Musée National du Sport di Nizza: una recensione

Venerdì 27 giugno 2014 è stato inaugurato il Musée National du Sport a Nizza. Gli slogan pubblicitari delle locandine che hanno riempito la città nelle ultime settimane domandano: “Un musée où les œuvres sont des médailles?“.

Lo slogan mi sembra molto stimolante: un museo in cui si da dignità espositiva a delle medaglie, a dei palloni, a delle mascotte di peluche… perché no? Oggetti quotidiani – o quasi – che possono evocare “imprese”, che possono raccontare l’agonismo e la solidarietà tra competitori: interessante, no? In effetti, il museo è molto ricco (1000 oggetti, ma gli allestitori ne hanno a disposizione 45mila, e 400mila documenti) e si estende per 2500 m² [qui]: vi sono torce olimpiche, palloni, tute, bici, sci, scarponi, fioretti, guantoni e innumerevoli altre reliquie dei campioni francesi. Il termine “reliquie” non è scelto a caso: gli oggetti sono sotto vetro, riposti in teche come fossero vasi delicati, testimonianze deperibili. Dal punto di vista espositivo è una soluzione vecchia, che non tiene conto né dell’interattività, né della multimedialità e che, volendo trovarne una ragione, si giustifica solo parzialmente per quei reperti più fragili e datati. In generale, questo tipo di esposizione riproduce la separazione e la distanza che i visitatori avvertono nei confronti dell’universo culturale mostrato: come Bourdieu notava già alla fine degli anni Sessanta, il museo di concezione ottocentesca – ancora oggi molto presente – si rivolgeva esclusivamente a chi ne possedeva gli strumenti culturali interpretativi, marcando così il distacco di tutti coloro che ne erano sprovvisti; in altre parole, quel museo era funzionale alla riproduzione di una frattura all’interno del corpo sociale [pdf]. Ora, benché l’oggetto “sport” sia chiaramente più accessibile ad un vasto pubblico rispetto alla storia dell’arte o all’archeologia, il museo nizzardo scivola sulla stessa anacronistica retorica del “tempio del sapere”: i campioni sono divinità e tu, visitatore, ne puoi giusto bramare i trofei, venerare i feticci.
Tutto ciò avrebbe potuto avere anche un senso all’interno di un discorso articolato in maniera più completa e complessa: la rivalità e la grinta sono princìpi essenziali dello sport, ma certamente non sono gli unici. Se ci si limita alla celebrazione della vittoria, si è fermi alla (inquietante) bellezza di un reportage di Leni Riefenstahl, ma oggi la filosofia dello sport non riguarda solo la determinazione, la caparbietà, la resistenza, il vigore, la volontà, la competizione e una certa dose di cinismo, al contrario: attualmente i “valori” dello sport – sanciti addirittura dalle Nazioni Unite, ovviamente non senza una buona dose di demagogia e perbenismo – sono il fair-play, la solidarietà, il rispetto dell’avversario, l’integrazione sociale, la parità di genere, la capacità di accettare la sconfitta, l’etica paralimpica e addirittura la promozione della pace. Tutto ciò, però, al Musée National du Sport non è presente, così come non vi sono tracce di doping o di certe tendenze alla medicalizzazione dello sport, all’industrializzazione del gioco e alla meccanizzazione del corpo.
Eppure, per quanto palese, non si tratta del problema centrale. Museologicamente, infatti, l’esposizione solleva una questione più generale e profonda, quella della definizione dell’oggetto da musealizzare. Tutti i musei e tutte le mostre, in quanto mezzi di comunicazione, devono fare i conti con degli obiettivi espositivi, ovvero con una selezione degli oggetti e una scelta del linguaggio da utilizzare. Un museo dello sport può essere declinato in numerosi modi differenti e ciascuno, in nome della fattibilità espositiva e dell’efficacia comunicativa, comporterebbe un parziale sacrificio della complessità dell’argomento generale. Voler raccontare tutto, d’altra parte, oltre a tradire un ego bulimico, esporrebbe al rischio di essere generici e convenzionali, sarebbe un’ingenuità che non aggiungerebbe alcuna quota informativa a quanto probabilmente il visitatore già conosce, limitandosi ad una rassicurante conferma del già noto.
A Nizza vi è un accenno di articolazione del tema attraverso la suddivisione delle sale in “Storia” (giusto un’introduzione), “Su di sé” (sport individuali), “Da uomo a uomo” (sfide tra singoli), “Collettivo” (sport a squadre), “Oltre i limiti” (sport estremi), ma al loro interno l’impegno tassonomico svanisce in un’antologia di discipline sportive testimoniate da singole bacheche in cui sono conservati pochi manufatti, due o tre “reliquie”. Il risultato è una gran densità di oggetti in cui è difficile individuare un filo rosso, che sia cronologico, tecnologico o sociale: lo sguardo spazia a caso da una divisa all’altra, da un velocipede in legno ad una bici ultraleggera, da una locandina di lotta libera ad un kimono di taekwondo.
Prima ancora che il suo oggetto, ogni museo racconta la mentalità di chi lo ha allestito, il suo spirito critico, le sue finalità pedagogiche: nelle teche del museo nizzardo è conservata la t-shirt del Barcellona autografata dal calciatore Lionel Messi, la racchetta di tennis di Yannick Noah e la piccozza di Maurice Herzog, il primo scalatore dell’Annapurna, ma c’è anche la motocicletta con cui il rampante sindaco nizzardo – sponsor politico dell’istituzione – vinse parecchi gran premi negli anni Settanta, dando così esplicita visibilità alla celebrazione della vittoria, dunque del potere.

Concludendo, si può musealizzare un argomento vasto come “lo sport” ed evitare, da un lato, l’effetto deposito e, dall’altro, la ridondanza celebrativa di taluni monumenti? In attesa di valutare la dinamicità con cui si presenterà il centro di ricerca sullo sport annesso al museo e la qualità delle mostre temporanee che vi si susseguiranno, al momento la prima impressione sul Musée National du Sport di Nizza è quella di un’occasione persa; persa per scarsa messa a fuoco dell’oggetto (“lo sport”) e insufficiente consapevolezza del mezzo (il museo), ma anche per eccessiva attenzione alla propaganda della vittoria e del vincente.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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