Che sia un 2016 di gioia, dice Nkurunziza

Nel suo discorso di fine anno, il presidente del Burundi ha evocato un 2016 che cominci «nella gioia» perché il 2015 è terminato «nella pace, nella sicurezza e con molta allegria». Lo scollamento dalla realtà è evidente, così come la volontà di non affrontare i nodi della crisi: nessun riferimento alle proteste e alle opposizioni, nessun accenno alla possibilità ipotizzata dall’Unione Africana di inviare dei peacekeeper nel Paese o al dialogo di Kampala per far rispettare gli Accordi di Arusha, nessuna allusione alla libertà di stampa (a quattro emittenti radiofoniche è ancora vietato lavorare e decine di giornalisti sono scappati dal Paese).
Anzi, sull’ipotesi dell’UA di avviare una “mission africaine de prévention et de protection au Burundi” (Maprobu) con almeno 5.000 uomini per fermare le violenze nel Paese, il governo burundese si è dichiarato esplicitamente contrario, così come ha chiuso ogni possibilità ai colloqui di pace previsti per oggi.
Quello di Nkurunziza e i suoi è un attaccamento al potere così radicato che appare disperato. “Amnesty International” ha documentato arresti arbitrari, sparizioni e morti e “RFI” riferisce di infiltrazioni di ribelli burundesi nella Repubblica Democratica del Congo. Proprio questo articolo, insieme ad altri degli ultimi tempi, hanno sollevato il disappunto del governo contro la loro autrice, Sonia Rolley, accusata di mistificare la realtà “serena e tranquilla” di Bujumbura.
Intanto a Gitega, nel centro del Paese, prosegue presso la Corte Suprema il processo ai presunti golpisti del maggio scorso, dove uno degli accusati si è difeso dichiarando: «Non potevo incrociare le braccia davanti al massacro dei pacifici manifestanti da parte della polizia».
Allo stesso tempo, emergono inchieste sul massacro della notte tra l’11 e il 12 dicembre e sulla presenza di fosse comuni.
Ulteriore aspetto della recrudescenza della crisi è la denuncia avanzata dal “Mouvement des Femmes et Filles pour la paix et la sécurité au Burundi” di stupri e di aggressioni sessuali da parte della polizia e della milizia paramilitare e filogovernativa Imbonerakure, di cui ha scritto anche “RFI”.
Molta emozione ha suscitato l’altro ieri l’assassinio da parte della polizia del cantante ventisettenne Pascal Trésor Nshimirimana, noto come “Lisuba”, secondo alcuni per aver partecipato alle manifestazioni di protesta, secondo altri per la canzone “Amagaba“. Ne hanno scritto “RFI“, “BBC“, “La Nouvelle Tribune” e altri.
Infine, particolarmente interessante è l’editoriale di Murithi Mutiga sul giornale keniota “Daily Nation”, in cui si domanda cosa farebbe Julius Nyerere dinnanzi al Burundi di Pierre Nkurunziza che continua ad uccidere la sua gente. Il testo ci introduce pienamente nella storia e nel pensiero politico panafricano: nel 1978 Nyerere, padre fondatore della Tanzania e personalità tra le più importanti dell’Africa moderna al pari di Nelson Mandela, non esitò a inviare le sue truppe in Uganda contro il brutale Idi Amin Dada, preludio alla sua caduta e al suo esilio in Arabia Saudita, nonché contro la politica non-interventista (dunque collusa) dell’Unione Africana di quei tempi. Oggi, sostiene Mutiga nel suo articolo, l’attuale UA dovrebbe avere l’audacia che Nyerere dimostrò allora, altrimenti «soffrirà un imbarazzo mortale se in Burundi dovessero cominciare omicidi di massa».
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Burundi_2016.01.01_nkurunziza-vignetta-capodanno-2016

La vignetta è tratta da “Waza“. Il post è presente anche sul mio fb.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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