I turbamenti del giovane Boh

Studiare decenni una disciplina che fornisca strumenti intellettuali per comprendere, anzi per tentare di comprendere l’altro, è inutile. Immergersi in una realtà sociale altra – che all’inizio, nonostante le buone intenzioni, sembra sempre assurda o aberrante – e fare esercizio di sospensione del giudizio, di ascolto attento e ragionato, di esplicitazione dei propri a priori e di controllo dei propri pregiudizi, così da non scivolare in banalità e qualunquismi, è vano.
Si, perché tanto c’è sempre l’uomo-di-mondo (no, non quello che ha fatto tre anni di militare a Cuneo… magari ci fosse quello), colui che sa-come-vanno-le-cose, colui che vive-la-strada, che tocca-la-realtà-reale e che con un solo sguardo capisce tutto. Persone del genere sono in grado di guardare una donna con un bambino accovacciata su un marciapiedi e all’istante di cogliere qualsiasi elemento di un universo etnico, storico, politico, sociale, simbolico; costoro scorgono un uomo col cappello in mano entrare in un bar e sanno già quali bestiali azioni compirà quel “molestatore”.
Se inviti a provare di mettere tra parentesi il giudizio, di fermarsi ad ascoltare, di dedicarsi del tempo per studiare, ti danno del buonista o del teorico, come fossero insulti. Sono persone d’ogni ceto, d’ogni confessione, d’ogni schieramento, d’ogni grado d’istruzione. Non credo alla faciloneria che i razzisti sono di destra e sono ignoranti, non è così, non lo è mai stato, non lo è oggi in cui tutti raggiungono un titolo di studio e hanno accesso alla comunicazione globale. Leggo troppi insulti razzisti (specie antisemiti e antizigani; si, ancora, proprio come 70 anni fa) tra i laureati e i presunti progressisti; il ché mi fa pensare che non sono saltate solo le classi sociali, i ruoli e le ideologie (evviva), ma si sono confuse anche le idee e le parole, è stata svuotata la grammatica e la dialettica. Qui non c’entra il rispetto, l’educazione, la cautela, la cordialità o il pacifismo (che parola inutile), qui sono state frantumate le sinapsi e la logica.
Allora meglio prendere atto che evidentemente è così che va.

  • Ho cenato con un ebreo e sì, sono intelligentissimi, non a caso Israele domina il mondo.
  • Ho dato una caramella ad un bambino zingaro e lui non l’ha voluta, pretendeva soldi.
  • Ho un amico che abita in periferia, accanto al centro di accoglienza degli immigrati, mi ha detto che gli danno 40 euro al giorno, è normale che poi ci siano degli scontri… e ‘sti neri mò fanno pure le manifestazioni per i loro diritti.
  • Ho fatto un viaggio una volta a Malindi, è bellissimo: se solo ‘sti africani avessero voglia di migliorare vivrebbero in posti magnifici.
  • Ho preso una polacca per stare accanto al nonno: 500 euro al mese e vuole pure il giovedì libero.
  • Ho chiesto ad una ucraina di fare le pulizie in casa due volte a settimana, voleva 10 euro l’ora; no, troppo caro, ora cerco un altro po’, non è che conosci qualcuna fidata?

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Rispondendo ad alcuni commenti ricevuti su fb, ho aggiunto:

Ogni fenomeno umano è modificabile, per cui si, prima o poi riusciremo a eliminare il razzismo. Lo diceva il giudice Falcone per la mafia, figuriamoci se non possiamo dirlo (e farlo) per gli incendi d’odio appiccati da certi personaggi. Come in ogni problema complesso, però, la soluzione è articolata e, soprattutto, va declinata a varie scale. Ne suggerirò due.
Il primo metodo – a mio avviso, il principale, ma anche uno dei più concreti e fattibili – riguarda la dimensione individuale di ciascuno di noi e si sostanzia nello sforzo di tenere a bada le nostre emozioni, di non cedere alla paura, agli slogan e al sospetto, ma, al contrario, di alimentare la nostra curiosità verso ciò che ci appare “strano” e studiare per capirne la logica.
La seconda modalità riguarda una fascia più ampia di persone, ma comunque minoritaria, ovvero coloro che sentono disagio dinnanzi alla violenza verbale (che sfocia sempre in quella fisica) dei politici più cinici e sfacciati; il linguaggio di queste persone è riconoscibile dal fatto che segue una struttura elementare e fissa: asseriscono e non argomentano, affermano e non spiegano; è facile riconoscerli e, attualmente, ce ne sono vari in forte ascesa. Svelare questo meccanismo linguistico smonta le loro tesi indimostrate e indimostrabili e ci allontana dal baratro.

Secondo me l’antropologia comporta un certo grado di sofferenza, che probabilmente in una certa misura è già dentro chiunque ne intraprenda i percorsi conoscitivi. Lévi-Strauss domandava: fare antropologia è “la conseguenza d’una scelta più radicale, che implica la messa in discussione del sistema nel quale si è nati e dove si è cresciuti?“. Ecco, io ritengo che in realtà in “Tristi tropici” lo stesse testimoniando.
Fare antropologia è abbattere muri e costruire ponti, è far evaporare la protervia dei luoghi comuni e delle certezze dogmatiche. Questo comporta fatica, ma non abbiamo alternativa perché la realtà è che non sapremmo vivere altrimenti.

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INTEGRAZIONE del 20 dicembre 2014:
Il giovane Boh è turbato, ma dopo l’intervista che Jean-Loup Amselle ha concesso a “il manifesto” ieri, 19 dicembre 2014, lo è un po’ meno. Il celebre antropologo francese ha pubblicato un nuovo libro – “Les nou­veaux rouges-bruns. Le raci­sme qui vient” (Edi­tions Lignes, pp. 120, euro 14) – sulla convergenza nella politica francese – ma il discorso è europeo – tra rossi e neri, cioè tra una «destra dei valori» (ossia la difesa della fami­glia, delle tra­di­zioni di mutuo soc­corso del popolo e dell’educazione tra­di­zio­nale) e una «gau­che de tra­vail» (ossia la cri­tica del libe­ra­li­smo e del capi­ta­li­smo). Questo avvicinamento non costi­tui­sce in sé alcuna novità perché già sperimentata nel fasci­smo e nel nazi­smo. La specificità attuale, sostiene Amselle, «si inscrive nella con­giun­tura del secondo dopo­guerra, segnata dalla cre­scente influenza delle idee dell’etno-antropologia e delle tesi post­co­lo­niali». Attual­mente, aggiunge l’antropologo, «assi­stiamo a una «raz­ziz­za­zione» ambi­gua, di tipo post­co­lo­niale che avanza ante­po­nendo la logica dei «due pesi, due misure». Tutto que­sto è legato indub­bia­mente alla que­stione del con­flitto israelo-palestinese e all’emergere di un nuovo anti­se­mi­ti­smo. L’attuale giu­deo­fo­bia non è infatti la pro­se­cu­zione dell’antisemitismo degli anni Trenta. E cosa ben diversa e pog­gia su un fatto ele­men­tare: pos­siamo pren­der­cela fin che vogliamo con i musul­mani senza cor­rere alcun rischio, men­tre non pos­siamo toc­care un solo capello a un ebreo senza rischiare di incap­pare negli strali di qual­che «lobby sio­ni­sta». L’alleanza che esi­steva fra le diverse mino­ranze etni­che e reli­giose si è rotta poi­ché neri e arabo-musulmani oggi si con­si­de­rano vit­time delle atti­vità di una mino­ranza attiva: quella della dia­spora ebraica asso­ciata allo Stato d’Israele. Si sta­bi­li­sce così una con­giun­zione fra anti­se­mi­ti­smo, nega­zio­ni­smo e anti-imperialismo che ha tratti ine­diti. La lotta delle razze ha sosti­tuito la lotta di classe. […] Si tratta di un feno­meno euro­peo, che però si può osser­vare quasi in ogni regione, sia nei paesi dove la pro­spe­rità eco­no­mica ancora c’è – pen­siamo alla Sviz­zera, all’Austria ma anche ai paesi scan­di­navi -, sia in nei paesi che sono più dura­mente col­piti dalla crisi: l’Italia, la Spa­gna, la Fran­cia o la Gre­cia. Inten­dia­moci, però: non si tratta però di anta­go­ni­smo fra «i bian­chi» e gli altri, ma di un anta­go­ni­smo fra coloro che si erano anti­ca­mente sta­bi­liti su quei ter­ri­tori e i nuovi arri­vati, siano que­sti ultimi euro­pei o non euro­pei. Que­sto spiega anche il for­tis­simo raz­zi­smo e l’ostilità nei con­fronti dei rom che, ben­ché siano euro­pei, sono ostra­ciz­zati come i magh­re­bini. L’onda nuova del popu­li­smo si spiega a mio avviso cogliendo que­sta dinamica». «Il raz­zi­smo pro­cede esat­ta­mente seguendo que­sta logica: impu­ta­zione di gruppo, nega­zione costante della esi­stenza degli indi­vi­dui. Oggi siamo den­tro que­sta logica, sia quando pra­ti­chiamo odio sia quando affer­miamo amore». In questo quadro i massmedia gio­cano un ruolo capitale, «sono cor­re­spon­sa­bili dell’avanzare del nuovo popu­li­smo e dell’estrema destra, per­ché ciò che amano, que­sti media, sono i per­so­naggi «ibridi», i rosso-neri appunto. Amano il filo­sofo pro­vin­ciale, pen­siamo a Michéa o Onfray, il nero anti­se­mita, come Dieu­donné, o l’ebreo raz­zi­sta, è il caso di Eric Zem­mour. Amano tutto ciò che è in grado di con­fon­dere e offu­scare le cate­go­rie e le oppo­si­zioni poli­ti­che».
L’intera intervista, raccolta da Marco Dotti, è qui: I chierici rosso-bruni di Jean-Loup Amselle.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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Una risposta a I turbamenti del giovane Boh

  1. giogg ha detto:

    “Il manifesto”, 19 dicembre 2014, QUI

    I CHIERICI ROSSO-BRUNI DI JEAN-LOUP AMSELLE
    Intervista. Un’intervista con l’antropologo francese per l’uscita del suo ultimo libro sulla convergenza «rosso-bruna» che vede uniti la «destra dei valori» e alcuni teorici della sinistra in nome della lotta al mercato e al multiculturalismo
    di Marco Dotti

    Molti ven­gono dall’estrema sini­stra e, da sini­stra, hanno fatto un salto tri­plo a destra. Altri, invece, a destra ci sono sem­pre stati, ma hanno affi­nato lin­guag­gio, armi e con­cetti. Altri, invece, a destra ci sono arri­vati quasi invo­lon­ta­ria­mente, per «osmosi» da imbor­ghe­si­men­too, peg­gio, per una distorta appli­ca­zione della pro­prietà com­mu­ta­tiva: «se le nostre parole sono le stesse e il nostro nemico è comune – sono frasi, que­ste, che risuo­nano come un man­tra tra molti chic anno­iati che sognano di radi­ca­li­smi a venire — allora pos­siamo dirci dalla stessa parte».
    Eppure, osserva Jean-Loup Amselle, antro­po­logo e autore del recente
    Les nou­veaux rouges-bruns. Le raci­sme qui vient (Edi­tions Lignes, pp. 120, euro 14), seb­bene ten­ta­tivi di sin­tesi fra estremi e vicende di tran­sfu­ghi da sini­stra a destra si siano sem­pre, anche se spo­ra­di­ca­mente. veri­fi­cati nel corso del secondo dopo­guerra, oggi assi­stiamo a una con­fi­gu­ra­zione nuova. Tal­mente nuova che, com­plice la con­fu­sione che regna sovrana sotto il cielo d’Europa, que­sta con­fi­gu­ra­zione ha dato vita a una tipo­lo­gia che rischia seria­mente di popo­lare l’intero pae­sag­gio intel­let­tuale pros­simo ven­turo: è la tipo­lo­gia del rosso-nero a cui allude il titolo del lavoro di Amselle, un raz­zi­sta che si muove con destrezza in una società post­co­lo­niale e multiculturale.
    Abbiamo incon­trato Jean-Loup Amselle pro­prio a seguito di que­sto suo lavoro che, al di là dello spe­ci­fico fran­cese, sem­bra indi­vi­duare una ten­denza rosso-nera che anche in Ita­lia gua­da­gna ogni giorno a sé ampi spazi di manovra.

    Nelle prime pagine del suo libro, lei parla di una «destra dei valori» che, sem­pre più, assume la posi­zione di «gau­che de tra­vail». La cri­tica al libe­ri­smo eco­no­mico è l’unico comune deno­mi­na­tore fra que­sta destra e que­sta sinistra?
    L’associazione fra ciò che ho chia­mato «gau­che du tra­vail», ossia la cri­tica del libe­ra­li­smo e del capi­ta­li­smo, e «droite des valeurs», ossia la difesa della fami­glia, delle tra­di­zioni di mutuo soc­corso del popolo e dell’educazione tra­di­zio­nale, non costi­tui­sce in sé alcuna novità. La ritro­viamo ovun­que, nel fasci­smo come nel nazi­smo o, per meglio dire, nazio­nal­so­cia­li­smo. La novità, secondo me, sta nel fatto che l’attuale feno­meno rosso-nero si inscrive nella con­giun­tura del secondo dopo­guerra, segnata dalla cre­scente influenza delle idee dell’etno-antropologia e delle tesi post­co­lo­niali. Se voles­simo rife­rirci alla situa­zione ita­liana, dovremmo a mio avviso esa­mi­nare in modo molto pre­ciso e netto le idee di Erne­sto de Mar­tino e Pier Paolo Paso­lini, nel loro ambi­guo rap­porto con il fasci­smo. Limi­tan­doci a Paso­lini, non pos­siamo non dire che ritro­viamo in lui un’attitudine tipi­ca­mente «pri­mi­ti­vi­sta» e eco­lo­gi­sta che lo induce a pre­fe­rire il fasci­smo alla società dei con­sumi, pen­siamo alle sue famose «luc­ciole» e ai suoi Scritti cor­sari.
    Scri­veva infatti Paso­lini: «Nes­sun cen­tra­li­smo fasci­sta è riu­scito a fare ciò che ha fatto il cen­tra­li­smo della civiltà dei con­sumi». In Paso­lini pos­siamo al tempo stesso vedere un ante­nato delle idee post­co­lo­niali. Paso­lini idea­liz­zava le società eso­ti­che, afri­cane, le società con­ta­dine euro­pee del Mez­zo­giorno d’Italia o del Friuli. Nono­stante fosse omo­ses­suale, Pier Paolo Paso­lini era un difen­sore della fami­glia patriar­cale. Esi­ste quindi – e cito Paso­lini come esem­pio, affin­ché si possa capire bene il nodo dav­vero pro­ble­ma­tico della que­stione – una nuova con­giun­tura ideo­lo­gica den­tro la quale si svi­luppa la figura del «rouge-brune» con­tem­po­ra­neo. Da un lato, con la valo­riz­za­zione delle società eso­ti­che – cosa che non esi­steva affatto sotto Pétain o nel governo di Vichy, in Fran­cia, durante la Seconda guerra mon­diale, ma nem­meno sotto il fasci­smo in Ita­lia o durante il nazi­smo in Ger­ma­nia — e, dall’altro lato, abbiamo l’inedita impor­tanza acqui­sita dalla tesi postcoloniali.

    Ci tro­viamo dun­que in una nuova con­fi­gu­ra­zione rosso-nera den­tro una sfera che appar­tiene pie­na­mente alla sfera multiculturale…
    Attual­mente assi­stiamo a una «raz­ziz­za­zione» ambi­gua, di tipo post­co­lo­niale che avanza ante­po­nendo la logica dei «due pesi, due misure». Tutto que­sto è legato indub­bia­mente alla que­stione del con­flitto israelo-palestinese e all’emergere di un nuovo anti­se­mi­ti­smo. L’attuale giu­deo­fo­bia non è infatti la pro­se­cu­zione dell’antisemitismo degli anni Trenta. E cosa ben diversa e pog­gia su un fatto ele­men­tare: pos­siamo pren­der­cela fin che vogliamo con i musul­mani senza cor­rere alcun rischio, men­tre se non pos­siamo toc­care un solo capello a un ebreo senza rischiare di incap­pare negli strali di qual­che «lobby sio­ni­sta». L’alleanza che esi­steva fra le diverse mino­ranze etni­che e reli­giose si è rotta poi­ché neri e arabo-musulmani oggi si con­si­de­rano vit­time delle atti­vità di una mino­ranza attiva: quella della dia­spora ebraica asso­ciata allo Stato d’Israele. Si sta­bi­li­sce così una con­giun­zione fra anti­se­mi­ti­smo, nega­zio­ni­smo e anti-imperialismo che ha tratti ine­diti. La lotta delle razze ha sosti­tuito la lotta di classe.

    Sul fatto che que­sto sia il nuovo spet­tro che inquieta l’Europa non c’è dub­bio, ma resta da capire se si tratti di un feno­meno euro­peo o, vice­versa, di tanti feno­meno regio­nali che rischiano di avere forti riper­cus­sioni sull’Europa qua­lora tro­vas­sero la forza di legarsi stra­te­gi­ca­mente, non solo tat­ti­ca­mente.
    Io penso si tratti di un feno­meno euro­peo, che però si può osser­vare quasi in ogni regione, sia nei paesi dove la pro­spe­rità eco­no­mica ancora c’è – pen­siamo alla Sviz­zera, all’Austria ma anche ai paesi scan­di­navi -, sia in nei paesi che sono più dura­mente col­piti dalla crisi: l’Italia, la Spa­gna, la Fran­cia o la Gre­cia. Inten­dia­moci, però: non si tratta però di anta­go­ni­smo fra «i bian­chi» e gli altri, ma di un anta­go­ni­smo fra coloro che si erano anti­ca­mente sta­bi­liti su quei ter­ri­tori e i nuovi arri­vati, siano que­sti ultimi euro­pei o non euro­pei. Que­sto spiega anche il for­tis­simo raz­zi­smo e l’ostilità nei con­fronti dei rom che, ben­ché siano euro­pei, sono ostra­ciz­zati come i magh­re­bini. L’onda nuova del popu­li­smo si spiega a mio avviso cogliendo que­sta dinamica.

    Accanto al nuovo anti­se­mi­ti­smo abbiamo però assi­stito allo svi­luppo di un’attitudine con­tra­ria ma in qual­che modo com­ple­men­tare che è stata anche da lei defi­nita «judéo­phi­lie». Entrambe le ten­denze sem­brano fare i conti con entità «meta­sto­ri­che», ossia con un sog­getto – un popolo, una comu­nità, spre­gia­ti­va­mente: una razza – sot­tratto alla dina­mica sto­rica, quasi si trat­tasse dii una «spe­cie perenne»…
    Credo che affer­mare il pro­prio amore per un qual­siasi gruppo – che siano ebrei, arabi, musul­mani, neri, afri­cani e via discor­rendo – abbia un effetto. Un effetto che, in qual­che modo, richia­man­doci al lin­gui­sta John L. Austin, potremmo chia­mare un «lavoro per­for­ma­tivo». Nel per­for­ma­tivo men­tre si afferma si fa, si pro­duce qual­cosa. E così, que­sto amore dichia­rato nel momento stesso in cui viene dichia­rato costi­tui­sce quel gruppo come tale. Mi sem­bra che il rime­dio fini­sca così per diven­tare peg­giore del male, per­ché il raz­zi­smo pro­cede esat­ta­mente seguendo que­sta logica: impu­ta­zione di gruppo, nega­zione costante della esi­stenza degli indi­vi­dui. Oggi siamo den­tro que­sta logica, sia quando pra­ti­chiamo odio sia quando affer­miamo amore.

    Lei è antro­po­logo ma quello affron­tato nel suo libro è un tema che si direbbe tipi­ca­mente socio­lo­gico. Per­ché impe­gnarsi in que­sta ricerca? Nell’introduzione parla anche di un’urgenza…
    Credo che se c’è un’originalità nel mio libro discenda pro­prio dal fatto che a scri­verlo è stato un antro­po­logo con un’esperienza sul campo, presso alcune società afri­cane. Il raz­zi­smo è una que­stione molto com­pli­cata che impone la neces­sità di avere una visione equi­di­stante dalle società occi­den­tali e da quelle «eso­ti­che», cosa che non impe­di­sce affatto – al con­tra­rio! – di assu­mere una posi­zione uni­ver­sa­li­sta. Per me, poi, ci sono due modi di fare antro­po­lo­gia. Il primo con­si­ste nel met­tere in rilievo le dif­fe­renze per poi iden­ti­fi­care le ras­so­mi­glianze. Il secondo, a cui va la mia pre­fe­renza, con­si­ste nel repe­rire ciò che gli anglo­sas­soni chia­mano «com­mo­na­li­ties», ossia le ras­so­mi­glianze tra l’Occidente e le altre società, per riser­vare le spe­ci­fi­cità, in un secondo tempo, alla cate­go­ria di «resto» o a quella di «opa­cità» (pen­siamo a Sega­len o Glis­sant). La mag­gior parte degli antro­po­logi fran­cesi, ma non solo quelli fran­cesi a dire il vero, che in una certa epoca si defi­ni­vano mar­xi­sti, hanno abban­do­nato que­sta posi­zione per alli­nearsi al pri­mi­ti­vi­smo e al cul­tu­ra­li­smo di Lévi-Strauss o al cogni­ti­vi­smo o al pro­spet­ti­vi­smo. Così facendo, viene negata la sto­ri­cità delle società esotiche.

    Tutti si alzano in piedi e pun­tano il dito davanti alla parola «negro», ma pochi ammet­tono che la que­stione, in una società com­po­sta da una mol­te­pli­cità di gruppi etnici, è ben più com­plessa e sot­tile. Lei a que­sto pro­po­sito parla di un grado zero del raz­zi­smo. Di che cosa si tratta?
    Il grado zero del raz­zi­smo è l’assegnazione iden­ti­ta­ria di un qua­lun­que indi­vi­duo alla «sua» sup­po­sta ori­gine. Rin­viare i musul­mani fran­cesi a un’origine magh­re­bina o i neri a un’origine afri­cana signi­fica negare il fatto che essi sono e si sen­tono fran­cesi. D’altronde, esi­stono ora­mai diverse forme di anti­raz­zi­smo. Da un lato, l’antirazzismo delle orga­niz­za­zioni anti­raz­zi­ste qua­li­fi­cate come «di bian­chi» dalle orga­niz­za­zioni «raz­zi­zate» che pre­ten­dono di rap­pre­sen­tare le mino­ranze etni­che discri­mi­nate. Il pro­blema posto dall’uso della nozione di «racisé», come se rap­pre­sen­tasse una realtà ogget­tiva, è che non pog­gia più sulla nozione di «razza» ed è per que­sto che io rifiuto la distin­zione fra «razza bio­lo­gica» e «razza socio­lo­gica». L’inversione dello stigma – negri­tu­dine, «black pride» — man­tiene sem­pre qual­cosa di pre­sup­po­sto, che ci viene resti­tuito e positivizzato.

    Il raz­zi­smo che verrà – sot­to­ti­tolo del suo libro — pos­siede già il pro­prio voca­bo­la­rio: comu­nità, gruppo, dia­spora, radici, autoc­to­nia. A com­pli­care la que­stione, però, va detto che molti fra i più influenti e meno sprov­ve­duti rosso-neri, cri­ti­cano gli avver­sari par­tendo da una logica rela­ti­vi­sta e culturalista.
    Qui si pone la que­stione dell’universalismo. I post­co­lo­niali e gli stu­diosi di subal­tern stu­dies cri­ti­cano i «diritti dell’uomo» in nome di una neces­sa­ria «pro­vin­cia­liz­za­zione dell’Europa» — così si esprime Dipesh Cha­kra­barty – o per­ché que­sti diritti sareb­bero «bian­chi», pen­siamo in que­sto secondo caso alla Con­fe­renza di Dur­ban III. L’universalimo è però difeso da filo­sofi afri­cani come Sou­ley­mane Bachir Dia­gne, cosa che rende assurda l’assimilazione dei «diritti dell’uomo» all’Occidente. D’altronde, però, non pos­siamo opporre, per esem­pio, i Diritti dell’uomo (o della donna), in quanto occi­den­tali, alle con­sue­tu­dini tipi­ca­mente afri­cane di que­sto o di quell’altro paese afri­cano. Pren­diamo ad esem­pio le muti­la­zioni geni­tali fem­mi­nili: in certi paesi sono com­bat­tute da asso­cia­zioni di afri­cani che lot­tano con­tro que­ste pratiche.

    Il neo­po­pu­li­smo è uno dei tratti che carat­te­riz­zano ideo­lo­gi­ca­mente i rosso-neri. Ma è un popu­li­smo dall’alto. Mi sem­bra que­sta una delle linee più deli­cate: c’è un popu­li­smo a bassa inten­sità, éli­ta­rio, intel­let­tuale che, in nome della lotta ai disva­lori e alle dise­gua­glianze pro­dotte dal mer­cato, fa leva su soli­da­rietà ver­ti­cali – di gruppo, appar­te­nenza – dimen­ti­can­dosi pro­prio della strut­tura mate­riale che segna e modella quelle disu­gua­glianze. Che ruolo gio­cano i mezzi di comu­ni­ca­zione nella dif­fu­sione di que­sto messaggio?
    Gio­cano un ruolo capi­tale. I media sono cor­re­spon­sa­bili dell’avanzare del nuovo popu­li­smo e dell’estrema destra, per­ché ciò che amano, que­sti media, sono i per­so­naggi «ibridi», i rosso-neri appunto. Amano il filo­sofo pro­vin­ciale, pen­siamo a Michéa o Onfray, il nero anti­se­mita, come Dieu­donné, o l’ebreo raz­zi­sta, è il caso di Eric Zem­mour. Amano tutto ciò che è in grado di con­fon­dere e offu­scare le cate­go­rie e le oppo­si­zioni poli­ti­che. Que­sto fatto è par­ti­co­lar­mente chiaro nelle reti di noti­zie che tra­smet­tono a flusso con­ti­nuo infor­ma­zioni, anche sotto forma di ban­delle situate in basso, nello schermo. Sono reti par­ti­co­lar­mente sot­to­messe alla dit­ta­tura dell’ascolto e indotte a creare costan­te­mente feno­meni di disin­for­ma­zione. Le reti sociali (Face­book o Twit­ter) danno però un con­tri­buto non infe­riore a que­sta fre­ne­sia di disin­for­ma­zione istan­ta­nea che va a tutto svan­tag­gio della rifles­sione di lunga durata. Credo che per uscire da que­sta logica aber­rante occorra denun­ciare il feno­meno, ma la stig­ma­tiz­za­zione in sé non basta. Dob­biamo sot­to­porre a cri­tica certe nostre istanze, ini­ziare a deco­struire, a capire. Solo così ce la faremo
    .

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