La legge Bossi-Fini, spiegata da Alessandro Dal Lago

Nella “Postfazione” all’edizione del 2009 di “Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale” (Feltrinelli, 1999), Alessandro Dal Lago delinea il contesto globale in cui si inscrivono le politiche sull’immigrazione degli ultimi vent’anni in Italia e in Europa.
In Italia l’ultima versione dell’inasprimento delle leggi sull’immigrazione è la cosiddetta “Bossi-Fini“, in vigore dal 2002. Distinguendo tra retoriche e pratiche, Dal Lago svela cosa produce quella legge.

«[…] In sostanza, i paesi ricchi hanno bisogno del lavoro straniero. In Italia, come d’altronde in tutti i paesi occidentali, lo sviluppo della new economy, del terziario, avanzato e non, ha lasciato scoperte un gran numero di mansioni materiali, manuali, di solito svolte in condizioni disagiate o pericolose, a cui la forza lavoro locale da molto tempo non è più disponibile. Le piccole fabbriche o le imprese familiari del nord-est, l’edilizia in tutto il paese, l’agricoltura industrializzata e quella stagionale – settori ancora trainanti in un’economia complessivamente stagnante – non sopravvivrebbero che poche settimane senza la forza lavoro straniera: senegalesi nella siderurgia e nella meccanica, albanesi e romeni nell’edilizia, marocchini e albanesi nella raccolta degli ortaggi e nelle serre. E questo vale anche per il mercato dell’abbigliamento povero e della chincaglieria, in cui sono attivi gli ambulanti stranieri (al servizio di grossisti italiani), come per quello dei servizi alla persona, in cui operano le donne straniere, sudamericane e dell’Europa dell’est. Per non parlare delle mansioni più dequalificate, come la pulizia nelle aziende, il facchinaggio o la manutenzione stradale. Il lavoro straniero permette di riprodurre le condizioni materiali del lavoro immateriale, la base fisica, sporca e faticosa di uno sviluppo sempre più orientato alla produzione e alla distribuzione su scala globale di “idee”, come i marchi dell’abbigliamento, il software, l’innovazione tecnologica e culturale, cioè in generale i beni “intellettuali”.
Nei mercati in cui operano gli stranieri dominano i rapporti di lavoro neo-hobbesiani, basati sul semplice incontro tra posizioni di forza e vendita elementare della forza lavoro. Dimensione sempre più crescente dell’economia informale (in Italia, circa il 30% di quella complessiva), il mercato del lavoro straniero è per definizione sottratto al controllo pubblico, peraltro sempre più evanescente grazie alla progressiva deregolamentazione, in tutti i campi, dei rapporti di lavoro
. […]
Non è difficile accorgersi come le normative elaborate a partire dalla metà degli anni novanta, in un crescendo di paranoia verso i migranti (decreto Dini, legge Turco-Napolitano, legge Bossi-Fini), abbiano come obiettivo comune il mantenimento di una domanda clandestina del lavoro meno qualificato. La retorica più o meno truculenta o legalitaria della lotta alla clandestinità non deve ingannare. Come in ogni altro campo della vita, il proibizionismo sfocia nella proliferazione di mercati illegali. La fissazione di quote di ingressi temporanei più o meno arbitrarie o cervellotiche (per esempio nell’agricoltura stagionale), insieme a norme iugulatorie come l’individuazione preventiva di datori di lavoro o garanti degli stranieri, fanno sì che l’offerta di lavoro si rivolga di fatto ai migranti privi di qualsiasi mezzo, agli irregolari disponibili per qualsiasi mansione pur di restare nel territorio nazionale. La “clandestinità” del lavoro, naturalmente, mostra due facce a seconda che gli stranieri siano nascosti nella privatezza della vita domestica, come avviene per le cosiddette badanti, oppure siano visibili nell’incertezza dei mercati di strada, come avviene invece per manovali o braccianti. Nel primo caso, la clandestinità sparisce nell’intoccabilità delle famiglie, mentre nel secondo è soggetta al meccanismo della paura. Il rischio concreto di espulsione o di internamento nei centri di permanenza temporanea (introdotti dalla legge Turco-Napolitano) si traduce nell’invisibilità dei lavoratori e nella loro soggezione assoluta alle condizioni di lavoro imposte da caporali e capi cantiere. Le testimonianze ormai abbondanti dei lavoratori stranieri parlano diffusamente di orari di dodici-quattordici ore al giorno, di assoluta mancanza di misure antinfortunio, di retribuzioni da fame (due o trecento euro al mese nei casi più favorevoli), di pagamenti dilazionati o dimezzati, di contratti fantasma. […]
La legge Bossi-Fini radicalizza quella Turco-Napolitano, non solo perché prevede l’impiego ufficiale della marina militare nel “respingimento” dei clandestini e raddoppia il periodo massimo di internamento dei Cpt (due mesi che possono anche diventare tre o più, se si pensa alle peregrinazioni iniziali degli stranieri tra porti di prima raccolta, caserme o altre strutture), ma soprattutto perché vincola rigidamente la regolarizzazione, cioè la permanenza temporanea, a un “contratto di soggiorno”. Ciò significa subordinare i lavoratori regolarizzati alla volontà assoluta del datore di lavoro. Questa norma, fortemente voluta dalla Lega, consente l’assoggettamento totale sul luogo di lavoro e ovviamente riduce la possibilità di organizzazione dei lavoratori stranieri, già obiettivamente difficile per motivi più che evidenti (isolamento, paura, pregiudizi locali e così via). Inoltre, rende ancor più precaria la condizione di chi è stato espulso dal mercato del lavoro regolare o non è riuscito a entrarci. Il giro di vite degli ultimi anni contro gli stranieri, in nome della sicurezza dei cittadini o delle iniziative contro il “degrado” urbano, chiude la tenaglia in cui di fatto, negli ultimi dieci anni, i migranti poveri si sono venuti a trovare nelle società definite, con un’espressione che sarebbe comica se non fosse sinistra, di “accoglienza”.
La retorica del “multiculturalismo”, cioè dell’accoglienza dei “diversi”, funge ormai da legittimazione culturale del progressivo asservimento degli stranieri. Nello stesso modo in cui le guerre “umanitarie” degli anni novanta, prima dell’11 settembre 2001, giustificavano il rilancio dell’egemonia occidentale nel mondo seguito alla fine del bipolarismo, la retorica multiculturale traveste il problema delle migrazioni – e più in generale del rapporto con il mondo non sviluppato – in termini “etnici”, culturali o religiosi. Gli stranieri perdono cioè la connotazione, che dovrebbe essere ovvia, di soggetti alla ricerca di chance di vita nell’economia globale per acquisire quella convenzionale di propaggini di altre culture o di credenti di altre fedi. Ciò consente a un ampio ventaglio di forze politiche di affrontare la questione delle migrazioni su tutti i piani tranne quello dei diritti. In altre parole, non in termini di uguaglianza, ma di diversità
. […]»

(Tratto dalle pagine 267-270).

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AGGIORNAMENTO del 2 aprile 2014:
Il reato di clandestinità è stato abolito: Via libera della Camera: stop al reato di clandestinità. Passa con 332 voti a favore il ddl su pene alternative e messa alla prova che contiene anche la norma. depenalizzata anche la coltivazione della cannabis (“CorSera“).
Sui socialmedia il voto ha fatto molto discutere. Ecco due esempi che riassumono efficacemente il voto: «Depenalizzato il reato di clandestinità. Ottima notizia dalla Camera. Ovviamente il voto contrario ha compattato le destre: FdI, Lega e M5S» (Francesco Nicodemo su twitter); «il 13 gennaio 2014 sul blog di Beppe si votò a favore della cancellazione del reato di immigrazione clandestina. il 2 aprile 2014 alla Camera i deputati di Beppe hanno votato contro la cancellazione del reato di immigrazione clandestina. democrazia diretta» (Michele Di Salvo su facebook).
Secondo “Giornalettismo”, tuttavia, la dinamica del voto parlamentare pare sia più complessa: QUI.
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«Lampedusa non è più un luogo reale. È oltre. Molto di più. Iper-reale. Al punto da essere divenuta un mito. Alle porte del “nostro” mondo. […] Per questo Lampedusa, ieri luogo felice, di riposo e di vacanza, è divenuta l’inizio e la fine del “nostro” mondo. Le colonne d’Ercole del “nostro” tempo. Che segnano i “nostri” limiti. Il “nostro” limite» (Ilvo Diamanti).

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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