Befana, la donna dei cieli

“il manifesto”, 4 gennaio 2014, QUI

BEFANA, LA DONNA DEI CIELI
Epifania. La storia della vecchina che porta doni. Dall’antichità fino ad oggi, una ridda di nomi e usanze che attraversano l’Europa
di Claudio Corvino

Con la Befana si chiude il ciclo dei doni, ini­ziato con la com­me­mo­ra­zione dei defunti il 2 novem­bre, quando, almeno in Sici­lia, i bam­bini rice­vono doni e dol­cetti dai loro parenti. Forse da qual­che anno l’inizio di que­sta vor­ti­cosa cir­co­la­zione di doni sem­bra essere stata anti­ci­pata al 31 otto­bre, notte di Hal­lo­ween, quando i bam­bini li «pre­ten­dono» con il loro «trick or treat?», «dol­cetto o scher­zetto?», variante abbre­viata delle più ric­che e fan­ta­siose for­mule car­ne­va­le­sche ita­liane (di dif­fu­sione euro­pea) che suo­na­vano più o meno così: «Racce ’no capo re sau­sic­chio / e se no me lo vuoi rà, te pozza nfra­cetà» o, ancora più cru­del­mente, «si niente ne vuò dà, a l’anno chi bbene no puozzi arrivà!». Cioè si augu­rava il mar­cire dei beni o addi­rit­tura la morte a chi non ricam­biasse il «dono» della visita dei bambini.

CONTINUA SU “IL MANIFESTO”.

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Il blog “alle pendici del tifata e oltre” racconta dell’uso nel Cilento di tenere accese le luci esterne delle abitazioni nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, così da dare la possibilità ai morti di rientrare nel loro mondo, dopo essere tornati tra i vivi la notte tra il 1° e il 2 novembre. Questo periodo è definito “tempus tremendum” e si chiude grazie a quella luce posta sui davanzali che permette ai defunti di «andare definitivamente dinnanzi a Dio». Il post completo è QUI.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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3 risposte a Befana, la donna dei cieli

  1. giogg ha detto:

    CONTINUAZIONE

    Regali, o più gene­ri­ca­mente abbon­danza e beni, ven­gono o veni­vano por­tati anche da altri santi per­so­naggi, come san Mar­tino (11 novem­bre), santa Cate­rina (25), san Nicola (6 dicem­bre) e santa Lucia (13) che, a bordo del suo asi­nello, ancora qual­che set­ti­mana fa, attra­ver­sava le stra­dine di alcuni paesi del bre­sciano e del ber­ga­ma­sco. Senza dimen­ti­care Babbo Natale, ovviamente.

    Il nuovo inizio
    Abbiamo ricor­dato que­sti santi, per sot­to­li­neare un aspetto di que­sto tempo dona­ti­zio che tal­volta viene sot­to­va­lu­tato: non sono i per­so­naggi citati che creano que­sta cir­co­la­zione di doni, ma è la cir­co­la­zione dei doni che ha creato loro. In altre parole, già prima della loro esi­stenza, o magari della loro con­ver­sione al cri­stia­ne­simo, in tutto il periodo di fine autunno/inizio inverno durava un intenso scam­bio di doni, che comin­ciava con le feste romane dei Satur­na­lia (dal 17 al 23 dicem­bre), quando, ter­mi­nati i lavori agri­coli, non si poteva far altro che aspet­tare, spe­rare e pre­gare che i semi sepolti sotto la neve faces­sero il loro dovere. Freddo e neve che non sono puni­zioni divine, ma frutto di un com­plesso epi­so­dio astro­no­mico chia­mato sol­sti­zio d’inverno, durante il quale il sole dimi­nui­sce, come anche le ore di luce che ci regala: è il freddo, il buio e soprat­tutto la paura che il sole possa morire o esau­rirsi, cui segue però l’immancabile e ras­si­cu­rante costa­ta­zione che da qui a poco le gior­nate si allun­ghe­ranno nuo­va­mente e il sole scal­derà di nuovo.
    È la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, antro­po­lo­gi­ca­mente defi­nito Capo­danno, ovvia­mente non etno­cen­tri­ca­mente ristretto al primo gen­naio. Siamo allora in un periodo «di mar­gine», in cui il mondo deve essere rifon­dato e le rela­zioni umane ri-create, o per­lo­meno rin­sal­date. Allora alla terra addor­men­tata sotto la neve si donano offerte pri­mi­ziali, affin­ché siano di buon augu­rio, e agli uomini stre­nae (dalla dea romana Stre­nia), per­ché i doni avvi­ci­nano gli uomini tra loro e al tempo stesso rista­bi­li­scono i ruoli gerar­chici tra chi dona e chi riceve. Se c’è biso­gno di rifon­dare il tempo, a mag­gior ragione si dovrà rifon­dare anche la società.
    La Befana, tra i dona­tori citati, è cer­ta­mente la figura più com­plessa, mul­ti­forme, la meno con­ta­mi­nata dal con­su­mi­smo e inol­tre rigo­ro­sa­mente e ine­qui­vo­ca­bil­mente laica. Vola nei cieli euro­pei assu­mendo nomi dif­fe­renti e tratti anche fami­liari, ma inquietanti.
    In Veneto, fino a pochi decenni fa, si cre­deva che la Rede­sola, una donna non bat­tez­zata costretta ad errare per l’eternità, scen­desse nelle case attra­verso il camino, ma solo dove que­sto era pulito. Nel Bel­lu­nese que­sto mitico essere prende il nome di Redo­desa e ha dodici figli, i Redo­de­se­gòt. In alcune zone si crede ancora che al pas­sag­gio di que­sta grande fami­glia le acque dei fiumi si fer­mino, e che chiun­que si trovi nei paraggi corra il rischio di essere man­giato. Nel Tre­vi­giano le bam­bine disub­bi­dienti pote­vano ritro­varsi le for­cine della Befana pian­tate nella carne, men­tre la Giampa Altoa­te­sina si aggira ancora oggi furiosa nelle notti che pre­ce­dono il Natale con una mostruosa schiera di cani latranti e di spet­tri. Nel Vicen­tino era detta stria, strega, e i bam­bini nella notte a lei dedi­cata met­te­vano la paglia fuori dalle case per il suo mus­sèto, l’asinello, nell’infantile illu­sione che una per­ma­nenza più lunga avrebbe signi­fi­cato più rega­lini. Dall’altro capo d’Italia, in Puglia, l’ambiguità di que­sta mitica dona­trice si sdop­pia, creando una Pasqua Befanì e una Morta Befanì, bene­vola la prima, ter­ri­fi­cante la seconda: aveva con sé un libro in cui erano scritti i nomi di coloro che sareb­bero morti entro l’anno.
    Que­ste temi­bili figure fem­mi­nili volanti non furono una sco­perta dei ricer­ca­tori di cose popo­lari dell’Ottocento, e già Anton Fran­ce­sco Doni (1513–1574) nei suoi Marmi avver­tiva i bam­bini di dife­dersi dalla Befana, che bucava le pance o «la notte de’ sei di gen­najo, a quelli che non avean ben ben cenato, forasse il corpo collo sti­dione», aggiun­geva Miche­lan­gelo Buo­nar­roti (1568–1646).
    Nel secolo seguente il filo­logo fio­ren­tino Dome­nico M. Manni scri­veva: «(la Befana) abita di sop­piatto nelle gole de’ cam­mini: che ella va a zonzo magi­ca­mente in tal notte, per­ché festa de’ Magi: che pregata lascia regaletti ad alcuni putti nelle loro calze; ed altri nul­la­meno ne cerca per forare loro il corpo: ad evi­tare il qual male, il rime­dio è tro­vato di man­giar fave, lo che si usa tut­tora da molte persone in quella sera; sic­come il porsi un mor­taio sul corpo; ed il pre­gare buono evento per via d’un’orazione appo­sta, detta Avem­ma­ria della Befana». Avem­ma­ria ancora oggi cono­sciuta nelle zone toscane.
    Ma, a que­sto punto, qual­cuno potrebbe chie­dersi: come nascono que­ste donne volanti?
    Se il suo nome la Befana lo deve a un’evidente cor­ru­zione di Epi­phà­neia, «mani­fe­sta­zione», festeggiata il 6 gen­naio e dif­fu­sasi in Occi­dente tra IV e V secolo, la sua figura la ritro­viamo già molto dif­fusa nell’età di mezzo: l’Europa cen­trale cono­sceva Frau Holda, descritta da Bur­cardo di Worms nell’XI secolo come colei che vola a cavallo di «alcune bestie» in com­pa­gnia dei demoni e, stando a un tardo pro­cesso di stre­go­ne­ria, del 1630, bella come una fata se vista di fronte, ma con una schiena ruvida come la cor­tec­cia di un albero. Simile a lei era Per­chta o Ber­tha, la sor­pren­den­te­mente lon­geva pro­ta­go­ni­sta del nostro modo di dire «quando la Berta filava…». Anche Frau Ber­tha deve il suo nome al giorno in cui la si ricor­dava, la «lumi­nosa notte», nell’antico tede­sco gipe­rhata naht, in cui la stella cometa apparve. Ancora, un impor­tante inqui­si­tore quat­tro­cen­te­sco, Johann Nider, nel suo For­mi­ca­rius ripor­tava la con­fes­sione di una donna che par­lava di domina Per­chta e del suo rumo­ro­sis­simo carro.

    Domian abun­dia
    Tali cre­denze si con­fon­dono e si fon­dono con quelle nelle simili caval­cate di altre figure, gene­rose e male­fi­che, cono­sciute come bonae mulie­res o bonae domi­nae di cui è ricca la let­te­ra­tura e di cui parla, forse un po’ con­fu­sa­mente anche Tacito nella Ger­ma­nia. Guglielmo d’Alvernia, vescovo di Parigi morto nel 1249, rac­con­tava nel suo De uni­verso di que­ste «buone donne» che visi­ta­vano le case e, trovandovi da man­giare e da bere, elar­gi­vano «abbon­danza e sazietà». Da quest’abitudine, la donna che le gui­dava era chia­mata Domina Abun­dia o Satia. Lo stesso tipo di pro­to­be­fana la ritro­viamo come Dame Abonde nel Roman de la rose o in uno scherzo nar­rato negli exem­pla di Ste­fano di Bour­bon, della metà del Due­cento: un gruppo di buon­tem­poni tra­ve­stiti da donne si intro­dus­sero di notte nella casa di un con­ta­dino, sac­cheg­giando tutto quello che pote­vano. Alle pro­te­ste della moglie, il con­ta­dino tentò di tran­quil­liz­zarla spie­gan­dole: «Stai zitta, e chiudi gli occhi. Saremo ric­chi, per­ché sono le bonae res e cen­tu­pli­che­ranno le nostre sostanze» (Unum accipe, cen­tum redde).
    A que­ste, biso­gnerà aggiun­gere almeno Ero­diade, o domina Heor­diana, che il mito popo­lare con­fonde con la figlia Salomé, colei che chiese ad Erode Antipa la testa di Gio­vanni Bat­ti­sta, come ricom­pensa del suo dan­zare. Por­tata in un bacile dinanzi alla donna, una leg­genda medie­vale vuole che la testa comin­ciasse a sof­fiare sol­le­vando in alto Ero­diade, che da allora è costretta a vagare rab­biosa e senza posa nei cieli notturni.
    Un caro­sello di nomi, quello accen­nato, che tur­bi­no­sa­mente volava la notte seguito da una mol­ti­tu­dine di animé di donne, spe­cu­lare a quello delle animé degli uomini, che for­ma­vano il più virile exer­ci­tus mor­tuo­rum: sol­dati morti anzi­tempo che avreb­bero dovuto vagare, con­fusi e sof­fe­renti, per gli anni che gli sareb­bero rima­sti da vivere sulla terra se la morte non fosse soprag­giunta. Era cono­sciuta anche come fami­lia Her­le­chini, l’antenato del nostro Arlec­chino. Entrambe le masnade, quella fem­mi­nile e quella maschile, ven­nero con­si­de­rate infer­nali e dia­bo­li­che quando verso il XII secolo comin­ciò ad affer­marsi il con­cetto di Purgatorio.
    Fu allora che que­ste animé furono tirate giù dai cieli not­turni, per essere ridotte e segre­gate nel più ordi­nato Pur­ga­to­rio. Coloro che resi­stet­tero si ritro­va­rono con­dan­nate ad essere con­si­de­rate schiere demo­nia­che o demoni esse stesse, oppure favole e spau­rac­chi per bambini.
    In que­sta seconda forma, di babau e gene­rose dona­trici al tempo stesso, le ritro­viamo ancor oggi nelle cul­ture popo­lari e nei camini
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