La società degli immuni

Viviamo in una società opulenta, talmente sazia che non mette più a fuoco il vero dal falso, l’importante dal fatuo. Quel che sta accadendo coi vaccini è normale in una società simile: quando gli standard di vita sono elevati, dopo un po’ sembrano “naturali” (avviene con molti altri fattori, come i libri ad esempio: abbiamo studiato fino al diploma, magari fino alla laurea e poi tutto d’un tratto smettiamo di leggere, come se non ne avessimo più bisogno; e gli effetti li vediamo chiaramente affacciandoci al balcone o navigando sul web), così si tende a pensare di essere immuni, in un certo senso eterni. Non è così, come può intuire chiunque, fermandosi un momento.
L’Italia e la società occidentale hanno un problema di vaccinazioni, o meglio, hanno un problema di autostima e, allo stesso tempo, di arroganza. Vaccinare è un imperativo morale, prima che un diritto/dovere: non è una libertà individuale, è un segno di responsabilità pubblica. Come ha scritto Sarah Miller sul “Guardian” la settimana scorsa,

«being anti-vaccine is sad and fundamentally violent. Yes, violent: it’s one group of people causing physical harm to others. If you’re that antisocial, that divorced from reality, and that incapable of understanding that there are other humans in the world, just stay home».

“La Stampa”, uno dei migliori quotidiani italiani sull’informazione medica, racconta la preoccupante erosione delle vaccinazioni obbligatorie nel nostro Paese: “Netto calo delle vaccinazioni obbligatorie per i bimbi e l’Oms richiama l’Italia” (2 febbraio 2015).
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Se non fosse sufficientemente chiaro (sul mio fb non sembrava), sottolineo che certe questioni da epidemiologi ed immunologi sono anche questioni sociali e antropologiche. La mia posizione personale è che possiamo discutere dell’opportunità o meno di vaccinare bimbi di 3 mesi piuttosto che di 12, della necessità reale di vaccinare per tante patologie diverse, del dovere di ridurre al massimo il rischio di eventuali danni da vaccino, dell’urgenza di una comunicazione più efficace tra ambito medico e pazienti… ma non che si possa derogare sull’obbligatorietà dei vaccini di base, perché i vaccini hanno salvato e migliorato la vita a tutti noi. Pertanto, ritengo che la prospettiva di questo post sia più esplicita citando un passaggio di un recente articolo di Silvia Bencivelli:

«oggi nelle zone ricche di Los Angeles i tassi di copertura vaccinale dei bambini in età scolare sono gli stessi che si registrano in Ciad o in Sud Sudan. Con la differenza che i genitori di Malibu potrebbero permettersi la spesa e avrebbero i medici pronti a spiegargliene la necessità» [qui e qui].

Ripeto: nelle zone ricche di Los Angeles. L’opulenza ci acceca, appunto. Ed è, con tutta evidenza, una questione socioantropologica.

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Qualche vignetta sullo pseudo-salutismo dilagante:

Fonti: New Yorker (fb), Rend Collective, Missoulian, Cory Morgan.

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Focalizzandosi sull’ambito sociologico, la letteratura sul tema (accademica e internettiana) è piuttosto ampia. Cito, in ordine sparso, alcuni saggi e articoli a mo’ di esempio:

In Italia, se la copertura per le tre vaccinazioni obbligatorie è piuttosto uniforme a livello nazionale (95%), esiste invece una forte variabilità geografica per quanto riguarda le vaccinazioni raccomandate ma non obbligatorie: si va dal 70,5% della Campania al 97% di Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna per quanto riguarda il vaccino antipertosse; dal 25,5% della Calabria all’87,7% dell’Emilia-Romagna per il vaccino contro il morbillo. Che questo gradiente geografico vada poi a tutto svantaggio dei bambini delle classi sociali più basse ci sono pochi dubbi: vi è una forte associazioni statistica tra copertura vaccinale e livello d’istruzione materno. Ma vi è anche una rilevante responsabilità dei servizi sanitari.
[Guido Giarelli – Eleonora Venneri, “Sociologia della salute e della medicina. Manuale per le professioni mediche“, 2009, p. 421].

It’s not surprising at all that parents prone to antivaccination beliefs have family histories of illness or an interest in alternative medicine such as homeopathy, as much of “alternative medicine” is hostile to vaccination. It’s also quite common for religious beliefs to play a role. However, I would quibble somewhat with whether that apparent “sophisticated” understanding of the issues involved is actually as sophisticated as it appears on the surface. In some cases it may be, but far more often it’s a superficial understanding that has little depth, mainly because few lay people have the detailed scientific and medical background to apply the information. It’s often a matter of knowing facts, but not having the scientific experience, understanding of mechanisms, or sophistication to put them in context or to apply them to the situation properly, giving the veneer of scientific sophistication. […] One other aspect that often comes into play is an extreme distrust of conventional medicine and/or the government such that few individual studies that question the safety of vaccines are given far more weight in their minds than the many more studies that show vaccines to be extraordinarily safe or large metanalyses (such as those done by the Cochrane Collaboration). Certainly this is one reason why the infamous Wakefield study, despite being shoddily designed and now thoroughly discredited, keeps rearing its ugly head again and again and continues to be cited by antivaccination activists as strong evidence that the MMR vaccine causes autism.
[Orac, “The sociology of the antivaccination movement“, 17 gennaio 2007]

Mike Poltoraka, Melissa Leachb, James Fairheada, Jackie Cassellc, “MMR talk’ and vaccination choices: An ethnographic study in Brighton“, in “Social Science & Medicine“, Volume 61, Issue 3, August 2005, pp. 709–719, abstract.

Stephanie A. Eckstrom, “Emotional Cultures of Anti-Vaccine Websites: The Proliferation of an Unpopular Movement“, thesis for the degree of Master of Arts in Sociology, University of Pittsburgh, 2014, pdf.

Ned Sherry, “Investigating the Formation and Substantiation of Anti-Vaccination Attitudes: A Qualitative Analysis“, University of Puget Sound, 17 maggio2013, pdf.

Whet Moser, “Why Do Affluent, Well-Educated People Refuse Vaccines? A small, surprising demographic is worried about vaccines. But don’t panic about it, because that’s actually counterproductive“, in “Chicago Magazine“, 26 marzo 2014.

Redazionale, “Religious People View Science Favorably But Reject Some Theories – Just Like Everyone Else“, in “Science 2.0“, 28 gennaio 2015.

Redazionale, “Democrats Redeemed? Republicans More Anti-Vaccine, Says Paper“, in “Science 2.0”, 2 febbraio 2015.

Paul A. Offit, “Deadly Choices: How the Anti-Vaccine Movement Threatens Us All“, 2012.

Gerald Bronner, “La démocratie des crédules“, 2013
(In una recensione del blog “Fisici per il mondo” si osserva che l’autore “solleva due mancanze importanti: 1) la scarsa conoscenza della statistica e del calcolo della probabilità che non viene insegnata quasi per niente o rimane molto astratta; 2) il metodo scientifico. Secondo Bronner questi aspetti sono fondamentali per combattere le credenze: una buona conoscenza della statistica permetterebbe ai cittadini di meglio comprendere molte notizie riportate dai giornali, di valutare e comparare meglio i rischi, capire cosa sono le fluttuazioni, la media; la correlazione tra gli eventi etc… L’insegnamento del metodo scientifico invece e’ importante in quanto nelle scuole si insegna molto il relativismo, le differenti opinioni su fatti storici o le differenti correnti filosofiche e letterarie, senza mettere l’accento sul fatto che quando si parla di scienza esiste un metodo per distinguere ciò che e’ vero da ciò che non lo e’, e non tutte le opinioni sono allo stesso modo difendibili“: qui).

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Inoltre, alcuni articoli pubblicati da “Il Post”, che pone molta attenzione a questo tema:

  • Redazione, “Giudizi su un libro che parla del “meraviglioso morbillo”” (“Un libro contro i vaccini – “per educare i bambini sui benefici di avere il morbillo” – sta avendo un trattamento piuttosto duro nelle recensioni su Amazon“) (il libro si intitola “Il meraviglioso morbillo di Melanie” – “Melanie’s Marvelous Measles” – ed è stato scritto dall’australiana Stephanie Messenger; tra i commenti più dolorosi c’è quello dell’utente “Seabisquick”: “La mia figlia più piccola è diventata cieca dopo aver contratto il morbillo da un bambino non vaccinato: peccato non ci sia ancora una versione in braille di questo meraviglioso libro così che glielo possa regalare un giorno per spiegarle quanto sia stata fantastica la malattia che le ha tolto la vista“), 9 febbraio 2015.
  • Fred Barbash (“The Washington Post”), “La triste lettera che Roald Dahl scrisse su sua figlia e i vaccini” (“Raccontò la morte della figlia dovuta a una complicazione del morbillo: sta circolando di nuovo dopo la recente epidemia in California“), 3 febbraio 2015.
  • Amy Parker (“Slate”), “Com’è la vita di un non vaccinato” (“La storia di una donna “cresciuta in una famiglia fissata col salutismo” e delle conseguenze concrete di quelle scelte“, 2 febbraio 2015.
  • Michael Gerson (“The Washington Post”), “Vaccinarsi è necessario, punto” (“Anche se sono pochi, i genitori che non vaccinano i loro figli per motivi pseudoscientifici mettono in pericolo tutti“), 3 maggio 2014.
  • Emanuele Menietti, “I vaccini e l’autismo” (“La storia del presunto legame tra vaccinazione trivalente e autismo – tornata attuale in Italia per via di un’inchiesta giudiziaria – si deve a una delle più grandi frodi scientifiche degli ultimi cent’anni“), 24 marzo 2014.

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Per chiudere, cito ancora il blog “Fisici per il mondo”, nel suo post più recente, dedicato al richiamo dell’OMS all’Italia sulla preoccupante diminuzione del numero di vaccinazioni obbligatorie:

il dibattito scientifico sui vaccini e l’autismo è archiviato, non ci lavora più nessuno perché, aldilà di ogni ragionevole dubbio, non esiste alcuna associazione di tipo causa-effetto tra i vaccini e l’autismo. Ma la popolazione è ancora sensibile all’argomento, ed il Servizio Pubblico fa bene a dedicargli spazio. Tuttavia sarebbe bene farlo nel rispetto dell’evidenza, della verità, così come la comunità scientifica internazionale ci ha insegnato a conoscerla. Come direbbe John Oliver nelle puntate della sua rubrica Last Week Tonight, in modo un po’ provocatorio, offrire alla popolazione la possibilità di farsi un’opinione sull’associazione causativa tra vaccini e morbillo è come sottoporla ad un sondaggio sull’esistenza dei gufi, o dei cappelli, o sulla possibilità che il numero 5 sia maggiore del numero 15. Detto altrimenti, non si dovrebbe chiedere l’opinione del pubblico, o infondere dubbi, su un fatto, una realtà dimostrata.

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INTEGRAZIONI del 6 febbraio 2015:
Joshua Keating, “If It Happened There: Traditional Beliefs and Distrust of Authority Fueling Disease Outbreak“, in “Slate”, 3 febbraio 2015:

[…] But in most regions of the country, they are optional, and many parents—under the influence of celebrities, political ideologues, and radical clerics—choose not to have their children vaccinated, due to the mistaken belief that the vaccines are dangerous. As a result, this prosperous nation now has a lower vaccination rate than Zimbabwe. […] This week two potential presidential candidates—the strongman chief executive of a northeastern industrial state and a charismatic anti-government physician from the central agricultural region—expressed support for the right of parents not to have their children vaccinated. Both are members of a party known for its resistance to Western science. Researchers caution that the entrenched beliefs of a mistrustful population could take years for medical workers to overcome, meaning that more outbreaks could occur or even spread to other countries in the region, most of which have higher vaccination rates than the United States. Cases linked to the current outbreak have already beendetected in neighboring Mexico […].

Joel Achenbach, “Why Do Many Reasonable People Doubt Science? We live in an age when all manner of scientific knowledge—from climate change to vaccinations—faces furious opposition. Some even have doubts about the moon landing“, in “National Geographic”, marzo 2015:

[…] We live in an age when all manner of scientific knowledge—from the safety of fluoride and vaccines to the reality of climate change—faces organized and often furious opposition. Empowered by their own sources of information and their own interpretations of research, doubters have declared war on the consensus of experts. There are so many of these controversies these days, you’d think a diabolical agency had put something in the water to make people argumentative. […] The world crackles with real and imaginary hazards, and distinguishing the former from the latter isn’t easy. […] “Science is not a body of facts,” says geophysicist Marcia McNutt, who once headed the US Geological Survey and is now editor of Science, the prestigious journal. “Science is a method for deciding whether what we choose to believe has a basis in the laws of nature or not.” But that method doesn’t come naturally to most of us. […] A recent study by Andrew Shtulman of Occidental College showed that even students with an advanced science education had a hitch in their mental gait when asked to affirm or deny that humans are descended from sea animals or that Earth goes around the sun. […] Shtulman’s research indicates that as we become scientifically literate, we repress our naive beliefs but never eliminate them entirely. They lurk in our brains, chirping at us as we try to make sense of the world. Most of us do that by relying on personal experience and anecdotes, on stories rather than statistics. […] Science appeals to our rational brain, but our beliefs are motivated largely by emotion, and the biggest motivation is remaining tight with our peers. […] Meanwhile the Internet makes it easier than ever for climate skeptics and doubters of all kinds to find their own information and experts. […] The Internet has democratized information, which is a good thing. But along with cable TV, it has made it possible to live in a “filter bubble” that lets in only the information with which you already agree. […] Scientific thinking has to be taught, and sometimes it’s not taught well, McNutt says. Students come away thinking of science as a collection of facts, not a method […].

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INTEGRAZIONE dell’8 febbraio 2015:
Per ironizzare sulla fobia anti-ebola negli USA, lo scrittore e umorista nigeriano Elnathan John il 1° febbraio 2015 ha scritto questo tweet: “Our thoughts are also with the measles-ravaged country America. I hope we are screening them before they come to Africa”:

(“Il nostro pensiero è con il popolo americano devastato dal morbillo, spero saranno controllati prima di venire in Africa“)

Si tratta di un tweet ironico che risponde al panico e al razzismo americano (e non solo americano); l’ho scoperto leggendo questo breve post di MedBunker su fb:

Continua a diffondersi l’epidemia di morbillo negli Stati Uniti. Tutto è partito da UN caso a Disneyland. Il morbillo era stato dichiarato eliminato dagli Stati Uniti nel 2000 ed un po’ per questo, un po’ per la mentalità americana, adesso è vero panico (nonostante ancora il numero di casi sia piuttosto basso in relazione alla popolazione, fa più impressione la diffusione). Scuole e pediatri che non accettano non vaccinati, proposte di radiazione per i medici antivaccino, quarantene, torna l’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola. Si sono mossi pure personaggi influenti e Barack Obama in persona. Il caos.
Quell’unico caso (a dicembre 2014) ha sparso la malattia in vari stati (in 47 stati, 644 casi in totale) distanti tra loro (questo per chi pensa che certe malattie non prendano l’aereo) e tra le varie reazioni ce n’è una di un’ironia unica che colpisce noi benestanti e pasciuti e si ispira all’allarme ebola che ha risvegliato sentimenti di fobia e razzismo.
Se l’ebola è difficilissima da contagiare il morbillo al contrario si diffonde con molta facilità.
È uno scrittore nigeriano, Elnathan John, che in un tweet, scrive:
“Il nostro pensiero è con il popolo americano devastato dal morbillo, spero saranno controllati prima di venire in Africa”.
In un messaggio tante risposte.

Rispondendo ad un commento su come smuovere le certezze degli anti-vaccini, MedBunker scrive:

Per esperienza. Chi ha scelto di non vaccinare ha trovato una giustificazione (che in realtà è solo uno scudo per la propria scelta, un po’ come chi ha paura del buio e non entra in una stanza buia facendo finta di non avere la chiave) che non metterà mai in discussione. Farà di tutto per giustificarsi, non vuole sapere niente altro, è assolutamente inutile. Oltretutto chi mette in discussione quella scelta è visto come un “invasore” (proprio perché discute una scelta dogmatica). Quei genitori giocano semplicemente con il fuoco ma non lo ammetteranno mai e non sarà un documento dell’OMS a fargli cambiare idea.
Ognuno faccia le sue scelte sperando che nessuno debba pagarne conseguenze gravi.

A tal proposito, ricordo un articolo di Anna Meldolesi sul “CorSera” del 26 novembre 2014: Perché chi si oppone ai vaccini non può essere convinto del contrario: “Le campagne di informazione possono risultare inefficaci e persino controproducenti perché falliscono nei confronti delle minoranze riluttanti“.

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INTEGRAZIONE del 9 febbraio 2015:
Ieri la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo ha scritto su “Repubblica” un editoriale sulle contraddizioni e le conseguenze della decisione del Consiglio di Stato di confermare il divieto di coltivare Ogm in Italia: “Quello che perdiamo senza Ogm“. Un estratto è su “Il Post“, mentre tutto il testo è in pdf qui. Il punto fondamentale dell’articolo è il seguente:

“Non sono interessata agli Ogm in quanto tali, ma mi interessa capire come in una società si possa discutere razionalmente con autonomia e libertà di un tema controverso e contraddittorio”.

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INTEGRAZIONE dell’11 febbraio 2015:
L’onorevole e scienziata Elena Cattaneo ha pubblicato un nuovo articolo su “La Stampa” che delinea tre personalità diverse rispetto ai temi scientifici più controversi per il grande pubblico: i favorevoli, gli indecisi e i taleban.

Siamo un Paese pieno di creatività, con molti centri nei quali scienza e innovazione raggiungono livelli tra i più alti al mondo. Ma non possiamo negare che competiamo con il resto del mondo «col freno a mano tirato». Da sempre, con tanti colleghi, mi interrogo sulle cause di questo «freno», con l’obiettivo di individuare strategie per riavviare la cinghia di trasmissione tra scienza, cultura, società e soprattutto istituzioni.
[…] Ora mi sto interrogando su un’ulteriore dimensione del problema che ha a che fare non con gli ostacoli esterni, ma con quelli interni, cioè sui «blocchi» alla base del rifiuto della scienza e dell’innovazione da parte di un pezzo della società civile e politica. […] Sono spesso «false credenze» che ingannano il pensiero e a volte sembrano ragionamenti apparentemente logici, ma in realtà fallaci. Sembra ad esempio prendere piede la moda di farci credere che il passato (ruspante e mitizzato) sia migliore del presente. Eppure basterebbe parlare con qualche anziano per ricordare quanto più «difficile» fosse quel passato rispetto alla sua «immaginazione odierna». C’è chi ricorda nostalgicamente le mele bitorzolute, «più saporite di quelle di oggi», ma più pericoloso è dimenticare cosa succedeva quando non si vaccinavano i figli e pretendere che sia salutare tornare a quel passato. Si chiamano «bias» e gli evoluzionisti spiegano che sono un’eredità evolutiva del cervello, adattatosi milioni di anni fa nella savana. Mi preme dunque parlare di questi «bias», perché credo che per rilanciare il Paese si debba lavorare per rimuovere le false paure dei cittadini. E capire quindi di cosa dobbiamo fidarci. […] È quindi importante distinguere i «bias» che tendono a falsare le nostre valutazioni da quelli dovuti a informazioni errate e da quelli legati a interessi particolari e causati da pregiudizi. [E’ fondamentale] iniziare a «seminare» nelle scuole, già dalle elementari, abituando gli alunni – futuri cittadini – che la capacità critica è il fondamento della scienza, della libertà e delle democrazie.

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INTEGRAZIONE del 6 marzo 2015:
Il morbillo è ancora oggi la settima causa di morte infantile nel mondo: più dell’Aids, tanto per dare un’idea” (Maurizio Codogno, matematico): “Chi non si vaccina fa ammalare anche te” (“Il Post”, 4 marzo 2015).

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AGGIORNAMENTO del 7 marzo 2015:
Come scrive Chiara Lalli su “Internazionale”:

Tutto quello che è successo con Stamina dimostra per l’ennesima volta perché sia necessario usare strumenti razionali e non lasciarsi trascinare dalla corrente delle emozioni: la paura, il terrore, il disgusto o la ripugnanza sono infatti bussole insoddisfacenti e inaffidabili. Insieme ai “secondo me è così” e ai “io non lo farei mai!”.
Ci servono strumenti analitici e argomentazioni.
Intorno a Stamina si sono agitate espressioni e parole inappropriate: il diritto alla speranza o alla cura, innumerevoli versioni di “perché no?” oppure di “meglio di niente”. In tutti questi mesi quasi tutti hanno ripetuto “metodo” o “metodica” senza ricordarsi o senza sapere che per parlare di metodo sono necessari alcuni requisiti: ci vogliono molti dati, ipotesi da mettere alla prova, se reggono si procede con altre ipotesi e con una teoria in grado di prevedere e di spiegare. Non ci vogliono segreti o misteri, perché i dati e le ipotesi e le teorie devono essere a disposizione di chi vuole provare a ripetere gli esperimenti, perché se riesce solo a me non sono uno scienziato geniale, ma più verosimilmente un cialtrone o un mitomane.

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6 risposte a La società degli immuni

  1. giogg ha detto:

    “Corriere della Sera”, 26 novembre 2014, QUI

    PERCHE’ CHI SI OPPONE AI VACCINI NON PUO’ ESSERE CONVINTO DEL CONTRARIO
    Le campagne di informazione possono risultare inefficaci e persino controproducenti perché falliscono nei confronti delle minoranze riluttanti
    di Anna Meldolesi

    Il nemico numero uno dei vaccini è il loro stesso successo: finché terranno a bada le malattie infettive, infatti, potremo concederci il lusso di dimenticare quanto siano pericolosi i germi e sottovalutare l’importanza dell’immunizzazione. Il nemico numero due è la psicologia delle credenze.

    La psicologia delle credenze
    Chi è fortemente convinto di qualcosa, come la pericolosità della vaccinazione, tende a mettere in atto delle strategie cognitive il cui scopo è confermare le proprie convinzioni, anche a dispetto delle evidenze. Per questo le campagne di informazione possono risultare inefficaci e persino controproducenti: convincono solo chi è già predisposto a ricevere il messaggio, mentre falliscono nei confronti delle minoranze riluttanti. Ci sono persone che si fidano poco della “medicina scientifica”, magari sospettano condizionamenti e conflitti di interessi, o hanno sentito qualche storia preoccupante e si sono spaventate.

    Studio su un gruppo di genitori
    Qual è il modo migliore per parlarci? Degli studiosi americani hanno testato un campione di 1759 genitori. Li hanno divisi in quattro gruppi, a ognuno dei quali è stato indirizzato un messaggio diverso, e poi hanno misurato come era cambiata la loro propensione a vaccinare i figli. La prima strategia è stata informarli che la scienza ha smentito l’ipotesi di un nesso causale tra vaccinazione ed autismo. Questa bufala è uno dei cavalli di battaglia dei gruppi anti-vaccini ed è tornata di attualità in questi giorni per la sentenza di un tribunale italiano, contro cui il Ministero della salute ha deciso di presentare ricorso. Quando ricevono le informazioni corrette, le persone tendono ad abbandonare la falsa credenza, questo però non significa che diventino automaticamente più favorevoli alla vaccinazione. Molti infatti si limitano a cambiare le ragioni della contrarietà, spostando l’attenzione dall’autismo ad altri rischi (veri o presunti) dell’immunizzazione. La seconda strategia consisteva nell’informare i genitori della pericolosità delle malattie contro cui è prevista la vaccinazione, ma questo messaggio non ha migliorato la fiducia nei confronti dei vaccini. Là dove i numeri della scienza non arrivano, può arrivare il racconto di una madre che ha visto il figlio ammalarsi di una malattia prevenibile? Niente affatto, la strategia narrativa semmai ha spinto i riluttanti del terzo gruppo a enfatizzare gli effetti collaterali dei vaccini. L’ultima carta è stata mostrare delle fotografie di bambini non vaccinati che si sono ammalati: è vero che un’immagine vale più di mille parole? Non sempre, purtroppo. I più ostili infatti hanno reagito convincendosi ancor di più del legame tra vaccini e autismo.

    Bisognerebbe testare anche le campagne di informazione
    Il bilancio, scoraggiante, di questo studio pubblicato su “Pediatrics” è che nessuna delle strategie ha funzionato. Correggere le informazioni sbagliate non solo non ammorbidisce le resistenze, le può rafforzare. Per questo le campagne di informazione andrebbero testate, proprio come si fa per l’efficacia dei farmaci. Il sospetto è che l’approccio top-down debba essere sostituito da un contatto diretto, interattivo, umano con una figura di cui i genitori si fidano e che possa tarare il proprio messaggio sulle persone che si trova davanti. Il primo passo, insomma, dovrebbe essere quello di informare meglio medici di base e pediatri, non solo sull’ottimo rapporto rischi-benefici dei vaccini, ma anche sui tranelli psicologici della riluttanza a vaccinarsi
    .

  2. giogg ha detto:

    “La Stampa”, 11 febbraio 2015, p. 16

    FAVOREVOLE, INDECISO O TALEBAN: IN QUALE GRUPPO TI IDENTIFICHI?
    Di fronte alle questioni della ricerca è più facile litigare che ragionare.Ma superare i “bias” si può.
    di Elena Cattaneo

    Siamo un Paese pieno di creatività, con molti centri nei quali scienza e innovazione raggiungono livelli tra i più alti al mondo. Ma non possiamo negare che competiamo con il resto del mondo «col freno a mano tirato». Da sempre, con tanti colleghi, mi interrogo sulle cause di questo «freno», con l’obiettivo di individuare strategie per riavviare la cinghia di trasmissione tra scienza, cultura, società e soprattutto istituzioni.
    Penso che vi siano responsabilità nella comunità scientifica e intellettuale del Paese, che sembra avere abdicato al suo ruolo pubblico, a volte demotivata per l’anti-intellettualismo diffuso o la negazione dei risultati oggettivi che la scienza scopre. Per anni sono anche stati troppo forti il disinteresse per la ricerca e i limiti strutturali che la politica non ha saputo risolvere.
    Alla lunga ciò ha alimentato una voragine in costante crescita tra l’investimento in conoscenza del Paese e le inadeguate ricadute economiche e sociali. Se sommiamo la scarsezza delle risorse pubbliche e la flebile premialità del sistema accademico alla mancanza di incentivi fiscali alle donazioni e agli investimenti nell’innovazione, il quadro non può che essere sconsolante.
    Ora mi sto interrogando su un’ulteriore dimensione del problema che ha a che fare non con gli ostacoli esterni, ma con quelli interni, cioè sui «blocchi» alla base del rifiuto della scienza e dell’innovazione da parte di un pezzo della società civile e politica. Questi «blocchi» li ho incontrati talvolta nei miei incontri pubblici, nelle librerie, nelle piazze e nelle scuole (qui molto meno). A volte li ascolto al Senato o nei dialoghi con alcuni colleghi Parlamentari.
    Sono spesso «false credenze» che ingannano il pensiero e a volte sembrano ragionamenti apparentemente logici, ma in realtà fallaci.
    Sembra ad esempio prendere piede la moda di farci credere che il passato (ruspante e mitizzato) sia migliore del presente. Eppure basterebbe parlare con qualche anziano per ricordare quanto più «difficile» fosse quel passato rispetto alla sua «immaginazione odierna». C’è chi ricorda nostalgicamente le mele bitorzolute, «più saporite di quelle di oggi», ma più pericoloso è dimenticare cosa succedeva quando non si vaccinavano i figli e pretendere che sia salutare tornare a quel passato.
    Si chiamano «bias» e gli evoluzionisti spiegano che sono un’eredità evolutiva del cervello, adattatosi milioni di anni fa nella savana. Mi preme dunque parlare di questi «bias», perché credo che per rilanciare il Paese si debba lavorare per rimuovere le false paure dei cittadini. E capire quindi di cosa dobbiamo fidarci.

    Naturale e artificiale
    Un’altra delle credenze più diffuse riguarda l’idea che i prodotti «naturali» – un frutto commestibile o una terapia – siano migliori di quelli «artificiali», prodotti dall’uomo. È un argomento che incontro spesso nella discussione sui farmaci o sugli Ogm, anche nelle persone disponibili a valutare dati e opinioni.
    Il pubblico, infatti, rispetto a un argomento scientifico divisivo, si dispone in tre gruppi: quelli a favore, in numero variabile a seconda dell’argomento, ma che in generale non sono maggioritari; gli indecisi, che sono la fetta più consistente e da cui scaturiscono in genere riflessioni interessanti; e una parte di contrari, spesso imeno correttamente informati.
    Riguardo a questi ultimi, alcuni studi – nati per capire la natura irrazionale del rifiuto alle vaccinazioni – hanno mostrato un fatto sconcertante: non cambiano idea neppure se vengono loro offerte prove inequivocabili sull’infondatezza delle loro credenze. Si tratta di un gruppo refrattario al ragionamento critico, che fatica a ricercare i dati di realtà, e verso il quale, dunque, risulterà vano qualsiasi sforzo divulgativo.
    Le valutazioni più stimolanti riguardano invece gli «indecisi», perché, oltre a essere il gruppo più consistente, possono rivedere i loro giudizi negativi, se messi davanti ad argomenti validi. Un esperimento al Kaufman Center di New York – ha evidenziato come dopo un serio dibattito tv sugli Ogm siano saliti i consensi per le biotecnologie.
    Ma proprio sugli Ogm le affermazioni pseudo-scientifiche sono variegatissime. Dall’essere funesti per la biodiversità sino alla contaminazione dei campi e ai danni per la salute, passando per la nocività dei brevetti. Eppure basta affrontare queste affermazioni scientificamente per disinnescarne la maggior parte. E lo stesso vale per i prodotti naturali, che non sono né migliori né peggiori di quelli artificiali.
    Naturali non sono solo le spiagge, ma anche i terremoti e i virus. E anche il cancro e le malattie genetiche come la corea di Huntington che studiamo senza tregua. Artificiali, invece, sono i farmaci che hanno bloccato le epidemie e permesso che l’Europa diventasse il continente più longevo. Come «artificiali» sono i materiali di scarto che, se non trattati, inquinano l’ambiente.
    È quindi importante distinguere i «bias» che tendono a falsare le nostre valutazioni da quelli dovuti a informazioni errate e da quelli legati a interessi particolari e causati da pregiudizi. Sui primi si può lavorare, affrontando l’argomento con una divulgazione innovativa che spieghi ciò che la scienza «capisce al meglio delle sue possibilità dell’oggi». Sui secondi è sufficiente una divulgazione corretta e coinvolgente. Sugli ultimi non c’è nulla da fare, se non iniziare a «seminare» nelle scuole, già dalle elementari, abituando gli alunni – futuri cittadini – che la capacità critica è il fondamento della scienza, della libertà e delle democrazie
    .

  3. giogg ha detto:

    “Il Post”, 4 marzo 2015, QUI

    CHI NON SI VACCINA FA AMMALARE ANCHE TE
    di Maurizio Codogno

    La scorsa settimana avrete forse letto sui giornali che all’ospedale pediatrico romano Bambino Gesù sono arrivati tre neonati, tra i due e i cinque mesi di vita, che hanno contratto la meningite. La cosa più preoccupante è che le infezioni legate a quello specifico batterio sembravano debellate: l’ultimo caso segnalato era infatti del 2012. Di per sé il vaccino contro quel batterio fa parte delle vaccinazioni obbligatorie: ma come sapete in questi anni il movimento antivaccini ha preso sempre più piede – non solo in Italia: quest’anno il numero di casi di morbillo negli USA è esploso – e casi come questo potranno diventare sempre più comuni. Non credo che sia possibile fare un ragionamento razionale con persone che rifiutano di accettare la notizia che lo studio pubblicato su Lancet e che correlava le vaccinazioni con l’autismo era un falso; ma con la matematica possiamo capire qualcosa in più sui guai della mancata vaccinazione per tutti, e non semplicemente per chi non viene vaccinato.
    Innanzitutto, dobbiamo tenere presente che ci sono persone che non possono vaccinarsi: i neonati, come nel caso dei bambini che hanno preso la meningite, e gli immunodepressi. Evidentemente nel loro caso chi non si vaccina e si ammala mette loro a rischio, e su questo penso che non ci siano troppi dubbi. Ma quello che probabilmente non è molto chiaro è che anche chi si è vaccinato può correre dei rischi se il numero di non vaccinati comincia a superare una certa soglia. La considerazione di partenza per capire cosa succede è che la medicina non è una scienza esatta. Prima che eventuali medici in lettura mi saltino addosso, mi affretto ad aggiungere che il mio non è affatto un giudizio critico, ma una semplice constatazione: ogni persona è diversa, e quindi non è detto che la stessa cura che va bene al 99% della gente sia quella adatta anche per lei. Da questo punto di vista, fare matematica è indubbiamente più semplice che fare medicina!
    Traduciamo in pratica questo concetto nel quadro della vaccinazione. Come sapete, il vaccino è un modo per indurre il nostro corpo a preparare gli anticorpi contro una malattia in modo da essere pronti nel caso i batteri responsabili di quella malattia arrivino davvero. Si possono iniettare batteri uccisi, attenuati o inattivati, a seconda della malattia da cui ci si deve proteggere; il risultato comunque ha sempre un qualche margine di incertezza, per quanto dicevo sopra. Nei casi peggiori, che sono fortunatamente molto pochi, il vaccinato si ammala, e se è davvero sfortunato muore; nei casi migliori (che possono anche raggiungere il 10% del totale) il vaccino non è servito ad attivare le difese immunitarie, e quindi non si è rimasti vaccinati. (Nota a latere: l’influenza funziona in modo diverso, nel senso che ci sono molti ceppi distinti che danno l’influenza e il vaccino che si fa annualmente è una scommessa su quale di essi sarà il più diffuso. Se il vincitore è un altro ceppo, ci si ammalerà nonostante si sia fatto il vaccino).
    Se quasi tutte le persone sono vaccinate, i pochi che non lo sono hanno comunque una certa qual protezione: il batterio, come si sa, si diffonde da persona a persona, e se non riesce ad attecchire per mancanza di “candidati” l’epidemia termina quasi subito. Il concetto è noto come immunità di gregge, e a seconda della contagiosità di una malattia la percentuale di persone vaccinate che è necessaria è più o meno alta. Esiste tutta una teoria matematica per studiare gli effetti di una vaccinazione di massa: bisogna dire però che i modelli sono piuttosto semplificati, sempre per il problema dell’incertezza dei risultati di una singola vaccinazione. Quello che a me pare non venga però chiarito a sufficienza è che l’aumento del rischio di infezione non è affatto lineare! Il punto di base è che possiamo simulare la possibilità di contagio per mezzo di una rete elettrica, e le vaccinazioni come delle resistenze più o meno forti (ricordate che la vaccinazione non dà il 100 percento di probabilità di non ammalarsi). Togliendo man mano le resistenze, la corrente comincia a poter fluire da un punto A a un punto B passando per un numero di vie che cresce esponenzialmente: pensate solo in quanti modi si può andare da un estremo all’altro di una scacchiera muovendosi solo di una casella per volta in orizzontale o in verticale. Questo non riguarda solamente chi non è vaccinato, che a questo punto viene in un certo senso bombardato, ma anche chi il vaccino l’ha fatto. Sempre con un’analogia, potete immaginare il vaccino come un muro piuttosto alto e i batteri come delle palle lanciate verso l’altro per superare il muro. Se le palle sono poche, probabilmente nessuna di esse riesce a superare la barriera; ma al crescere impetuoso del loro numero ce ne saranno sempre di più che casualmente riescono a essere lanciate abbastanza in alto per superare la barriera.
    La situazione peggiora ancora per alcune malattie, tipo la pertosse: infatti, a quanto pare – o almeno a quanto afferma la
    Food and Drug Administration americana – anche chi è vaccinato può diventare portatore sano della malattia e quindi diffonderla, pur senza ammalarsi. Insomma, una situazione piuttosto pericolosa, e come dicevo all’inizio non solo per chi non è vaccinato ma anche per i vaccinati stessi.
    Per completezza segnalo un paio di post che ovviamente sono contro tutte queste brutte teorie matematiche. Il primo, in inglese e proprio legato alla pertosse, afferma che l’immunità data dai vaccini non è quella naturale che si ha quando la malattia si prende davvero: non per nulla occorrono i richiami per le vaccinazioni mentre chi si è ammalato (ed è guarito, aggiungo sommessammente io…) ha un’immunità completa. Dovrei comunicarlo a mia zia, che negli anni ’40 non era ovviamente stata vaccinata e la pertosse se l’è fatta due volte: come dicevo, ogni persona risponde all’attacco batterico in modo diverso. (Per la cronaca, la prima parte di quelle affermazioni è vera. Il vaccino è sempre tarato per ridurre al massimo il rischio di complicazioni, ma la coperta è corta e quindi non può darti l’immunità completa). Il secondo articolo è invece in italiano, e spiega la
    Grande Truffa dell’Effetto Gregge. In realtà, secondo l’articolo, «il tasso di incidenza e di morte di molte malattie infettive, è diminuito radicalmente nel e dal momento in cui si registrava un miglioramento delle condizioni, igienico-sanitarie, abitative, alimentari e delle procedure di isolamento». Di nuovo, qualcosa di vero c’è: si pensi al colera, per esempio. Maggiore igiene significa minore probabilità di contagio. Come funzioni l’isolamento per malattie come la varicella, in cui i contagianti non hanno sintomi visibili, mi è oscuro.
    Ma quello che entrambi quegli articoli mi pare tendano a nascondere è che di malattie infettive si muore. Il morbillo è ancora oggi la settima causa di morte infantile nel mondo: più dell’Aids, tanto per dare un’idea. L’autore del secondo articolo – che evidentemente deve avere qualche problema con l’esistenza stessa della matematica – può scrivere

    «sono SOLO TEORIE basate su assunti ERRATI + dati statistici (opinabili ed imprecisi, quando non dichiaratamente falsi), in alcuni di questi “studi”, vi inseriscono anche formulazioni matematiche, per cercare di dare credibilita’ agli stessi, formule che NON dimostrano NULLA, ma certificano solo l’abilita’ a confondere le idee a coloro che non sanno e non capiscono l’inutilita’ di dette formule matematiche che nei fatti NON certificano NULLA.»

    per poi citare uno studio inglese i cui numeri forniti evidentemente non sono “formulazioni matematiche”; ma lascio a voi decidere. Avete i dati di entrambe le campane.

  4. giogg ha detto:

    “Internazionale”, 6 marzo 2015, QUI

    USIAMO LA RAGIONE CONTRO IL BUIO DI STAMINA
    di Chiara Lalli (bioeticista)

    In questi ultimi anni Stamina ha animato feroci discussioni e ha forzato – facendola arretrare – la linea difensiva che le istituzioni e la politica dovrebbero tenere salda contro i ciarlatani.
    Ora il clima è raffreddato, anche se non del tutto sedato. Il presunto trattamento Stamina – tenuto intenzionalmente nel mistero, privo di dati sperimentali e dei requisiti per accedere a una sperimentazione, assente dalle riviste scientifiche – era stato presentato da Davide Vannoni (laureato in lettere) come rimedio per molte malattie neurovegetative incurabili.
    C’erano tutti gli elementi per un perfetto complotto: un eroe, incompreso e avversato, che vuole salvare l’umanità ma è ostacolato dagli interessi delle case farmaceutiche. Forse anche il crollo è un frammento dell’epica del prode isolato e in lotta contro tutti: Vannoni, imputato per accuse gravissime tra cui associazione a delinquere finalizzata alla truffa, ha chiesto il patteggiamento. Un misero e deludente terzo atto.
    Stamina è un ottimo pretesto per analizzare come si dovrebbero avvicinare le questioni, sia in una discussione sia (e soprattutto) quando bisogna decidere di una legge o di dove investire risorse limitate come quelle sanitarie.
    Tutto quello che è successo con Stamina dimostra per l’ennesima volta perché sia necessario usare strumenti razionali e non lasciarsi trascinare dalla corrente delle emozioni: la paura, il terrore, il disgusto o la ripugnanza sono infatti bussole insoddisfacenti e inaffidabili. Insieme ai “secondo me è così” e ai “io non lo farei mai!”.
    Ci servono strumenti analitici e argomentazioni.
    Intorno a Stamina si sono agitate espressioni e parole inappropriate: il diritto alla speranza o alla cura, innumerevoli versioni di “perché no?” oppure di “meglio di niente”. In tutti questi mesi quasi tutti hanno ripetuto “metodo” o “metodica” senza ricordarsi o senza sapere che per parlare di metodo sono necessari alcuni requisiti: ci vogliono molti dati, ipotesi da mettere alla prova, se reggono si procede con altre ipotesi e con una teoria in grado di prevedere e di spiegare. Non ci vogliono segreti o misteri, perché i dati e le ipotesi e le teorie devono essere a disposizione di chi vuole provare a ripetere gli esperimenti, perché se riesce solo a me non sono uno scienziato geniale, ma più verosimilmente un cialtrone o un mitomane.
    Si è parlato anche di “cure compassionevoli” come possibile eccezione a una sperimentazione compiuta, dimenticando che nel decreto ministeriale del 5 dicembre 2006 l’espressione non c’era e che comunque non si autorizzava nulla che non avesse già evidenze cliniche di efficacia e di sicurezza. Non si autorizzava, cioè, Stamina (si tratta del cosiddetto decreto Turco, poi Turco-Fazio; alla fine di gennaio la ministra della salute Beatrice Lorenzin ha firmato il decreto ministeriale “Disposizioni in materia di medicinali per terapie avanzate preparati su base non ripetitiva”; sui problemi costituzionali del caso Stamina si veda Paolo Veronesi).

    Metodo o farneticazione?
    La speranza infondata è illusione, e rispetto a qualcosa che non conosciamo o che conosciamo come dannoso è preferibile niente: è del 2012 un’analisi del contenuto di Stamina che lascia poco spazio alla speranza. Con un “metodo” non validato insomma si possono estorcere soldi alla comunità e al servizio sanitario nazionale approfittando di quel “diritto alla speranza” che è un imbroglio o, come ha commentato la scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo durante la conferenza stampa di presentazione dell’indagine conoscitiva, “un tentativo di frode commerciale, un abuso verso i malati, vittime incolpevoli, il tradimento della richiesta di aiuto”. E con un “metodo” non validato non abbiamo nemmeno la garanzia che l’intruglio sia innocuo.
    È bene infine ricordare che Vannoni non ha mai voluto rivelare “il metodo Stamina”, nascondendosi dietro a varie scuse (tra cui un brevetto inesistente) e ponendo un ulteriore e insormontabile ostacolo: come si può firmare un consenso informato per un intruglio ignoto e misterioso? E se domani sostengo che prendendo un po’ di X mescolato a Z posso curare decine di malattie incurabili – senza prove, senza dati, senza sperimentazione – il mio è un metodo o una farneticazione? Le promesse di Stamina non erano molto diverse dal mio siero miracoloso, eppure moltissimi si sono lasciati sedurre, non hanno preteso dimostrazioni, hanno abbandonato la razionalità per cedere alla seduzione della menzogna.
    È chiaro che ognuno di noi potrà avere conoscenza di un numero molto limitato di questioni. Non si sta pretendendo l’onniscienza, ma la familiarità con un metodo.Un metodo che suggerisce, tra le opzioni, anche il tacere o il rimandare l’espressione di una opinione. In molti protesteranno: “Ma allora non posso esprimere il mio parere!”. Certo che sì, nessuno pretende di censurare o di frustrare l’urgenza espressiva delle persone, ma si vuole ribadire che non sarà un parere in senso forte, ma una voce tra le tante. Legittima, ma spesso inutile, o addirittura dannosa (come il dichiararsi “con Sofia” intendendo dire “con Stamina”; “con Sofia” come se ci fosse una fazione che potrebbe stare “contro Sofia” e contro i malati e i loro familiari).
    Per decidere su Stamina ci sarebbe stato bisogno di conoscere cose non alla nostra portata. Ma per discutere di Stamina basterebbe molto meno. E torniamo al metodo scientifico.

    Avvicinarci a quello che non capiamo
    “Non siamo fatti solo di ragione!”, in molti protestano. “La scienza non può spiegare tutto”, è un altro modo per ribadire lo stesso concetto. E non sono certo le premesse a essere erronee – perché certo che non siamo fatti di sola ragione e che la scienza non può spiegare tutto – ma le implicazioni. Ovvero: che siccome oltre alla ragione e alla spiegazione scientifica c’è di più possiamo pensare che esistano strumenti migliori.
    L’analisi razionale ci permette di avvicinarci a quello che non capiamo, di distinguere gli errori di ragionamento, di evitare o correggere le contraddizioni e le fallacie. È una luce che ci aiuta a muoverci in un terreno complesso, senza la quale rimarremmo fermi oppure saremmo costretti a camminare carponi, allungando una mano per capire in che direzione andare, andando a sbattere contro muri e spigoli che non siamo in grado di vedere.
    È meglio camminare in ginocchio al buio o avere una torcia, il più potente possibile? Si potrebbe obiettare che anche la scienza sbaglia e ha sbagliato. Certo e, di nuovo, un buon metodo non significa infallibilità o miracolo – perché altrimenti lo chiameremmo così – ma ci garantisce di fare meno errori, di ridurre la nostra ignoranza, di poter decidere nel modo più consapevole e informato possibile.
    Quella torcia non avrà il potere di illuminare tutto l’universo e qualche volta traballerà o avrà bisogno di essere tarata. Ma nessuno potrebbe pretendere che ci si muove meglio senza. Può certamente sceglierlo, senza la presunzione di imporlo agli altri però e senza rendersi ridicolo suggerendo che stare al buio è più poetico
    .

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