Patatinerie napoletane

Da un po’ abito all’estero e non ho più molta dimestichezza col vivere quotidiano a Napoli. So che le “patatinerie” stanno spuntando un po’ ovunque in città e in provincia (non so nel resto d’Italia), ma al di là della “novità” gastronomica (novità fino ad un certo punto, dal momento che a Napoli c’è un’antica tradizione di friggitorie), la domanda che mi pongo è: ma che sta succedendo?
Ho visto un video-reportage di Alessio Viscardi su “Fanpage” a proposito dell’apertura di una nuova catena nel quartiere di Fuorigrotta, dove qualcuno ha organizzato un flashmob a sostegno di “Zio Davide”, titolare di una friggitoria tradizionale:

Screenshot 2014-09-12 16.27.30

Clicca sull’immagine per accedere al video (4’24”).

Ne ho parlato in un gruppo di fb dedicato alla gastronomia, dove ho scoperto qualche informazione in più:

GDCC: …la “globalizzazione”….

Giogg: No, le patatinerie napoletan-olandesi sono un fenomeno troppo improvviso e localizzato. Ci dev’essere un’altra spiegazione.

GDCC: …dicci..il tuo pensiero….

Giogg: Non saprei con esattezza. Domandavo, appunto, se qualcuno ha osservato il fenomeno (sociale ed economico) di questi ultimi mesi.

GDCC: …certo…tutti!!!…e con grande sorpresa….

Giogg: Ha tutte le caratteristiche di una moda: tante, troppe patatinerie sorte tutte insieme; un “marchio” (patatine olandesi) che, personalmente, non avevo mai sentito prima; un target esplicitamente adolescenziale…
Tutto questo fa pensare ad un fenomeno passeggero o, comunque, che non potrà mantenere a lungo queste dimensioni. Quel che non so è come sia sorto, a chi è venuta l’idea d’importare (se di importazione si tratta: in Olanda ci sono patatinerie di questo tipo?), che fiuto imprenditoriale hanno coloro che si sono lanciati in questo commercio.
La mia impressione è che sia una faccenda tutta napoletana: Napoli e la sua provincia sono uno dei luoghi più dinamici dal punto di vista capitalistico, c’è una straordinaria capacità di cogliere le tendenze, di appropriarsene e cavalcarle. Una ricerca economico-sociale sul settore fashion nell’area nolana, ad esempio, potrebbe rivelare sorprese
.

GDCC: …quindi pensi che sia mirato…non è male la tua interpretazione…un tentativo di marketing su larga scala….o… un arrembaggio alle nostre tradizioni???…se fosse la seconda….dopo il momenti di moda…penso che si ritornerà al passato…di certo!!!!…..

Giogg: Non ho dati, non ho nemmeno modo di procurarmeli, a meno che qualche studioso non li abbia o li stia studiando e mettendo a disposizione. A naso, direi che è innanzitutto una imponente ed efficace operazione di marketing. Nel video che ho postato qui sopra la grande patatineria di Fuorigrotta distribuiva a quelle centinaia di ragazzi cuoppi di patatine gratis.
(E non posso non pensare alla “prima dose”, che è in regalo, ma le successive…)
.

MF: Chipstar è di un imprenditore napoletano, che ha messo su un franchising. Poi, visto il successo, stanno aprendo anche altri locali, tutti di napoletani, comunque, non ci sono cordatev straniere. Poi, non aggiungo altro, perché su questo ho già avuto la mia dose di male parole. Aggiungo solamente che i cuoppi di patatine gratis si sono visti, mentre Davide, che aveva promesso zeppole gratis, si è guardato bene dal mantenere la promessa.

MDA: E certo! Ha ragione Giogg! Questi negozi in franchising sono di un certo Filippo Di Lorenzo ed hanno la sede fiscale in Via Depetris a Napoli. Infatti le aperture sono ristrette al napoletano, per quel che so io.Lui ha solo preso spunto da qualche negozio di food street ad Amsterdam ma di olandese hanno poco.

Giogg: Ma allora si sanno più cose di quel che immaginassi, su questo caso! Grazie dello scambio di informazioni e riflessioni.
Allora, se è come immaginavo, ovvero un fenomeno di imprenditoria prettamente napoletano, questo ci pone delle questioni serie su cosa sia la “tradizione gastronomica” locale. Detta in altre parole, se è tutta opera di napoletani, che si tratti di una moda o di un bisogno indotto dal marketing, i cuoppi di patatine guarniti di salse d’ogni tipo non sono una forma di “acculturamento” dal di fuori, ma, al contrario, qualcosa di molto locale, per quanto ispirato a modelli stranieri
.

AC: Io credo che al di la dell’operazione di marketing, che può essere di tutto rispetto una cosa e esportare prodotti tradizionali, l’altro adeguare il tuo prodotto al palato altrui, in quel caso di tradizionale non rimane proprio nulla!

Giogg: Si, certamente. Una cosa che non ho scritto è quanto appaia arrogante questa “gastronomia” delle patatine olandesi: s’installano in un quartiere e oscurano tutto il resto, tutto il preesistente. E’ un po’ complicato gareggiare tra singolo produttore di zeppole e catena con produzione industriale di cuoppi. O, come mi ha segnalato un amico, rendono impossibile la vita a chi vive nei paraggi: Napoli, guerra agli store di patatine fritte. Donna incinta: «Chiusa in casa per i cattivi odori». I negozianti: siamo in regola.

AC: E un po’ lo stesso discorso che fai quando ti fai da te, col panino del forno buono, l’hamburger del macellaro di fiducia, la maionese ed il ceccapp come lo chiama mia madre a casa, e molto più buono di quello del McDonald , d’accordo ma non è il McDonald.

Giogg: L’unico problema, in questo caso, Angie, è che se vado di pressa, non ci sono molte alternative alla “restauration rapide”, come la chiamano qui in Francia.

MF: oddio, @giogg, non so dove abiti, io abito proprio a Fuorigrotta e anche il negozio di Davide non olezza di rose.

Giogg: Non conosco Davide di Fuorigrotta, ma ricordo le friggitorie del centro storico. Si, fètano anche quelle.

MF: si, ma non volevo generalizzare, magari ci sono friggitorie che non puzzano.

MDA: Queste ‘fabbriche’ di patatine attirano,complici i prezzi,molta ‘guaglionera’…non so quanto durerà ‘sta cosa;è una moda e,di sicuro, non è il nostro cibo di strada questo che propinano:è una cultura che non ci appartiene ma da rispettare…Mi piace,invece,che taluni ragazzi assaggino le patatine olandesi,ma che siano(per fortuna)ancora attratti dalle belle pizzerie cittadine e non,dalla frittura all’italiana e da quei locali che farciscono panini-forse un po’ più cari,ma che,a parte qualche salsina made in USA,conservano ancora sapori nostrani.Chiudo dicendo che purtroppo,vuoi per mancanza di tempo,di passione o sapienza,in molte case si mangia cibo veloce che poco ha a che fare con la bontà o le tradizioni…e la gente,disabituata al gusto,va dove la porta il risparmio o dove non c’è risparmio ma si mangia un non cibo cucinato indecentemente….nel caso dei ragazzini:dove va il gruppo e dove si risparmia.

Giogg: Personalmente non ho alcun pregiudizio verso gli street-food, fast o slow, di chef o di ambulanti o di catene multinazionali. Quel che domandavo con questo post riguardava innanzitutto il fenomeno sociale ed economico che si sta vivendo a Napoli a proposito delle cosiddette “patatinerie”. Sono colpito dalla forza del denaro e dall’aggressività di certa imprenditoria, che in pochi mesi può stravolgere il paesaggio gastronomico urbano. Non so se la tradizione gastronomica di strada a Napoli ne verrà intaccata, staremo a vedere, ma intanto esprimo qualche dubbio sulla capacità di imprese del genere di sedimentare ricchezza (anche culturale).

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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