In Burundi un golpe dall’esito incerto

Il 13 maggio 2015 è una data che entrerà nella storia del Burundi. E’ stata una giornata convulsa a Bujumbura, capitale del Paese: un generale dell’esercito, Godefroid Niyombaré, attraverso l’emittente privata “Radio Isanganiro“, ha annunciato la destituzione del presidente Pierre Nkurunziza, che qualche ora prima era volato a Dar-Es-Salaam, in Tanzania, per un summit regionale: “tenuto conto del caos diffuso e della palese violazione sia della Costituzione che degli Accordi di Arusha, […] le forze di sicurezza hanno deciso di prendere in mano il destino del Paese” [qui].
Il militare è un ex-combattente ribelle dello stesso partito di Nkurunziza, poi divenuto capo di stato maggiore in seguito agli accordi di pace del 2000, quindi ambasciatore in Kenya nel 2014 e, tornato in patria, direttore dei servizi segreti. Da questa posizione ha messo in guardia il presidente delle conseguenze della candidatura ad un terzo mandato, ma il 18 febbraio scorso, quattro mesi dopo la sua nomina, è stato licenziato [qui].
Per tutto il pomeriggio si sono rincorse notizie concitate e contraddittorie, tra l’entusiasmo della folla per le strade della capitale e il dileguarsi della polizia (controllata dal regime) (drammatiche sono le immagini e il racconto di Goran Tomasevic sull’attacco ad una poliziotta da parte di alcuni manifestanti).
L’ago della bilancia sono i militari, come si era capito già due settimane fa all’inizio delle proteste: profondamente riformato dopo gli accordi di pace, oggi l’esercito è considerato neutrale, anche perché rigorosamente multietnico. Rimangono, tuttavia, delle divisioni interne tra putschisti e lealisti, che rendono ancora adesso incerto l’esito del golpe.
Intanto la situazione dei mezzi di comunicazione e di informazione è parzialmente tornata alla normalità: i socialmedia sono nuovamente accessibili e le radio private censurate nelle settimane scorse sono tornate in onda, ma allo stesso tempo pare che “Rema“, una radio pro-gov, non emetta più, mentre la radiotelevisione nazionale trasmette normalmente come se non fosse accaduto nulla.
Stasera l’aeroporto di Bujumbura è stato chiuso e Nkurunziza non può rientrare [qui e qui], nei quartieri della città si sentono colpi d’arma da fuoco ed esplosioni.
Tra gli ufficiali dell’esercito sono in corso negoziazioni, ma tutti “sono d’accordo di non versare il sangue dei burundesi” e che va raggiunta un’intesa “prima dell’alba da annunciare alla popolazione, così da evitare confusione ed eventuali degenerazioni, domani“.
L’ultima dichiarazione del portavoce di Niyombaré è di pochi minuti fa: “non possiamo dire che controlliamo tutto, ci sono ancora dei fedeli di Nkurunziza, che tuttavia invitiamo fraternamente a porsi dietro il popolo; quando la situazione sarà calma faremo una dichiarazione” [qui e qui].
Totale incertezza, infine, c’è sulla reazione che il golpe potrebbe provocare nelle aree rurali del resto del Paese, dove Nkurunziza gode di ampio consenso [qui].
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Sul mio fb ho seguito gli aggiornamenti QUI (mentre il post che state leggendo ha una sua prima versione qui).
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Di seguito inserisco una galleria fotografica del “colpo di stato” o della “rivoluzione” odierna (le immagini sono tratte da vari profili twitter, compreso quello dell’agenzia Reuters):

Tutti gli aggiornamenti sulle due settimane di manifestazioni contro la candidatura per un terzo mandato del presidente Nkurunziza li ho raccolti in QUESTO post.

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AGGIORNAMENTO DELLA NOTTE tra il 13 e il 14 maggio 2015:
Nella notte le principali radio private del Paese sono state attaccate e ora non trasmettono o non hanno aperto (la sola attiva è Radio Isanganiro) (fiamme a Radio Renaissance, a Radio Publique Africaine e, successivamente, a Radio Bonesha).
Le divisioni in seno all’esercito si sono confermate: stanotte dai microfoni di Radio Bonesha il capo di stato maggiore del Cndd-Fdd ha dichiarato che “il colpo di stato è fallito” e che “tutti i punti strategici sono sotto il controllo delle forze lealiste“, per cui ha invitato gli insorti ad arrendersi immediatamente.
Dalle prime luci dell’alba, tuttavia, si spara ovunque: colpi di armi automatiche e di artiglieria pesante.
La confusione è totale. Come osserva Désiré Nimubona di Radio Isanganiro, il braccio di ferro continua sulla possibilità di controllo dei mezzi d’informazione [articolo riprodotto tra i commenti qui in basso].
A metà mattinata Sonia Rolley riferisce che i lealisti mantengono il controllo di tre punti importanti: la presidenza, la RTNB (Radiotelevisione nazionale burundese) e la sede del partito al governo.

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AGGIORNAMENTO della mattina del 15 maggio 2015:
Da ieri sera e per tutta la notte e, ancora, fino a stamattina, si sono rincorse notizie non verificate sull’eventuale fallimento del golpe. Sonia Rolley, la corrispondente a Bujumbura di “Radio France International”, ha riportato dichiarazioni (che sembrano di seconda mano) del portavoce degli insorti: “abbiamo fallito, siamo caduti in un’imboscata” e, stamattina, riferisce che un gruppo di ufficiali ammutinati è stato arrestato dai lealisti, ma tra essi non c’è il generale Niyombaré, principale esponente dei golpisti.
La giornata di ieri è stata molto tesa, con scontri violenti tra fazioni opposte dell’esercito, vero ago della bilancia in questa crisi burundese. Non si sa quante vittime abbiano provocato i colpi (anche di artiglieria pesante) sparati intorno alle sedi dei mezzi d’informazione, specie la radio-televisione nazionale (si parla di almeno tre morti). La battaglia, infatti, è (stata) innanzitutto per il controllo dei mezzi di informazione: prima censurati dal regime, poi bruciati dalle opposte fazioni: Radio Renaissance, Radio Publique Africaine, Radio Bonesha, Rema e, soprattutto, RTNB, la Radio Tv Nazionale Burundese, che è sempre restata sotto il controllo dei lealisti.
In serata ha avuto molta eco un tweet dell’account @PierreNkurunziz: “Je suis au #Burundi. Je félicite l’armée et la police pour leur patriotisme. Je félicite surtout les burundais pour leur patience“. Ma ci sono molti dubbi che sia realmente del presidente e che egli si trovi effettivamente nel Paese. Per tutti, segnalo questo commento di @yolandebouka: “#Nkurunziza in #Burundi? Why use twitter? can he just go to the TV station? technology and disinformation?“. (In serata su twitter è andato crescendo l’ashtag #WhereisNkurunziza, dove soprattutto le foto erano molto ironiche).
La situazione è seguita con molto interesse dalla stampa africana, anche perché, come spiega il politologo Alexander Noyes sul “Washington Post”, certi colpi di stato possono essere “buoni”.
Per capire ciò che si sa per certo sulla situazione attuale, consiglio, infine, un’analisi di Valeria Alfieri​ pubblicata ieri da “Frontierenews.it”.
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Sono da segnalare alcune dichiarazioni delle principali diplomazie mondiali:

  • Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza: QUI;
  • Ban Ki-moon, Segretario generale dell’Onu: QUI;
  • il Dipartimento di Stato degli USA: QUI (che ha anche invitato i propri cittadini a lasciare quanto prima il Burundi: qui).

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Le ultimissime notizie confermano il fallimento del golpe (lo scrive “Radio Isanganiro”, probabilmente l’unica radio burundese aperta in questo momento), l’arresto dei principali responsabili dell’insurrezione e il ritorno in patria di Nkurunziza (lo scrive l’Agence France Press, ripresa in Italia da “Il Post“) (la conferma che il presidente è rimpatriato è delle 11h50: “Pierre Nkurunziza est au Burundi. Selon plusieurs sources, il serait à Ngozi, son fief, d’ou il devrait faire un mess à la nation“).
Secondo varie fonti, per oggi sono previste nuove manifestazioni in strada contro il terzo mandato del presidente uscente. Com’è intuibile, il rischio di un’esplosione irrimediabile della violenza ora è davvero alto (la testimonianza telefonica di un corrispondente da Bujumbura di “Le Monde”).
Infine, l’ultimo bollettino dell’UNHCR sui profughi burundesi all’estero parla di 105mila persone che hanno lasciato il Paese: “#UNHCR reports over 105000 people fleeing clashes in #Burundi seeking refuge in neighbouring countries“.

In generale, la comunità internazionale ha condannato il tentativo di colpo di Stato. In particolare, il Conseil de Paix et Sécurité dell’Unione Africana ha condannato il golpe e ha annunciato l’invio di una missione di osservazione dei diritti dell’uomo in Burundi (ma non ha fornito dettagli e, soprattutto, non ha chiesto un rinvio delle elezioni): qui.
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Durante il notiziario delle 12h30, Valeria Alfieri è intervenuta sulla radio svizzera di lingua francese RTS in merito alla crisi burundese: AUDIO (2’25”).
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Nel pomeriggio, Pacifique Nininahazwe (un attivista dei diritti dell’uomo in Burundi) ha scritto un appello al presidente Nkurunziza (rientrato in patria attraverso il varco nord con la Tanzania, cioè a Ngozi) affinché faccia in modo che il Paese resti in pace e che la popolazione possa ricostruire la sua democrazia. Per tale ragione Nininahazwe chiede ancora una volta a Nkurunziza di lasciare il potere: QUI (il testo è anche qui in basso tra i commenti).
In queste parole si avverte tutta l’angoscia per quel che potrebbe deflagrare nelle prossime ore, nei prossimi giorni.

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AGGIORNAMENTO del 16 maggio 2015 (fb):
Ieri il colpo di stato in Burundi è definitivamente fallito, come la metà dei tentativi di colpo di stato, nonostante avesse un grande sostegno popolare, come ha riferito Valeria Alfieri alla radio svizzera. Sebbene sarebbe potuto essere un “golpe buono”, come spiega Alexander Noyes sul “Washington Post”, la comunità internazionale ha dovuto condannare l’insurrezione.
Il putsch è terminato con l’arresto di tre generali dell’esercito (un quarto, il principale, è in fuga), come attesta questa diretta audio di RFI. Contemporaneamente, il presidente Nkurunziza ha fatto rientro nel Paese via-terra dalla Tanzania, comparendo a Ngozi, suo villaggio d’origine, per poi dirigersi a Bujumbura, dove in serata ha tenuto un discorso diffuso dalla radio e dalla tv. Tra i suoi sostenitori ci sono scene di giubilo (anche qui), ma nella capitale si è tentato anche di riprendere le proteste contro il terzo mandato, tutte ostacolate (anche violentemente) dalla polizia. La preoccupazione per quel che potrebbe accadere nelle prossime ore e nei prossimi giorni è molto alta, come scrive Pacifique Nininahazwe (un attivista dei diritti dell’uomo in Burundi) è essenziale che il Paese resti in pace e che la popolazione possa ricostruire la sua democrazia, ragion per cui chiede ancora una volta a Nkurunziza di lasciare il potere.
Infine, per dare una misura del dramma in corso, l’UNHCR riferisce di oltre 105000 burundesi rifugiati nei Paesi confinanti: Rwanda, Tanzania e RDC. L’emergenza è denunciata anche da Samantha Power, ambasciatore Usa presso l’Onu.

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AGGIORNAMENTO del 17 maggio 2015 (fb):
In Burundi è cominciata la fase della rappresaglia, di cui la tortura è l’aspetto più spaventoso, oltre alle minacce, violenze e vandalizzazioni varie. I presunti putschisti arrestati sarebbero 18 e, almeno alcuni, avrebbero subito delle torture (“a morte”), come ha affermato l’avvocato del generale golpista Cyrille Ndayirukiye.
I mezzi di informazione sono ancora il nodo centrale della crisi. Secondo un testimone i militari che hanno tentato di difendere “Radio Publique Africaine” (prima censurata dal governo e poi brevemente riaperta dai golpisti) sono perseguiti per “destabilizzazione delle istituzioni“, mentre il suo direttore – Bob Rugurika, simbolo della libertà d’espressione in Burundi – è scappato all’estero per salvarsi (raggiunto da “France 24”, ha detto: “Il Burundi è diventata una vasta prigione per i giornalisti“). Anche i direttori e gli impiegati delle altre radio libere, come riferisce Al Jazeera, hanno paura, specie dopo la diffusione di foto che documentano lo stato in cui sono state ridotte le loro emittenti: Rema, RPA, Radio Isanganiro (anche qui). Ci sarebbe una vera e propria lista di giornalisti da arrestare e anche alcuni attivisti si sentono fortemente minacciati, come denuncia Pacifique Nininahazwe. Tra le personalità a rischio ci sarebbe anche Marguerite Barankitse (la “mamma del Burundi”, la “madre di diecimila figli”, fondatrice della “Maison Shalom“), che attualmente è nascosta.
La vendetta non si è trattenuta nemmeno dinnanzi al pronto soccorso dell’ospedale di Bumerec, devastato perché vi era ricoverato un presunto insorto.
Intanto le organizzazioni umanitarie scappano, l’ambasciata degli Stati Uniti evacua il suo personale non essenziale e la Francia invia rinforzi per tenere al sicuro la sua ambasciata a Bujumbura e i suoi cittadini.

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AGGIORNAMENTO del 18 maggio 2015 (fb):
Ieri, domenica 17 maggio, a Bujumbura è riapparso il presidente Pierre Nkurunziza che, incontrando i giornalisti al palazzo presidenziale, ha detto che sul Paese incombe la minaccia di un attacco di al-Shabaab, il gruppo terroristico somalo che ha compiuto attentati e stragi soprattutto in Kenya (al Westgate Mall e al campus di Garissa). In serata è arrivata la smentita dello stesso gruppo al-Shabaab, ma non è che questo escluda le perplessità e le preoccupazioni (c’è chi dice che la minaccia risale al 2008), anche perché il primo motivo per cui gli USA invitano i propri cittadini a lasciare il Burundi è proprio per la possibilità di un attacco da parte di tali terroristi.
Intanto, sia il Cndd-Fdd (il partito al governo) che il Ceni (il comitato elettorale nazionale) non hanno escluso un rinvio delle elezioni e la Presidenza ha affermato che non c’è alcun problema che le radio private ricomincino a trasmettere; peccato che siano tutte distrutte e i loro impiegati abbiano paura (il direttore del giornale “Iwaku” ha dovuto rassicurare che è vivo, ma nascosto).
Al termine della celebrazione cattolica del Regina Coeli a Roma, ieri Papa Francesco ha invitato i fedeli a “pregare per il caro popolo burundese“; anche “Radio Maria” ha parlato della situazione nel Paese africano intervistando padre Claudio Marano, fondatore del “Centre Jeunes Kamenge​“.
Sempre più difficile, infine, la situazione dei profughi burundesi nei Paesi confinanti (Rwanda, RDC, Tanzania), come testimoniano vari interventi dell’Unhcr: il loro numero continua a crescere, bisogna aiutarli nel loro viaggio e identificarli (soprattutto i bambini non accompagnati).
Molto toccanti sono le storie raccontate in due articoli pubblicati dal website dell’Unhcr: quella di un bimbo di 12 anni e quella di tre madri fuggite rocambolescamente, tutti in Rwanda.
Infine, ancora l’Unhcr ha cominciato a raccogliere dei filmati sul suo account YouTube che documentano l’emergenza umanitaria in corso:

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AGGIORNAMENTO del 19 maggio 2015 (fb):
La giornata di ieri, lunedì 18 maggio, da un lato ha visto riprendere le manifestazioni di protesta (del tutto pacifiche) (anche qui e in video) contro il terzo (probabile) terzo mandato del presidente in carica, mentre dall’altro lato ha registrato un rimpasto di governo piuttosto importante. Le proteste hanno visto scendere in strada centinaia di persone in diversi quartieri di Bujumbura [mappa], contenute dalla polizia minacciosamente armata di lanciarazzi e, diciamo così, non ostacolate dalle divisioni che persistono all’interno dell’esercito. Sul fronte politico, Nkurunziza ha cambiato i responsabili di ben tre ministeri: difesa, affari esteri e commercio, e questo apre a prospettive completamente inedite (ad esempio, è la prima volta che il Burundi ha un ministro della difesa civile e non militare).
Sulla stampa internazionale sono uscite diverse analisi della situazione burundese. Tra i vari (chi più ottimista, chi più pessimista, ma senza dubbio tutti molto preoccupati), segnalo:

  • cosa insegna la crisi burundese sull’Africa (“The Guardian“);
  • le proteste burundesi non sono l’inizio di una “primavera araba” (“Ventures“);
  • cosa dice la crisi burundese a proposito della capacità dell’Onu di costruire la pace (“The Washington Post“);
  • in Burundi il potenziale di violenza di massa è molto preoccupante (“Politico“).

Ancora, su “France 24” è andato in onda un dibattito [prima e seconda parte] alla presenza dell’ambasciatore burundese in Francia, il quale si è distinto per varie affermazioni piuttosto singolari, tra le quali: “Non c’è mai stata repressione“. A proposito di questo, vale la pena segnalare l’intervista in italiano a Bob Rugurika, direttore di “Radio Publique Africaine”, che spiega come in Burundi i giornalisti vivano nel terrore (un video di com’è stata ridotta la sua emittente è qui) (e un reportage sul senso di paura che si respira nella capitale è qui).
Ancora sulla stampa italiana, è da segnalare l’intervista alla deputata Lia Quartapelle (della Commissione Esteri) pubblicata sul “Corriere della Sera”.
Sempre più difficile, infine, la condizione delle decine di migliaia di burundesi rifugiati all’estero: “Internazionale” ha tradotto un video dell’agenzia “Reuters“; il “Wall Street Journal” riferisce che il campo profughi rwandese di Mahama è già oltre i limiti della sua capacità; il Ministero della Salute della Tanzania conferma casi di colera tra i rifugiati del campo di Kagunga.

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Le immagini dei profughi burundesi sono tratte dagli account twitter dell’Unhcr e dell’Unicef, oltre che dal website del “Wall Street Journal“:

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AGGIORNAMENTO del 20 maggio 2015 (fb):
Siamo al 25esimo giorno di proteste in Burundi. Lo ricorda Pacifique Nininahazwe, incitando ad essere ancora più numerosi nelle manifestazioni di oggi, 20 maggio.
Una buona notizia è la ripresa delle pubblicazioni del giornale “Iwacu”, ma la già fragile economia del Paese è completamente ferma e la tensione per possibili violenze resta alta: la Francia e gli Usa hanno inviato rinforzi per proteggere le loro ambasciate a Bujumbura.
Intanto il Consiglio dell’Unione Europea ha emesso un documento in cui condanna il tentato golpe e auspica un ritorno al dialogo affinché il processo elettorale possa riprendere, ma in questo momento le preoccupazioni più grandi sono per le oltre 105mila persone fuggite in Rwanda, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo, tra sovraffollamento, precarietà d’ogni tipo e focolai di epidemie.
A proposito di questo, segnalo un reportage di Céline Schmitt da Majengo, un villaggio congolese in riva al Tanganyika che accoglie i profughi provenienti dall’altra sponda del lago, oltre il confine burundese. La corrispondente dell’Unhcr racconta (anche con video e foto) i drammi di chi fugge (“Non c’è pace, tutti corrono ovunque; gli studenti non stanno più imparando“), la solidarietà di chi accoglie (“Siamo stati rifugiati anche noi, non possiamo lasciare che un altro rifugiato soffra“), ma anche le difficoltà di costoro (“Li abbiamo aiutati, abbiamo dato loro il poco che avevamo, ma ora c’è il rischio che anche noi rimaniamo senza niente“).
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Le notizie del Burundi di stamattina (20 maggio) sono sostanzialmente due:

  • il CENI (Comitato Elettorale Nazionale Indipendente) ha spostato di alcuni giorni la data delle elezioni comunali e dei deputati: si voterà il 5 giugno (invariata, al momento, la data delle presidenziali, che sono le più temute);
  • le manifestazioni di protesta contro il terzo mandato di Nkurunziza sono riprese in vari quartieri di Bujumbura; in alcuni casi i manifestanti (“a perdita d’occhio“) hanno “scortato” i poliziotti fuori dai quartieri, ma ci sono stati dei feriti e a anche un morto: si tratta di un militare ucciso da un proiettile sparato da un poliziotto. Non mancano le solite minacce ai giornalisti da parte di alcuni esponenti della polizia.

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AGGIORNAMENTO del 22 maggio 2015 (fb):
Due giorni fa il presidente del Burundi ha emanato un vademecum in cui avverte i mass-media nazionali e stranieri di non diffondere informazioni che incitino all’odio e alle divisioni tra burundesi, e di non incitare i movimenti insurrezionalisti: «Nessun burundese vorrebbe rivivere le tensioni e le divisioni etniche o d’altra natura. Il sangue che è stato versato nel passato ci è servito da lezione».
E’ il primo, spettrale, riferimento etnico in oltre tre settimane di proteste in cui nessuno aveva mai parlato di etnie. Se il discorso dovesse continuare su questa piega etnicizzante, il baratro sarebbe davvero ad un passo. Lo spiega chiaramente Valeria Alfieri​ in questo articolo su “Frontiere News​”: «le manifestazioni sono politiche, ed i partiti d’opposizione sono etnicamente misti. Inoltre, molti membri del Fnl, che sono in maggioranza hutu e che vivono in quartieri più periferici, come Bujumbura rurale, scendono ogni giorno in città per rinforzare le manifestazioni dei quartieri urbani. Ciò spiega perché le manifestazioni nel quartiere Musaga, il bastione della protesta, siano socialmente ed etnicamente miste. Stesso ragionamento può essere fatto per quanto riguarda i golpisti».
Dopo censure, minacce, etnicizzazione montante e repressione violenta, le proteste non cedono, ma anzi diventano più virulente. Negli ultimi due giorni si sono avuti almeno tre morti e dieci feriti, oltre a varie sassaiole.
Intanto, il Belgio, primo partner commerciale del Burundi, ha annunciato che sospenderà gli accordi di cooperazione bilaterale in caso di terzo mandato di Nkurunziza, in «solidarietà con la popolazione burundese».
E’ da segnalare, infine, che ieri sera David Thomson ha sostituito Sonia Rolley come corrispondente da Bujumbura per “Radio France International”; il suo account twitter è: @_DavidThomson.

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AGGIORNAMENTO del 23 maggio 2015 (fb):
Ieri in Burundi le proteste sono state particolarmente dure, con parecchie strade bloccate dalle barricate innalzate dai manifestanti e con spari d’arma da fuoco da parte della polizia. L’episodio più grave, però, è la deflagrazione di una granata nel mercato di Bujumbura che ha causato tre morti e almeno 30 feriti.
Il fronte delle opposizioni non è solo nella capitale, ma si sta espandendo all’intero Paese: manifestazioni sono segnalate nelle province di Bururi e Rumonge nel Sud, Muramvya e Mwaro nel Centro e, ancora, Muyinga nell’Ovest. E’ da specificare che le proteste contro il terzo mandato di Nkurunziza (la data delle elezioni, intanto, è del tutto ignota) stanno acquisendo anche altri contenuti, specificamente politici e sociali: la povertà che affligge il Paese, ad esempio, non solo non è stata contrastata dal presidente durante i suoi due precedenti mandati, ma si è addirittura accentuata e questo alimenta il malcontento.
Sul piano diplomatico internazionale sono da segnalare due prese di posizione: la prima riguarda gli USA, che hanno sospeso l’addestramento dei soldati burundesi impegnati nelle missioni di peacekeeping nel continente africano; la seconda è un documento di cinque personalità (tra le quali l’on. Cécile Kyenge Kashetu) in cui si chiede che cessino da subito la repressione e gli arresti e che si avvivi rapidamente un vero dialogo politico con tutti gli attori sociali, politici, culturali, militari e religiosi.
Infine, la condizione dei rifugiati burundesi in Rwanda, Tanzania e RDC è sempre più drammatica. La fuga di massa ha raggiunto le dimensioni di un vero e proprio esodo: 200mila persone, in quella che ormai è un’emergenza non solo umanitaria, ma anche sanitaria (il bilancio di ieri è di 3000 casi di colera nei campi profughi), per non parlare della scarsità di cibo e delle precarie condizioni di alloggio (video).

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AGGIORNAMENTO del 24 maggio 2015 (fb):
Ieri sera a Ngagara, quartiere nord di Bujumbura, è stato ucciso Zedi Feruzi, leader del piccolo partito di opposizione UPD (Union pour la Paix et la Démocratie), insieme alla sua guardia del corpo, a pochi metri dalla sua abitazione. Gli autori sono ancora ignoti, ma c’è già chi accusa il Cndd-Fdd (il partito al governo) e, comunque, le opposizioni si sono ritirate da ogni forma di “dialogo”. Dal canto suo, la Presidenza ha espresso le sue condoglianze ai familiari e ha esortato i burundesi a restare calmi e sereni perché il governo è altamente impegnato nella “sicurezza dei cittadini e degli stranieri che vivono sul territorio burundese“.
Questo è il primo omicidio esplicitamente politico dall’inizio della crisi e segna irrimediabilmente un’accelerazione nella discesa nel baratro in cui l’ostinazione del presidente uscente sta spingendo il Paese.
Intanto, Nkurunziza continua la sua campagna elettorale, specie all’interno del Paese, dove il suo consenso è più ampio. Ieri, a Mpenzi ha inaugurato un ospedale e ha offerto una “mucca moderna” alla popolazione. Si tratta di atti molto efficaci su piani comunicativi più profondi: sulla facciata dell’ospedale c’è la dicitura “Finanziato dal governo cinese” e appare chiaramente un messaggio rivolto al Belgio e agli altri partner occidentali che minacciano boicottaggi in caso di terzo mandato per Nkurunziza, mentre la mucca “moderna” fa sognare ai contadini del posto un futuro radioso, rispetto al misero presente in cui allevano mucche “tradizionali” (bellissime, ma non so se ugualmente produttive).
Segnalo, infine, che diverse testate giornalistiche mondiali dedicano sempre più spazio alla crisi del piccolo Stato africano:

  • Le Monde” fa un riepilogo delle ultime quattro settimane e avverte sul rischio di conflitto etnico (in effetti l’etnicizzazione del discorso è montante, soprattutto da parte del governo);
  • The Economist” riflette sul possibile cambiamento del “colpo di Stato” in Africa, che potrebbe essere diventato “buono”;
  • The New Times” (Rwanda) spiega che la crisi burundese è una crisi dell’intera regione dei Grandi Laghi;
  • Ancora il “New Times” racconta la fuga di decine di migliaia di burundesi dalla violenza degli imbonerakure, i giovani armati filo-governativi.

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Nella mattinata di oggi, 24 maggio, migliaia di persone hanno partecipato ad un corteo silenzioso per le strade di Bujumbura, in cordoglio per l’assassinio di Zedi Feruzi: “siamo in uno stato di totale desolazione“.
David Thomson ha twittato varie foto: 1, 2, 3, 4, 5, 6.
In serata “RFI” ne ha scritto un articolo più esteso: qui.

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AGGIORNAMENTO del 26 maggio 2015 (fb):
Le proteste contro il terzo mandato presidenziale di Nkurunziza non si fermano; e in #Burundi la tensione resta sempre molto tesa, con raffiche di armi da fuoco nei quartieri di Bujumbura in cui si sfila in corteo. Dopo un week-end di tregua dovuta dall’assassinio di Zedi Feruzi, uno dei leader politici dell’opposizione, ieri le maggiori contestazioni si sono avute fuori dalla capitale (che, comunque, ha registrato 21 feriti, secondo la Croce Rossa) e a Mugamba, nel sud del Paese, un manifestante è stato ucciso e altri due sono stati feriti. “TV5Monde” fornisce l’elenco di tutte le manifestazioni e degli incidenti di ieri.
Sul piano diplomatico, da un lato l’opposizione a Nkurunziza si è ritirata da ogni forma di dialogo, dall’altro gli Stati della Comunità dell’Africa Orientale si riuniranno il prossimo 31 maggio a Dar-es-Salaam, in Tanzania.
Le condizioni dei rifugiati burundesi nei Paesi vicini resta critica per l’epidemia di colera che ha colpito oltre 3000 persone, dice “Medici Senza Frontiere”, e nei campi di Kagunga e Kigoma ci sono stati già 31 morti. Il tutto è sintetizzato nel filmato dell’Unhcr.

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12 risposte a In Burundi un golpe dall’esito incerto

  1. giogg ha detto:

    “Radio Isanganiro”, 14 maggio 2015, 7h39, QUI

    DES COUPS DE FEU MELES DE LA CONFUSION AU BURUNDI CE MATIN
    par Désiré Nimubona

    Confusion totale maintenant, des coups de feu au centre ville, des radios privées attaquées et une autre, du parti au pouvoir complétement détruite jusqu’à présent.
    Tandis que la radio nationale continue de relayer le message du Ministre de l’Intérieur Edouard Nduwimana, le porte-parole des meneurs du coup d’Etat lui dit que les loyalistes qui gardent la RTNB ne veulent la quitter pacifiquement, menancant que même l’usage de la force est possible pour entrer dans les locaux de la radio télévision nationale, selon le Commissaire de Police Zenon Ndabaneze, porte parole du comité de la Restauration de la Concorde nationale.
    La nuit, le Chef d’Etat Major de l’armée Prime Niyongabo avait aussi annoncé que le coup avait été déjoué, demandant aux mutins de déposer les armes et de rendre” car selon lui, l’armée loyaliste contrôlait les points stratégiques sans sire lesquels.
    Ce message avait été contredit par un autre général, visiblement important dans ce “coup” manqué selon les loyalistes et réussi selon le porta parole du comité.
    Général Major Cyrille Ndayirukiye disait sur les ondes des médias privés que les loyalistes encore à l’intérieur de la radio nationale avaient eu l’ultimatum de quitter sous peine de se voir forcés de quitter la RTNB.
    Visiblement alors, le bras de fer réside au tour de la possibilité de contrôle de l’information
    .

    • giogg ha detto:

      “Radio Isanganiro”, 15 maggio 2015, 9h31, QUI

      LES PUTSCHISTES ANNONCENT LEUR ECHEC
      Par Rédaction

      Après plus de 30 heures, les militaires qui avaient annoncé un coup d’état contre le président Pierre Nkurunziza ont annoncé leur reddition. Au début de l’après-midi de jeudi, les putscihstes qui avaient encerclé la Ratio-Télévision Nationale du Burundi, RTNB, avaient lancé un assaut pour prendre le contrôle de cet organe étatique d’information, mais n’ont pas pu y arriver.
      Cyrille Ndayirukiye, le No 2 des putschistes, a reconnu l’échec de leur coup. “Personnellement, je le reconnais, notre mouvement a échoué,nous avons rencontré une trop grande détermination militaire pour soutenir le système au pouvoir”, peut-on lire sur france24.com.
      La même source indique que le Général Godefroid Niyombare, le leader des mutins a annoncé la reddition de ses troupes.
      “Nous avons décidé de nous rendre. J’espère qu’ils ne vont pas nous tuer”, a déclaré le général Godefroid Niyombaré, chef des putschistes, par téléphone à un journaliste de l’AFP, alors que des soldats fidèles au président Pierre Nkurunziza approchaient.
      Des informations disent que trois des chefs putschistes ont été arrêtés à Bujumbura par des soldats et policiers fidèles au président Pierre Nkurunziza. Cyrille Ndayirukiye et Zénon Ndabaneze sont parmi les capturés
      .

  2. giogg ha detto:

    “Washington Post”, 14 maggio 2015, QUI (nella versione originale ci sono vari link di approfondimento)

    DID BURUNDI JUST HAVE A “GOOD COUP”?
    by Alexander Noyes

    Yesterday’s military coup in Burundi, which was greeted with jubilation by crowds in the capital city of Bujumbura, will undoubtedly revive the debate over whether coups can be good for democracy. In the last few weeks, Burundi has seen violent protests over President Pierre Nkurunziza’s decision to run for a third term in upcoming elections, leaving over 20 dead. It is far from clear whether the coup has actually succeeded, but a coup may not be the worst outcome in this increasingly volatile situation.
    Recent academic research on the subject of “good coups” or “coups for democracy” can help shed some light on the current situation in Burundi. In a journal article, Nikolay Marinov and Hein Goemans say that the majority of successful coups since the end of the Cold War have led to competitive elections, not a consolidated military regime. From this finding, the authors conclude that “the new generation of coups has been far less harmful for democracy than their historical predecessors.”
    Marinov and Goemans argue that leverage from international actors — specifically aid conditionality — has been highly influential in bringing about democracy post-coups. They maintain that outside incentives alter the rulers’ calculus. Coup-makers-turned-rulers are particularly vulnerable to pressure and it is in these cases that Marinov and Goemans expect aid conditionality will have a greater chance of success.
    Clayton Thyne and Jonathan Powell argue in another recent study that coups in authoritarian regimes can provide a necessary “shock” to push authoritarian states towards democracy. Thyne and Powell write
    :

    “Though history is unfortunately replete with examples of coup leaders who chose to consolidate their power and continue authoritarianism following a successful coup, many others have chosen to enact meaningful reforms toward democratization—reforms that would have been wholly unlikely in the absence of a successful coup.”

    Offering the coups in Mali in 1991 and Portugal in 1974 as examples of “good” coups, Thyne and Powell assert that “successful coups should promote democratization because leaders have incentives to democratize quickly in order to establish political legitimacy and economic growth.”
    Both studies offer compelling evidence that the conventional wisdom on coups and democracy may need to be rethought. The studies do not celebrate coups, but argue that post-coup moments offer windows of opportunity for democratic opening. The optimism in the aftermath of the military coup in Burkina Faso in October 2014 is also suggestive that coups can offer a critical moment for democratization. Bringing the Mali example to the contemporary period, however, in which it is no longer a democratic exemplar, more research is needed to examine the long-term effects of coups on democracy.
    The outcome of Burundi’s coup remains highly uncertain. The studies highlighted above, however, suggest that not only is a return to civilian rule and the staging of competitive elections likely, but that the international community holds a significant amount of leverage — aid conditionality in particular — that could help bring about a quick restoration of civilian rule.
    One potential obstacle for the international community to nudge the post-coup moment towards democracy, however, is the status quo condemnation of coups in the international community. The United States bars assistance to coup leaders, as do many regional and international organizations. This law has led to the U.S. selectively applying the “coup” label when dealing with its allies (see Egypt). The U.S. has a strong relationship with Burundi’s military, which undoubtedly played a role in the State Department’s reluctance to label yesterday’s events a coup. Given the highly uncertain nature and potentially costly unintended consequences of coups, international actors would be wise to continue to unequivocally condemn coups. That said, the above research demonstrates that the international community has unique leverage in post-coup situations. As such, once coups occur, policymakers may want to consider new ways to wield such leverage on coup leaders, as opposed to universally isolating them
    .

    Alexander Noyes is a doctoral candidate in the Department of Politics and International Relations at Oxford University. You can follow him on Twitter at @AlexHNoyes.

  3. giogg ha detto:

    Nel pomeriggio, Pacifique Nininahazwe (un attivista dei diritti dell’uomo in Burundi) ha scritto un appello al presidente Nkurunziza (rientrato in patria attraverso il varco nord con la Tanzania, cioè a Ngozi) affinché faccia in modo che il Paese resti in pace e che la popolazione possa ricostruire la sua democrazia. Per tale ragione Nininahazwe chiede ancora una volta a Nkurunziza di lasciare il potere, QUI:

    Condamnez le coup d’Etat, d’accord, mais venez protégez la population!
    Le putsch en démocratie est, par principe, condamnable. Ce n’est que normal que différents gouvernements condamnent la tentative de destitution de Pierre Nkurunziza par des militaires. Mais ils ne doivent pas ignorer le sentiment de soulagement et de libération qu’a manifesté la population burundaise à l’annonce du Coup et, aussi, l’appel à la protection. Les citoyens, les manifestants tués, blessés, torturés, harcelés tous les jours par les policiers et les imbonerakure de Pierre Nkurunziza ont accueilli Godefroid Niyombare et Cyrille Ndayirukiye comme des libérateurs; pour eux le retour de Pierre Nkurunziza sonne le retour de la peur, de la terreur, de la violence. Niyombare a ouvert les radio (la RPA), les hommes de Nkurunziza ont incendié les radio, tiré dans les studio de différents media. Les nuits, tous les quartiers de Bujumbura ont peur d’être attaqués par des imbonerakure armés. certains s’en vantent: “Vous avez échoué votre coup, nous allons en finir avec vous!”
    Nkurunziza rentre aujourd’hui au palais (si ce n’est pas un mensonge de plus de Nyamitwe). Il rencontrera un peuple qui a célébré sa destitution, il sait que son peuple l’a complètement désavoué, il a perdu l’image d’un président très populaire qu’il a souvent brandi. Tout le monde sait désormais qu’il est maintenu par la force du canon, et non par l’amour de son peuple. C’est un homme humilié qui entrera ce soir au Palais présidentiel. Niyombare rentre aujourd’hui dans une cachette (pour combien de temps encore), son adjoint Ndayirukiye passera sa nuit dans un cachot du Service National de Renseignement. Mais ils savent qu’ils sont portés au coeur de leur peuple qui priera sans doute ce soir pour leur libération. Ils n’ont pas eu la force du canon, mais ils ont celle de l’amour d’un peuple. Dans leurs cahette et cachot, ils sont des héros.
    De ma part, je ne soutiens jamais les coups d’Etat, et je ne suis pas putschiste. Mais, si j’étais militaire, en face d’un régime qui tire à balles réelles sur son peuple, je ne doute pas que j’aurais agi comme Niyombare et Ndayirukiye. Ceux deux-là me rappellent que Fidel Castro avait raté un Coup d’Etat et s’était retrouvé en prison avant de diriger une révolution saluée de son peuple, que Hugo Chavez avait raté un Coup d’Etat et s’était retrouvé en prison en 1992 avant de gagner des élections démocratiques quelques années plus tard et de finir comme l’idole du Venezuela! Cela me rappelle que Mandela a été arrêté et jugé comme le pire criminel en 1964, sous les pleurs de son peuple, avant d’être salué par le monde entier à sa libération en 1991 (après 27 ans de bagne) et de finir comme l’icône mondial. Parfois on quitte les prisons pour les palais, parfois les occupants des palais se retrouvent obligés de négocier avec ceux des parrains. Courage nos heros!
    Ce soir j’aimerais saluer le courage de Niyombare et Ndayirukiye. Peut-être que nous serons nombreux à les rejoindre à la bagne. Mais le plus important, c’est l’espoir de tout un peuple qu’ils portent dans leur souffrance. Cet espoir on ne saura jamais l’emprisonner. Et la révolution ira jusqu’au bout!
    Pierre Nkurunziza, le peuple demande le respect et la protection. Il te demande de partir, dans le meilleur des cas le 27 aout 2015. Sinon, immédiatement!
    ‪#‎StopNkurunziza‬ ‪#‎Sindumuja‬

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