalisti sia lodevole perché tenta di esplicitare dei valori comuni di base, ma ritengo anche che queste definizioni possano variare nel corso del tempo, a seconda dei contesti politici e ambientali: l’ambientalismo degli anni Sessanta non è quello del post-Chernobyl, così come oggi, dopo Fukushima, New Orleans, la crisi dei rifiuti in Campania, la crescente violenza meteorologica e l’inarrestabile consumo di suolo, la declinazione di “ambientalismo” probabilmente è ancora diversa. Nei miei studi, inoltre, ho incontrato spesso alterità eco-culturali, come ad esempio quella di un’anziana Zafimaniry del Madagascar che alcuni anni fa confidò all’etnologo Maurice Bloch il suo amore per la foresta… “perché la si può tagliare”, o quella di un ragazzo burundese sicuro della bellezza delle metropoli europee perché piene di palazzi e di automobili.
Lungi dall’essere universali, spesso certi significati che attribuiamo al termine “ecologia” (o, meglio, “ecologismo”) sono parecchio occidentali, come mi sembra di cogliere ancora nel binomio tra “ecologia superficiale” ed “ecologia profonda”.
Al di là della terminologia, comunque, la mia preoccupazione principale, però, è quella di capire come, oggi, si possa proporre un discorso ecologista al passo coi tempi, col sapere scientifico, coi mezzi di comunicazione contemporanei, con la tecnologia attuale, con un senso democratico ampio e inclusivo, ma che al tempo stesso sia abbastanza forte e rigoroso da tenere ai margini il crescente analfabetismo funzionale e le frequenti manifestazioni di “neopaganesimo naturalistico” che spuntano ogni dove.
I tre valori-base che hai proposto mi hanno ricordato il motto di Langer: “Lentius, profundius, suavius”.
Che possa fare ancora da collante per un “partito verde” del XXI secolo, dunque internazionalista, antirazzista, laico, raziocinante?

Una serie di loghi “verdi” in giro per il mondo.

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AGGIORNAMENTO del 31 marzo 2016:
La chiacchierata è continuata tra i commenti di un’altra condivisione. La riproduco di seguito:

Giogg: A me piace pensare che il mondo non sia in rovina, ma in cantiere. Così, anche chi ha una sensibilità ambientale, ritengo che debba continuamente riflettere su se stesso, sui propri principi. Grazie per il vostro contributo.

Laucu: Grazie a te Giogg, che ci induci a riflettere. Le porte della “Grande Onda” per te sono sempre spalancate!

Ratta: ho perso le tracce del post originario di Giogg , perciò riprendo qui la discussione e rispondo ad Allau che dopo tanta teoria si chiede cosa fare. io credo che bisogna guardare alla terra e perciò ridurre i consumi , promuovere la ricerca dei materiali meno inquinanti e trattare i reflui e i rifiuti. e ogni tanto sollevare gli occhi al cielo guardare le stelle .e pensare a come fare per arrivarci . e’ l’unico modo per fare in modo che se per caso la terra viene spazzata via ,la rete della vita continui per qualche altro miliardo di anni ….poi si vedrà.

Giogg: Tanta teoria, Ratta?

Peci: ….e senza Teoria …?

Ratta: La teoria è un passaggio indispensabile nella nostra cultura occidentale : quando la teoria viene accettata inizia la pratica. E per passare alla pratica occorre far crescere la consapevolezza ed il coinvolgimento . Quando questo si verifica inizia la modifica dei comportamenti individuali , e poi a cascata, la modifica di quelli collettivi. del resto il cantiere è già al lavoro altrimenti non ci sarebbero tante persone sensibilizzate al problema, tanti nuovo materiali meno inquinanti e tanti esploratori nello spazio . in fondo è solo questione di diffondere e promuove un’adeguata formazione. lo sanno bene quelli che usano la propaganda per mischiare le carte.

Peci: Infatti lo credo che senza Teoria non si passa (eventualmente e lo speriamo ) al dunque. La mia era una forzatura. Ciao Ratta, grazie per il Tuo impegno.

Ratta: non sempre la teoria è necessaria. qualche volta basta incontrare un bravo maestro e seguirne gli insegnamenti, e sforzarsi di metterli in pratica. ma questo è per noi più difficile : ci riescono meglio gli orientali. speriamo che le razze si mischino sempre di più e che si sommino i pregi e non i difetti.

Peci: Ratta, noi Italiani ci conosciamo se non siamo pungolati difficilmente andiamo avanti,la speranza di ottenere pregi e non difetti è vero come Tu dici ma credo che sia solo speranza,voglio sbagliarmi.

Giogg: Grazie a tutt* per la discussione e per la condivisione di pensieri, riflessioni, suggerimenti. Sollevare dubbi, perplessità, inquietudini e, allo stesso tempo, chiedere un aiuto per riflettere collettivamente su una tematica che interessa tanti, ovvero sulla direzione da prendere e le modalità da seguire per continuare il percorso, non so se sia “teoria”, ma sicuramente – a mio avviso – è una pratica che non può fermarsi, una necessità costante, proprio per non cadere nella trappola di chi fa propaganda, come osserva Ratta. L’ho scritto qui sopra: una nostra forza dev’essere il continuare a pensare e a ripensare il nostro vocabolario (non vediamo solo con gli occhi, ma anche con la mente, come sapete tutti). Pensare è già agire, vorrei che non si facessero classifiche su questi momenti interconnessi e imprescindibili del vivere (e dell’agire politico, nel senso più ampio e più alto).

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INTEGRAZIONE del 27 settembre 2016:
14468317_704604929691403_7471854923683350599_oIeri ho fotografato degli adesivi fascisti in una strada del centro di Nizza. A differenza di altre campagne propagandistiche di questa gente, stavolta non sono presenti slogan islamofobi o antisemiti, ma ne sono spuntati due “animalisti” e “ambientalisti”. Uno, in particolare, invita a sostenere il “Greenline Front”. Ho cercato informazioni: è un’organizzazione ecologista nazionalista fondata in Russia nel 2010, diretta da una giovane militante russa che ha saputo esportare il suo movimento dapprima nei paesi frontalieri come l’Ucraina e la Bielorussia ed ora sta tentando di entrare anche in Francia e in altri Paesi europei.
Il website ufficiale, ad esempio, è multilingue (russo, inglese, francese, spagnolo, serbo): QUI. Anche su Fb vi sono varie pagine a seconda del paese o dell’idioma: inglese/internazionale, Gran Bretagna, francese, Touraine (Francia), italiano (non c’è ancora nulla, se non la foto del profilo, inserita il 18 settembre scorso).
Per capirne di più, invito a leggere un’intervista in francese (https:// nationalsocialradical [dot] wordpress [dot] com/2015/08/03/interview-avec-la-greenline-front-russie/). Tra le altre cose rivelate, viene detto:

“Le loro azioni costistono nell’occuparsi degli animali randagi, di pulire i boschi, di promuovere i valori dello sport e del vegetarianesimo, ma anche di affermare la loro concezione razziale del mondo e di aiutare i numerosi prigionieri politici russi. […] Tutto è cominciato nel 2010 sui socialmedia con un gruppo su Vkontakt, il Facebook russo, nel quale i giovani estremisti di destra promuovevano delle idee come il vegetarianesimo, la protezione degli animali e un modo di vita sano. Più tardi abbiamo cominciato ad agire al di fuori di internet […]. Il comunismo […] ha dominato i Paesi dell’Est per praticamente un secolo è un’ideologia [criminale] chiaramente votata all’industria e, ovviamente, incompatibile con l’ecologia. […] La maggior parte dei cosiddetti russi […] sono completamente indifferenti [alla natura]. In quest’era di capitalismo e di permissività assoluta, loro fruiscono senza ritegno dei beni della nostra civiltà e consumano le nostre risorse. Pensano che abusare di madre Natura sia normale. Nel corso dell’ultimo secolo la nostra situazione ecologica si è considerevolmente deteriorata, centinaia di specie animali sono state classificate in via di estinzione. Questo ci fa male al cuore. […]
Nell’Europa Occidentale la maggior parte dei gruppi ecologisti radicali sono o anarchici o comunisti, ma raramente nazionalisti. Sembra che in Russia sia il contrario. Ci sono dei confronti con gli antifascisti in quest’ambito? Avete avuto delle minacce?
Per quanto riguarda l’ecologismo di sinistra, naturalmente per la natura e gli animali non è importante da dove venga l’aiuto, ma noi non siamo interessati dagli ecologisti di sinistra. Ci sembra strano che si possa negare le responsabilità (razziali, nazionaliste) e allo stesso tempo considerarsi responsabili della natura e degli animali. La nostra attività provoca tra loro l’impegno e l’incomprensione, ma non ce ne curiamo.
Qual è la vostra visione sulla religione e sul paganesimo slavo?
Noi non sosteniamo le religioni monoteiste. Noi sosteniamo la «rodnoveria», ovvero il paganesimo slavo. Il cristianesimo ha portato molta negatività nella nostra società, ponendo l’uomo al centro dell’universo. La visione del mondo antropocentrica è assolutamente contraria alla visione del mondo pagana”.

Poi l’intervista prosegue con considerazioni sulle politiche di Putin (ritenute fintamente patriottiche) e quelle dell’Ucraina (il cui governo attuale sarebbe altrettanto corrotto); continua con i rapporti bellicosi tra Russia e Ucraina (nell’interesse del Cremlino); poi con (anzi contro) i gay in televisione; quindi con le differenze con gli estremisti greci di Alba Dorata (“loro non sono vegetariani, che per noi è fondamentale, e sostengono il regime di Putin; tuttavia loro si occupano dei boschi greci e li salvano dagli incendi, il ché è un gesto nobile“); infine la loro visione dell’Europa Occidentale e della Francia (che vorrebbero abitate da popoli autoctoni, ma “purtroppo” oggi dominate nello spirito dagli arabi e dai neri).

Come mostra questo post, è parecchio che sostengo la necessità di una riformulazione del vocabolario ambientalista, ormai sempre più invaso da approcci razzisti e nazionalisti. Attualmente tali tesi sono portate avanti da gruppi ancora numericamente trascurabili, ma quel che preoccupa è la tendenza generale, perché costoro fanno un gran proselitismo tra gli adolescenti (le fotografie dei canali-web citati qui sopra sono chiare: i militanti sono tutti giovanissimi), per cui è un problema che si mostrerà con maggior evidenza nel futuro. La mia preoccupazione, dunque, è di risignificare le nostre parole e di ridefinire i nostri concetti con urgenza: innanzitutto bisogna riconsiderare il nostro rapporto con la scienza e la tecnologia, perché sono grandi vantaggi rispetto all’ignoranza di queste persone, ma dobbiamo anche sviluppare e sostenere una consapevolezza olistica, unendo sensibilità ecologica (ampiamente intesa), sapere scientifico (deontologicamente prodotto), giustizia (socio-culturale) ed equità (politico-economica).

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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4 risposte a Alla ricerca dei verdi

  1. giogg ha detto:

    Nella discussione riportata qui sopra, si è toccato il tema del rapporto storico tra sinistra italiana (il PCI, in particolare) e ambientalismo. Oggi (5 aprile 2016) ne ha scritto Piero Bevilacqua su “Eddyburg”: lui, da storico, si ferma a ieri; io, invece, continuo a riflettere su quel che questo rapporto può essere domani.

    SINISTRA E AMBIENTE, UN RAPPORTO DIFFICILE
    di Piero Bevilacqua

    Bisogna riconoscerlo, sin dalle origini il rapporto tra la sinistra e l’ambiente (e poi l’ambientalismo) non è stato facile. E forse in modo particolare nel nostro Paese. Un conflitto per così dire fondativo ha contrapposto il lavoro alla natura, l’umana operosità alle ragioni del mondo vivente, il movimento operaio agli equilibri degli habitat naturali. E per ragioni che hanno a che fare innanzi tutto con la dottrina. A partire da Marx. E’ vero, egli dichiara, sin dal Primo libro del Capitale: «Il lavoro è prima di tutto un processo fra uomo e natura, un processo nel quale l’uomo, attraverso la propria attività procura, regola e controlla il suo scambio materiale con la natura». Scambio materiale o organico, il famoso Stoffwechsel. Un riconoscimento importante del ruolo della natura, nella produzione della ricchezza. Ma tale visione rimane confinata sullo sfondo, perché nel pensiero di Marx ha poi il sopravvento la teoria del valore-lavoro. È la scoperta di Adam Smith ( peraltro non del tutto sua) secondo cui il lavoro è la fonte di ogni valore:«l’originaria moneta d’acquisto con cui si pagano tutte le cose», come scrive nella Inquiry sulla ricchezza delle nazioni. A cui Marx aggiungerà il disvelamento rivoluzionario della creazione del plusvalore, l’origine dell’accumulazione della ricchezza in poche mani, fondata sullo sfruttamento operaio, e la riproduzione del capitalismo e della società divisa in classi.
    Ma questa scoperta, che orienterà le lotte di tutti i movimenti di ispirazione marxista, e del movimento operaio in generale, dimenticherà le ragioni della natura. La centralità del lavoro e dei suoi interessi prevarranno su quelle del mondo vivente in cui questo pur si svolge.Non voglio ridurre il pensiero di Marx, capace ancora oggi di illuminarci, al marxismo. Questo è ovvio, le dottrine finiscono colo vivere di vita propria. Ma è importante osservare che tale curvatura così esclusivamente antropocentrica del marxismo diventerà ancora più rigida e dottrinaria nella sua trasmigrazione nella Russia preindustriale della Rivoluzione bolscevica. Esso diventerà, inevitabilmente una “teoria dello sviluppo industriale” dal punto di vista operaio. Non per niente Lenin poté definire il comunismo come « l potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese.« Che cosa poteva importare del territorio, delle foreste, delle acque dei fiumi, dei grandi laghi della Russia di fronte alla necessità di costruire una nuova società attraverso l’espansione dell’industria? L’uomo nuovo sovietico era un lavoratore-titano che plasmava a sua immagine il mondo intorno a sé. Non ci dovremmo perciò stupire se in Unione Sovietica – come ha ricordato lo storico John MacNeil – nella seconda metà del ‘900 furono utilizzate piccole bombe atomiche per sventrare montagne ed aprire miniere. In Cina da decenni vanno costruendo il comunismo provocando catastrofi ambientali.
    Neppure miglior fortuna ha avuto il mondo naturale nel pensiero rivoluzionario italiano.Nel nostro teorico più grande, Gramsci, non c’è posto per le sorti della natura. Anche in lui il processo storico è pensato secondo la curvatura dello sviluppo industriale, leva dell’umana emancipazione. In uno dei suoi Quaderni più anticipatori, Americanismo e fordismo, di fronte all’organizzazione tayloristica del lavoro Gramsci ha uno sguardo di sconcertante provvidenzialità teleologica. «La storia dell’industrialismo – scrive – è sempre stata ( e lo diventa oggi in una forma più accentuata e rigorosa) una continua lotta contro l’elemento “animalità” dell’uomo, un progresso ininterrotto, spesso doloroso e sanguinoso, di soggiogamento degli istinti ( naturali, cioé animaleschi e primitivi ) a sempre nuove, più complesse e rigide norme e abitudini di ordine, di esattezza, di precisione che rendano possibili le forme sempre più complesse di vita collettiva che sono la conseguenza necessaria dello sviluppo dell’industrialismo».
    D’altra parte l’Italia, Penisola di antichissima antropizzazione non ha una tradizione culturale favorevole allo sviluppo di una narrazione naturistica dell’umana vicenda. Dominata da mille città, che hanno assoggettato per millenni i loro contadi, non poteva certo generare élites sensibili ai problemi degli equilibri degli habitat, se non per fini di sfruttamento economico. Come è accaduto con le bonifiche. L’avvento delle società industriali – la fase storica a partire dalla quale è legittimo e non anacronistico aspettarsi sensibilità ambientale – non produce in Italia le reazioni protoambientalistiche che si verificano ad es. negli USA. Qui nell’ 800 sterminati lembi di wilderness, di natura incontaminata apparvero minacciati dallo sviluppo industriale. In Germania i piccoli villaggi circondati da boschi – modello prevalente degli insediamenti umani in quel paese– furono sconvolti in pochi decenni alla fine dell’ 800, generando una vasta opposizione destinata a grande influenza sul pensiero politico ed ecologico tedesco. E non meno cura per il mondo naturale creò, per contrasto, la rivoluzione industriale nelle élites inglesi, a partire da quel secolo. Niente di tutto questo in Italia, che arriva tardi all’industrializzazione Uno sviluppo concentrato peraltro, nel Triangolo Milano-Torino-Genova, in gran parte manifatturiero e perciò di limitato impatto ambientale. Si comprende allora come sia potuto accadere che nel corso del ‘900 è sorto accanto al fragile gioiello di Venezia, il Petrolchimico di Porto Marghera; in uno dei siti più incantevoli del Belpaese, a Bagnoli, l’Italsider, e poi l’Ilva nei due mari di Taranto, i vari stabilimenti petrolchimici a Brindisi, Gela, Priolo, ecc. cioé in località marittime con habitat delicati e ad alta vocazione turistica. E non stupisce, peraltro, che in un paese afflitto da disoccupazione endemica, le posizioni ambientaliste siano state minoritarie nel PCI e nel sindacato.
    Solo dopo Cernobyl, non solo il ceto politico, ma anche gli italiani scoprono la fragilità della natura in quanto minacciata dall’inquinamento. E solo negli ultimi decenni, l’ambientalismo è diventato di massa (con le lotte contro gli inceneritori, le discariche, le centrali a carbone, ecc) allorché le popolazioni hanno scoperto, tramite i danni prodotti dall’inquinamento alla salute, quella natura insuperabile che è in ognuno di noi. La natura è stata scoperta nel corpo vulnerabile degli uomini. E’ stata la malattia a mandare gambe all’aria il vecchio storicismo antropocentirico. Grandi masse di cittadini hanno scoperto che la storia ha cambiato il suo corso e la crescita economica non genera di per sé benessere e progresso. Il nuovo ambientalismo italiano oggi parla un linguaggio che non è più “sviluppista”, scopre il valore storico dei territori, della natura antropizzata e trasformata in paesaggio e bellezza, e il ceto politico stenta a comprenderlo
    .

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