La comprensione dopo la commozione

Su una spiaggia di Bodrum, in Turchia, è stato trovato il corpo di un bambino di 3 anni, morto annegato mentre tentava di raggiungere l’Europa con la sua famiglia, in fuga da Kobane, in Siria. La foto del suo cadavere sul bagnasciuga, con la faccia nella sabbia, ha fatto il giro del mondo e ha commosso tutti. E, come scrivevo in un post precedente, anche stavolta non avrei voluto vederla. Come capita sempre dinnanzi a immagini controverse, si è sviluppato un dibattito sull’opportunità o meno di pubblicarla (“Il Post” ha deciso di no, mentre “il manifesto“, “La Stampa“, “Le Monde” e altri di si). A monte c’è una questione antica: è giusto fotografare il dolore?
Quella foto fa male. E deve fare male. Ma io non l’avrei pubblicata, men che meno su facebook e, comunque, solo dopo aver risposto alle (almeno) dieci domande sollevate dal direttore di “Wired Italia”, Federico Ferrazza (delle quali la decima è la più importante: «Non stiamo parlando troppo (me compreso) della foto e poco del dramma che ha portato alla morte del bambino?»).
Personalmente, credo nel processo di lavoro della stampa, nella deontologia giornalistica, nell’intelligenza collettiva di una redazione, per cui dopo opportune riflessioni e scelte motivate, penso che si possa pubblicare quella foto e spiegarne adeguatamente il motivo. Se tutto questo viene fatto in maniera delicata e consapevole (e non è per niente scontato, specie se poi si scivola sulle parole, ambigue e irrispettose), allora forse quell’immagine potrà riuscire a smuovere qualche coscienza che ancora doveva rendersi conto pienamente dell’entità del dramma in corso da anni o, addirittura, a fare la Storia (per adesso, come osserva Valerio Cataldi, non lo sappiamo). Ma so bene che questa è solo un’ipotesi da manuale, un principio teorico più che una possibilità reale. Alcuni hanno rievocato la foto della bambina di Saigon che fugge nuda da un bombardamento al napalm o la ragazzina con gli occhi vitrei immersa nel fango dopo l’eruzione di un vulcano colombiano; a me è tornata in mente anche la voce di Alfredino caduto nel pozzo, ma la differenza abissale con questi casi storici è che oggi abbiamo i socialmedia, completamente incontrollabili e, potenzialmente, devastanti per tutto il processo etico, deontologico e politico cui facevo riferimento qui sopra. Insomma, oggi più che mai è necessaria cautela, enorme cautela nel pubblicare e diffondere immagini così devastanti, perché si rischia di alimentare un processo tossico che spinge sempre più in là la soglia del clamore, portando così all’assuefazione. Meglio di me lo ha spiegato Daniele Rielli sul suo fb:

Se vi sfugge il perché non bisognerebbe, benché armati di ipotetiche buone intenzioni, sbattere in prima pagina l’immagine di un bambino morto con un sarcastico gioco di parole contro “IL POTERE”, è probabile innanzitutto che il bambino in questione non sia figlio vostro e nemmeno un lontano parente perché altrimenti, non c’è dubbio, capireste al volo e poi che vi troviate da qualche parte vicino a quel punto di volta dove gli idealisti appellandosi ai massimi sistemi, ai fini ultimi, ai grandi schemi che risolveranno tutti i problemi, finiscono per fottersene della dignità delle persone, singole, qui, ora, in questo momento, in nome di un generico futuro migliore che, potete starne certi, con queste premesse non arriverà mai.

Un altro aspetto, sottolineato sul sul fb da Gipi, riguarda l’autoprotezione italiana ed europea, che rivela il pietismo di questo caso, come svela facilmente da questa immagine:

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Concludendo, ritengo che con la commozione e la compassione non possa esserci comprensione (l’ho scritto già altre volte), specie quando riguarda dei bambini. E, parlando di bambini, ritengo che non debbano mai essere strumentalizzati, nemmeno se le intenzioni sono buone.
Come dicevo, io quella foto non volevo vederla, ma è finita ovunque: dalle prime pagine dei giornali, appunto (in cui c’è almeno stata una discussione di redazione e poi un editoriale di spiegazione), ai socialmedia (dove si fa tutto da soli e le opzioni non possono essere che due: paternalismo o superficialità).
Tuttavia, ora che ciascuno di noi ha visto la foto del cadavere di Aylan (si, si chiamava così; e Galip il suo fratellino e Rehan la sua mamma) e ci siamo commossi, vogliamo tentare anche di comprendere? Un quadro generale lo fornisce questo video di “Le Monde”, che usa mappe e grafici, dura 3 minuti e mezzo.

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INTEGRAZIONE:
Ieri, 3 settembre 2015, Arianna Ciccone ha spiegato la sua posizione in merito alla questione se pubblicare o meno le foto del piccolo Aylan: «L’idea che mi sono fatta è che c’è una differenza tra la condivisione nei nostri spazi social e la scelta di un giornale di pubblicare o meno (almeno in casi come questi). Io sui miei spazi ho deciso di non pubblicare le immagini, di non condividere e cerco di spiegare perché. La pubblicazione da parte dei media invece è questione più complessa (a mio avviso)» (fb).
Ecco alcuni brani tratti dal suo articolo “L’etica della condivisione nell’era dei social“:

[…] Provo ad affrontare la questione da due punti differenti: i nostri singoli spazi social e la scelta (etico-giornalistico) dei media.

Nell’era social ognuno di noi è media, e ognuno di noi si prende la responsabilità dei contenuti che pubblica. Per la maggior parte chi ha condiviso, almeno dal mio punto di osservazione, ha scelto di farlo perché “il mondo deve sapere”, senza che alcuna informazione approfondita o meno accompagnasse quelle immagini. Chi è quel bimbo, da cosa sta fuggendo, cosa sta succedendo in Siria? Perché decido di “imporre” quell’immagine ai miei contatti? Non so onestamente, quanti di quelli che hanno pubblicato o condiviso conoscano le risposte, si siano posti dubbi prima di usare il tasto “pubblica” o “condividi”. Sui miei spazi ho deciso di non condividere. Avrei voluto scegliere se vedere o meno. Non mi è stato possibile. Alcuni dei miei contatti hanno deciso che era loro missione “risvegliare” la mia coscienza. […]
La condivisione “virale” corre il rischio di svuotare, di avere un effetto “anestetizzante”, di scioccare senza informare, di alimentare una forma di slacktivism (una sorta di attivismo “da poltrona”, che non richiede grandi sforzi o impegni e coinvolgimento), in un meccanismo perverso, straniante, alienante: ho postato la foto, la mia coscienza è a posto, ho incassato la mia dose di like, e adesso andiamo avanti con le foto delle vacanze o i commenti sulla partita… In questo contesto, è bene esserne consapevoli, si decide di intestarsi il risveglio delle coscienze (ripeto è la motivazione che va per la maggiore tra chi sceglie di condividere).

[…] ‘If these images don’t change Europe, what will?’. Così titolano diverse testate. Ed è una domanda che un giornale deve porsi, perché quella foto è la “conseguenza” di scelte politiche. E pone questioni e responsabilità a chi ci governa. In questo c’entra la missione di un giornale, di un media. Che ha il dovere di porre la politica davanti alle sue inadempienze, al suo immobilismo, alle sue incapacità rispetto a uno dei più imponenti flussi migratori dei nostri tempi. […]
La decisione di pubblicare è del tutto legittima, a mio avviso. Considerando soprattutto il contesto: un clima preoccupante misto di razzismo e odio verso l’altro, una politica “europea” di gestione della crisi migratoria praticamente inesistente. Ma il punto centrale, come sempre, è come vengono usate quelle immagini e come ci si pone nei confronti dei “lettori”.
Le scelte sono state molto differenti fra di loro: c’è chi ha scelto di non pubblicare affatto le foto, chi le ha pubblicate contestualizzando le immagini in un testo di approfondimento, avvertendo a inizio articolo i lettori […].
C’è chi ha pubblicato spiegando il motivo: sostanzialmente un atto di accusa alla politica inerme o in alcuni casi “ostile” di fronte al fenomeno migratorio. Una chiamata alla responsabilità della politica di fronte alla tragedia di migliaia e migliaia di persone che dall’Afghanistan, Siria, Africa fuggono da guerre e miserie, nella speranza di una nuova vita in Europa. La foto, quella foto, come simbolo tangibile delle conseguenze di decisioni politiche.
C’è chi ha scelto di usare la foto con un gioco di parole, chi ha scelto di “marchiare” la foto con il proprio brand, chi ha scelto di realizzare fotogallery mettendo insieme le immagini di ieri e altre immagini di persone senza vita in una specie di collage della morte privo di qualsiasi contesto informativo… Scelte che non condivido, che ho trovato inopportune, ciniche e senza alcun valore “giornalistico”. […]

Segnalo, infine, due status su fb:

Giovanni Scrofani:
Rigrazio tutti i fenomeni da baraccone, che in queste ore hanno cercato di sensibilizzarmi utilizzando la foto del bambino annegato. Ci siete riusciti: mi avete sensibilizzato contro il cinismo, la mediocrità e l’aridità morale di chi fa pornografia del dolore dei piccoli, per raccattare qualche like. Vi ho “silenziato” tutti, così in futuro non riceverete da me neppure un like, una condivisione, o una visualizzazione di striscio… ma resteremo “amici” che è quello che conta, vero?

Fabio Chiusi:
La cosa che più mi spaventa del dibattito sulla terribile immagine del bambino siriano morto è l’idea per cui “ora la politica non può più tacere”. Scusate: e fino a oggi? Quanti altri bambini sono morti nei mesi scorsi? Erano meno “iconici”, la foto era riuscita meno bene, faceva meno impressione? Doveva diventare virale, la morte, per muovere la politica? Peggio: è la viralità il metro con cui si giudica l’urgenza di un intervento politico? E la storia che ha portato a quella foto? Le cause, le radici profonde? Perché oggi stiamo parlando – finalmente, e con un ritardo umanamente e politicamente ingiustificabile – di una risposta straordinaria a un problema straordinario, mentre fino a ieri le istituzioni europee parlavano di poco più di trentamila migranti da smistare (come pacchi postali, peraltro, bestiame, tra recinzioni e profughi marchiati e numerati)? E soprattutto: ora che quell’immagine l’abbiamo vista tutti siamo più o meno sensibilizzati? Oggi sembriamo dover dire “di più”, ma domani? Quante altre morti pubblicheremo e condivideremo – tutti, non solo i giornalisti – nei prossimi giorni, nelle prossime settimane? Quante altre volte diremo “ora la politica non può più tacere”? Mi sembra un pessimo modo di affrontare una questione così grave e terribile. Un’immagine dice molto, ma non tutto. Quello che avanza tra l’immagine e la storia dove lo abbiamo messo, dove lo stiamo mettendo? E la politica è chiamata a farsi carico dell’immagine o della storia? Io temo si stia riducendo tutto a emozione, indignazione, viralità: non esattamente una buona base per qualunque soluzione politica. E anche ammesso conduca a una buona soluzione politica, qual è il prezzo da pagare? Alla prossima immagine di morte saremo altrettanto indignati o un po’ meno? E chiederemo una risposta politica con la stessa forza o con un po’ meno di forza? Io temo sia una dinamica che nel lungo termine rischia di renderci tutti più insensibili, e tutti meno attivi, partecipi.

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INTEGRAZIONE:
Un’intervista a André Gunthert, storico del visuale all’École des hautes études en sciences sociales (EHESS), sull’immagine del corpo di Aylan e sulla sua diffusione attraverso i media (ne ha parlato anche a radio France Inter):

[…] Les choix que font les rédactions de publier telle ou telle image violente n’est pas critiquable en soi. Cela fait partie du métier éditorial, de la même façon qu’un média est un organe dont la mission est de trier des informations et de leur donner une hiérarchie. Ce type d’images qui mobilisent, par identification, le grand public ne contient pas d’information à proprement parler. L’information contenue dans cette photo de Aylan est très faible par rapport au problème très complexe des migrants. Quand il y a 12 000 réfugiés syriens qui arrivent sur une île grecque qui comporte 85 000 habitants, c’est un problème typique de la situation actuelle des migrations en Europe. La situation des migrants est un problème très compliqué sur le plan géopolitique, ce dont cette image ne rend pas vraiment compte. Par contre, elle a une valeur de symbole, et c’est d’ailleurs pour cette raison qu’elle est publiée. La violence de l’image sert ici de levier pour agir sur la sensibilité du grand public. Ces images ont pour fonction d’intervenir dans le débat public. […]

– – –

INTEGRAZIONE:
Il photo editor Christian Caujolle ha scritto su “Internazionale” un articolo in cui dice di temere che la foto di Aylan Kurdi possa essere presto dimenticata:

[…] Se i politici, che si sono detti sconvolti dalle immagini che mostrano il cadavere del piccolo Aylan sulla spiaggia, prenderanno delle decisioni affinché questi fatti non si ripetano, allora queste fotografie diventeranno impossibili da fare [forse il traduttore ha sostituito la parola “dimenticare” con “fare”?] e saranno servite a qualcosa.
Ma in questi tempi dalla velocità incontrollata, con le migliaia di immagini che sono arrivate dopo quelle drammatiche del bambino siriano, ho paura che queste fotografie saranno presto dimenticate. In modo vergognoso e inquietante. Ancora una volta questo probabile oblio ci deve far riflettere sulla nostra relazione con la memoria e quindi con la storia. Una riflessione terribile.

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INTEGRAZIONI VARIE, dal 6 settembre 2015:
Segnalo alcune ulteriori letture intorno alla triste vicenda del bimbo siriano fotografato senza vita su una spiaggia turca (e delle reazioni, anche politiche, che ha suscitato, specie in Europa):

  • il reportage di Adriano Sofri sul funerale del piccolo, di suo fratello e della loro mamma che si è tenuto a Kobane: “Nella città martire dei curdi l’addio al bambino morto per vivere“;
  • una riflessione di Luigi Manconi sul perché, nonostante i drammi che vediamo attraverso i mass-media, questa estate la Lega Nord ha perseguito una vera e propria campagna di odio: “Il linguaggio dell’odio e del razzismo“;
  • un video (realizzato da un analfabeta nato nel 1991) pubblicato su fb da un anonimo deputato della Repubblica Italiana, in cui, tra cinismo e antisemitismo, si strumentalizzano i bambini vittime di guerre: qui;
  • un chiarimento di Alessandro Gilioli sul dubbio che serpeggia tra pentastellati e parte della sinistra a proposito del fatto che l’accoglienza dei migranti possa essere uno strumento con cui le élite agiscono per abbassare il costo del lavoro: “I migranti, il dumping e i poveri“;
  • un breve articolo di “Radio France International” che sottolinea come i rifugiati siriani siano in larghissima parte accolti da Turchia e Libano (1 milione e 800 mila nel primo e oltre 1 milione del secondo, che è uno Stato molto più piccolo tra l’altro), ma completamente assenti nelle ricche monarchie del Golfo Persico: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kwait…, le quali perseguono una cinica politica della porta chiusa per ragioni innanzitutto di stabilità interna, dato che temono più d’ogni altra cosa l’eventualità di rivolte e destabilizzazioni: qui (ne scrive anche il “Courrier International“) (su “Vita” viene spiegato che quelle monarchie non allestiscono campi profughi, ma cacciano soldi; bah…);
  • un articolo del “Post” che riprende le 10 proposte per risolvere la crisi dei migranti messe insieme da Patrick Kingsley, un esperto giornalista del “Guardian”: alcune sono necessarie ma molto complicate, altre si potrebbero attuare subito;
  • un articolo del giornalista di “Slate.fr” Eric Le Boucher in cui viene spiegato che l’immigrazione sarà la chance delle nostre economie: «les économistes sont unanimes: la libre circulation des personnes conduit à plus de richesse et non le contraire» (lo scrive anche Thomas Piketty: qui);
  • un articolo di Adam Taylor, pubblicato originariamente sul “Washington Post” (e qui tradotto dal “Post”), intitolato «Gli altri bambini morti in Siria»: «Solo quelli di tre anni come Alan Kurdi morti finora nella guerra sono 232, dicono le organizzazioni che ne tengono conto»;
  • una riflessione di Joel Gunter su “BBC News”, il quale sottolinea che «il fatto che la foto del piccolo Alan non sia stata scattata in Siria è una parte fondamentale della reazione che ha suscitato a livello mondiale»: Alan Kurdi: Why one picture cut through;
  • un post di Daria Bignardi in cui osserva che dopo 11493 bambini morti è arrivato Alan: «Sembra che l’immagine del bimbo siriano di tre anni, annegato nelle acque turche insieme al fratello e alla mamma, abbia spezzato un incantesimo che raggelava cuori e menti. Nessuno, dopo aver visto quella fotografia scattata da una giovane reporter turca che potrebbe aver cambiato la storia, ora può più dire «non mi riguarda»: Alan somiglia troppo a noi alla sua età, ai nostri figli, ai nostri nipoti. […] Nessun bambino dovrebbe morire, ma quello lì, con quel sorriso allegro e quel taglio di capelli da scugnizzo, era proprio il nostro bambino, e se lasciamo morire lui allora tanto vale che rinunciamo a vivere tutti. In questi giorni l’Europa sembra essersi risvegliata dal torpore delle coscienze. Angela Merkel, con la sua apertura ai rifugiati, si è guadagnata il paradiso dei grandi statisti, e il suo popolo la totale redenzione dai sensi di colpa più radicati». (Sospetti e accuse contro l’accoglienza tedesca sono svelati dal “filosofo” Diego Fusaro su fb, su cui stenderei un velo pietoso per la palese ignoranza del contesto germanico odierno, per l’atteggiamento intellettuale untuoso e per un malcelato pregiudizio che affonda le radici in una grettezza italica tipica dei rimandati in terza media);
  • un post di Karima Moual in cui, tra l’altro, spiega che la Germania è quel «paese occidentale che con una donna, in un solo gesto, sta facendo un passo straordinario – per impatto emotivo, contesto politico e storico – ricordando quali siano i valori fondanti dell’Unione Europea; segnando la direzione politica da intraprendere se si vuole avere un futuro, e soprattutto ricostruendo una nuova memoria: ricucendo quella faglia tra il mondo musulmano e l’occidente che ha partorito in questi ultimi anni mostri come lo Stato islamico in Siria e in Iraq. Solidarietà dunque sì, ma anche molta politica estera. […] L’iniziativa della cancelliera Merkel non è assolutamente una risposta a caldo dettata dalla emergenza profughi, ma è un’ intuizione con una chiara visione politica sul futuro del proprio paese, che con questa mossa si è portato avanti su molte sfide chiave del nostro secolo. Una scelta chiara, nella consapevolezza delle numerose minacce e nuove sfide che ci troviamo ad affrontare come comunità non solo europea ma globale. La Germania sorprende e anticipa con distacco da record trascinando gli altri paesi europei come l’Austria in questo suo nuovo cammino, ma allo stesso tempo segna un punto a favore, e non secondario, nella memoria del mondo musulmano. Le immagini della stazione ferroviaria tedesca, con i rifugiati siriani accolti calorosamente dai cittadini tedeschi, hanno fatto il giro del mondo, ma soprattutto tra i musulmani. Non c’è tg che non le trasmette». (Dopo un paio di giorni la stessa Moual ha pubblicato il seguente articolo: “Arriva la contro informazione sullo “Zero rifugiati” nei paesi del Golfo“);
  • un articolo di Marco Pratellesi in cui si domanda: «Ma, passata l’emozione, il fiume di parole, la retorica, che hanno accompagnato la pubblicazione dell’immagine di Aylan Kurdi morto a tre anni sulla costa turca di Bodrum, cosa resterà di questa foto?» (“La foto di Aylan, il giornalismo e la politica“);
  • una notizia che riferisce come la propaganda dell’ISIS (o Daesh) stia usando l’immagine del bimbo per sottolineare quali sono i pericoli di abbandonare i territori dell’Islam, «con approfondita analisi sul perché i musulmani che scappano dalla Siria e dalla Libia si meritano la morte e sul perché si tratta di un peccato capitale» (italiano, italiano, francese, inglese);
  • un articolo di Philippe Dagen su “Le Monde” in cui spiega che «L’image d’Aylan renvoie l’Occident à sa mémoire iconographique»: “Aylan et le massacre des innocents“;
  • un articolo i Marco Alloni sull’estetica della tragedia che ha colpito il piccolo Alan;
  • un articolo di Karen Miller Pensiero sul “Wall Street Journal” dal titolo impegnativo: «Aylan Kurdi and the Photos That Change History. The devastating images of a dead Syrian boy were preceded by pictures from the Depression, the civil rights movement and the moon»;
  • il 13 settembre 2012 Luca Sofri aveva scritto alcune considerazioni sull’opportunità o meno di pubblicare la fotografia dell’ambasciatore statunitense Stevens ucciso a Bengasi, in Libia («Un po’ di pensieri su una foto»), che sembrano particolarmente pertinenti anche per l’immagine del piccolo Alan;
  • un articolo di Fabio Chiusi su “Il Piccolo” (16 settembre 2015) in cui si domanda: «Ci siamo dimenticati di Aylan?». La cronaca delle migrazioni registra 4 bambini morti nelle scorse ore, tra i 22 profughi inghiottiti dal mare in Turchia; altri 14 avevano perso la vita domenica, nell’Egeo. «Quanti ne devono morire per cambiare le cose?».

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INTEGRAZIONE del 7 settembre 2015:
Come osserva Gunthert nelle interviste citate e linkate qui sopra, l’immagine del piccolo senza vita sulla spiaggia turca (Adriano Sofri ha rivelato che il suo vero nome era Alan, mentre Aylan deriva da un errore di trascrizione) è divenuta immediatamente un’icona, per cui è stata trasformata, modificata, adattata in innumerevoli varianti. Ho raccolto alcune di tali manipolazioni, in cui sono riscontrabili molte sensibilità: artistiche, propagandistiche, di cattivo gusto, di pietà, di sciacallaggio… Ho tentato di recuperare il nome di ciascun autore, ma non sempre mi è stato possibile; tuttavia ho indicato la fonte web da cui ho tratto ogni immagine.
Vanno segnalate, inoltre, anche le fotografie pubblicate su fb dall’account Ramallah City Official Page (le stesse immagini sono anche qui): il fotografo ha fatto recitare ad alcuni bambini il ruolo del piccolo Alan riverso sul bagnasciuga; una forma di propaganda che, personalmente, nemmeno con il relativismo culturale riesco ad accettare, ragion per cui non le aggiungo alla galleria qui in basso (che è in divenire).

PS: con sgomento scopro che la stessa posa «in solidarietà con i migranti» è stata presa da altri, come Bruno Flavio Martingano (consigliere comunale per il M5S al comune di Quartucciu, Cagliari) (qui, quiqui e qui), la radio palestinese “Sawt El Ghad” (qui), un gruppo di persone a Rabat, in Marocco (qui e qui), altre a Gaza (qui, ma potrebbe essere ancora Marocco: qui e qui) e in Turchia (probabilmente) (qui e qui). Per fortuna c’è anche chi si limita a porgere un fiore (qui).
A questo elenco va aggiunta la fotografia dell’artista cinese Ai Weiwei ritratto su una spiaggia dell’isola di Lesbo, in Grecia, alla fine di gennaio 2016, nella stessa posa in cui è stato trovato il corpo del piccolo Alan Kurdi.

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INTEGRAZIONE del 1° febbraio 2016:
Su una spiaggia dell’isola di Lesbo, in Grecia, l’artista cinese Ai Weiwei si è fatto fotografare nella stessa posa in cui è stato trovato il corpo del piccolo Alan Kurdi, ai primi di settembre 2015. Come riferisce “La Repubblica”, la foto è stata pubblicata da “India Today” e poi condivisa su Twitter “per contestare con forza le politiche restrittive dei paesi europei e sensibilizzare l’opinione pubblica su una crisi che sembra non trovare soluzione“.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a La comprensione dopo la commozione

  1. giogg ha detto:

    “Il Piccolo”, 16 settembre 2015, QUI

    CI SIAMO DIMENTICATI DI AYLAN?
    Quattro bambini sono morti nelle scorse ore, tra i 22 profughi inghiottiti dal mare in Turchia; altri 14 avevano perso la vita domenica, nell’Egeo. Quanti ne devono morire per cambiare le cose?
    di Fabio Chiusi

    La foto che doveva “cambiare tutto” non ha cambiato nulla. Quanti altri Aylan devono morire perché finalmente ce ne si renda conto? Quattro bambini sono morti nelle scorse ore, tra i 22 profughi inghiottiti dal mare in Turchia; altri 14 avevano perso la vita domenica, nell’Egeo. Vanno ad aggiungersi ai 2.900 migranti deceduti nel Mediterraneo quest’anno, di cui il 15% bambini. Loro non avevano cambiato niente, quelli di queste ore non cambieranno niente: o sono venuti male, oppure significa che senza immagini non siamo capaci di commozione, empatia, umanità.
    Ma è una tirannia sciocca, quella delle emozioni. Specie se si somma ai comandi dell’indignazione “virale”, che circola e ingrossa di post in post sui social media, tra un meme di Aylan in una culla immaginaria e un flash mob in cui i manifestanti sono vestiti come Aylan morto, stesi faccia a terra sulla sabbia allo stesso modo – come se senza quei dettagli la catastrofe umanitaria in corso fosse legittimata a non esistere. E non solo nelle nostre coscienze.
    Molti, nei giorni scorsi, hanno giustificato l’uso mediatico di quella fotografia terribile dicendo: «Ora la politica non può più tacere». Prima, invece, poteva? E perché mai ora che ci siamo tutti indignati per Aylan – che continuiamo a chiamare così anche se il suo vero nome è Alan: i simboli non si correggono – la classe dirigente europea dovrebbe cambiare radicalmente atteggiamento? Il dramma è lo stesso che per mesi ha provocato stragi in mare, e ben documentate. Se allora si parlava di numeri invece che di persone, e di barriere invece che di accoglienza, davvero siamo disposti a credere che basti una fiammata di orrore digitale per portare la prospettiva di migliaia e migliaia di profughi alle porte al di fuori della logica della paura? Davvero è una condivisione online o un comizio con Aylan steso alle spalle – come quello di Matteo Renzi alla festa dell’Unità, a Milano – a poter contrastare i pregiudizi e le menzogne razziste che hanno avvelenato l’intero dibattito sulla questione migranti in tutto il continente?
    Magari fosse così semplice. Invece non lo è, come dimostra il fatto che nei dieci giorni che ci separano dalla commozione collettiva a social network e reti unificate abbiamo registrato una serie infinita di buoni propositi, ma risultati scarsi – a partire dal fallimento delle scorse ore sulle quote obbligatorie. Soprattutto, risultati temporanei, che appaiono vecchi già mentre vengono così faticosamente concertati. E di fronte a un problema le cui cause e radici sono intatte e inaffrontate, c’è da giurare sia una pessima scelta politica. Ammesso lo sia: la politica è visione, si stende nel tempo.
    Qui invece c’è chi cambia idea a seconda di dove tirano i “sentiment” in rete o nell’opinione pubblica. Appiattendosi sull’immagine, e sull’immagine virale, la storia invece scompare. E, insieme, scompaiono cause, colpe, e così ogni possibilità di un reale rimedio. Non è tanto questione di che fare di quell’immagine, se pubblicarla o meno: è che significato vogliamo attribuirle. Se è un documento storico, una testimonianza, allora ha un valore. Se invece assurge a simbolo, e tutti i bambini diventano Aylan, stiamo semplicemente consentendo alla nostra società dell’immagine di sedurci con la sua pornografia consolatoria e, insieme, abbandonarci al vuoto dei vertici d’emergenza che non risolvono nulla.
    Quella foto, ha detto l’inviato speciale Onu per l’immigrazione, Peter Sutherland, «è un atto d’accusa verso la nostra classe politica»; vero, ma è anche una paradossale rimozione di molti altri atti d’accusa. A partire da quello originario: essere stati per anni immobili a guardare mentre oltre 200mila persone perdevano la vita nella guerra civile siriana. Nata, è bene ricordarlo, con un’altra panacea virale: la retorica delle “primavere arabe”.
    Ora sappiamo dove tutte quelle riduzioni di comodo vanno a finire: in altre riduzioni di comodo, in altre morti che ci indignano senza cambiare nulla
    .

  2. Pingback: Le foto in posa come Alan Kurdi | il Taccuino dell'Altrove

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