L’abbraccio del serpente

L’etnologo tedesco Theodor Koch-Grünberg, nel 1907 scrisse sul suo taccuino di campo:

“No me es posible saber en este momento, querido lector, si ya la infinita selva ha iniciado en mí el proceso que ha llevado a tantos otros que hasta aquí se han aventurado, a la locura total e irremediable. Si es ese el caso, sólo me queda disculparme y pedir tu comprensión, ya que el despliegue que presencié durante esas encantadas horas fue tal que me parece imposible describirlo en un lenguaje que haga entender a otros su belleza y esplendor; sólo sé que, como todos para los que se ha descorrido el tupido velo que los cegaba, cuando regresé a mis sentidos, ya me había convertido en otro hombre.”

Il film “El abrazo de la serpiente” [wiki+allocine] comincia con queste parole e si svolge come un viaggio plurimo (perché coinvolge più persone), multiplo (perché si svolge nello spazio e nella mente/spirito) e ripetuto (perché si realizza due volte). La pellicola prende spunto da due spedizioni realmente avvenute nella foresta amazonica colombiana, ai confini con il Perù, quella di Theodor Koch-Grünberg ai primi del Novecento, appunto, e quella, dopo una quarantina di anni, del suo allievo Richard Evans Schultes, etno-biologo statunitense.
Il personaggio che fa da trait-d’union è un Karamakate, una sorta di sciamano solitario, ma ha un ruolo importante anche Manduca, un indio che accompagna il primo europeo. Naturalmente, nel viaggio lungo l’imponente fiume vi sono altri personaggi e alcune realtà controverse, ma non anticipo altro.
Il film è firmato dal regista colombiano Ciro Guerra ed è candidato all’Oscar 2016 come miglior film in lingua straniera. La maestosità e la straordinaria bellezza della natura amazzonica è resa senza tempo grazie alla scelta del bianco e nero e, se devo muovere una critica, direi che c’è una certa insistenza su filosofie new-age.
Al di là di questo, però, l’opera è estremamente interessante a tanti livelli e, come si può intuire, il mio preferito è quello antropologico, ovvero dell’incontro tra esponenti di culture diverse che, come è noto, è sempre (almeno) bidirezionale.
La battuta che più mi ha colpito, in questo senso, è tra i due indios, durante il primo viaggio: lo sciamano, burbero e diffidente, chiede al collaboratore dell’etnologo tedesco, poliglotta e vestito all’occidentale, ma anche molto più politicizzato: “Perché lo aiuti?“. E questi risponde: “Perché lui può educare i Bianchi. Questo è il nostro scopo. E sarà la fine di tutto (il nostro dolore)”.

PS: Se dovesse capitarvi di andare nell’Amazzonia colombiana, contattate Salima Cure, che senza dubbio vi condurrà nel Museo Etnologico di Leticia, da lei curato nel cuore della foresta.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a L’abbraccio del serpente

  1. sembra interessante. ci sono possibilità di vederlo in italiano? nei cinema non è uscito

    • giogg ha detto:

      E’ stato candidato agli ultimi Oscar di pochi giorni fa nella categoria del “Miglior film in lingua straniera”, per cui qualche speranza che arrivi anche in Italia c’è. Me lo auguro.

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