Il meticciato nel nome

«Oscar Niemeyer diceva: “Il mio nome è Oscar Ribeiro de Almeida Niemeyer Soares Filho. Un nome è francese, uno è tedesco, uno è spagnolo… come si vede sono meticcio, come sono meticci tutti i miei fratelli brasiliani”. Il meticciato è una cosa straordinaria, è la nuova faccia del mondo»
(Domenico De Masi, nella trasmissione tv “Pane quotidiano” del 12 marzo 2014, QUI, al minuto 25).

La trasmissione si è conclusa con il “Samba delle benedizioni” di Vinicius De Moraes:

«Perché il samba è venuto da Bahia / E se è bianco di pelle in poesia / E’ nero nell’anima e nel cuore»

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AGGIORNAMENTO del 18 maggio 2014:
L’affascinante storia del cognome di Elly Schlein, candidata alle elezioni europee 2014, raccontata il 17 maggio 2014 sul blog di Giuseppe Civati (QUI): «Non avevo mai raccontato la storia del mio cognome […]. E proprio ora mi rendo conto di quanto sia una storia europea, una storia simile a quella di tante altre famiglie, che ci fa capire che in fondo, al netto di tutte le difficoltà, siamo una sola comunità».

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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Una risposta a Il meticciato nel nome

  1. giogg ha detto:

    Blog “Ciwati”, 17 maggio 2014, QUI

    L’ISOLA DI ELLY

    «Non avevo mai raccontato la storia del mio cognome, è questa campagna a costringermi a farlo per la prima volta, pur non amando parlare di me. E proprio ora mi rendo conto di quanto sia una storia europea, una storia simile a quella di tante altre famiglie, che ci fa capire che in fondo, al netto di tutte le difficoltà, siamo una sola comunità».

    Elena Schlein detta Elly. Un nome difficile da scrivere? Tedesco, americano? Da dove viene? Come si chiama quella ragazza che ho visto con te, in giro per l’Italia? Com’è la sua storia?
    Credo sia venuto il momento di raccontarla.

    Prima di scrivere Schlein – perché le preferenze alle Europee si esprimono così, scrivendo il cognome (potete scriverne tre, addirittura) – è appassionante leggere la storia di questo cognome (del perché, insomma, Elly si chiami proprio Schlein) e della sua famiglia. Una storia che attraversa il Novecento, i suoi drammi, le sue contraddizioni e le sue speranze. È una storia che inizia in Ucraina e finisce a Bologna, passando per New York, Siena e la Svizzera e quell’Europa che nel frattempo è divenuta spazio di pace. Capire da dove si viene, in questi casi, è la migliore traccia da seguire per capire anche dove stiamo andando o dove vorremmo andare.

    Città che cambiano nome, terre di confine
    Il nonno paterno di Elly era Hermann Schleyen, nato a Zolkiev vicino a Lemberg (Leopoli) nei primi anni Novanta dell’Ottocento (quando quella zona faceva parte dell’Impero austroungarico, mentre in seguito fu assegnata alla Polonia e, dopo la Seconda guerra mondiale, all’Ucraina) e emigrò negli Stati Uniti prima della Prima guerra mondiale.
    Quando Hermann arrivò in America, come tutti gli emigranti, fu fatto sbarcare a Ellis Island, dove il suo nome e il suo cognome furono ‘americanizzati’ in Harry Schlein. Harry si ricongiunse a un fratello e a una sorella maggiori che già vivevano a New York City, essendo lì emigrati precedentemente, lavorò come sarto prima di aprire un piccolo negozio di vestiti ad Elizabeth, nel vicino New Jersey, dopo aver sposato Ethel Fox (originalmente Fuchs). Ethel, nata in un piccolo paese, Kupishok (allora Russia, poi Lituania), emigrò anche lei negli Stati Uniti, ma da piccolissima, e crebbe nel New Jersey.
    Come era tipico delle comunità degli emigranti ebrei di allora, si parlava yiddish a casa e inglese fuori casa, ma i figli parlavano solo inglese. Poiché la situazione degli ebrei in Polonia diventava sempre più opprimente e difficile (anche prima dell’invasione tedesca), provarono ad aiutare ad emigrare altri componenti della famiglia, ma non riuscirono, poiché gli Stati Uniti avevano reso l’immigrazione ebraica assai difficile e lenta.
    Alla fine della guerra, Harry cercò disperatamente tracce dei suoi fratelli, sorelle e altri familiari a Lvov (come parte della Polonia quella che prima si chiamava Lemberg era diventata Lvov e, dopo la Seconda guerra mondiale, aveva assunto il nome ucraino, Lviv), ma erano stati tutti uccisi dai nazisti.
    La famiglia di Ethel, d’altronde, era per la maggior parte emigrata prima delle due guerre mondiali, in America o in Palestina o in Sudafrica, ma i pochi rimasti in Russia (poi Lituania) scomparvero anch’essi negli orrori dell’Olocausto.
    Harry e Ethel ebbero due figli, Herbert, nato nel 1931, e Melvin, padre di Elly, nato nel 1939 a Newark.

    I Sessanta e le campagne per la pace e i diritti civili
    Melvin crebbe e studiò a Elizabeth fino alla fine del liceo. Poi completò i propri studi in Scienze politiche alla Rutgers University del New Jersey, nel 1964, dopo aver anche studiato due anni in Austria, alle Università di Innsbruck e Vienna.
    Erano gli anni Sessanta e Melvin, da studente, fu molto attivo politicamente nella campagna contro la guerra del Vietnam e contro la discriminazione razziale in America.
    Il padre di Elly tornò in Europa, prima in Germania, e poi in Italia, per un Master al Bologna Center of the School of Advanced International Studies (Sais) della Johns Hopkins University: per completare questo percorso di Master alla Sais di Washington nel 1966 e ritornare poi alla Rutgers University per il dottorato.
    Fu ad una conferenza sul federalismo, organizzata da lui per il Sais a Taormina e di cui era relatore, che incontrò per la prima volta la madre di Elly, Maria Paola Viviani, ricercatrice all’Università di Milano e invitata alla conferenza.

    La camicia bianca di Agostino
    Maria Paola è figlia di Agostino Viviani, nato a Siena nel 1911. La sua era una famiglia cattolicissima, ma Agostino diventerà una delle figure più prestigiose del mondo socialista e, poi, radicale. Si laurea in giurisprudenza nel 1933. Unico studente a non essere iscritto al Guf. Si laurea in corso, con 110 e lode e pubblicazione. Alla discussione della tesi di laurea, è l’unico in camicia bianca, tra tutti i compagni, e anche i professori, in camicia nera.
    Comincia ad esercitare la professione a Siena, lavorando soprattutto in materia penale; diventa procuratore legale nel 1937, vincendo il relativo concorso per l’unico posto vacante nella circoscrizione di quel Tribunale.
    Assume la difesa di cittadini ebrei, anche dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali (1938), ed è proprio in occasione della difesa di un noto commerciante ebreo della città che viene diffidato dal segretario della federazione del Partito nazionale fascista dall’esercitare tale difesa.
    Naturalmente la diffida non è accolta e la difesa si svolge in un clima di forte tensione, in cui anche il Presidente del Tribunale raccomanda la massima prudenza. Nonostante questi avvertimenti, Agostino comincia l’arringa difensiva affermando: «Oggi non difendo il cliente, ma difendo l’amico».
    Nel 1937 aderì al movimento Giustizia e libertà, che a Siena era coordinato dal professor Delle Piane. Avverte famiglie ebree da lui conosciute quando viene a sapere che i rastrellamenti sono imminenti, cercando di risparmiarle dalla deportazione: a volte con successo, altre no.
    Durante la guerra, per sfuggire ai bombardamenti, sfolla insieme alla moglie e ai figli nella villa di uno zio vicino a Siena. È lì che in una notte della primavera del 1943 una squadra di guardie fasciste viene a prelevarlo, in esecuzione di un ordine di cattura del Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Fugge in modo rocambolesco e ripara in una casa colonica poco distante. Per farlo costituire, arrestano il padre e poi i fratelli Antonio e Arturo. Dichiara allora ai parenti che si costituirà ma, per intervento dell’arcivescovo, amico del padre, i fratelli sono rilasciati.

    La Liberazione, a piedi, verso casa
    A questo punto va a Firenze, accolto fraternamente e aiutato dall’avvocato Castelfranco, e successivamente a Grassina, dove rimane in clandestinità fino a quando, dopo la liberazione di Firenze, fa ritorno a Siena con la moglie e i figli, un fratello anch’egli ricercato. Il ritorno viene fatto a piedi fino a Poggibonsi, dove li raggiunge un’autoambulanza, mandata da Siena per soccorrerli.
    Tornato a Siena, entra nel Cln della città e ricomincia ad esercitare la professione di avvocato. Nella crisi, successiva alla Liberazione, del Partito d’azione (in cui si era trasformato il movimento “Giustizia e libertà”), è tra ì fondatori del Partito socialista del lavoro, uno dei partiti dell’esarchia. Come tale, è chiamato a far parte della Consulta nazionale, dal settembre 1945 al giugno 1946.
    Dopo la dissoluzione del Partito socialista del lavoro, aderisce come indipendente al Fronte popolare. Gli viene proposta la candidatura per le elezioni politiche (1948): in un primo tempo accetta, rinunciando solo dopo una pesante manifestazione nei suoi confronti, consistente nell’affissione di molti manifesti che lo accusano di aver tradito la tradizione cattolica della famiglia. Ciò non gli inibisce, però, di fare una propaganda intensissima e difficile a favore del Fronte.
    Nei giorni successivi all’attentato a Togliatti, rientrato precipitosamente a Siena da una breve vacanza, è incaricato dal Comitato difensivo, immediatamente costituitosi per la difesa delle persone coinvolte nei gravissimi fatti di Abbadia San Salvatore, di organizzare la difesa.
    Vi provvede con la formazione di un collegio molto ampio, nel quale comprende, oltre leader della sinistra come Lelio Basso, avvocati democratici di diverse tendenze. Per lunghi mesi, partecipa al processo celebrato per questi fatti alla Corte d’Assise di Lucca, dove era stato trasferito per legittima suspicione (allontanandolo così dalla sede naturale, Siena, zona dominata dai partiti di sinistra).
    Nel 1953, si trasferisce a Milano per entrare nello studio di Lelio Basso. Partecipa, come avvocato difensore, ad importanti processi tra cui quello per i falsi danni di guerra e a molti processi a sfondo politico, tra cui quello Rosso-Tobagi, quello contro Prima Linea e Co.Co.Ri, quello contro il gruppo denominato Pac, il 7 aprile e il Moro quater.
    Continua, a Milano, l’attività politica, prima marginalmente, poi più intensamente, nelle fila del Partito socialista italiano, cui si è iscritto nel 1949. È presidente dell’Umanitaria dal 1970 al 1972, poi è eletto senatore per il Psi nel collegio di Abbiategrasso nelle elezioni del maggio 1972. Dato il rapporto sempre difficile con la dirigenza del partito, il collegio senatoriale offertogli è, sulla carta, un collegio perdente: ma, favorito anche dalla mancata presentazione del candidato socialdemocratico, e dopo una dura campagna elettorale, è eletto, ribaltando i pronostici.
    Nel luglio dello stesso anno, è eletto Presidente della Commissione Gustizia, funzione che svolge ininterrottamente fino al 1979.
    In queste due legislature, sotto la sua presidenza, la Commissione elabora disegni e progetti importanti, quali soprattutto la riforma del diritto di famiglia, la riforma penitenziaria, la regolamentazione dell’uso degli stupefacenti, la riforma del I° libro del Codice penale (che poi fu approvata in aula, ma non arrivò all’esame dell’altra Camera), la prima delega al Governo per la riforma del Codice di procedura penale, l’aborto.
    In Senato, più volte si oppone alle direttive del suo Gruppo, votando anche in modo difforme (ad esempio, vota contro il progetto di legge Reale sul fermo di polizia).
    Non viene ripresentato candidato alle elezioni del 1979, malgrado il suo nome sia già inserito tra i candidati dalla Federazione milanese (ha già accettato la candidatura), per intervento diretto di Craxi e malgrado una grossa manifestazione dei socialisti di Abbiategrasso, che, per protesta contro la decisione del Comitato centrale, invadono la Federazione. Rifiuta in quel momento la candidatura immediatamente offertagli da Pannella perché non reputa di poterlo fare per rispetto dei compagni socialisti del suo ex collegio.
    Nell’anno seguente dà le dimissioni dal Psi, di cui non condivide la linea politica e ormai affaristica.
    Verrà poi eletto dal Parlamento in seduta comune al Consiglio Superiore della Magistratura nel giugno 1994, dove rimane fino al 1998.

    Elly, Bologna e la politica
    «Per chi ha una madre italiana e un padre americano, ed è nata in Svizzera – dice Elly – il tema dell’appartenenza non è secondario. Si hanno dentro tante cose, tante culture diverse, ma è un’appartenenza sempre incompleta e che cerca, probabilmente per tutta la vita, la completezza. Per questo è forse più facile, per una come me, sentirsi cittadini d’Europa e del mondo. Un’appartenenza che poi trovi ovunque vai. A Bologna, che ho scelto e non ho più lasciato. Nel Pd, che ha dato casa alla mia voglia di cambiare le cose, come quella di tanti altri con cui ho condiviso un anno intero di battaglie politiche e che anche oggi mi accompagnano in questa bella sfida».
    Dopo il matrimonio, avvenuto nel 1972, e aver vissuto ancora un anno a Bologna, Melvin e Paola si trasferirono a Lugano, in Svizzera, dove Melvin ha avuto un ruolo importante nello sviluppo del programma accademico di un istituto universitario americano, il Franklin College, recentemente diventato Franklin University Switzerland, di cui per 4 anni (fino al 1986) fu Academic Dean e dove lavora ancora oggi.
    Maria Paola ha continuato a insegnare (Diritto costituzionale e Diritto pubblico comparato) all’Università di Milano fino alla nascita dell’Università dell’Insubria (1998) di Como e Varese, facendo parte della Facoltà di Giurisprudenza come professore ordinario e, per cinque anni, come Preside della Facoltà (fino al pensionamento avvenuto il 1° novembre 2013), e insegnandovi ancora come professore a contratto.
    Melvin e Paola hanno avuto tre figli: Benjamin (1975), che, dopo aver studiato e aver preso il dottorato in fisica teorica al Politecnico di Zurigo, e dopo aver insegnato in molte sedi in America e in Europa, è oggi professore ordinario all’Università di Zurigo; Susanna (1978), che ha studiato Scienze politiche a Pavia ed è entrata in diplomazia nel 2003, lavorando come Console a Saarbrücken in Germania e poi a Tirana (Albania), come capo della cancelleria consolare; Elena, detta Elly (1985) che si è laureata in Giurisprudenza a Bologna, ma che è interessata alla regia, e ora, soprattutto, alla politica.
    Elly mi scrive così: «Mi ha sempre affascinato come la storia di mio nonno paterno e quella di mio nonno materno si intreccino, pur così diverse, a tracciare una storia europea che mi ricorda ogni giorno perché abbiamo fatto l’Europa. Mio nonno paterno è partito nei primi del ’900 da una città dell’Est dell’Europa, Leopoli, per andare negli Stati Uniti a costruirsi un futuro migliore. È nell’isola di Ellis Island che il cognome è diventato Schlein. Purtroppo mio nonno, durante la seconda guerra mondiale, ha perso il resto della sua famiglia rimasta in Europa. Negli stessi anni mio nonno materno, Agostino Viviani, si laureava a Siena, unico senza la camicia nera, e difendeva gli ebrei nei tribunali a costo di prendere sputi dai suoi concittadini. Per questo abbiamo fatto l’Europa. Per uscire dalle tragedie del ’900 e impedire che si ripetessero per le generazioni a venire. Non possiamo permetterci di dare per scontata la pace».
    Si chiama Schlein e si scrive così perché l’ha deciso l’ufficio immigrazione di Ellis Island, accogliendo le popolazioni in arrivo attraverso il mare, in fuga da un paese diventato inospitale, in una storia sempre attuale, che ci ricorda da dove veniamo, le tante isole che molti raggiungono tra mille pericoli, sotto lo sguardo spesso distante della pubblica opinione e della politica.
    Mi ha colpito, questa storia, perché ho conosciuto Elly a un convegno sull’immigrazione, a Bologna, ormai tre anni fa. Poche parole, e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Con quella voglia di cambiare tutto quello che si poteva, con la politica. Facendolo insieme, senza avere troppa fretta, senza perdere altro tempo
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