E’ in noi che i paesaggi hanno paesaggio

In Penisola Sorrentina è nata l’associazione Confraternita dei giardinieri, che ha lo scopo di diffondere e aumentare la cultura botanica. Verrà presentata domenica 4 maggio 2014 presso il b&b La Gallina Felice (via Caracciolo, 11 – 80062 Meta, map) dalle 16 alle 18.
Di seguito riproduco il mio contributo per il primo bollettino dell’associazione.

«È IN NOI CHE I PAESAGGI HANNO PAESAGGIO»
di Giogg

Il termine “paesaggio” è sfaccettato e polisemico, indica sia l’oggetto di un genere artistico, sia il complesso degli elementi che costituiscono la fisionomia dell’ambiente. In questo senso, esso è osservabile da più prospettive: architettonica, ecologica, geografica e antropologica. Per le scienze sociali, il paesaggio è soprattutto un medium, una sorta di mezzo di comunicazione che permette uno scambio tra umani e non umani, tra cultura e natura, tra noi e gli altri. Il “dialogo” che il paesaggio mette in atto avviene in due modi: in maniera orizzontale, cioè qui ed ora, tra noi tutti che viviamo questo tempo e questi luoghi; e in maniera verticale, cioè nel corso del tempo: i nostri avi ci hanno lasciato un paesaggio, noi lasceremo un paesaggio ai nostri discendenti. Per affinare la metafora del paesaggio come mezzo di comunicazione, lo possiamo immaginare come un testo, un libro. Anzi, per la precisione, come un libro in divenire, in continua scrittura. Il paesaggio, cioè, assomiglia ad un diario collettivo che ci passiamo di generazione in generazione e in cui lasciamo traccia – come in un archivio – delle vicende che abbiamo vissuto, ma anche della visione del mondo che abbiamo elaborato. […]

CONTINUA QUI.

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INTEGRAZIONE:
Il 26 aprile 2014 Iain Chambers ha scritto alcune riflessioni sul tema: “Per una Ruralità critica“: “Recentemente l’artista libanese Akram Zaatari ha suggerito che il paesaggio è l’ultimo archivio. È qui dove le memorie, e non solamente quelle umane, sono sedimentate e custodite. Ovviamente, è un archivio che spesso risulta illeggibile ma che allo stesso tempo sostiene le condizioni della nostra esistenza […]”.
(Il testo è anche al secondo commento qui in basso).

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a E’ in noi che i paesaggi hanno paesaggio

  1. giogg ha detto:

    CONTINUAZIONE DA QUI

    […] Proprio come accade con i testi scritti, dei quali ognuno di noi fa una lettura personale, così il paesaggio assume significati che variano in base a numerosi fattori, come l’età anagrafica, l’istruzione, eventuali interessi politici ed economici, il radicamento nell’area, l’uso del territorio (la lettura dei luoghi cambia notevolmente se vi si abita, se vi si lavora, se vi si trascorrono le vacanze…) e così via. Insomma, ognuno di noi decifra il paesaggio in base al proprio punto di vista. Come scrive Fernando Pessoa nel “Libro dell’inquietudine”, «è in noi che i paesaggi hanno paesaggio».
    L’insieme di queste letture individuali, però, è qualcosa di ulteriormente diverso, riguarda il senso che la collettività dà al proprio spazio di vita. Detto in altre parole, il paesaggio, oltre ad essere un bene ambientale ed ecologico è anche un bene culturale, un prodotto storico e sociale o, come sovente si dice oggi, è un “bene comune”. Guardare il paesaggio, cioè, equivale ad osservare la società stessa con i suoi rapporti di forza, le sue gerarchie, la sua storia, le sue dinamiche e le sue trasformazioni. In questo senso, il paesaggio è, dice Emilio Sereni, «non un semplice dato o fatto storico, bensì un fare, un farsi di quelle genti vive», il ché equivale ad ampliare il senso delle parole di Pessoa, perché, evidentemente, è nel paesaggio che dimorano i nostri paesaggi interiori.
    La fisionomia della Penisola Sorrentina è un’immagine costruita per sedimentazioni progressive, per graduale accumulazione di eventi e di saperi: quella morfologia territoriale ci parla di storia e di identità, ma la sua “riconoscibilità” ci dice che essa è anche un’immagine mentale, specialmente quando vi riconosciamo il mito o il sogno. Come in un circuito interpretativo, il paesaggio sorrentino è un continuum tra i piani cognitivo, ecologico, estetico, normativo, storico e identitario. Si tratta, cioè, del risultato di un gioco armonico fatto di rimandi reciproci che lo rende prodotto e sintesi di una gran varietà di paesaggi specifici: dove finisce il giardino di agrumi e dove comincia la costa mediterranea? dove si arrestano i terrazzamenti d’olivo e dove inizia lo sguardo sulle testimonianze architettoniche delle epoche passate? dove si trova il limite tra il dato naturale preesistente e il lungo e paziente lavoro umano di adattamento all’ambiente? I luoghi sacri e la sacralità dei luoghi, ovvero la «serietà» di cui parlava Roberto Pane del trascendente e della fatica umana, si amalgamano in un palinsesto cesellato in millenni. Qui, in altre parole, il paesaggio è lo straordinario risultato dell’interazione tra la cultura, intesa come un agente di trasformazione, e lo spazio naturale, considerato come un mezzo.
    Agrumeti, borghi marinari, torri costiere, muretti a secco, campanili, viottoli e sentieri, pergolati, frantoi, mulini, coperture vegetali, terrazzamenti e canalizzazioni sono elementi fusi tra loro, iconemi che tessono un discorso, come «frasi di un discorso lungo», direbbe Eugenio Turri.
    I paesaggi non sono entità imbalsamabili, anzi fermarne il mutamento sarebbe un modo per farli morire, tuttavia, il loro cambiamento è lento, graduale, coerente con la propria storia, altrimenti questa si frantuma, si spezza, si dissolve. Il paesaggio sorrentino ha mantenuto la sua ricchezza e unicità, ma negli ultimi due secoli ha anche subito contraccolpi e cesure, talvolta gravi e violente, come nei decenni a noi più prossimi. Gli orti e i campi, qui, prendono il nome di “giardini”, come a sottolinearne una bellezza derivante dal lavoro ben fatto, una dignità che attraverso la fatica ha prodotto frutti “buoni da mangiare e da pensare”. Il valore estetico del territorio è apprezzamento del sacrificio, l’ordine e la cura della terra sono il riflesso dell’impegno e del sapere locali; la bellezza, qui, equivale a coerenza. In questo modo il paesaggio agisce come riflesso dell’identità e della memoria collettiva.
    Comprendere il valore di questo patrimonio e avere consapevolezza di quanto sia importante conservarlo è, dice Giorgio Todde «un’intera filosofia», anzi, di più, «è una novità rivoluzionaria, una conquista civile, l’unica difesa possibile della nostra terra, di noi stessi, perfino del nostro corpo». Il paesaggio, cioè, non è solo un “archivio” o un “granaio di fatti”, ma è anche un vero e proprio progetto. Nell’attuale situazione urbanistica sorrentina e in preda ad un’idea di sviluppo che troppo spesso, ancora, si impone e devasta, conoscere, comprendere e conservare il paesaggio risulta una vera e propria proposta di futuro alternativo. Come Antonio Cederna si batteva perché non fosse il singolo monumento ad essere tutelato, ma gli interi centri storici, così noi oggi siamo chiamati a prendere coscienza del paesaggio nella sua globalità e dell’importanza di mantenere la coerenza tra tutti i suoi elementi. Si tratta di un’esigenza vitale: l’importanza di non perdere i propri luoghi e i propri paesaggi deriva dal non perdere se stessi, i propri riferimenti spaziali e i propri ancoraggi.
    Un celebre sorrentino d’adozione come Francis Marion Crawford scrisse: «I luoghi conservano per anni un qualcosa della vita che vi si è svolta, un’eco delle voci che gli hanno conferito musicalità, un’ombra sfuggente dell’essere umano che vi aveva trovato la felicità o il dolore»; averne coscienza vuol dire traslare quell’eredità in una visione del futuro, in un progetto per il domani.
    In una parabola indiana citata da Clifford Geertz, un saggio è seduto accanto ad un elefante e ripete: «Questo non è un elefante»; quando però il grande animale si alza e se ne va, il saggio osserva un’orma sul terreno e dichiara con certezza: «Un elefante era qui».
    Il paesaggio sorrentino è ricco, stratificato e plurale, è un paesaggio “enorme” ed è qui, ora. Non facciamo in modo di accorgercene quando sarà sparito
    .

    5 aprile 2014

  2. giogg ha detto:

    PER UNA RURALITA’ CRITICA
    di Iain Chambers

    Recentemente l’artista libanese Akram Zaatari ha suggerito che il paesaggio è l’ultimo archivio. È qui dove le memorie, e non solamente quelle umane, sono sedimentate e custodite. Ovviamente, è un archivio che spesso risulta illeggibile ma che allo stesso tempo sostiene le condizioni della nostra esistenza. Possiamo partire da questa prospettiva per riscrivere la storia del mondo.
    Ridisegnare il ‘territorio’, utilizzando delle mappe che la razionalità politica ed amministrativa non è in grado di vedere o recepire, significa entrare nella labilità delle categorie orami esposte in una fluidità eco-sistemica. Così possiamo liberare la categoria del ‘rurale’ da un’impostazione che vede in essa solamente il resto superato ed abbandonato dal ‘progresso’ metropolitano.
    Non si tratta di tornare ad una nozione romantica di radici ed autenticità ma di rielaborare in modo radicale le circostanze e le condizioni attuali per fare emergere un paesaggio diverso. Ormai gli spazi rurali, anche nel profondo sud del mondo, sono tracciati anche nelle mappe elettromagnetici delle reti telefonici e digitali. Se la metropoli è diffusa ovunque, il rurale non è più distaccato ma, e in questo senso diventa più significativo, esso diventa il potenziale contrappeso critico in una serie di reti planetari.
    Nel smontare le logiche ereditate, e rifiutare l’idea dello spazio rurale come un vuoto da riempire con progetti urbani e il suo ‘progresso’, sarebbe il caso di fermarci un attimo e riconsiderare la costruzione storica, politica e culturale del rurale come proiezione subordinata della città. Per liberare le sue possibilità è necessario spezzare la catena di spiegazioni che si è fatto prigioniero.
    Il territorio, che sappiamo non corrisponde alla mappa, può essere attraversato in molto modi, su molte scale, e può essere ‘tagliato’ e configurato secondo esigenze diverse. Partendo da quest’apertura, direi che sia il caso di inserire nella questione una serie di interrogazioni e percorsi critici che ci permettono di sottrarre il territorio da una storia già persa in partenza. Qui il territorio diventa un laboratorio culturale dove diventa possibile di immaginare e praticare un’economia politica diversa.
    La novità entra per fa parte del territorio non come una forza esterna ma tramite un nuovo assemblaggio di elementi, pratiche e possibilità che sono già in circolazione. Tramite lo smontaggio del concetto di ruralità ereditata, e spesso imposta da una visione squisitamente economico e capitalistico dello sviluppo che ha profondamente danneggiato il Mezzogiorno e gli altri sud del mondo, il lavoro critico consiste nel tirare fuori i fili per cucire un tessuto politico e culturale diversa. Chiaramente la grammatica critica si sposta da un senso puramente strumentale dell’economia rurale ad una prospettiva ecologica che sostiene una sfida complessa, tale da investire perfino i progetti e le prospettive urbane.
    Come ci informa il documento ‘Sarmenti’ e l’istallazione di Tono Cruz e Giuliana Corte, occorre un cambio paradigmatico che si basa su una visione non antropocentrica del mondo. Questo più dell’umano, o post-umano, ci fornisce con una serie da mappe concettuali e anche reali che ci spingono a rinegoziare il nostro senso di appartenenza, sia con la nostra formazione storica-culturale, sia con il mondo che ha sostenuto e sofferto tale formazione. Se la progettazione di questa prospettiva e pratica, come è stato ben illustrato nella cultura e coltivazione della ‘civiltà del vino’, richiede tempi e ritmi lunghi, la scelta, la decisone di operarla fa parte della potenzialità del presente, e perciò ci affronta con decisioni immediati.
    Questa rivalutazione del rurale come elemento centrale della cultura contemporanea – dalla produzione agricola agli spazi del tempo libero – significa togliere il discorso da una logica autoreferenziale e di inserirlo in una rete potenzialmente planetaria. Il passaggio fisico e metafisico dal paese alla città, imposto dalla presunta linearità del tempo del progresso, viene spezzato e ricomposto in una serie di possibilità multilaterali che sfuggono da tale logica unilaterale per creare nodi ed intrecci nuovi.
    Nel ripensare il rurale con queste prospettive, i linguaggi dell’arte – sia come configurazioni inaspettati dell’attualità del nostro tempo-spazio, sia come operato e pratica che incide concettualmente e praticamente sull’ambiente – ci forniscono con un dispositivo critico. Qui, l’arte che prende forma aldilà delle mura bianche del museo e della galleria ci invita non solamente a ripensare lo spazio-tempo del territorio, rendendolo problematico e perciò aperto, ma fornisce un linguaggio critico in grado di registrare ed accogliere la complessità ambigua con cui ridisegnare e abitare il territorio – sia rurale, sia urbano – in maniera diversa: sebbene questi distinzioni si iniziano a declinarsi in qualcos’altro come ci suggerisce il concetto di ‘rural city’.
    Penso personalmente che queste brevi osservazioni siano essenziali per operare un taglio netto sulla logica che ha ingabbiato il discorso, soprattutto nel meridione dell’Italia, sul progresso e la rigenerazione delle zone rurali. Pensando al sud non tanto come un oggetto di gestire e curare quanto a pensare con il sud come una costellazione di pratiche e vite, significa adottare una diversa bussola con cui navigare le sue storie, le sue culture e le sue possibilità
    .

    Guardia Sanframondi (BN), 26 aprile 2014

    Fonte

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