Domande sulla festa del 6 gennaio

Com’è noto, l’Epifania è la «manifestazione della divinità». Per i cattolici la prima epifania di Gesù è con l’adorazione dei Magi, mentre invece per gli ortodossi è col battesimo di Gesù nel fiume Giordano.
Ebbene, stando alla festività odierna, chi erano i Magi? Erano tre? Erano re? E che significa “magi”?
Nel 2012 Leonardo Tondelli ne scrisse un post che è un piccolo, ma intenso viaggio tra sovrapposizioni di miti e storia, nonché tra trasformazioni di diversa natura che – nei secoli e a seconda di chi scrive e di quando scrive – si hanno in tutte le tradizioni e narrazioni.
Ma, ancora: e la Befana? Chi è? Da dove viene? Cosa rappresenta? Perché vola?
Nel 2014 Claudio Corvino lo spiegò in un articolo sul “manifesto” che racconta come oggi si chiuda il “ciclo dei doni” iniziato con la commemorazione dei defunti il 2 novembre (o, da qualche anno, il 31 ottobre con halloween).
In buona sostanza, come ogni fine, la festa di oggi è anche un nuovo inizio, per cui buona ripartenza a tutt*.

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Cliccando sull’immagine si accede al testo “Il viaggio dei Magi”, di T. S. Eliot (1888–1965)

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Ho pubblicato questi link anche sul mio fb.

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Tra i commenti di questo post sono presenti altri contributi sulle festività natalizie e il loro significato storico e attuale. Altre notizie sono in questo post del 2014.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a Domande sulla festa del 6 gennaio

  1. giogg ha detto:

    Blog di Leonardo Tondelli, 6 gennaio 2012, QUI

    Né tre, né re, né magi
    6 gennaio – Epifania e Adorazione dei Magi
    di Leonardo Tondelli

    Guarda che ori, che broccati, che levrieri… Gentile da Fabriano è un po’ tamarro, diciamolo.
    Non erano necessariamente tre (Matteo non dice mai il numero: lo si desume dai tre doni, oro incenso e mirra). Non erano re, anche questo l’evangelista non lo scrive; e la situazione geopolitica del primo secolo ci è abbastanza nota da permetterci di escludere l’esistenza di re itineranti, con molto tempo da perdere dietro a stelle e profezie. Non erano neanche “magi”, perché se ci pensate bene la parola in italiano non ha molto senso, è stata coniata apposta per loro: diconsi magi i tre re venuti ad adorare Gesù. Matteo in greco scrive magoi, termine imbarazzante, perché ai cristiani i maghi non piacciono: sin dall’inizio li percepiscono come i loro più insidiosi concorrenti (a partire da quelSimon Mago che negli apocrifi tormenta Simon Pietro come un gemello cattivo). “Magoi” erano chiamati dai greci i sacerdoti zoroastriani, il che lascia pensare che i non-re provenissero dalla Persia, oggi Iran. Non seguivano una cometa, perlomeno non necessariamente: Matteo si limita a parlare di una stella (“vidimus enim stellam“, 2,2). Non arrivarono a una grotta, né a una capanna: Matteo scrive che trovarono il bambino entrando in una “casa” (“intrantes domum invenerunt puerum“, 2,11). Insomma se Matteo vedesse un presepe moderno, con la cometa in cima alla grotta e i tre re cammellati, non riconoscerebbe la scena. Anche a causa di tutti quei pastori nei dintorni, di cui nel suo Vangelo ovviamente non v’è minima traccia. Che cosa è successo?
    Ci sono state delle contaminazioni, evidentemente. La prima è col Vangelo di Luca (posteriore?), che dipinge una scena molto più familiare: c’è il censimento “di tutta la terra”, c’è almeno un albergo tutto esaurito, la mangiatoia, i pastori, gli angeli cantano “Gloria a Dio nel più alto dei cieli”… ecco, siamo già in pieno presepe. Tranne un piccolo dettaglio: i magi. Luca non ne parla, e sì che dei tre sinottici è quello che sembra aver fatto più indagini. Suona quasi come una smentita. Luca, poi, lo abbiamo visto, è il più liberal degli evangelisti, quello di “beati i poveri” (non “in ispirito”: beati i poveri e basta): il suo Gesù deve per forza nascere in un contesto di disagio sociale ed essere adorato dai pastori: si capisce che questi maghi venuti dal nulla che portano doni preziosi non rientrano nel suo quadro. Si capisce altresì che Luca non è un vero povero, perché ai poveri i re bardati d’oro venuti da lontano non dispiacciono affatto, sono i punti luci del presepe. Alla fine i natali di Matteo e di Luca si amalgameranno, assorbendo altri dettagli dalla fervida fantasia degli apocrifi: così scopriremo per esempio che i magi erano re – giusto per realizzare un altro paio di profezie veterotestamentarie – che si chiamavano Gaspare Melchiorre e Baldassarre, che ognuno rappresenta un continente diverso, eccetera. Gli esegeti arricchiranno il brodo spiegandoci che l’oro allude alla regalità (Gesù Cristo è Re, non scordiamolo), l’incenso al sacerdozio, mentre la mirra, questa benedetta mirra che assomiglia a uno di quei regali di Natale che nessuno vorrebbe, i calzini di lana, la cravatta à pois… la mirra rappresenta effettivamente il ruolo più difficile, di vittima sacrificale: l’olio di mirra era adoperato per l’unzione sacerdotale, ma anche per l’imbalsamazione. Ancora oggi i magi fanno discutere astronomi e fantastorici: sulla questione della “stella” si sono riempite biblioteche di congetture (era una cometa o una supernova? O un banale allineamento planetario?) Alla fine insomma la nostra concezione dei “re magi” dipende molto più dal folklore del presepe che dalla lettera del Vangelo. La cosa interessante è che il folklore non si è sostituito alla lettera. Vi si è per così dire incrostato, ma chiunque sappia leggere può rimuovere gli addobbi posticci e ritrovare il testo di Matteo. In altre religioni non è successo così. Miti e racconti si sono contaminati e mescolati per secoli, prima di arrivare alla forma che conosciamo (e che magari non è nemmeno la definitiva).
    Nella sua Vita di Maometto, Muhammad Ibn Garir al-Tabari (IX secolo) racconta più di una storia sulla tormentata infanzia del profeta. Un giorno, al pascolo, il suo fratello di latte vede tre uomini vestiti di bianco che aprono il ventre del piccolo Maometto e ne svuotano il contenuto. Il bambino torna a casa a dare l’allarme, ma quando gli adulti accorrono, trovano il bambino vivo, anche se il suo aspetto “era alterato”
    .

    Lo presero, lo baciarono sulla testa e sugli occhi e gli chiesero: “Maometto, cosa ti è accaduto?” Egli rispose: “Tre uomini, con un catino e una bacinella d’oro, sono venuti e mi hanno aperto il ventre, hanno preso tutte le mie viscere e le hanno messe in quel catino; poi me le hanno rimesse in corpo dicendomi: “Tu sei nato puro e ora sei più puro”. Poi uno di loro ha immerso la mano nel mio corpo, ne ha strappato il cuore, lo ha tagliato e ne ha levato il sangue nero, dicendo: “È la parte di Satana che c’è in tutti gli uomini, ma io te l’ho tolta dal petto”. Poi mi ha rimesso il cuore a posto. Uno di loro aveva un anello, col quale mi ha marchiato. Il terzo ha immerso la mano nel mio corpo e tutto è tornato in ordine”.

    Al-Tabari è un biografo molto generoso: qualsiasi storia o storiella sul profeta è per lui degna di essere raccolta. Come facciamo a capire che la leggenda dei “tre uomini” è una sovrapposizione di molto posteriore ai racconti più antichi sulla vita di Maometto? Per prima cosa, è inutile. lo dicono anche i tre maghi-macellai: “tu sei nato puro”. A che pro allora tutto questo sviscerare, marchiare, sigillare? Sono tutti particolari ridondanti, tipici delle fiabe. E, come le fiabe, somiglia in qualche modo a tutte le altre: altrove al-Tabari mostra di conoscere la leggenda dei magi che visitarono Gesù, e che nell’800 sono già stati fissati nel numero di tre. Come nel vangelo di Matteo, siamo davanti a una precoce epifania, o manifestazione del divino, che però confligge lievemente con l’idea che Maometto riceva la sua rivelazione soltanto a quarant’anni. Del resto anche tra i cristiani non c’è accordo sulla prima epifania della divinità di Gesù: gli ortodossi preferiscono partire dal battesimo nel Giordano, quando si sente distintamente una voce dal cielo affermare “tu sei il mio figlio prediletto”. Il vangelo più breve (il più antico?), Marco, comincia appunto da lì. Tutto quello che a Gesù è successo prima potrebbe anche essere stato aggiunto dopo.
    In generale, i racconti sull’infanzia degli eroi e dei profeti sono sempre posteriori al mito portante. Nascono come per riempire un vuoto: cosa è successo al Profeta nei suoi primi quarant’anni, al Messia nei suoi primi trenta? Possibile che il divino non si fosse già manifestato in lui? Così è tutto un fiorire di miracoli grandi e piccoli, ma spesso anche minimi, come in quell’apocrifo in cui il giovane Gesù rimedia coi suoi miracoli agli errori di falegnameria di mastro San Giuseppe. Gli autori di questi racconti e raccontini sono ovviamente anonimi, ma è lecito supporre che molti di loro siano donne, e che stiano raccontando fiabe davanti a un focolare, a bambini troppo curiosi: com’era Gesù (o Maometto) quando era piccolo come me? Non sembra un caso che in primo piano si trovino spesso personaggi femminili, come Maria nel vangelo di Luca, o la balia Halimah che salva il piccolo Maometto dalle grinfie di un altro mago malvagio. Quando poi gli eroi e i profeti diventano grandi, le donne passano in secondo piano.
    Diventati adulti, poi, molti uomini mostrano di non gradire questo prolificare di racconti e favolette sull’infanzia dei personaggi importanti. Il più delle volte sono inutili: distraggono dal racconto fondamentale, la predicazione dell’adulto agli adulti. Persino gli autori di Superman hanno più volte cercato di disfarsi di Superboy (e del cane Krypto), senza successo: le nuove generazioni continuano a chiedere dettagli sull’infanzia degli eroi e degli Dei, e finché non gliele inventi non si addormentano
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    “il manifesto”, 23 dicembre 2015, QUI

    Liturgia della dissipazione
    La «strenae» odiata dalla Chiesa, la circolazione dei beni e l’invito allo sperpero: le tradizioni natalizie del gioco d’azzardo e del cibo voluttuoso hanno origini in antichi riti pagani
    di Claudio Corvino

    Ogni anno, sempre più precocemente, si discute e si discetta del Natale: se sia o meno un principio identitario irrinunciabile, una festa «cristiana» o «pagana», soprattutto, vige l’idea che «non sia più il Natale di una volta». In effetti, questo corpus di tradizioni (chiamare il Natale una «festa» sarebbe riduttivo) è cosa complessa e non facile da definire, messa di mezzanotte a parte. Siamo in presenza di un insieme di gesti, riti e credenze che hanno il sapore di cerimonie ben più antiche. Sembra quasi che in quella notte di 2015 anni fa il cristianesimo abbia vinto, ma pagando pesanti e perenni tributi ai figli di Kronos.
    Il tutto soffuso in un’«atmosfera» piuttosto difficile da definire, carica di un’ambiguità a metà strada tra nostalgia e attesa, tra momenti di gioia sinceri e un diffuso senso di fastidio. Affiora uno sfuggente malessere, forse frutto di un’imperfetta saldatura – magari anche storica – tra un evento che vorrebbe essere di portata cosmica, la nascita di un Dio, e una generale disattenzione ai suoi insegnamenti; tra l’ambiziosa aspettativa di una rigenerazione degli uomini e la scottante e irritante realtà di uomini che si consumano e consumano il mondo per ragioni assolutamente private.

    Lo spreco rituale
    Anche quel suo aspetto più scontato e deprecato, il consumismo non è di immediata comprensione: diverse civiltà hanno avuto e continuano ad avere momenti di distruzione gratuita dei propri beni, di «spreco» rituale, tentando così di affermare le proprie esistenze e, quindi, di controllare il mondo. A suo corollario assistiamo a un vorticoso scambio di doni: una forma non cruenta per ridefinire annualmente le gerarchie, chi sta «sotto» e chi «sopra» nella scala sociale, oltre che in quella degli affetti.
    Nel cristianesimo il dono è un elemento non accessorio: un Dio che non chiede di immolare figli o martiri ma è egli stesso, immortale, a offrire in dono la sua vita a beneficio degli uomini. È questo l’atto fondante della «tradizione» cristiana: la passione di Cristo, non il suo «compleanno». Anzi i cristiani hanno sempre aborrito l’idea di genetliaco, considerato dai loro antenati pagani alla stregua di un vero rito religioso. Per loro il battesimo era una «rinascita» e i festeggiamenti del dies natalis dei santi in realtà era riferito al giorno della loro morte e, dunque, della loro «nascita in cielo», alla vita vera.
    La stessa eccessiva enfasi proposta verso le festività natalizie a scapito di quelle pasquali (sempre più solo un periodo destinato alle vacanze) denotano una scarsa conoscenza, se non di teologia, almeno del catechismo.
    Fondato sul massimo tra i doni possibili, la Chiesa ne ha a lungo osteggiato lo scambio: non era tollerabile per un buon cristiano lasciarsi irretire nel diabolico meccanismo della reciprocità del dono, come quando il patronus romano distribuiva strenae ai propri clientes in cambio di fedeltà. Ciò, evidentemente, si opponeva all’idea di carità, del donare disinteressatamente: «Vi ho detto, non date strenne, ma date ai poveri. Ora, mi si obbietta: ’Quando do le strenne, a mia volta ne ricevo’. Ma, secondo la promessa del Signore, se darete ai poveri riceverete cento volte tanto». Così ammoniva Cesario di Arles agli inizi del VI secolo.
    In realtà le strenne romane in qualche modo sono sopravvissute anche dopo la «domesticazione» (nel senso di ritorno alla domus) della festa. Lo scambio familiare dei regali si è sempre più concentrato nel giorno di Natale, a scapito di altre date e ricorrenze (13 dicembre, santa Lucia, 6 gennaio, Tre Re o Befana) e delle antiche strenne del Capodanno.
    A un’analisi più approfondita, sembra essersi conservata una distinzione, quasi una sfumatura, tra «strenne» che si donano a gennaio con chi si vorrebbe avere un rapporto non familiare ma comunque stretto, i Romani avrebbero detto «clientelare» o pubblico, e la famiglia. Resta una marcata differenziazione tra mance o strenne che si danno a fattorini, portieri, badanti, vigili urbani e del fuoco (fino a qualche anno fa esisteva una Befana a loro riservata) e i regali scambiati nell’intimità della casa.
    Due tipi di scambi che evidenziano due diversi tipi di relazione: uno pubblico, verticale, gerarchico, l’altro privato e orizzontale. Il primo tende a sottolineare e perpetuare la gerarchia delle posizioni sociali, il secondo mette in primo piano la reciprocità immediata, gli affetti e prevede un controdono immediato, lasciando ai margini la «graduatoria» familiare.
    Anche altre furono le battaglie che la Chiesa ha intrapreso contro le «tradizioni» pagane: i canti, l’assurdità della crapula, il gioco d’azzardo, i cortei mascherati, il parlare coi morti e il riceverne regali; il fare uscire scintille dal «ceppo di Natale» (sorta di antenato dell’albero di Natale) per conoscere il futuro. Tutte azioni e rituali che resistono ancora in Italia durante il Tempo di Natale, dal Trentino alla Sicilia, dai Krampus ai «cosi ri morti».
    In realtà, dietro l’idea apparentemente semplice di tradizioni natalizie (pesantemente influenzate da «liturgie» pubblicitarie, processi di patrimonializzazione e dal loro conseguente utilizzo ideologico) si nascondono realtà complesse sulle quali non è facile generalizzare se non per dire che, paradossalmente, quasi tutti quei rituali popolari che appartengono a questo tempo sono più antichi della Chiesa e da essa continuamente riprovati, a cominciare proprio da quegli innocenti «canti» che ultimamente paiono diventati parte integrante delle tradizioni del Natale.

    L’ugola censurata
    È dall’epoca di sant’Agostino (354–430) che vengono proibite le canzoni «irriverenti e oscene» in voga in questo periodo e, qualche secolo dopo, Alcuino (735–804) ancora si scandalizzava del fatto che a Natale si usasse cantare ritualmente. Sappiamo dalle condanne dei sinodi che a queste manifestazioni canore venivano (vengono) attribuiti numerosi benefici, soprattutto l’aumento del raccolto, il benessere e la fecondità del bestiame. Al contrario, se eseguite in altro momento, potevano arrecar danno e minare la salute dei bambini. Forse fu anche per contrastare tali «scandali» che sant’Alfonso de’ Liguori nel 1754 compose la nota canzoncina Quanno nascette Ninno, in napoletano.

    Crapuloni a tavola
    Tra le tradizioni «domestiche» la fanno da padrone la crapula, le abbuffate basate su un numero spesso rituale di portate, il gioco d’azzardo, edulcorato nella sua forma borghese di Mercante in fiera o tombola e la già detta frenetica circolazione di doni, portati soprattutto da una semi-divinità vestita di rosso, che sia la tradizione europea sia quella commerciale americana vorrebbero perennemente assetato, come tutte le figure provenienti dall’altro mondo.
    In un periodo di incertezza alimentare e astronomica, quando il sole sembra spegnersi e non v’è traccia di raccolti, diviene obbligatorio lo spreco di cibo, sia sotto forma di offerte e sacrifici, sia in funzione esorcizzante contro l’aleatorietà e la scarsità dei beni di sussistenza. Il mangiare insieme mette in gioco un sistema di relazioni che corre parallelo alla circolazione di doni: a tavola si rinnovano gerarchie e affetti e nascono nuove mitologie gastronomiche. Tutto il periodo è scandito da narrazioni intorno alla quantità e qualità delle cose mangiate.
    Altra consuetudine del Natale è il gioco, antico retaggio di un mondo passato, ma anche di una psicologia: vincere o perdere può mostrare se il fato è con noi o contro. In un momento di passaggio, miticamente equiparabile all’inizio del mondo e del tempo, è facile tentare di spiare il futuro attraverso la sorte. Non è un caso che molti statuti comunali del passato proibiscano «che nulla persona presuma iocare ad anzara né ad altro ioco de dadi proibito o de carta excepto li tre iorni de Natale». I cortei di uomini con travestimenti ferini sono un altro «scandaloso» tratto del periodo che, fortunatamente, è sopravvissuto: basti andare tra i krampus trentini o a Tricarico per vederlo.

    Florido Santa Claus
    Parte di queste tradizioni popolari si sono spostate, a partire dal Novecento, sulla rubiconda figura di Santa Claus, che solo lontanamente ricorda l’antico san Nicola di Bari. Il suo aspetto florido e rassicurante cela un invito al godimento, allo sperpero, alla circolazione di beni che non sarebbe mai stato concesso a qualsiasi altra più religiosa figura. La Chiesa, da parte sua, dopo qualche bizza, cattolica e puritana, non tardò a rendersi conto che quel Santa Claus l’aveva mandato il cielo: metteva al sicuro la festa della Natività e la figura di Cristo da ogni influenza dissacrante o profana.
    Senza volerlo è diventato il capro espiatorio di quell’insopprimibile tendenza al consumismo che nessuno è mai riuscito a eliminare dalle tradizioni natalizie. Inoltre, Babbo Natale è un babbo, un padre mitico per eccellenza, quindi un antenato, un defunto venuto a socchiudere le porte dell’aldilà lasciate aperte da quei vocianti bambini mascherati alla morbosa ricerca di dolcetti. A chiuderle definitivamente, ci penserà la sua collega portatrice di doni, la Befana.
    L’uso dell’abete come albero legato al Natale potrebbe risalire al XV secolo, quando a Tallinn ne venne eretto uno enorme nella piazza del Municipio: intorno, uomini scapoli e ragazze nubili danzavano in una sorta di rito propiziatorio del matrimonio. Questa usanza venne poi ripresa in Germania: una cronaca di Brema del 1570 racconta di un albero che veniva decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. In Alsazia, in una cronaca di Strasburgo del 1605, troviamo scritto che «per Natale i cittadini si portano in casa «dannenbaumen» (abeti), li mettono nelle stanze, li ornano con rose di carta di vari colori, mele, zucchero, oggetti di similoro». L’abete, il «Tannenbaum», ha la caratteristica di essere sempreverde (per questo sostituisce le visioni medievali dei giardini con alberi da frutto), che, secondo una leggenda del cristianesimo, ha avuto come dono da Gesù, per avergli offerto rifugio mentre era inseguito dai suoi nemici
    .

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    “il manifesto”, 19 dicembre 2015, QUI

    CHRISTMAS TIME
    Perché le carte da regalo e le cartoline natalizie pullulano di bambini, ceppi, vecchietti, fuoco, ragazze nubili…
    di Claudio Corvino

    Anche se in Occidente le scorte di cibo sembrano inesauribili, il calore nelle case non viene mai meno e il buio delle corte giornate è compensato da un maggior consumo di elettricità, continuiamo a portarci dentro, più o meno rimosse, le ansie e le paure legate a un mondo preindustriale che aveva poche difese di fronte agli eventi astronomici. D’inverno la morte apparente della vegetazione poteva significare la morte del tempo, la mancanza di luce l’agonia della vita, l’inverno diventava l’inferno e alla diminuita vitalità della terra corrispondeva un avanzare dei defunti e delle paurose figure a loro collegate.
    Gli uomini possono tollerare lo spavento, il timore e persino il terrore, quando questi hanno nome o corpo, ma l’angoscia senza volto è insostenibile, bisogna trasformarla in più gestibile paura, darle nome e figura. Ecco perché durante il periodo natalizio mostri, fantasmi, folletti e antiche credenze ci danzano intorno come un carosello, assumendo forma di leggende, di gesti e soprattutto di immagini: per strada, nelle vetrine dei negozi o sulle pareti delle case, sugli alberi nelle strade o in quelli domestici, come anche sul resto degli oggetti.

    Packaging
    Il veicolo di comunicazione visiva più immediato è la carta da regalo, supporto indispensabile a partire dal Novecento. Prima di allora i regali venivano appesi all’albero, posti ai suoi piedi o organizzati a piramide su di un tavolo del soggiorno, in genere precluso ai bambini fino alla notte di Natale. In Scandinavia fino all’Ottocento, i doni venivano letteralmente lanciati in casa da una persona anonima che bussava alla porta: da qui il nome Julklapp (Jul,Natale e klappa, nel senso di battere). In questa anonimità del portare di doni c’è sia l’idea che le «cose buone» vengano misteriosamente da un altro mondo, sia l’idea, diffusasi grazie al miracolo delle Tre figlie attribuito a san Nicola, che il benefattore non debba mai farsi vedere.
    La carta da regalo cominciò ad essere utilizzata per «nascondere» i doni dei vari parenti e per aumentare la curiosità e la suspense dei bambini. C’è poi un risvolto pratico: tra oggetti sempre più commerciali e massificati, incartare fantasiosamente i regali significava dar loro quel non so che di «personale» che mancava. Così si cominciò a stampare sulla carta di tutto: dai semplici alberelli agli angioletti, dalle palline ai più infantili bastoncini di caramella a strisce curvi all’estremità. Perché sono destinati ai bambini, certo, ma anche perché i dolci sono gli alimenti più amati dagli abitanti dell’aldilà, come dimostra una lunga tradizione di dolcetti (o scherzetti?) al miele i più famosi dei quali sono quelli che Enea portò a Cerbero.
    Sulla carta da regalo, come sulle cartoline natalizie dei tempi andati (oggi spedite via web), ricorrono anche diversi altri soggetti: dai mostri provenienti dall’altro mondo alle bande giovanili armate di palle di neve o di strumenti musicali spesso un po’ sgangherati con i quali fanno allegre baldorie, ai dolciumi o alla roba da mangiare, da ragazzini a cavallo di pipistrelli alle streghe che cavalcano scope alla rovescia. Il tutto disciolto in atmosfere che vanno dalla satira all’horror.

    Alberi e ceppi
    I primi che incontriamo, ovviamente, sono elementi vegetali. Il rinvio all’albero di Natale è il più immediato, ma non il solo. Ritorna spesso nell’iconografia anche un tronco d’albero con braccia e gambe, talvolta sostituito da un pupazzo di neve con tanto di naso a carota, che prende vita, fuma la pipa oppure saluta. I tronchi rinviano al ceppo di Natale, che una tradizione tuttora vivente vuole si debba bruciare nel camino (traendo auspici dalle sue scintille) per tutti i dodici giorni del periodo natalizio. Ma il ceppo può prendere vita non solo perché in queste magiche notti tutto può avvenire, ma perché tradizionalmente viene ritenuto una persona vivente: nella provincia di Siena ancora si usa dire «il ceppo m’ha portatho robba», nel senso che è lui a consegnare i doni oppure, come suggerisce il linguista Mario Alinei, a Castagneto Carducci i bambini appendono le calze al camino «perké ci kahi ‘l ceppo». Frase interessantissima: unisce la tradizione natalizia a quella scatologica legata alle deiezioni e al letame come fonte di ricchezza e fecondità, altrettanto antica. In genere, questo motivo iconografico è stato sostituito e quasi soppiantato dal pupazzo di neve.

    Bambini
    Altra immagine ricorrente nelle carte natalizie è quella dei bambini, declinata nelle sue varie forme, dai putti alle scatenate bande di ragazzini che litigano a cuscinate o a colpi di palle di neve. Che il periodo di Natale sia dedicato a loro lo si sa: dalla nascita del bambino divino alla strage di Erode (28 dicembre) e all’Epifania, tutto in questo tempo sembra parlare di loro. Ma ci sono anche altre motivazioni: da esserini non ancora formati completamente rappresentano coloro che una forma non l’hanno più, i morti; inoltre, le loro lotte rimandano alle battaglie rituali tipiche dei momenti di passaggio: avranno una funzione magica e fecondante, oltre a dimostrare che il bene vince sempre.

    Vecchi
    A fare da contraltare ai bambini, un’altra figura ricorrente è quella del vecchio o della vecchia. Il primo riferimento è al vecchio che passa, sottintendendo la stagione o l’anno. Forse modelli più antichi si fanno spazio, a cominciare da Kronos, il Tempo, dio dell’agricoltura e poi diventato il romano Saturno (da sata, i seminativi) che nell’età di mezzo assunse sempre più il sembiante di un distruttore decrepito che si appoggia a stampelle ma è armato di falce, divora i propri figli e posa il piede sulla clessidra. Ma se il tempo è visto come un vegliardo è forse perché i cristiani, almeno dal Medioevo, cominciano a viversi come vecchi, visto che l’essenziale della storia umana era già stato vissuto: il tempo si avvicina al termine.
    Se tra le immagini trionfa la Befana, dai calendari ai francobolli si incontra anche la Baboushka, la portatrice di doni russa. La leggenda vuole che si rifiutasse di seguire i Re Magi che andavano a Betlemme accompagnati dalla stella cometa. In alcune varianti, addirittura indicò la strada sbagliata ai tre saggi. In entrambi i casi se ne pentì e partì per cercare il Bambino, senza però mai trovarlo. Nella sua infinita ricerca, alla vigilia dell’Epifania entra nelle stanze dei più piccoli e, pentita, lascia loro dei regali.

    Fuoco
    Altre icone ricorrenti sono il fuoco o le fiamme. A causa del freddo, certo. Ma forse quei fuochi potranno servire ad allontanare simbolicamente i demoni dell’inverno e, inoltre, possono essere utili a prevedere il futuro, osservando il comportamento di fiamme, scintille e fumo. Ancor oggi, secondo un’antica credenza, si ritiene che se il fumo viene spinto dal vento di tramontana il raccolto dei campi sarà abbondante. In Abruzzo le scintille si chiamano calenne, dal latino kalendae, termine col quale si indicava il primo del mese e che in questa regione stanno a indicare anche i primi dodici giorni dai quali i contadini traggono i pronostici per l’anno nuovo. Esiste poi anche un verbo, calennare, detto di chi pronostica o profetizza in maniera sconclusionata.

    Aiutanti
    Nell’iconografia natalizia si incontrano spesso dei personaggi che sembrano una fusione tra i nani dei giardini e dei piccoli Santa Claus. Fanno parte della mitica schiera di aiutanti di san Nicola, il donatore per eccellenza: in genere figure villose, munite di corna e con il viso tutto imbrattato di fuliggine con una lunga e vistosa lingua rossa che penzola grottescamente dalla bocca. Li incontriamo anche nelle processioni del periodo natalizio, travestiti da animali e con indosso cinture adorne di campanacci di vacca. Spesso alcuni di questi mostruosi personaggi hanno un uncino, krampe, con il quale si presuppone agguantino i bambini per mangiarli. Oggetto che è rimasto anche sul braccio del cattivo Capitan Uncino di Peter Pan.

    Ragazza nubile
    Una figura ricorrente, dolce e gentile quanto incomprensibile, è quella di una signorina benvestita e sorridente che ritroviamo spesso tra le cartoline natalizie. Popolarmente si chiamerebbe «ragazza da marito» o «zitella», collegata anche alle «zite» le scintille che produce il camino, che possono anche chiamarsi «zide maridade», se continuano ad ardere per molto tempo.
    La ragazza nubile ed elegante è legata al periodo e soprattutto a san Nicola, che nel medioevo ebbe il patronato sulle fanciulle da marito. Ancor oggi, per questa «specializzazione» del santo, le ragazze lorenesi in cerca di marito vanno, la sera della vigilia della sua festa, nel santuario di Saint-Nicholas-de-Port a camminare sulla «buona pietra» e sempre in Francia, le ragazze di Provins spostano significativamente avanti e indietro il chiavistello della porta della cappella di Nicola, cantando Patron des filles, Saint-Nicolas / Mariez-nous, ne tardez pas(Patrono delle fanciulle, san Nicola / Sposateci, non indugiate).
    Quando si tratta della sfera amorosa trascendere è scontato, così se in un inno del XV secolo il santo fecundavit hic steriles, nelle isole sulla costa dei Paesi Bassi un canto di marinai, «Le ragazze di Sinterklaas», parla di giovani dai facili costumi, mentre espressioni come «andare da San Nicola» e «stare con San Nicola» si riferiscono ad attività sessuali.
    Corollario di queste benedizioni di fecondità è la ricorrente icona della famiglia riunita e numerosa. Perché il Natale è diventata le festa della famiglia per eccellenza, ma anche perché tra le righe possiamo leggervi caratteristiche di fertilità e fecondità che in realtà diventano un desiderio. Tra l’altro, sempre le scintille divinatorie di cui parlavamo prima, possono anche chiamarsi, almeno in Abruzzo, parenti: ricchezza quindi acquisita mediante una famiglia numerosa
    .

  2. Pingback: L’Epifania, o del “vero” Capodanno | il Taccuino dell'Altrove

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