L’ordine del caos

L’associazione Effetto Placebo ha avviato la pubblicazione del mensile “Il Collirio”.
Sul primo numero (ottobre 2014) c’è un mio contributo:

L’ordine del caos
Se ci fosse un perché e se questo fosse pensabile, a giudicare dalla principale occupazione degli esseri umani il nostro scopo ontologico sembrerebbe la ricerca dell’ordine. Mettiamo ordine nell’ambiente circostante e nei cassetti degli armadi, cataloghiamo le stelle del cosmo e le leggi del codice penale, controlliamo le manifestazioni di piazza e ci chiariamo le idee che balenano nella nostra testa. Siamo continuamente impegnati a difendere l’ordine o a ripristinarlo: è un’attività senza sosta e inarrestabile, come il respirare. Potremmo dire che viviamo di ordine. Infatti, proprio come quando ci manca l’ossigeno, se non abbiamo ordine ci sentiamo soffocare: siamo fuori posto, disorientati, in un buio che dobbiamo rapidamente illuminare per continuare ad esistere o, almeno, ad esistere come prima dell’asfissia.

CONTINUA QUI (o al primo commento qui in basso)

Annunci

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
Questa voce è stata pubblicata in alterità, antidoti, citazioni, racconti, riflessioni, taccuino 2.0 e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a L’ordine del caos

  1. giogg ha detto:

    CONTINUAZIONE:

    L’ordine è regolare, dunque prevedibile e rassicurante, mentre il disordine è ambiguo e frastornante. Al contempo, però, l’ordine è noioso e il disordine è stimolante, per cui ci troviamo in una continua tensione tra il conservare e il trasformare, tra l’archiviare e lo scompigliare. Questo accade anche grazie ad una caratteristica peculiare dell’ordine: è profondamente mutevole. È così variabile che è difficile stabilire se sia fragilissimo o beffardo: non lo si raggiunge mai davvero e, quando si pensa di averlo in pugno, lui sguscia via e non lo si riesce a mantenere a lungo. È come il “centro di gravità permanente”: per sempre temporaneo, eternamente chimerico. Allora tentiamo di disciplinare almeno i concetti con cui pensiamo (ovvero: costruiamo e ordiniamo) il mondo, definendo razionale ciò con cui siamo uniformi e irrazionale quel che ci è distante, ma anche qui dopo un po’ ricomincia il gioco delle sfumature che si trasformano in abissi.
    Pazienza e persuasione sono le strategie più efficaci per rendere armonico il nostro trambusto, ma talvolta è necessario uno shock in cui inquietudine e fiducia si confrontino per stabilire a quale assetto non si può rinunciare: il precedente o quello a venire? In questo caso, però, bisogna far attenzione agli articoli grammaticali con cui lo definiamo: se vi è l’articolo determinativo significa che l’ordine è una contraddizione, una negazione. In questo caso, cioè, l’ordine è un’essenzializzazione ed un’imposizione: ne esiste solo uno ed è questo! Si tratta di un ordine che cancella tutti gli altri ordini esistenti e possibili, e che muta in un paradosso, perché se intendiamo l’ordine come una forma di equilibrio, allora questo non può rinunciare al plurale e non può che essere sintesi di voci e visioni molteplici: solo così può dirsi effettivamente accordo di note disparate.
    Il mio ordine dà certamente senso al mio esserci, qui ed ora, ma non vale per tutti: è un qualcosa di giusto per me e per il mio gruppo, ma non è l’unico e non è quello autentico. L’ordine di alcuni, infatti, è disordine per altri, così come la confusione può essere una perfetta organizzazione agli occhi di chi vi è in mezzo, ma assolutamente incomprensibile per chi ne è all’esterno (immaginate la camera di un adolescente: cos’è ordine e cos’è disordine?). Gli stili di vita degli altri ci sembrano sempre assurdi, ma non è detto che lo siano realmente, forse seguono solo premesse diverse e allora necessitano di una nostra maggiore attenzione per essere compresi e valutati. Il mio ordine è ciò che conosco e che mi rassicura, è ciò che ogni mattina dà un significato alla sveglia e rende meno ignota – a me, come a qualsiasi altro essere umano sul pianeta – la giornata in cui sto per immergermi. L’agenda degli impegni, però, è solo una finzione di gestione, un’illusione di controllo perché l’ambiguo e l’incerto assediano permanentemente gli schemi, le classifiche, i crono-metri, le strutture, i manuali con cui senza sosta edifichiamo l’impalcatura della nostra esistenza individuale e della nostra vita collettiva. Attraverso l’ordine abbiamo l’ambizione di controllare l’esperienza, sebbene il disordine lo metta in costante pericolo: l’incerto irrompe in ciò che riteniamo assodato e ci costringe a rimescolare, a ripensare, a ricostruire. Ci obbliga a ri-fare. Ma è proprio in questo continuo fare-disfare-rifare che si rifugia il perché dei perché a cui ciascuno dà una risposta differente. Come suggerisce Otto Neurath nel descrivere la filosofia degli scienziati, la nostra condizione è come quella dei marinai che in mare aperto devono riparare lo scafo della loro nave, senza poterla smantellare in un bacino per ricostruirla con materiali migliori, anzi dovendo fare i conti con ciò che hanno a disposizione e, per di più, lottando contro venti violenti e onde tempestose. Insomma, nel caos
    .

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...