Ad un mese dall’inizio del terzo mandato presidenziale di Nkurunziza in Burundi

Come ricorderete, nel luglio scorso si sono avute le elezioni presidenziali in Burundi, sulla cui credibilità non fa affidamento alcun organo internazionale. Dopo la proclamazione di Pierre Nkurunziza per un terzo mandato presidenziale (incostituzionale), alla fine di agosto è stato presentato il nuovo governo, in un clima di ostentata normalità che, tuttavia, non riesce a nascondere le violenze che non cessano di aversi nel Paese, sempre più per mano dello stesso potere politico attraverso la tortura, come da tempo denuncia Riccardo Noury di “Amnesty International” (qui e qui) e, pochi giorni fa, anche il “Guardian”.
Politicamente, l’opposizione è stata cancellata: Agathon Rwasa, quello che sembrava la principale alternativa a Nkurunziza, ha accettato la nomina a vice-presidente del Parlamento, in un’operazione che ha il forte sapore dello scambio interessato. Soprattutto, però, gli oppositori vengono uccisi, come Patrice Gahungu, portavoce del partito “Unione per la Democrazia e la Pace” (UDP), il cui leader Zedi Feruzi era stato ammazzato alla fine di maggio. Particolarmente inquietante è quanto riferisce “Radio France International”: Patrice Gahungu nel 2012 aveva portato davanti al “Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite” una denuncia contro le violenze inflitte negli anni dal sistema di potere di Nkurunziza sugli oppositori; il 10 agosto scorso il suo ricorso era stato accettato e l’ONU aveva informato il governo burundese, dopodiché erano ricominciate le minacce e le pressioni a ritirare le accuse.
Non mancano episodi piuttosto eclatanti, come l’attentato subito l’11 settembre scorso a Bujumbura dal capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Prime Niyongabo; lui si è salvato, ma quattro delle sue guardie del corpo sono morte, per un totale di sette vittime. Anche in questo caso, già c’era un precedente, quello dell’attentato che agli inizi di agosto aveva ucciso il generale Adolphe Nshimirimana, che era considerato un «pilastro» del regime.
La violenza, ormai, è diffusa e non passa giorno senza morti, al punto che le Nazioni Unite hanno dato avvio ad un’inchiesta, in un momento in cui il governo burundese sostiene che i suoi esponenti siano ostacolati nelle loro funzioni dalla comunità internazionale.
In questo clima esplosivo, l’avversione del governo alla libera stampa continua senza pudore: la settimana scorsa un altro giornalista è stato aggredito, come denuncia il “Comité pour la protection des journalistes“, una ONG nord-americana. E del coraggio necessario ad informare nel Burundi odierno ha parlato un giornalista (la cui identità è riservata) in un’intervista in italiano al webjournal “L’Indro”.
Ad un anno dall’assassinio delle tre suore italiane di Kamenge, verità e giustizia in Burundi sono sempre più lontane e ogni giorno che passa si fa più concreto il rischio che la violenza di massa divampi in un conflitto regionale. Secondo le proiezioni dell’UNHCR, i rifugiati burundesi all’estero sono 177mila (dato del 20 luglio 2015), ma entro la fine di settembre potrebbero arrivare a 320mila.

Nell'infografica, i dati più recenti sui rifugiati burundesi all'estero (fonte: UNHCR).

Nell’infografica, i dati più recenti sui rifugiati burundesi all’estero (fonte: UNHCR).

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