Le icone spaziali

Un lettore di “Avvenire” ha notato delle icone sacre in un collegamento video con la Stazione Spaziale Internazionale, dove da pochi giorni è arrivata l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti. L’osservazione del lettore è molto stimolante e meriterebbe una riflessione approfondita:

«Sappiamo quanto sia costoso portare nello spazio del carico “non essenziale”; tutto viene ridotto al minimo; ma nella fotografia qui allegata, si osserva chiaramente nella parete della stazione spaziale ISS, dietro agli astronauti Samantha Cristoforetti, Anton Shkaplerov e Terry Virts che consumano allegramente uno spuntino, come con grande dignità e visibilità, siano state disposte quatto bellissime icone (sembrano in stile russo); l’icona centrale, più grande, mostra la Vergine Maria con bambino Gesù. Più in alto delle icone c’è un bel Crocifisso dorato».

La risposta del direttore del quotidiano, Marco Tarquinio, purtroppo non è all’altezza della questione e si sofferma solo sull’ultima parte del testo del lettore, quella in cui fa riferimento all’ateismo di Stato della ex-Unione Sovietica. Peccato, perché si tratta di un’occasione appassionante per ragionare sul sentimento religioso degli esseri umani, anche di coloro che, secondo un indimostrato automatismo per cui scienza e religione si escluderebbero a vicenda, potrebbero apparire “più razionali” e dunque “distaccati” da emozioni e pratiche legate al trascendente:

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Icone sacre nella Stazione Spaziale Intenazionale, novembre 2014

Penso ad una pagina di Ernesto de Martino in cui cita il caso dell’angoscia territoriale degli astronauti:

«Anche [loro], da quel che se ne dice, possono patire di angoscia quando viaggiano nel silenzio e nella solitudine degli spazi cosmici, lontanissimi da quel “campanile di Marcellinara” che è il pianeta terra: e parlano e parlano senza interruzione con i terricoli non soltanto per informarli del loro viaggio, ma anche per aiutarsi a non perdere “la loro terra”».

Sarebbe molto interessante trovare un’intervista all’astronauta che ha portato quelle icone là nel cosmo e ascoltare il suo punto di vista su tale argomento, le sue motivazioni per un gesto così inatteso per un’astronave, la sua esperienza personale rispetto al sacro, il significato che attribuisce a quelle immagini, al valore che assumono in un luogo come quello…
Questa ipotetica intervista dovrei cercarla sul web, chissà in quale lingua, oppure gli eventuali lettori di questo post potrebbero segnalarmela. Ma forse può esserci un’ulteriore possibilità: e se una tale testimonianza la raccogliessi proprio io? Sarebbe una sorta di piccola etnografia cosmica sul senso del sacro per chi viaggia tra le stelle. Certo, immagino la gran mole di impegni che quegli scienziati hanno lassù, ma tentare non nuoce e allora perché non osare? Ok, ora vado su twitter a lanciare il mio messaggio nella bottiglia per @AstroSamantha. E da vero razionale, aggiungo: incrociamo le dita!

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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