Burundi Black, piccola storia di un plagio mai risarcito

Nel 1971 il singolo “Burundi Black” raggiunse la 31esima posizione della UK Singles Chart, rimanendo 14 settimane in classifica. Il brano, firmato da Mike Steiphenson (pseudonimo del pianista francese Michel Bernholc), vendette 125mila copie, ma nessun diritto fu riconosciuto ai tambourinaires burundesi, né furono date loro delle royalties, sebbene le loro percussioni ne costituiscano la struttura e la caratteristica essenziale.
Secondo una pagina wikipedia, la storia cominciò nel 1967, quando due antropologi, Michel Vuylsteke e Charles Duvelle, registrarono varie musiche all’interno del Paese africano, compresa una performance di 25 suonatori di Ingoma, il sacro tamburo del Burundi. L’anno dopo, i due studiosi pubblicarono un disco intitolato “Musique du Burundi” presso l’etichetta francese Ocora, che poi Steiphenson avrebbe campionato, aggiungendovi un piano e una chitarra elettrica.
Successivamente, nel 1981, il batterista Rusty Egan e il produttore francese Jean-Philippe Iliesco registrarono un nuovo arrangiamento che tornò a scalare le classifiche musicali inglesi, divenendo una hit. Ulteriori usi di quelle percussioni burundesi, però, furono fatti da Joni Mitchell (in “The Jungle Line“, 1975), da Echo & the Bunnymen (in “Zimbo“, 1983), dai Def Leppard (in “Rocket“, 1987), dai Beastie Boys (in “59 Chrystie Street“, 1989) e da gruppi punk e new wave come i Bow Wow Wow e gli Adam & The Ants (i critici musicali considerano questi ultimi esponenti del “Burundi rock”).
Ovviamente nessun compenso ha mai raggiunto i legittimi proprietari di quei suoni, di quel sapere, di quell’universo simbolico.

Europa, Africa, debiti, rigore, furto, risarcimento, democrazia dei popoli, colonialismo e neocolonialismo, liberismo e sfruttamento, deontologia… non so, ma dentro questa piccola storia ci trovo discussioni epocali (in genere piuttosto sterili, perché – purtroppo – non hanno mai la forza di diventare azioni concrete).

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A proposito di plagi, è giusto esplicitare che ho letto di questa storia sul numero di dicembre 2014 del periodico “Made in Burundi” (altri link sono qui).

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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