Titoli di giornale e indicazioni etniche

Alcuni mesi fa l’associazione Naga ha presentato uno studio effettuato dai suoi volontari sulla rappresentazione mediatica di rom e sinti: per un anno sono stati analizzati articoli pubblicati su 9 testate giornalistiche nazionali e locali e ne è emerso, come ha spiegato Natascia Curto, che:

«Ci aspettavamo di riscontrare una visibilità marcata per episodi negativi di cui qualche rom si è reso protagonista, ma non abbiamo trovato solo questo. Dall’analisi svolta emerge anche l’associazione sistematica dei rom con fatti negativi che non li vedono direttamente coinvolti. Si può affermare che inserire i rom in articoli che parlano di fatti negativi è un’abitudine molto diffusa, in tutti i giornali, e relativamente a differenti tipologie di fatti» [qui].

Recentemente, ha fatto molto clamore mediatico la notizia del presunto rapimento di una bambina bionda in Grecia da parte di una coppia rom di carnagione più scura [qui]. Come ha scritto Filip Borev (un blogger rom britannico di 18 anni, qui tradotto da “Internazionale”):

«In Europa ci sono 12 milioni di rom. Ci sono rom poveri e rom ricchi, rom grassi e rom magri e, mio dio, ci sono anche rom biondi. Poi ci sono anche due rom in Grecia che potrebbero, o forse no, aver rapito una bambina bionda che si chiama… Maria. Due rom. Cioè circa lo 0,000017 per cento della popolazione rom di tutta Europa. I mezzi d’informazione, che sono come sempre razionali, hanno concluso che questa statistica è scioccante. Sarete quindi sollevati nel sapere che il mondo è stato messo in allerta sulla minaccia rappresentata dai rom europei per la sicurezza dei vostri bambini (soprattutto quelli biondi)».

A proposito della etnicizzazione mediatica dei criminali (o anche solo dei sospetti), nel 2007 Giovanni Maria Bellu, trattando della proposta di un codice deontologico per la stampa a tutela degli immigrati e dei rifugiati, scrisse queste parole:

«In attesa del codice deontologico, è possibile […] suggerire ai lettori, e anche ai colleghi, un sistema artigianale, ma di una certa efficacia, per capire quando la specificazione dello status (immigrato, clandestino, etc.) o della nazionalità, sono parti costitutive della notizia e quando, invece, contengono i germi del pregiudizio.
E’ molto semplice. Immaginiamo un qualunque cittadino italiano, per esempio il senatore Roberto Calderoli, voglia adottare questo metodo. Non dovrà fare altro che aprire la carta d’identità e controllare il proprio luogo di nascita. “Ecco: sono nato a Bergamo”. Conclusa questa verifica, dovrà raccogliere un po’ di titoli che contengono specificazioni di nazionalità e di status e sostituire a esse l’aggettivo “bergamasco” per vedere cosa succede.
Per facilitargli il compito, abbiamo provveduto a effettuare l’operazione su un campione di notizie tratte dalle agenzie del mese di gennaio. Ecco alcuni dei risultati: “Capodanno: bergamasca partorisce e getta il neonato dalla finestra”. “Minaccia connazionale e suo marito: arrestato bergamasco”. “Bergamasco arrestato per contrabbando di sigarette”. “Bergamasco provoca incidente poi dà fuoco a due auto”. “Carceri: bergamasco si cuce la bocca e si conficca ferri in testa”. Precisiamo che, per non apparire parziali, abbiamo effettuato lo stesso esperimento con altre città, compresa la nostra, ottenendo risultati non meno surreali» [qui].

L’anno successivo, nel 2008, Gad Lerner tornò sullo stesso argomento:

«Il precetto biblico dell’immedesimazione – “In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall’Egitto” – dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola “rom” con la parola “ebrei”, o “italiani”. Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva» [qui].

La settimana scorsa, infine, Claudio Rossi Marcelli ha ribadito sostanzialmente la stessa cosa:

«Mettere nel titolo la nazionalità di una persona serve a identificare subito il criminale come straniero, tranquillizzando i lettori sul fatto che non è stato “uno di noi” e, allo stesso tempo, indicandogli quale popolazione va considerata come il cattivo. Nella maggior parte dei casi è un atto di razzismo» [qui].

Lo si ripete da anni e, probabilmente, bisognerà ripeterlo ancora a lungo.
Siamo qui per questo, d’altronde.

– – –

Sui bambini venduti, tengo a citare una pagina di Gian Antonio Stella:

«Ma come: non è l’Italia il paese delle mamme? Abbiamo venduto bambini a tutti. Ai vetrai francesi e a quelli americani di Pittsburgh, dove la giornalista Amy Bernardy trovò bambini avviati a lavorare a otto anni. Ai figurinisti della Garfagnana che giravano l’Europa a vendere statuine. Agli spazzini cuneesi che ramazzavano nelle notti parigine, col caldo o con il gelo, dalle tre alle dieci del mattino […]. Li abbiamo venduti alle fornaci della Baviera, dell’Austria, dell’Ungheria, della Croazia, dove i piccoli […] presentavano spesso documenti “con la data di nascita falsificata” e venivano falcidiati dagli incidenti sul lavoro. […] E poi li abbiamo venduti ai tacherons svizzeri, i piccoli imprenditori edili che in pratica lavoravano solo coi bambini […]. E ai costruttori di Detroit […]. E ancora ai marmisti del Canton Ticino […]. Per non parlare dei piccoli che abbiamo dato alle miniere del Gard»
[G. A. Stella, “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi“, 2003: capitolo 6, “Troppi orchi nel Paese della mamma. Il traffico di bambini, un secolo di lacrime e di orrori“].

– – –

Segnalo, infine, una testimonianza di Simonetta Agnello Hornby, che va oltre il dato personale e parla della necessità di guardare con gli occhi dell’altro:

«Non è vero che i bambini zingari sono maltrattati più degli altri bambini inglesi. E vero che hanno una educazione diversa, meno tecnologica, più domestica, e che lavorano sin da piccoli, accanto a genitori e parenti – la loro è una società chiusa e di clan. Amano i figli quanto li amiamo noi. E li proteggono, a modo loro. Noi sospettiamo di loro e viceversa. Mentono per paura di essere fraintesi» [qui].

– – –

AGGIORNAMENTO del 28 novembre 2013:
Lo scorso 25 novembre Sergio Bontempelli ha scritto sul “Corriere delle Migrazioni” un lungo ed approfondito articolo che spiega il pregiudizio che vuole i rom e i sinti come ladri di bambini. Partendo da tre casi mediatici, il testo è diviso in varie sezioni: 1) I rom non rubano i bambini…, 2) Le origini della leggenda: un mito letterario, 3) Da opera letteraria a leggenda metropolitana, 4) Zingari, ebrei, mori, vagabondi, 5) Quando gli zingari eravamo noi.

– – –

AGGIORNAMENTO del 20 aprile 2014:
In un cunicolo sul Supramonte di Orgosolo, individuato dopo l’alluvione che ha colpito la Sardegna nel novembre 2013, sono stati scoperti dei resti umani e certi giornali hanno parlato di “cimitero dell’Anonima sequestri”. Giovanni Maria Bellu spiega che non è così e che questa interpretazione (infondata), anzi, si basa su stereotipi e pregiudizi: La lezione di giornalismo degli scheletri di Orgosolo (“Sardinia Post”, 20 aprile 2014) (anche tra i commenti qui sotto).

Annunci

Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
Questa voce è stata pubblicata in alterità, antidoti, citazioni, letto-visto-ascoltato, migranti, riflessioni, taccuino 2.0 e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

9 risposte a Titoli di giornale e indicazioni etniche

  1. giogg ha detto:

    A proposito di bambini rapiti e di rom, l’Associazione 21 luglio rivela che «a Roma e nel Lazio è in atto un flusso sistematico di minori rom sottratti ai propri genitori e adottati dalle famiglie non rom».

    “La Repubblica”, 30 ottobre 2013, QUI

    ROM, I LORO BAMBINI “RAPITI” DALLE ISTITUZIONI E DATI IN ADOZIONE
    Non soltanto lo stereotipo che “i rom rubano i bambini” è falso. Ma, al contrario, a Roma e nel Lazio è in atto un flusso sistematico di minori rom sottratti ai propri genitori e adottati dalle famiglie non rom. Lo rivela il rapporto “Mia madre era rom” dell’Associazione 21 luglio
    di Danilo Giannese

    ROMA – “Gli zingari rubano i bambini”. Il vecchio stereotipo che chiunque, almeno una volta, avrà sentito dire nella propria infanzia, è tornato di moda negli ultimi giorni, dopo che i media, con grande enfasi, hanno riportato le notizie delle due bimbe bionde “rapite” dai rom in Grecia e in Irlanda. Le news si sono poi rivelate entrambe prive di fondamento, ma titoli di giornale e servizi in primo piano nei telegiornali avevano già contribuito ad alimentare un clima di isteria collettiva nei confronti dell’intera comunità rom.
    Uno stereotipo falso. Per l’Associazione 21 luglio, organizzazione impegnata nella promozione dei diritti delle comunità rom e sinti in Italia, non soltanto questo stereotipo non è supportato da alcun dato scientifico. Ma, anzi, è in atto un fenomeno che va esattamente nella direzione contraria: ad essere “rapiti” dalle proprie famiglie sono proprio i bambini rom, attraverso le segnalazioni al Tribunale per i Minorenni e le conseguenti adozioni da parte delle famiglie non rom.
    Adozioni rom nel Lazio. In un rapporto intitolato Mia madre era rom, l’Associazione 21 luglio ha analizzato il fenomeno delle adozioni dei minori rom a Roma e nel Lazio, portando alla luce “un vero e proprio flusso sistematico e istituzionalizzato di minori rom che vengono strappati ai propri genitori in virtù delle condizioni in cui i bambini vivono nei campi”. La ricerca si sofferma sul Lazio perché è in questa regione che è concentrato il più alto tasso di famiglie rom in condizioni di grave emergenza abitativa che, secondo gli autori del rapporto, sono però “la conseguenza delle politiche orientate all’esclusione sociale, messe in atto dagli amministratori locali ormai da molti anni”.
    I dati. Dai dati della ricerca emerge che un minore rom, rispetto ad un suo coetaneo non rom, ha 60 probabilità in più di essere segnalato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni e 50 probabilità in più che per lui venga aperta una procedura di adottabilità. Di conseguenza, è il dato più emblematico, un bambino rom ha 40 probabilità in più di essere adottato rispetto a un bambino non rom. Il rapporto, che ha preso in considerazione i fascicoli relativi a minori rom affrontati dal Tribunale per i Minorenni di Roma tra il 2006 e il 2012, ha messo in evidenza che in questo arco di tempo è stato segnalato allo stesso tribunale 1 minore rom su 17, pari al 6% del totale dei minori rom nel Lazio. Una percentuale che cade a picco invece nel caso di minori non rom: 0,1%, pari a 1 minore su 1000. È stata poi aperta una procedura di adottabilità per 1 minore rom su 20 e per 1 minore non rom su 1000, mentre 1 minore rom su 33 (pari al 3,1% della popolazione minorenne rom nel Lazio) è stato dichiarato adottabile, contro lo 0,08% dei minori non rom (1 su 1250).
    La responsabilità delle istituzioni. “Segregando i rom nei cosiddetti campi nomadi, le istituzioni locali prima condannano le comunità rom a vivere nel degrado e all’esclusione sociale, lavorativa e abitativa. E poi sottraggono loro i propri figli per proteggerli dal rischio di vivere in quel contesto inadeguato alla fruizione dei diritti dell’infanzia che gli stessi amministratori hanno creato”, afferma l’Associazione 21 luglio, che nei giorni scorsi ha lanciato un appello nazionale con raccolta firme on line per chiedere a otto Presidenti di Regione di abrogare le leggi regionali che istituiscono i campi rom.
    Reazioni critiche. Critica nei confronti del rapporto Mia madre era rom si è detta Melita Cavallo, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Roma: “I bambini rom non possono vivere nelle condizioni in cui vivono oggi. Il Tribunale ha il dovere di intervenire e allontanarli da quei contesti di degrado vuol dire garantire i diritti dell’infanzia, in particolare il diritto alla salute”.
    L’impegno della Regione Lazio. Per l’assessore alle Politiche sociali della Regione Lazio Rita Visini, invece, è vergognoso che la regione che ha al suo interno la capitale del Paese permetta ancora oggi l’esistenza dei campi nomadi. “Sono dei veri e propri ghetti, che favoriscono la diffusione di pregiudizi contro i rom e ne compromettono l’inclusione sociale. I ghetti nomadi vanno aboliti e in tal senso ci impegneremo a cambiare l’attuale legge regionale e a renderla capace di mettere al centro il diritto una vita dignitosa di queste comunità”.
    Stereotipo infondato. Lo stereotipo diffuso dei “rom che rubano i bambini” era stato già smontato, dati scientifici alla mano, con uno studio pubblicato nel 2008 dall’Università di Verona dal titolo “La zingara rapitrice”. In esso è stato dimostrato come, dal 1986 al 2007, in Italia, nessun caso di presunto “rapimento” di bambini non rom da parte di rom e sinti si sia concluso con una condanna per sequestro o sottrazione di persona
    .

  2. giogg ha detto:

    “Gli altri noi”, blog su “Repubblica.it”, 4 febbraio 2007, QUI

    STAMPA E XENOFOBIA, ISTRUZIONI PER L’USO
    di Giovanni Maria Bellu

    La commissione proposta dall’Alto commissariato delle Nazioni unite e incaricata di redigere un codice deontologico per la stampa a tutela degli immigrati e dei rifugiati ha avviato i suoi lavori giovedì scorso. Fin dal primo incontro è emersa la complessità dell’impresa. La “carta di Treviso” (che stabilisce le regole a tutela dei minorenni) è un modello dal quale è possibile attingere alcune linee-guida, ma la questione stampa-immigrazione presenta problemi ulteriori, più complessi. Per esempio: come distinguere le manifestazioni di xenofobia a mezzo stampa dagli ordinari e consueti cliché giornalistici?
    E’ una vecchia e mai risolta questione. Quando l’Italia non era ancora un paese di immigrazione, si poneva in modo pressoché identico per i cittadini di alcune regioni. Poteva accadere che locuzioni come “bandito sardo” (che avevano una logica perché indicavano non solo una provenienza regionale ma una modalità del banditismo) venissero estese per analogia a casi del tutto diversi. Così il mai dimenticato Flavio Carboni era “il faccendiere sardo” mentre Roberto Calvi non era mai “il bancarottiere lombardo”.
    In attesa del codice deontologico, è possibile, a partire da quella esperienza di xenofobia regionale, suggerire ai lettori, e anche ai colleghi, un sistema artigianale, ma di una certa efficacia, per capire quando la specificazione dello status (immigrato, clandestino, etc.) o della nazionalità, sono parti costitutive della notizia e quando, invece, contengono i germi del pregiudizio.
    E’ molto semplice. Immaginiamo un qualunque cittadino italiano, per esempio il senatore Roberto Calderoli, voglia adottare questo metodo. Non dovrà fare altro che aprire la carta d’identità e controllare il proprio luogo di nascita. “Ecco: sono nato a Bergamo”. Conclusa questa verifica, dovrà raccogliere un po’ di titoli che contengono specificazioni di nazionalità e di status e sostituire a esse l’aggettivo “bergamasco” per vedere cosa succede.
    Per facilitargli il compito, abbiamo provveduto a effettuare l’operazione su un campione di notizie tratte dalle agenzie del mese di gennaio. Ecco alcuni dei risultati: “Capodanno: bergamasca partorisce e getta il neonato dalla finestra”. “Minaccia connazionale e suo marito: arrestato bergamasco”. “Bergamasco arrestato per contrabbando di sigarette”. “Bergamasco provoca incidente poi dà fuoco a due auto”. “Carceri: bergamasco si cuce la bocca e si conficca ferri in testa”. Precisiamo che, per non apparire parziali, abbiamo effettuato lo stesso esperimento con altre città, compresa la nostra, ottenendo risultati non meno surreali.
    Sicuramente avremmo riso di meno se, concluso il gioco delle sostituzioni, avessimo sperimentato nella vita sociale che un po’ di persone ci guardavano con diffidenza. Attribuendo a noi – per il semplice fatto di essere bergamaschi, o cagliaritani, o aostani o viterbesi – una certa indole violenta, una certa capacità a delinquere. Perché è questo quanto è accaduto in Italia negli ultimi quindici anni, come risulta puntualmente da tutte le inchieste e da tutti i sondaggi. L’immagine dell’immigrato è lontanissima dall’immigrato reale. Si crede che sia giunto via mare quando quasi sempre è giunto via terra, si crede che sia musulmano quando la maggioranza è cristiana e – storditi dall’abuso di “assalti”, “invasioni”, “ondate” – i cittadini italiani credono che gli immigrati siano molti di più di quanti in realtà sono. Risultati che, a essere franchi, suscitano interrogativi imbarazzanti non solo sulla deontologia professionale ma sul giornalismo italiano tout court
    .

    (glialtrinoi@repubblica.it)

    – – –

    “La Repubblica”, 16 maggio 2008, QUI

    CON LA SCUSA DEL POPOLO
    di Gad Lerner

    La caccia ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.
    Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E’ questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l’ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell’ordine nel necessario repulisti.
    Ma siamo sicuri che “il popolo” siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: “Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via”? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della “derattizzazione” e della “pulizia etnica”, i politici che in campagna elettorale auspicarono “espulsioni di massa”, i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?
    La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l’incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. “Obiettivo: zero campi rom” (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). “I rom sono la nuova mafia” (contro ogni senso delle proporzioni). “Quei rom ladri di bambini” (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell’inciviltà è compiuto. Perfino l’operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.
    Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L’accusa, e l’irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: “I rom non devono essere ‘ripartiti’, bisogna farli semplicemente ripartire”. E accusa Prodi di non aver capito l’andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l’assedio e l’incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.
    La formula lapalissiana secondo cui “la sicurezza non è né di destra né di sinistra” appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all’interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull’infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l’inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.
    Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di “Commissari per i rom”, sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell’immedesimazione – “In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall’Egitto” – dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola “rom” con la parola “ebrei”, o “italiani”. Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.
    La categoria “sicurezza” non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l’allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l’alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione – l’obbligo di soccorso alle carrette del mare – o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.
    Da più parti si spiega l’inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione “buonista”. E’ un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo “Mostro Mite” (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l’approdo a scelte comuni là dove meno te l’aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.
    Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l’esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe “nere”. Il richiamo ai servizi d’ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell’Italia del 2008 – afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare – le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.
    Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l’irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale
    .

    – – –

    “Internazionale”, 22 ottobre 2013, QUI

    IL TITOLO RAZZISTA
    di Claudio Rossi Marcelli

    Quando commettono un crimine di qualunque natura, nei titoli di giornale sono “egiziani”. Quando muoiono travolti da un’auto sono “una donna incinta e il suo bambino di quattro anni”.
    Quando ho scritto questa frase su Facebook qualcuno ha risposto che comunque il conducente italiano si è fermato, ha prestato soccorso ed è risultato negativo al test dell’alcol, mentre la donna egiziana ha attraversato in un punto pericolosissimo. “Praticamente un suicidio”.
    La mia riflessione però non ha nulla a che vedere con i dettagli di un drammatico fatto di cronaca. Quello che voglio sottolineare riguarda il giornalismo: la nazionalità degli stranieri entra nei titoli solo se hanno commesso una colpa o un reato.
    E per verificarlo basta fare un semplice esercizio: stamattina cercando “egiziano” su Google News si trovano titoli su un’aggressione, uno scafista, un omicidio, un caso di racket e uno di spaccio di droga. E questo solo nella prima schermata.
    Se cercate “egiziana”, invece, scoprirete che la nazionalità della donna morta ieri con il figlio in un incedente stradale a Milano è riportata nel titolo solo dall’Avvenire e dall’Agi. Mentre nessuno parla di quella dell’automobilista che l’ha investita.
    I titoli sarebbero stati gli stessi se la donna e il bambino fossero stati italiani e il conducente egiziano? Sicuramente no.
    Mettere nel titolo la nazionalità di una persona serve a identificare subito il criminale come straniero, tranquillizzando i lettori sul fatto che non è stato “uno di noi” e, allo stesso tempo, indicandogli quale popolazione va considerata come il cattivo. Nella maggior parte dei casi è un atto di razzismo
    .

    • giogg ha detto:

      “Associazione Carta di Roma”, 28 ottobre 2014, QUI

      CRONACA NERA E NAZIONALITA’. IL TITOLO FA LA DIFFERENZA
      di Associazione Carta di Roma

      Le pagine dei giornali dedicano spazio, oggi, alla tragedia familiare che si è consumata a Roma. Una donna, dopo aver ferito con una coltellata il marito, aver ucciso due dei figli e aver ridotto in fin di vita la terza, si è suicidata.
      La maggior parte dei titoli non enfatizzano le origini della donna e del resto della famiglia, di provenienza marocchina. Sono episodi troppo complessi e troppo delicati, per poterli ridurre, nel titolo, a una questione di nazionalità; questa almeno sembra essere la linea sposata dalla maggior parte delle testate presenti nella rassegna stampa di oggi.
      C’è sempre, tuttavia, l’eccezione, così tra titoli come «Roma, la strage dei figli dopo una lite col marito» (La Repubblica) o «Litiga con il marito e massacra i bimbi» (Il Giornale) emerge quello di Libero: «Marocchina stermina la famiglia nella casa occupata». Improbabile che si tratti di una svista, dal momento che la testata ha deciso di forzare ulteriormente la mano affiancando a questo articolo il trafiletto «Uccisa a coltellate dall’ex del Senegal»; con questo secondo titolo, a pochi centimetri di distanza dall’altro, Libero strumentalizza un caso di di violenza di genere per rimarcare il messaggio con cui criminalizza i migranti
      .

  3. giogg ha detto:

    “Corriere delle Migrazioni”, 25 novembre 2013, QUI

    LADRI DI BAMBINI
    di Sergio Bontempelli

    Quella della “zingara rapitrice” è una falsa leggenda, ormai lo sanno (quasi) tutti. Ma pochi conoscono l’origine di questo mito, che risale all’età moderna e ha una lunga storia letteraria.
    A volte i fatti di cronaca sono molto istruttivi. A volte, non sempre. Il 19 ottobre scorso, a Farsala in Grecia, i poliziotti trovano una bambina bionda in un insediamento rom. E siccome i rom – così pensano gli agenti – non possono essere biondi, la bambina sarà stata senz’altro rubata. Parte la caccia ai “veri” genitori, che vengono rintracciati nel giro di pochi giorni: si tratta di una coppia di rom bulgari, anche loro tutt’altro che biondi. La bambina non è stata rubata, ma ceduta dalla famiglia di origine, che non poteva mantenerla.
    Due giorni dopo, la polizia irlandese ferma una coppia di rom a Dublino e trattiene la loro piccola figlia, anche lei “troppo bionda per essere zingara”. Ma il caso si sgonfia subito: il test del Dna rivela che i due rom sono i genitori “naturali” della piccola.
    Il 3 novembre, Il Messaggero riporta la notizia di una rom bulgara che avrebbe tentato di rapire un neonato a Roma. La presunta rapitrice verrebbe dai dintorni di Napoli, dal «campo nomadi di Striano». Bastano poche ore per capire che si tratta di una bufala: a seguito di una rapida verifica, l’Associazione 21 Luglio scopre che non esiste nessun «campo nomadi di Striano», mentre un articolo del giornale online Giornalettismo ridimensionava l’ipotesi del rapimento. La donna – che probabilmente non era rom – era in evidente stato confusionale, e la sua volontà di “sottrarre” il bambino è tutta da verificare.

    I rom non rubano i bambini…
    Tre episodi di rapimento, rivelatesi tre colossali bufale. Ancora una volta, la storia degli “zingari” che portano via i bambini si rivela per quello che è: una leggenda metropolitana.
    Del resto, che i rom non rubino i neonati lo sanno tutti. O, almeno, tutte le persone serie e minimamente informate. Anche perché sul tema si è accumulata una corposa letteratura: dossier, reportage, rilevazioni statistiche, studi e ricerche sistematiche.
    Ci sono per esempio i dati della Polizia di Stato sui minori scomparsi. In nessun caso si parla di bambini o adolescenti ritrovati presso famiglie rom o in “campi nomadi” (si veda qui, e per dati aggiornati al 2013 qui).
    Poi ci sono inchieste giornalistiche ben fatte, reperibili anche in rete: come quella realizzata nel 2007 da Carmilla Online, dove si dimostrava che i numerosi episodi di presunto rapimento di minori erano delle bufale belle e buone. O come quella, più recente, di Elena Tebano per il Corriere, che arriva alle stesse conclusioni.
    Infine, c’è la ricerca dell’antropologa fiorentina Sabrina Tosi Cambini, che ha analizzato tutti i casi di presunti rapimenti, seguendo sia le notizie diffuse dalla stampa che i verbali dei processi nelle aule di Tribunale. L’esito di questa meticolosa indagine è sempre il solito: nessuna donna rom ha mai rapito nessun bambino.

    Le origini della leggenda: un mito letterario
    Ma allora da dove nasce la bufala dei rom che portano via i bambini? Pochi sanno che si tratta di una storia vecchia di qualche secolo, e che può vantare un’origine “colta”, addirittura letteraria: i primi a parlare di “zingare rapitrici” sono stati infatti i commediografi italiani e spagnoli del Cinque-Seicento. Nell’arco di qualche decennio, la trama delle loro opere è diventata leggenda di senso comune: la finzione, potremmo dire, si è fatta realtà (o, per meglio dire, il racconto è divenuto cronaca e falsa notizia). Ma andiamo con ordine.
    Tutto comincia nel 1544 a Venezia. Il luogo non è casuale, perché proprio in quegli anni la Serenissima avvia una dura politica di espulsioni, bandi e atti repressivi contro gli “zingari”. Mentre la gloriosa Repubblica si industria ad allontanare i rom, i veneziani frequentano il teatro, luogo di svago e di vita mondana: e come in un gioco di specchi, gli “zingari” cacciati dalla città fanno capolino sul palco.
    Nel 1544 viene messa in scena La Zingana, una commedia di un certo Gigio Artemio Giancarli. Qui si racconta di una giovane rom che sottrae dalla culla un bambino, sostituendolo col proprio figlio: per quanto se ne sa, si tratta della prima traccia del mito della “zingara rapitrice”. Il successo della commedia oltrepassa i confini della Repubblica: nel giro di pochi anni un drammaturgo spagnolo, Lope de Rueda, scrive la Medora, che è nient’altro che una traduzione e un adattamento della Zingana di Giancarli. E attraverso Lope de Rueda, la leggenda della “zingara rapitrice” arriva a Cervantes (l’autore del Don Chisciotte), che ne fa l’oggetto di una delle sue “Novelle esemplari”,
    La Gitanilla.

    Da opera letteraria a leggenda metropolitana
    Insomma, la storia della “zingara rapitrice” nasce come trama di commedie, novelle e opere teatrali. Poi, nel giro di pochi decenni, oltrepassa l’ambito letterario: a Milano, agli inizi del Seicento, Federico Borromeo accusa i “cingari” di rapire i bambini cristiani, mentre in Spagna Juan de Quiñones, nel 1631, formula un’accusa simile in un virulento pamphlet che invoca l’espulsione dei “gitani”. I giochi sono fatti: la trama romanzesca si è trasformata in accusa reale, leggenda metropolitana e falsa notizia.
    A cosa si deve questa metamorfosi? Sul punto, le ricerche storiche sono ancora agli inizi, e risposte sicure non esistono. Si possono però formulare alcune ipotesi. E, come punto di partenza, occorre ricordare che i rom non erano gli unici destinatari di questa infamante accusa: altri gruppi sociali, altre minoranze erano sospettate – negli stessi anni – di “rubare i bambini”.
    C’erano per esempio gli ebrei, già allora discriminati e vittime di persecuzioni (perché l’antisemitismo, è bene ricordarlo, non nasce nel Novecento). Dei “giudei” si diceva sin dal medioevo che rapivano i piccoli cristiani per cibarsi del loro sangue a scopo rituale. Ovviamente non era vero, ma intere comunità ebraiche furono vittime di aggressioni, stragi, processi o condanne a morte.
    Poi c’erano i vagabondi e i mendicanti, accusati spesso di rapire i bambini per portarli a chiedere l’elemosina. Piero Camporesi, storico e antropologo, racconta ad esempio la vicenda del «ritrovamento fortunoso da parte di una madre della figlia, rapitale due anni prima, mentre chiedeva l’elemosina in compagnia del suo rapitore davanti alle porte del santuario di Assisi; non solo rapita, ma resa ad arte macilenta e ulcerata sulle spalle per impietosire i fedeli».
    Infine, il fenomeno dei rapimenti era diffuso nella pirateria barbaresca: corsari, avventurieri e pirati musulmani solcavano il Mediterraneo, e per guadagnare qualche soldo rapivano uomini, donne e bambini, chiedendo poi un riscatto per la loro liberazione.

    Zingari, ebrei, mori, vagabondi
    Ebrei, “mori” e vagabondi erano insomma protagonisti di episodi – veri, o più spesso presunti – di sottrazione di minori. Naturalmente, per capire quanto queste figure abbiano influito sull’immagine dei rom occorrerebbe compiere ricerche specifiche. Ma alcuni indizi ci segnalano che, nell’immaginario della prima età moderna, questi gruppi erano spesso confusi, o almeno accostati per similitudine.
    La “zingana” della commedia del Giancarli, per esempio, parla un dialetto arabo: all’epoca si pensava che i rom fossero “egiziani”, cioè arabi, mentre la teoria dell’origine indiana si diffuse solo qualche secolo dopo. Lutero, dal canto suo, affermava che il “gergo” dei mendicanti (una specie di lingua segreta diffusa nei “bassifondi” della società) aveva origini ebraiche. Dei vagabondi si diceva che erano discendenti di Caino – e per questo condannati a vagare – mentre per gli “zingari” si ipotizzava una provenienza dalla figura biblica di Cam: ma nei testi dell’epoca Cam e Caino erano spesso confusi, e i rom erano trattati come semplici vagabondi.
    Insomma, è come se il mito della “zingara rapitrice” fosse nato per una sorta di “osmosi” con analoghe leggende già diffuse a proposito di altri gruppi. Per dirla in altri termini, è come se lo stereotipo degli “zingari” avesse condensato, e mescolato, le caratteristiche proprie dei “marginali”: erranti come gli ebrei e i vagabondi, estranei e nemici come i “mori” musulmani.

    Quando gli zingari eravamo noi
    Nato in età moderna, il mito dei rom rapitori di bambini ha dimostrato una sorprendente longevità: ha attraversato i secoli, arrivando pressoché intatto fino ai nostri giorni. I titoli allarmistici dei giornali delle ultime settimane, i resoconti dei fatti di Farsala e di Dublino, sembrano riecheggiare le inquietudini dei commediografi veneziani del Cinquecento.
    È difficile comprendere le ragioni di questa “longevità”. Certo è che il tema del “rapimento di bambini” è assai diffuso nel tempo e nello spazio: molti gruppi minoritari, molte comunità marginali e discriminate hanno prima o poi dovuto difendersi da questa infamante accusa, o da altre simili.
    È capitato anche ai migranti italiani, nei decenni centrali dell’Ottocento. Dai villaggi rurali del Sud e dalle regioni appenniniche del centro-nord, intere famiglie contadine praticavano all’epoca forme di mobilità stagionale, legate ai mestieri girovaghi di musicante e suonatore. Nel XIX secolo, l’arpa dei “viggianesi” (Viggiano è un paese della Basilicata) e l’organetto dei liguri avevano risuonato nelle strade delle città europee, richiamando l’attenzione dei passanti su queste strane figure di musicisti straccioni.
    I bambini che suonavano l’organetto in mezzo alla strada, si diceva, erano stati “venduti” dalle famiglie di origine a trafficanti senza scrupoli. Non erano proprio bambini rapiti, ma quasi: perché i loro genitori, poverissimi, erano spesso costretti a venderli per racimolare qualche soldo. «Il costume di mendicare di città in città col mezzo di fanciulli», scriveva la Società Italiana di Beneficenza di Parigi nel 1868, «ha dato origine ad un traffico che si pratica sotto gli occhi e colla tolleranza delle autorità»: una frase che riecheggia i peggiori stereotipi sugli “zingari”.
    Traffico di bambini, mendicità aggressiva, offesa al decoro, furti e criminalità di strada furono i principali capi d’accusa contestati agli emigranti. E, come i rom di oggi, gli italiani di ieri subirono processi, espulsioni, condanne. Subirono, soprattutto, una degradazione della loro immagine pubblica: chi incontrava un italiano metteva mano al portafogli, per paura di subire dei furti. E nascondeva il proprio bambino
    .

  4. giogg ha detto:

    “Sardinia Post”, 20 aprile 2014, QUI

    LA LEZIONE DI GIORNALISMO DEGLI SCHELETRI DI ORGOSOLO
    di Giovanni Maria Bellu

    La storia degli scheletri nella grotta di Orgosolo è appena cominciata e ancora non si sa come andrà a finire. Ma già può essere raccontata. Non in un convegno sulla criminalità tradizionale sarda, né in un congresso di speleologia, nemmeno in un seminario sul test del Dna. Gli elementi certi di cui si dispone al momento consentono solo di raccontarla in una scuola di giornalismo. Per spiegare la forza immensa degli stereotipi e dei pregiudizi.
    Perché è successo questo. Che un certo giorno, terribile per la Sardegna, la violenza del ciclone Cleopatra svela un cunicolo di cui si era persa la memoria. Una pattuglia di agenti della Forestale vi entra dentro e trova un mucchio di ossa. Appartengono, secondo le prime stime, a tre scheletri. C’è anche un teschio che presenta un foro. Non vi è traccia di resti di indumenti. La datazione è impossibile. Per stabilirla in modo approssimativo (con un margine di errore di una decina d’anni) bisognerà attendere le analisi scientifiche.
    Passano pochi giorni e l’Unione Sarda lancia la notizia avanzando l’ipotesi che la grotta possa essere un “cimitero dell’Anonima sequestri”. L’ipotesi viene rilanciata da tutti gli organi di informazione: agenzie di stampa, quotidiani locali e nazionali, siti internet (anche questo), televisioni, radio. E’ una notizia tecnicamente perfetta.
    Una notizia infatti – e questa è la prima cosa da far sapere agli studenti di giornalismo (e ai lettori) – può essere tecnicamente perfetta senza essere vera. E’ sufficiente che non sia smentibile, che cioè sia verosimile, e che risponda pienamente ai criteri di notiziabilità. Quella delle ossa nella grotta commuove (primo indice di notiziabilità), potenzialmente riguarda persone note, gli ostaggi mai tornati a casa (secondo indice); attiene a imprese non ordinarie, i sequestri (terzo indice).
    L’incontro tra una notizia non verificata (e non ancora verificabile al momento della diffusione) e tre dei più classici criteri di notiziabilità ne determina la diffusione repentina e virale. Un meccanismo praticamente inarrestabile. Che a volte produce danni gravi. Anche in questo caso è successo perché ha suscitato nei parenti degli ostaggi mai rientrati la speranza (molto probabilmente falsa) di poter avere finalmente una tomba su cui piangere.
    Ma questo meccanismo si sarebbe messo in moto se la grotta si fosse trovata anziché sul Supramonte di Orgosolo sui colli della Marmila? Ecco la seconda considerazione da sottoporre agli studenti di giornalismo e da condividere con i lettori. La risposta è che molto difficilmente sarebbe accaduto. Perché sarebbe mancato – nella totale assenza di elementi oggettivi – l’unico apparente riscontro. Quello che deriva dallo stereotipo Orgosolo=banditismo.
    Se la grotta non si fosse trovata nelle campagne del paese di Liandru, Tandeddu e Mesina l’ipotesi “cimitero degli ostaggi” non sarebbe stata avanzata. E quel foro sul teschio non sarebbe stato attribuito, quasi in automatico, a una pallottola. Ci possono essere molte altre ragioni per cui un teschio presenta un foro. Si trovavano teschi “bucati” anche prima della scoperta delle armi da fuoco. E ci si sarebbe concentrati subito sugli elementi oggettivi, sull’impossibilità di dare una datazione, sull’assenza di resti di vestiti, che già da sola fa pensare che i reperti risalgano a un periodo di molto precedente agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso: forse sono là dal secolo ancora precedente. Forse da centinaia d’anni.
    Ma se anche risalissero a mille anni prima di Cristo, quelle povere ossa certamente potrebbero raccontare di pregiudizi e di stereotipi. Perché non c’è stato momento della storia che non abbia avuto i suoi. L’informazione dovrebbe infatti servire a combatterli. Ma non sempre ci riesce. E quando accade bisogna riconoscerlo
    .

  5. Pingback: Violenza verbale, violenza fisica | il Taccuino dell'Altrove

  6. Pingback: Antiziganismo sorrentino | il Taccuino dell'Altrove

  7. Pingback: US elections 2016: un contributo antropologico | il Taccuino dell'Altrove

  8. Pingback: US elections 2016: un contributo | il Taccuino dell'Altrove

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...