A quando la decadenza del berlusconismo?

L’altro ieri, in attesa che Berlusconi cominciasse a celebrare in piazza quella sorta di sua danza macabra politica in contemporanea con la votazione per la sua decadenza, la diretta streaming del “CorSera” inquadrava le persone assiepate sotto il palco e un giornalista si aggirava tra la folla raccogliendo testimonianze. Ho visto il collegamento per alcuni minuti, il tempo di ascoltare persone di varie regioni italiane e di diverse età, fino alla dichiarazione di un ragazzo di poco più di vent’anni: «Io il futuro lo vedo con Silvio Berlusconi e con Forza Italia». Per quanto possa sembrare assurda e anacronistica, quella frase rivela che l’altro giorno non è finito nulla.
Personalmente non so se Berlusconi avrà ancora un ruolo preponderante sulla scena politica italiana, ma so che se il berlusconismo non è cominciato nel 1994 (a mio avviso molto prima, almeno nel 1988 con il “trionfo” del Gabibbo in quanto “giustiziere”), di certo non è finito con l’uscita dal Parlamento del suo principale esponente. E questo perché, come spiega Ederoclite, «Il berlusconismo non è più un fatto in sé, oggi è costume, cultura, rappresentazione mediatica e corporale e – come direbbe qualche collega antropologo – è un vero e proprio sistema di credenze».
Ora, la questione che si pone non è tanto stabilire chi o cosa sia nato prima (Berlusconi o il berlusconismo?), quanto tentare di definire cosa sia il sistema culturale (prima ancora che politico) che chiamiamo, appunto, berlusconismo. Ogni analisi culturale si scontra con una grossa difficoltà, quella di definire il suo oggetto, ovvero la cultura. Nel nostro caso, qual è il sistema di valori del berlusconismo e quali le sue credenze? Inoltre, cosa è adesso questa realtà, ma cosa è stata nel passato? Osservando nel dettaglio, probabilmente ci accorgeremmo che gli elementi più eclatanti del berlusconismo non sono nuovi (individualismo, familismo, carrierismo, machismo, vittimismo, telegenia…) (altri elementi sono qui), ma erano presenti nella società italiana da tempo, per cui, verosimilmente, vi resteranno ancora a lungo. La particolarità storica del berlusconismo è, piuttosto, nelle modalità con cui ha alimentato e veicolato quei “valori”, cioè in quella che qualcuno ha chiamato “videocrazia”. Ciò ha permesso a quel tipo di “visione” di essere così pervasiva nel tessuto sociale e nell’immaginario nazionale da riguardare anche coloro che, elettoralmente, non hanno mai votato per i partiti guidati da Silvio Berlusconi: il berlusconismo, cioè, non è affare dei soli berlusconiani. Pertanto, è certamente al personaggio storico che va ricondotto tale fenomeno, ma è soprattutto al suo impero economico (praticamente un monopolio mediatico) che si deve la creazione di una “mitologia televisiva” che precede e prepara (e poi, successivamente, sostiene e alimenta) la sua vicenda politica e istituzionale. In questo senso, nonostante la decadenza dal Senato del suo leader, le condizioni strutturali del berlusconismo restano intatte ed è chiaro che, finché non cambieranno, tale “etica” vi sopravviverà, magari in altre forme e con modalità nuove, come sono portato a ritenere.
Pensare che un sistema (culturale e di potere) possa sparire mandando “a casa” il suo massimo precettore è semplicemente ingenuo: ciò che va smosso sono le condizioni che tengono in piedi quell’impianto, perché la cultura è fluida, il potere è camaleontico.

– – –

AGGIORNAMENTI:
Sulla compatibilità tra Berlusconi e le istituzioni democratiche e sugli attacchi che queste continueranno a subire dall’esterno (dallo stesso Berlusconi e da Beppe Grillo), il 27 novembre 2013 Marco Bracconi ha scritto il post “L’extraparlamentare“, che ha dato vita ad una interessante discussione tra i commenti. La riproduco qui sotto.

In un suo post del 29 novembre 2013, Giuseppe Giulietti scrive: «[…] Chi vuole davvero battere Berlusconi dovrà dedicarsi ad elaborare progetti e azioni radicalmente alternativi sul piano etico e civile, ancor prima che politico. Altrimenti Berlusconi, forse, uscirà di scena, ma il berlusconismo ed i suoi nuovi interpreti, di qualsiasi natura e colore, potrebbero persino far rimpiangere l’originale. […]». (Questo articolo è presente anche qui in basso).

Altri articoli di analisi sulla “decadenza” di Berlusconi (di Norma Rangeri e di Ezio Mauro) sono tra i commenti.

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3 risposte a A quando la decadenza del berlusconismo?

  1. giogg ha detto:

    Sempre in merito alla decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato italiano il 27 novembre 2013, Marco Bracconi ha scritto un post di commento (“L’extraparlamentare“) in cui osserva che:

    «[…] Oggi non finisce un ventennio. Finisce un equivoco durato vent’anni, nei quali in tanti, troppi, hanno creduto possibile la compatibilità tra l’agire politico del Cavaliere e un corretto funzionamento della democrazia.
    L’ex premier non è affatto finito. Da domani sarà definitivamente e coerentemente nel suo habitat naturale. Lontano dalle sedi della rappresentanza ma vicino al “popolo” che ancora lo seguirà, e non saranno pochi.
    Tra Silvio Berlusconi e Beppe Grillo ci sono alcune affinità e molte differenze. Ma da domani l’assedio al sistema (al sistema, non al governo) si moltiplica per due. E’ bene che gli altri se lo ricordino
    ».

    Tra i commenti c’è stato uno scambio molto interessante tra l’autore e l’utente “jane”, che riproduco qui di seguito:

    jane
    bracconi dimentica renzi che da fuori dal parlamento anche lui picconerà il sistema ..non é berlusconi o grillo ma sempre per i suoi interessi lo farà

    Marco Bracconi
    @Jane. Renzi picconerà il Pd non il sistema. Un saluto.

    jane
    bracconi non ce l’ha fatta a non rispondermi constato. Quindi si é sentito tanto provocato
    cosa che non faceva rispetto a Bersani e altri..
    Sa, come lei ci ha insegnato non basta cambiare se il cambio é in peggio. E questo vostro, di tanti ( non cito la linea editoriale per non rischiare derive grilline) innamoramento per Renzi farà la differenza si, ma capiremo solo nel medio termine che tipo di differenza. E visto che il suo blog si occupa di populismo ci occuperemo di Renzi, uomo delle poltrone e del picconaggio purché sia. Quindi, venga l’era matteo, prima arriva prima finisce

    Marco Bracconi
    @Jane. Cara Jane, io capisco cosa la spinge a scrivere ciò che scrive. Lo capisco benissimo, non creda. Ma vede. La mia opinioone è che la politica, la vera politica, in Italia è morta. Esattamente come la società. La logica che mi spinge a dire che Renzi va sostenuto è la stessa logica che guida gli operatori dei Sert quando dicono agli eroinomani di prendere il metadone. Anche il metadone è una droga, e fa male. Ma un po’ meno. Renzi non mi piace particolarmente, ne vedo tutti i difetti ( e anche qualche qualità). Ma è la sola possibilità di preservare oggi in Italia la democrazia rappresentativa. Almeno quella. Saluti.

    jane
    bracconi, lei me lo conferma ma io lo so già: chi ama renzi é perché si é arreso.
    Mi lasci stare da un’altra parte, non concederò mai a Berlusconi l’aver vinto culturalmente, non é radicalismo chic inutile, siamo noi la cultura di questo paese, noi progressisti. Ma sono anche onesta e ribadisco: vada pure Renzi, tanto siamo tutti qui per valutare

    Marco Bracconi
    @Jane. Io non mi sono arreso. Sono solo realista. A questo punto bisogna pensare a salvare il salvabile. Renzi non è la buona politica. Quella è morta. Renzi è il salvabile. Altrimenti c’è solo Grillo o – peggio ancora – chi sfrutterà il campo arato da Grillo. Saluti

  2. giogg ha detto:

    “Il manifesto”, 28 novembre 2013, QUI (via-Eddyburg)

    SE CADE LA MASCHERA
    Un evasore fiscale condannato in via definitiva non può essere senatore della Repubblica. Ma il berlusconismo non è morto
    di Norma Rangeri

    L’atto simbolico dell’espulsione di Silvio Berlusconi dalle istituzioni parlamentari alla fine si è compiuto. L’aula del senato ha mostrato, in diretta televisiva, le ultime difese delle truppe dei fedelissimi: senatori che denunciavano il sacrificio del leader, senatrici vestite a lutto, non contro l’immagine femminile sfigurata dall’epopea del bunga-bunga, bensì contro il rito democratico che a metà pomeriggio ha scritto la parola fine alla carriera istituzionale di Berlusconi. Tra uno Scilipoti che farfugliava di democrazia e un Giovanardi che involontariamente infieriva su se stesso parlando del paese di Maramaldo, si è giunti a un risultato dignitoso contro i timori di un salvataggio in extremis. Il parlamento ha reagito decorosamente, ha votato in modo palese e il Pd ha tenuto le posizioni.
    Naturalmente ci congediamo dal decaduto, non dalla decadenza del paese. Ma aver dimostrato, per una volta, che la legge è uguale per tutti, che il corpo del “sovrano” è soggetto alle sentenze e alla Costituzione, rende altrettanto evidente che, insieme al velo dell’intoccabilità del re, sono cadute altrettanto fragorosamente le maschere degli avversari. Sulla politica, sui partiti, sull’informazione pesa ora la responsabilità, con i fatti, i comportamenti e le scelte di cambiare l’agenda.
    Da oggi Forza Italia è un partito come gli altri, una forza di opposizione guidata da un pregiudicato che paragona i magistrati alle Br, stretta tra il populismo grillino e l’anima governativa del gruppo ciellino. Vedremo se il mondo politico e quello dell’informazione (due facce della stessa malattia) intenderanno prenderne atto o preferiranno continuare come prima. I politici a farsi schermo dell’antiberlusconismo per non assumersi la responsabilità di parlare un’altra lingua, e l’informazione a mostrarsi Berlusconi-dipendente per non tagliare il cordone ombelicale che ha tenuto insieme servo e padrone, conflitto d’interessi e giustizialismo. Tutti sappiamo quanto profondo è il danno subito da un paese che per decenni si è piegato ai diktat dell’uomo forte, quanto larga la compenetrazione tra il movimento della destra arcoriana e la società che a lui si riferisce. Ma l’acutezza della crisi e gli anticorpi che tuttavia il ventennio ha prodotto ci spingono, più che a ripetere la diagnosi, all’urgenza della cura
    .

    – – –

    “La Repubblica”, 28 novembre 2013, QUI

    L’ECCEZIONE È FINITA
    di Ezio Mauro

    Tutto è consumato, dunque. Quasi quattro mesi dopo la condanna definitiva per frode fiscale Silvio Berlusconi deve lasciare il Parlamento perché il Senato lo dichiara decaduto, e non potrà candidarsi per i prossimi sei anni. Tutto questo in forza del reato commesso, della sentenza pronunciata dalla Cassazione e di una legge che le Camere hanno approvato un anno fa a tutela della loro onorabilità istituzionale, come risposta alla corruzione montante e agli scandali crescenti della malapolitica. Persino in Italia, quindi, anche per un leader politico, addirittura per uno degli uomini più potenti del ventennio, valgono infine le regole democratiche dello Stato di diritto, e la legge si conferma uguale per tutti. Un processo è riuscito ad andare fino in fondo, l’imputato ha potuto difendersi con tutti i mezzi leciti e anche con quelli impropri, finché tutto si compie e le sentenze si eseguono, con tutte le conseguenze di legge. È certo una giornata particolare quella in cui si decide l’espulsione dal Senato di un uomo di Stato che ha guidato per tre volte il Paese come premier. Ma l’eccezione non è la decadenza, che segue la norma, una norma che il Paese si è dato da sobrio per essere regolato quand’è ubriaco, quando cioè il comportamento improprio dei suoi rappresentanti prende il sopravvento e viene certificato e sanzionato.
    No, nonostante la propaganda. L’eccezione è che il leader di un grande partito che ha avuto l’onore di servire tre volte come presidente del Consiglio si sia macchiato di un reato così grave da subire una severa condanna, innescando con la sanzione del suo profilo criminale la norma di decadenza.
    Questa verità è sparita dalla discussione, dall’analisi politica, dai giornali. Anzi, si è spezzato scientificamente il nesso tra l’inizio (il reato) e la fine della vicenda, cioè la decadenza. Con la scomparsa del nesso, si è smarrito il significato e il senso dell’intero percorso politico e istituzionale del caso Berlusconi. Domina il campo soltanto l’ultimo atto, privato dalla propaganda di ogni logica, trasformato in vendetta, camuffato da violenza politica. E così, il Cavaliere ha potuto evitare di affrontare politicamente e istituzionalmente la sua emergenza nella sede più solenne e propria, l’aula di Palazzo Madama che si preparava a farlo decadere, rinunciando a far valere le sue ragioni e a trasformare in politica le sue accuse. Ha scelto invece la piazza, dove i sentimenti contano più dei ragionamenti e i risentimenti cortocircuitano la politica,umiliandola in un vergognoso attacco alla magistratura di sinistra paragonata con incredibile ignoranza alle Brigate Rosse, mentre un cartello usava l’immagine tragica di Moro per trasportare Berlusconi dentro un uguale, immaginario e soprattutto abusivo martirio.
    “Lutto per la democrazia”, “Colpo di Stato”, “Legge calpestata”. “Persecuzione senza uguali”, “Plotone di esecuzione”. Uscendo dall’aula del Senato per arringare la piazza con queste parole, Berlusconi è uscito nello stesso momento definitivamente — per scelta e per rinuncia, in questo caso, non per decadenza — dall’abito dell’uomo di Stato per indossare il maglione da combattimento, la sua personale mimetica da predellino populista. Una cornice straordinaria, bandiere nuove di zecca e palette pre-distribuite con scritte contro il “golpe”, una ribellione di strada contro il Parlamento e la decadenza, dunque contro le istituzioni e la legge. Ma in questa cornice, è andato in scena un discorso ordinario, faticoso nella pronuncia e nell’ascolto, già sentito decine di volte, virulento nelle accuse ma rassegnato nell’anima. Riassunto, alla fine, nell’ostensione del leader alla folla nel momento in cui si schiude l’abisso, il re pastore che incontra il suo popolo ma non sa andare oltre la tautologia fisica, affidandole la residua politica estenuata: «Siamo qui, non ci ritiriamo, noi ci siamo». Come se mostrarsi ai suoi fosse l’unica garanzia oggi possibile: per loro, ma soprattutto per se stesso, la sopravvivenza scambiata per l’eternità. Con un’ultima, minima via d’uscita per l’immediato futuro: «Si può essere leader anche fuori dal Parlamento, come Renzi e Grillo». Con la differenza — taciuta — che i due avranno piena libertà di movimento nei prossimi novemesi, Berlusconi no, oltre a non essere candidabile per sei anni. Subire infine la realtà che si continua a negare è possibile solo se si vive in un universo titanico, dove non valgono regole e ogni limite può essere violato. L’universo personale del ventennio, per il leader della destra italiana. Il guaio per il Paese è che questa visione dilatata che scambia la libertà con l’abuso è diventata programma politico, progetto istituzionale, mutazione costituzionale di fatto. Dal giorno in cui per Berlusconi è cominciata l’emergenza giudiziaria fino a domenica (quando il Quirinale ha richiuso la porta ad ogni richiesta impropria) il tentativo di imporre alla politica e ai vertici istituzionali una particolare condizione di privilegio per il leader è stata costante e opprimente. Questo tentativo poggia su una personalissima mitomania sacrale di sé, l’unto del Signore. E su una concezione della politica culturalmente di destra, che fa coincidere il deposito reale di sovranità col soggetto capace di rompere l’ordinamento creando l’eccezione, e ottenendo su questo consenso.
    La partita della democrazia a cui abbiamo assistito aveva proprio questa posta: l’eccezione per un solo uomo, l’eccezione permanente. Prima deformando le norme, allungando il processo, accorciando la prescrizione, chiamando “lodo” i privilegi, trasformando in norme gli abusi. Poi contestando non l’accusa ma i magistrati, inizialmente i pm, in seguito i giudici, da ultimo l’intera categoria. Quindi contestando il processo. Naturalmente rifiutando la sentenza. Infine condannando la condanna.
    E a questo punto è incominciato il mercato dei ricatti. Si è capito a cosa serviva la partecipazione di Berlusconi al governo di larghe intese: a usarlo minacciando la crisi se non si fosse varata la grande deroga, con buona pace degli interessi del Paese. Minacce continue, sottobanco e anche sopra. Tentativi di accalappiare il Pd, scambiando l’esenzione berlusconiana con il via libera alle riforme. Blandizie e pressioni per il Quirinale, perché trasformasse i suoi poteri in arbitrio e la prassi in licenza, pur di arrivare alla grazia tombale.
    Una grazia non chiesta come prescrive la norma, quindi uno schietto privilegio. Ecco la conferma che il Cavaliere non cercava solo una scappatoia, ma un’eccezione che confermasse la sua specialità, sanzionando definitivamente la sua differenza, già certificata dal conflitto d’interessi, ogni giorno, dall’uso sproporzionato di denaro e fondi neri (come dice la sentenza Mediaset) su mercati delicati e sensibili, come quello politico e giudiziario, alla legislazione ad personam.
    Abbiamo dunque assistito a un vero e proprio urto di sistema. E il sistema non si è lasciato deformare, ha resistito, la politica ha ritrovato una sua autonomia, le istituzioni hanno retto, persino i giornali — naturalmente per ultimi, e quando la malattia della leadership era stata ampiamente diagnosticata dai medici — hanno incominciato a rifiutare i costi della grande deroga, scoprendo un’anomalia che dura in realtà da vent’anni, e non ha uguali in Occidente.
    Il ricatto sul governo è costato a Berlusconi la secessione dei ministri, coraggiosi nel rompere con un potere che usa mezzi di guerra in tempo di pace, molto meno coraggiosi nel dare a se stessi un’identità repubblicana riconoscibile. Questa può nascere soltanto nel riconoscimento e nella denuncia dell’anomalia radicale del ventennio, una denuncia che determina una separazione politica e non solo fisica, una differenza culturale e non soltanto ministeriale, una scelta “repubblicana”, come dice Scalfari.
    Per il momento il governo è più forte nei numeri certi (i dissidenti non possono certo rompere con Letta dopo aver rotto con Berlusconi), in una maggiore omogeneità programmatica, soprattutto nella libertà dai ricatti. Il governo usi quella libertà, questa presunta omogeneità e quei numeri per uno strappo sulla legge elettorale, offrendo al parlamento la sua maggioranza come base sufficiente di partenza per una riforma rapida, che venga prima di ogni altro programma, non in coda. Perché con Berlusconi libero e disperato, la tentazione lepeniana è a portata di mano per la destra italiana, un’opposizione a tutto, l’Italia, l’euro, l’Europa, e non importa se il firmatario del rigore con Bruxelles è proprio il Cavaliere, colpevole non certo di aver creato la crisi ma sicuramente di averla aggravata negandola.
    Il governo è più forte, ma il quadro politico è terremotato. La tenuta delle istituzioni in questa prova di forza deve essere trasformata in un nuovo inizio per la politica: per riformare il sistema, dopo aver sconfitto il tentativo di deformarlo
    .

  3. giogg ha detto:

    “MicroMega”, 29 novembre 2013, QUI

    PERCHE’ IL BERLUSCONISMO DURERA’ PIU’ DI B.
    di Giuseppe Giulietti

    Chi scrive, anche su MicroMega, che il berlusconismo durerà molto più a lungo di Berlusconi, ha perfettamente ragione, anzi forse Lui medesimo resisterà più di quello che alcuni ipotizzano.
    Resisterà perché dispone di un arsenale mediatico e finanziario, grazie all’irrisolto conflitto di interessi che sarà, ancora una volta, il predellino dal quale lancerà il suo ultimo messaggio.
    I diversamente berlusconiani non hanno futuro, perché il voto di quella destra è rappresentato dal “Corpo del capo”, per citare il titolo del libro di Marco Belpoliti.
    Berlusconi non è solo una bolla mediatica perché ha dato corpo, anzi ha sdoganato e liberato i peggiori umori che, da decenni, covavano nelle viscere degli italiani.
    La vecchia Dc prendeva quei consensi, ma li mediava con altri interessi, li diluiva nell’acqua santa, conosceva e praticava il vizio, ma non consentiva che diventasse esibizione e, addirittura, pubblica virtù.
    Il cavaliere, o meglio l’ex cavaliere, ha travolto ogni argine etico, politico e civile, lo ha potuto fare grazie al controllo delle tv, ma anche perché ha trovato un terreno fertile e milioni di italiani simili a Lui.
    Il berlusconismo significa anche prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico, allergia per ogni regola, rifiuto del senso dello Stato, fastidio per la Costituzione, riduzione del pensiero a spot, identificazione tra il capo e il suo popolo, un atavico fastidio per la democrazia e i suoi riti, la stessa che aveva animato il Mussolini delle origini.
    Questi tratti non potranno sparire in pochi istanti, tanto meno per una sentenza o per un voto del Senato, per altro legittimo e dovuto.
    Chi pensa di battere Berlusconi e di superare il berlusconismo con una congiura di palazzo, con tatticismi di vecchia maniera, con maggioranze più o meno allargate, é destinato a nuove, sicure sconfitte politiche ed elettorali.
    Chi vuole davvero battere Berlusconi dovrà dedicarsi ad elaborare progetti e azioni radicalmente alternativi sul piano etico e civile, ancor prima che politico.
    Altrimenti Berlusconi, forse, uscirà di scena, ma il berlusconismo ed i suoi nuovi interpreti, di qualsiasi natura e colore, potrebbero persino far rimpiangere l’originale.
    Ovviamente speriamo di essere prontamente e clamorosamente smentii…
    .

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