Quando crolla la casa

Gesù disse: «chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande» (Matteo 7, 24-27).
La toponomastica non è un’opinione e i nomi acquitrinosi di certi luoghi sono lì a ricordarci la natura di quei suoli. Dal Vajont che viene giù alle Fontanelle che spuntano dai ciglioni dei terrazzamenti sorrentini. Il dissesto idrogeologico è una delle urgenze italiane, fa danni enormi ogni anno, spesso causa morti su morti, ogni volta produce una crisi esistenziale – per chi è coinvolto direttamente – che è taciuta da tutti. Ma forse la crisi è anche più ampia: l’incapacità nazionale a immaginare un futuro nuovo e a costruire un presente ad esso coerente forse dipende anche dalla stabilità precaria delle nostre case costruite ai bordi dei torrenti, nella conca umida di una collina, su una terrazza di un oliveto di periferia; dall’illusione, cioè, di una solidità che, intimamente, sappiamo di non aver raggiunto.
Certo, «la casa, così come la conosciamo noi, è un luogo extra-territoriale, nel senso che non è condizionato nella sua struttura dal territorio su cui sorge» (Pasquinelli) e questo perché essa è sempre una rappresentazione dell’Io, un «guscio iniziale» (Bachelard); non è un semplice rifugio, non è una tana (Signorelli). Eppure, sebbene consideriamo “eterna” la nostra casa (Merleau-Ponty), essa può crollare. Ed è in questo evento “inconcepibile” che sopraggiunge la crisi, l’angoscia territoriale (de Martino). Allora ci ripetiamo che “la natura è implacabile” e che “l’evento era imprevedibile”, ma è solo un modo per prendere le distanze da qualcosa che ci imbarazza e ci inquieta di più: la nostra consapevolezza di vivere su un filo, il nostro intimo saperci temporanei in un mondo effimero.
Ebbene, quali costi sociali ha tutto ciò?
Gesù faceva bene ad avvertirci di non essere stolti costruendo case sulla sabbia. Quella stoltezza, però, non è (solo) del singolo, ma è collettiva: è nella diseguaglianza sociale che costringe alcuni a costruire la propria casa in luoghi che si sbriciolano ed è nello sguardo corto di una politica che non ha saputo e non sa pianificare il territorio. Le fondamenta friabili delle nostre case rispecchiano quelle instabili della nostra esistenza, fintamente granitiche, illusoriamente inscalfibili.

– – –

Ieri al Capo di Sorrento, la frazione in cui ho trascorso la mia adolescenza, una collina è sprofondata e ha cancellato una casa. Per fortuna non c’è stata alcuna vittima, ma i danni sono enormi. Soprattutto interiori per chi ha perso tutto. Non ho fatto altro che pensare a ciò da ieri pomeriggio. E stamattina ho dovuto fermare i miei pensieri qui. Sono riflessioni mosse dal batticuore, un tentativo di elaborazione emotiva.

Di seguito, un elenco di link a gallerie fotografiche, video e articoli (del 4 marzo 2014):
– FOTO: Il Mattino, Metropolis, RaiNews.
– VIDEO: PenisolaTV.
– CRONACA: Metropolis, SorrentoPress, Il Mattino.

– AGGIORNAMENTO (con foto) del 5 marzo 2014: AgoPress (via-Antonino Siniscalchi)

AGGIORNAMENTO del 6 marzo 2014: Corso Italia News.

– – –

Ho dialogato con alcuni amici su quanto avvenuto, tra emozioni, ricordi e riflessioni:

Francesco: Hai posto giustamente l’attenzione sul concetto ‘casa’ intesa come sicurezza, io quando succedono cose come questa sono molto colpito dalla sensazione che mi lascia il concetto di “territorio” che si è modificato. Per te sono i luoghi dell’adolescenza, per me Via Fontanella sono centinaia di passi, è il ‘sentiero’ fatto decine di volte (dopo diventa effettivamente un sentiero e credo che la strada fosse costruita sulla vecchia traccia) che da Sorrento porta a Massa attraverso Vigliano. Una collina conosciuta che cambia, un paesaggio familiare che muta profilo, sono spaesamenti che non riesco a spiegare; basta anche un albero che conoscevi da sempre, se non c’è più (quando passo Villa Irbicella a Piano sono ancora sempre spaesato dall’eccessiva luminosità del posto).

Giogg: Le immagini viste nelle gallerie fotografiche online sono veritiere: quattro pareti col tetto appoggiato, sotto il ciglio di una strada. Quella non è una villa (alle ville non capita mai di franare) e non è nemmeno un ecomostro (agli ecomostri non capita mai di essere abbattuti). Quella era la casupola di persone semplici, che non hanno potuto nemmeno condonare il loro abuso di necessità (infatti i giornali riportano che era una casa “disabitata”, per evitare loro ulteriori guai). Quella strada, anzi quel sentiero a cavallo dello “Spartimiento”, il rivo che segna il confine tra Massa Lubrense e Sorrento, è uno dei luoghi in cui ho esercitato più consapevolmente la mia contrapposizione: l’ho percorso infinite volte perché non volevo passare lungo la strada carrabile provinciale, così rumorosa e veloce. Le case e le persone di quella zona le conosco tutte, come i loro cani e gatti, le loro tavolate sotto gli ulivi, le loro Panda Fiat sgangherate.

Luca: Via Fontanella l’avevo percorsa una settimana fa, tarda serata, in fuga dalla luce accecante, dal rumore assordante, dalla totale assenza di odori.
Mi sento “nudo” da qualche giorno perchè quando qualcuno mi chiede dove abito non posso più rispondere “il palazzo del Cavallino a via San Paolo”.
Quel cavallo era già da tempo imbrigliato da funi che gli hanno prolungato di poco l’esistenza. Fortunatamente da una copia del cavallo originale tornerà un altro calco. Per me anche solo quell’immagine è un pezzo di “casa”, al quale non riesco a rinunciare.
E non oso immaginare come si possa sentire chi perde tutti i pezzi della propria casa e vede la terra che ha vissuto, magari per una vita, trasformarsi in maniera così repentina
. FOTO.

Giogg: Noi siamo i nostri luoghi, lo spazio è colmo di nostri riferimenti biografici. Trasformare l’uno significa mutare l’altro. Non c’è nulla di male, in principio, a patto che lo si faccia consapevolmente. Ma le trasformazioni che si registrano sul nostro territorio – così violente e arroganti, spesso tollerate o addirittura fomentate dalla politica clientelare – sono cambiamenti insostenibili: per la terra e per noi, come individui e come collettività. A cosa mai possiamo aspirare se desertifichiamo il nostro spazio? Quale futuro e quale presente possiamo vivere se, inaridendo i luoghi, rendiamo aridi anche noi stessi?

Mimmo: Io l’abuso di necessità lo capisco ma anche se è davvero un colpo al cuore non lo giustifico, per me è l’ennesima conferma della inadeguatezza della politica, sul disagio altrui ci campano, costruiscono potentati e si arricchiscono. In penisola chi fa l’abuso di necessità è il loro grimaldello per le casse comunali. La politica non vuole risolvere il problema, lo crea e lo perpetua a tempo indefinito. Tengono in ostaggio intere famiglie per anni e anni, consultazione dopo consultazione, fanno un vero e proprio sciacallaggio, spesso millantando poteri che non hanno. Putroppo questa è una piaga che non si può combattere, ormai fa parte del modo di vivere della maggioranza degli italiani, fa parte dell’andazzo che è divenuto regola, è una conseguenza dell’uso distorto del voto, se solo ci pensate tutto parte da lì, la maggioranza il voto se lo vende, chi per il piccolo favore che potrebbero chiedere, chi per la raccomandazione, chi per il posto di lavoro, chi per l’abuso in attesa di condono, c’è anche chi lo vende solo per dimostrare che è amico del potente. Manca la consapevolezza che stai vendendo l’unica arma che un comune mortale può usare per migliorare la situazione collettiva. La nostra zona è lo specchio di questa situazione, un microcosmo dove sono concentrati i peggiori istinti del malcostume “politico”. Io man mano che passa il tempo mi sento sempre più disarmato, l’ho scritto più volte, se scrivi o parli di queste cose, ti fanno sentire come il fesso della situazione, lo scemo del paese, quello che non ha capito “comme se campa”. Spesso mi sento come un povero panda in via di estinzione.
Questa foto è un colpo allo stomaco, da vuoto dentro

Giogg: Con la locuzione “abuso di necessità” si è compiuto, per decenni, un doppio crimine: contro il territorio, erodendolo come fosse un formaggio da grattare sui maccheroni, e contro le persone, rese ostaggio dei loro bisogni e dei loro sogni. E’ ciò che intendevo quando ho scritto che quanto successo ieri (e che sta ancora accadendo: la frana non s’è fermata) è il risultato della diseguaglianza sociale. Mi spiego con due estremi:
1) gli ecomostri vengono realizzati (dal capitale e con l’assenso politico) utilizzando il ricatto dei posti di lavoro che verrebbero a crearsi (è quanto sento ripetere anche in questi giorni in cui si è tornato a parlare della vergogna di Alimuri);
2) gli abusi di necessità vengono realizzati (con i risparmi delle famiglie salariate e con le illusioni spacciate in campagna elettorale dai candidati politici più scaltri e cinici) per mezzo della promessa di un miglioramento della condizione sociale (che, di fatto, però non esiste, se gli squilibri continuano ad allargarsi).
Insomma, è tema prettamente politico, con conseguenze ecologiche e culturali, ma è, appunto, politico. Lo hai espresso in maniera molto chiara e lo condivido in pieno: lo si capisce perfettamente dalla distribuzione dei voti la sera dello spoglio di ogni elezione comunale; sappiamo bene che tipo di politicanti vince nelle nostre zone rurali, quelle dove le regole sono un optional negoziabile contrabbandando una manciata di voti.
E le vittime di questo sistema degenerato sono sempre le stesse, ovviamente. Come si coglie con evidenza – e con dolore – dalla foto delle macerie qui sopra. Mimmo, grazie per averla postata
.

– – –

Tra i commenti qui in basso sono presenti tre articoli: di Antonio Cederna (3 gennaio 1973: “Perché l’Italia frana quando piove“), di Vezio De Lucia (5 novembre 2009, con lo stesso titolo), di Giuseppe Civati (18 febbraio 2013, su un convegno sorrentino dedicato al condono edilizio).

– – –

AGGIORNAMENTO del 9 marzo 2014:
Non sono un geologo, né un ingegnere, ma dalle immagini che ho visto e dalla mia conoscenza diretta dei luoghi, la recente frana del Capo di Sorrento non mi sembra direttamente imputabile alle casupole (abusive e/o condonate) coinvolte. Non che l’abusivismo edilizio non sia un problema (anzi, è una piaga), ma nel caso specifico credo che la responsabilità principale sia un’altra: della strada pubblica, la quale, poggiando di fatto sul vuoto, è collassata su se stessa travolgendo l’abitazione sottostante e facendo scivolare parte dell’oliveto soprastante. I disagi sono enormi e a tempo indeterminato, ma qual è la soluzione proposta, almeno per il momento? Una nuova strada!
Leggo su “Metropolis Web” che il Comune ha deciso di occupare «in uso ed in via temporanea, per un primo periodo di mesi sei, salvo proroga, le aree sulle quali realizzare il tracciato viario carrabile di ampiezza 3 metri alternativo e temporaneo al tratto di via Fontanelle distrutto dall’evento franoso già indicato, necessario per consentire l’accesso alle abitazioni dei residenti nella zona a monte della frana».
In via temporanea, sei mesi, carreggiata di 3 metri…
Ricordiamoci queste parole. Ma non fra un anno. Fra 20 anni.

Un amico mi ha segnalato l’ordinanza n.63 del 7 marzo 2014 con cui il Sindaco di Sorrento stabilisce l’esproprio dei terreni su cui realizzare il nuovo tracciato viario: “Ordinanza di occupazione temporanea d’urgenza di porzioni di terreno per la realizzazione di un percorso carrabile a carattere temporaneo per consentire l’accesso alle abitazioni localizzate a monte dell’evento franoso di recente avvenuto in località Capo di Sorrento“.
Mi torna in mente un articolo di Ferdinando Boero intitolato “Ci dobbiamo preoccupare?” (in “Quaderno di Comunicazione”, a cura di Mara Benadusi, Mimesis Edizioni, 2012), in cui viene osservato che, in presenza di emergenze, finiamo sempre con l’affidarci proprio a chi ha proposto soluzioni che hanno portato all’emergenza che si sta affrontando, senza tener conto dei problemi posti da chi ci aveva già avvertiti. Insomma, siamo affetti dalla maledizione di Apollo, a causa della quale Cassandra non veniva creduta: “tutta la nostra storia è costellata di intelligenza e di stupidità” e “bisognerà vedere chi delle due l’avrà vinta”. Costruire una nuova strada, su terreni friabili, spianando alberi d’olivo, azzardando pendenze, ricoprendo i terrazzamenti di catrame, impermealizzando ulteriori superfici di territorio a me, francamente, non sembra una soluzione lungimirante.

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INTEGRAZIONE del 2 maggio 2014:
A volte le strade crollano, soprattutto quelle costruite su terreni franosi, dopo forti piogge. E’ successo qualche giorno fa a Baltimora, nel Maryland (USA). Ne ha scritto “Il Post”. Questo è il video (la parte “spettacolare” inizia a 1:15):

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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5 risposte a Quando crolla la casa

  1. giogg ha detto:

    Un’amica, Ti (che ringrazio), mi ha inviato tre link, il cui contenuto copio qui di seguito:

    “Corriere della Sera”, 3 gennaio 1973, QUI

    PERCHE’ L’ITALIA FRANA QUANDO PIOVE
    di Antonio Cederna

    Un’Italia che frana e si sbriciola non appena piove per due giorni di fila, ecco l’immagine che subito ci propone il 1973, quasi a imporre alla nostra attenzione il problema di fondo e il più trascurato della politica italiana: la difesa dell’ambiente, la sicurezza del suolo, la pianificazione urbanistica.
    I disastri arrivano ormai a ritmo accelerato: e tutti dovremmo aver capito che ben poco essi hanno di “naturale” poiché la loro causa prima sta nell’incuria, nell’ignavia, nel disprezzo che i governi da decenni dimostrano per la stessa sopravvivenza fisica del fu giardino d’Europa e per l’incolumità dei suoi abitanti.
    I “miracoli economici”, i boom edilizi, industriali e autostradali, sono avvenuti tutti al di fuori di qualsiasi programmazione di autentico e lungimirante interesse generale: abbiamo sistematicamente trascurato di realizzare tutta l’armatura dei servizi pubblici e delle attrezzature collettive (dalle scuole agli impianti di depurazione, dalle riserve naturali ai piani di bacino idrografico, dal verde pubblico ai trasporti collettivi, dal rimboschimento alla difesa dei litorali ecc.), indispensabili alle esigenze di vita della popolazione in un’epoca di sempre più veloci trasformazioni economiche e sociali.
    Gli eventi franosi sono due-tremila l’anno, con un morto ogni otto giorni: i geologi del Servizio di stato sono cinque, uno ogni dieci milioni di abitanti (mentre nel Ghana sono uno ogni settantamila). Sarebbe davvero strano che l’Italia non andasse periodicamente sott’acqua. Gli interventi pubblici sono saltuari, sono frammentari, non coordinati (nulla di decisivo è stato ancora fatto per il bacino dell’Arno, a sei anni di distanza dall’alluvione). Nel 1970 la commissione interministeriale De Marchi ha calcolato che per la difesa idraulica del suolo italiano occorrono 5300 miliardi nel prossimo trentennio. Ecco il costo dell’imprevidenza, i conti sbagliati della nostra economia, che ha puntato tutto sul tornaconto immediato e sul profitto.
    Fino a che la difesa della natura e del suolo non diventerà la base della pianificazione del territorio, fino a che questo non sarà considerato patrimonio comune (anziché res nullius, come è stato finora), continueremo a contare le morti e le distruzioni. Ma intanto questa Italia, sempre pronta a invocare la propria “povertà” per non fare le cose indispensabili, ha stanziato la settimana scorsa altri cinquecento miliardi di lire per costruire nuove autostrade
    .

    – – –

    “Eddyburg”, 5 novembre 2009, QUI

    L’ITALIA CHE FRANA QUANDO PIOVE
    di Vezio De Lucia

    Perché l’Italia frana quando piove. È l’endecasillabo che recitava Antonio Cederna dopo ogni alluvione, frana, dissesto. E spiegava che c’è un solo fattore che mina l’integrità fisica del territorio: la mano dell’uomo. La pioggia è il più naturale dei fenomeni atmosferici. Se si trasforma in catastrofe, quando supera anche di poco i livelli medi, è per l’uso dissennato che si è fatto e si continua a fare del nostro territorio. Soprattutto nel Mezzogiorno, dove più violentemente sono stati alterati antichi e fragili equilibri.
    Spero che almeno per un po’ di tempo si smetta di piangere sul fatto che sono troppi i vincoli che frenano l’attività edilizia e le spinte alla trasformazione del suolo. I giornali portano la contabilità dei danni, sette morti all’anno per frane, centinaia a partire dalla tragedia del Sarno di dieci anni fa. Già allora, tutti i cronisti misero a nudo la fragilità del territorio, i disboscamenti, la devastazione della natura, l’abbandono dell’agricoltura, l’abusivismo, le cave gestite dalla malavita, l’espansione caotica delle città, la speculazione edilizia. Si lessero serie indagini sul deficit di cultura civile che sta all’origine di tutti i guai del Mezzogiorno, dove le catastrofi cosiddette naturali svelano sempre disastri sociali: l’imprenditoria miserabile, l’intreccio fra l’economia legale e quella malavitosa, il controllo camorristico dei beni pubblici, la rassegnata solitudine, o la fuga, dei cittadini migliori.
    Ieri, dopo poche ore di pioggia, di nuovo lutti e devastazioni. Non si può che ripetere, ancora una volta, la solita predica. Non serve inseguire l’emergenza e pensare a politiche straordinarie. Straordinario deve essere solo l’impegno a recuperare il tempo perduto. E a mettere mano alle cose che finora non sono state fatte, in primo luogo all’attuazione dei piani di bacino, obbligatori per legge da circa vent’anni. Che però, in particolare nelle Regioni meridionali, sono oggetti sconosciuti. I piani di bacino sono il cardine della politica di difesa del suolo. Vanno elaborati con grande cura, utilizzando risorse tecniche e scientifiche di prim’ordine. E pretendono un’attuazione rigorosa, eliminando, per esempio, le costruzioni sorte nelle aree a rischio. Le autorità di bacino dei grandi fiumi del Centro-Nord operano abbastanza efficacemente. I guai sono nel Mezzogiorno. Dove la difesa del suolo, la gestione dell’acqua non possono essere affidate a istituzioni da troppi anni inadempienti. E’ indispensabile che intervenga il governo centrale, sostituendo le Regioni incapaci. Ma figuriamoci.
    E poi c’è il capitolo abusivismo che continua senza freni, più intenso proprio dove non sono garantite condizioni di sicurezza. Un solo dato: a Roma le domande di condono presentate nel 2003 sono state oltre 85 mila, quasi la metà del totale nazionale. Riguardano gli anni dal 1994 al 2003, quando in Campidoglio sedevano prima Francesco Rutelli, poi Walter Veltroni. 85 mila abusi denunciati in nove anni significa che nella capitale non c’è controllo del territorio. Resta Rita Paris, la benemerita archeologa che si occupa dell’Appia Antica, intrepida e imperterrita a denunciare, per lo più inascoltata, lo scandalo delle costruzioni abusive a ridosso della regina viarum che il comune continua a sanare
    .

    Su eddyburg, documenti e articoli sulla frana di Agrigento del 1966 che rivelò agli italiani le conseguenze dell’uso dissennato del territorio

    – – –

    “Ciwati”, 18 febbraio 2013, QUI

    CONDONARE DI PIU’, CONDONARE TUTTO (E TUTTI)
    di Giuseppe Civati

    Alessandro da Sorrento mi segnala una pregevole iniziativa del Pdl in Penisola.

  2. giogg ha detto:

    “Positano News”, 5 marzo 2014, QUI

    FRANA AL CAPO DI SORRENTO. ATTIVATO MONITORAGGIO, SI PARLA DI ALTRE EVACUAZIONI
    di Redazione

    Questa mattina unica testata sul posto, Positanonews, il giornale della Costiera amalfitana e Penisola Sorrentina, ha seguito le operazioni delle autorità, l’area di emergenza sarà probabilmente allargata forse con altre evacuazioni, mentre la strada per Massa Lubrense rimarrà ancora chiusa perchè il rischio è ancora presente. Disagi della popolazione residente con vecchi e malati, che hanno difficoltà a muoversi per la strada chiusa, di cui si sta prendendo cura la protezione civile. Sarà emanata nelle prossime ore l’ordinanza firmata dal sindaco di Sorrento, Giuseppe Cuomo, relativa al fronte della frana avvenuta nel pomeriggio di ieri in località Capo di Sorrento.
    Il provvedimento conferma la chiusura della strada provinciale SP107 di collegamento tra Sorrento e Massa Lubrense, all’altezza dell’innesto con via Pantano fino all’innesto con via Calata di Puolo e dispone il ripristino della fornitura di acqua, linea telefonica e dell’impianto fognario delle abitazioni site in via Fontanelle.
    Di questa mattina il sopralluogo dei tecnici di Arcadis, l’Agenzia Regionale Campana Difesa Suolo, Vigili del Fuoco, Genio Civile, Protezione Civile, Polizia Locale, Gori e Ufficio Tecnico del Comune di Sorrento e Massa Lubrense, accompagnati dal sindaco Cuomo, dal vice sindaco Giuseppe Stinga e dall’assessore Raffaele Apreda, dal quale è emersa un’attività ancora in corso del fenomeno franoso, rendendo necessaria un’attività di monitoraggio per 72 ore sui principali dissesti incipienti nell’area di frana.
    Per venerdì alle ore 12 è prevista una nuova riunione operativa, per fare il punto della situazione sullo smottamento ch ha interessato un’area larga circa 50 metri, scivolando a valle per oltre cento metri e trascinando lungo il percorso due manufatti.
    “L’area interessata dal fenomeno è più estesa di quello che si immaginava e la situazione rimane delicata – spiega il primo cittadino – Siamo già all’opera insieme al Genio Civile e all’Arcadis, coordinata dal responsabile, Flavio Cioffi che ringraziamo per la tempestività, e insieme arriveremo ad una definizione degli interventi per consentire almeno la riapertura della strada provinciale. Abbiamo inoltre contattato telefonicamente l’assessore regionale Consenza, per fissare un immediato incontro e coordinare futuri interventi”
    .

    VIDEO:

    – – –

    “Metropolis Web”, 7 marzo 2014, QUI

    FRANA A SORRENTO, I VERDI: “FARE CHIAREZZA SUI LEGAMI CON L’ABUSIVISMO EDILIZIO”
    di Salvatore Dare

    «La Regione Campania deve farci sapere se la causa di questo evento è dovuta all’abusivismo edilizio e all’edificazione selvaggia che sta colpendo da anni il territorio in questione».
    La polemica, infuocata, esplode puntuale. E parte dall’intervento ufficiale di Francesco Emilio Borrelli, esponente di punta dell’esecutivo nazionale dei Verdi che nella giornata di ieri, ha risposto a distanza all’intervento, recente, dell’assessore regionale Eduardo Cosenza che, sul caso della frana al Capo di Sorrento, ha parlato senza troppi indugi di «situazione critica».
    I sospetti sull’abusivismo edilizio oltre a valicare i confini del web – molte polemiche sui social network fra gli amanti dell’ambiente – ora arrivano pure sul tavolo dell’ente di palazzo Santa Lucia con Borrelli che va all’attacco.
    «La domanda che ci facciamo è: la frana in questione è stata dovuta all’abusivismo edilizio o all’edificazione selvaggia sul territorio? In tal caso – evidenzia Francesco Emilio Borrelli dell’esecutivo nazionale dei Verdi – non sarebbe utile che la Regione Campania monitorasse anche il numero crescente negli ultimi anni di abbattimenti di alberi e di interi limoneti per realizzare parcheggi di cemento armato in penisola sorrentina?».
    Quesiti pesanti, importanti, girati di rimbalzo sul tavolo dell’assessore regionale
    .

  3. giogg ha detto:

    Il 7 marzo 2014 Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile, ha riferito alla Commissione Ambiente del Senato sullo stato del territorio italiano. Tra le altre cose, ha detto:

    L’Italia è un paese “malato”, dove la “manutenzione” del territorio, zone urbane comprese, “è sempre più limitata”, non solo a causa dei fondi che scarseggiano. “Se un corpo sano può resistere anche ad una polmonite, un corpo debilitato può rimetterci le penne anche con un semplice raffreddore” […] “la maggior parte dei territori colpiti sono territori abusati, antropizzati, nei quali si è costruito dove non si doveva o non si poteva costruire, dove si è condonato e sanato qualsiasi cosa in una perversa logica di cassa, dove non si sono fatti interventi per una corretta urbanizzazione” […]. Ormai deve essere una priorità la messa in sicurezza di questa Italia che frana, se non la si vuole vedere sgretolarsi del tutto. [Già il 10 febbraio 2014 Gabrielli] aveva lanciato la proposta di uno stop alle nuove costruzioni per i prossimi 10 anni, in modo da “investire tutto quello che c’è sulla messa in sicurezza del territorio”.

  4. giogg ha detto:

    Insomma, bravi tutti.

    “Corso Italia News”, 11 marzo 2014, QUI

    RICONOSCIUTO ALLA GORI UN RUOLO FONDAMENTALE NEL RIPRISTINO DELLA NORMALITA’ DOPO LA FRANA DI SORRENTO
    di Simona Ciniglio

    Nell’ambito della triste vicenda inattesa che martedì scorso ha visto una frana travolgere alcune abitazioni di Via Fontanelle a Sorrento, con le conseguenze note a tutti, due “menzioni d’onore” vanno rispettivamente alla GORI e all’Amministrazione comunale.
    La società di gestione del servizio idrico integrato si è adoperata fin dalle prime ore successive alla frana, ovviando ai danni riportati alla rete idrica con tempestività e competenza.La condotta idrica collassata infatti in seguito all’evento aveva isolato le utenze della zona di Capo, a cui la Gori, grazie a manovre di chiusura e regolazione sulla rete idrica da un vicino distretto, è riuscita comunque a garantire l’apporto di acqua potabile. Inoltre, seguendo le indicazioni degli esperti che hanno osservato fino a venerdì l’insistenza del movimento franoso, la GORI ha soppresso il tratto di condotta idrica in corrispondenza delle aree soggette a smottamenti, con la creazione di una condotta alternativa provvisoria.
    E’ nel ripristino della rete fognaria che anche l’Amministrazione ha giocato un ruolo fondamentale ai fini della velocità d’intervento.
    L’individuazione di una condotta alternativa per la rete fognaria ha infatti reso necessario il coinvolgimento di suoli privati nell’operazione, che grazie all’emanazione di un’ ordinanza sindacale lampo , hanno potuto effettivamente accogliere il reindirizzamento della rete fognaria, ripristinando il servizio sabato pomeriggio.
    “Ringrazio i colleghi ingegneri, tecnici e operai – ha riferito l’amministratore delegato di GORI, Giovanni Paolo Marati – che con grande impegno e sacrificio hanno affrontato e continuano ad affrontare la grave situazione che ha colpito la comunità sorrentina. Rinnovo al sindaco Cuomo la più ampia disponibilità di uomini e mezzi per il ripristino ed il mantenimento delle condizioni di fornitura, seppur, al momento, con opere temporanee”.
    Anche il presidente della società di gestione del servizio idrico integrato Amedeo Laboccetta si è detto soddisfatto della resa degli interventi in una situazione di particolare emergenza: “Penso che tutti abbiano dato prova di grande competenza e professionalità, in una virtuosa sinergia a vantaggio dei cittadini”.
    A tirare le somme di un bilancio positivo per modalità e tempistica dell’intervento della GORI anche il primo cittadino sorrentino, Giuseppe Cuomo.
    “Prendiamo atto della tempestività con la quale la GORI è intervenuta e della collaborazione mostrata – ha infatti dichiarato il Sindaco– Il nostro ringraziamento va ai tecnici e ai vertici dell’azienda, alla quale chiediamo di continuare ad offrire il loro contributo nella soluzione dei tanti problemi che la popolazione residente si trova ad affrontare in queste ore. Stiamo lavorando fianco a fianco con i vari soggetti coinvolti per tornare al più presto alla normalità”
    .

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