Mitigliano. La meraviglia dello sguardo

Ieri sera, 8 agosto 2013, presso il chiostro di San Francesco di Sorrento è stato presentato il libro “Mitigliano. La meraviglia dello sguardo”, edito dal Cmea, Centro Meridionale di Educazione Ambientale.

Questo è il testo del mio intervento:

Il paesaggio non è (solo) un genere artistico, ma è (soprattutto) un medium; potremmo dire che è un mezzo di comunicazione. Il paesaggio è un medium che permette uno scambio tra umani e non umani, tra cultura e natura, tra noi e gli altri. Il tipo di comunicazione che mette in atto avviene in due modi: in maniera orizzontale, cioè qui ed ora, tra noi tutti che viviamo questo tempo e questi luoghi; e in maniera verticale, cioè nel corso del tempo: i nostri avi ci hanno lasciato un paesaggio, noi lasceremo un paesaggio ai nostri discendenti.
Tra i mezzi di comunicazione che possiamo immaginare, il paesaggio assomiglia ad un testo, ad un libro. Anzi, per la precisione, assomiglia ad un libro in divenire, in continua scrittura. Ecco, il paesaggio assomiglia ad un diario collettivo che ci passiamo di generazione in generazione.
Ora, proprio come con i testi scritti, ognuno di noi fa una lettura personale dei luoghi e del paesaggio. Questo dipende da numerosi fattori, da molteplici variabili: l’età anagrafica, l’istruzione, eventuali interessi politici ed economici, il radicamento nell’area, l’uso del territorio (la lettura dei luoghi cambia notevolmente se li si abita, se vi si lavora, se vi si trascorrono le vacanze…) e così via. Insomma, ognuno di noi legge il paesaggio in base alla propria visione del mondo.
L’insieme di queste letture individuali, però, è qualcosa di ulteriormente diverso, riguarda il senso che la collettività dà al proprio spazio di vita. Detto in altre parole, il paesaggio, oltre ad essere un bene ambientale, ecologico, naturale, è anche un bene culturale, un prodotto sociale. Per uno scienziato sociale, dunque, osservare il paesaggio equivale ad osservare la società stessa, cioè i suoi rapporti di forza, le sue gerarchie, la sua storia, le sue dinamiche e i suoi mutamenti.
Per rispondere alla domanda “Cos’è Mitigliano? Qual è il senso del luogo chiamato Mitigliano?”, ho dovuto ascoltare le risposte elaborate localmente, dagli abitanti del posto.
Però c’è un problema: nessuno sa rispondere a una domanda del genere in maniera diretta. Un antropologo, dunque, queste risposte deve coglierle da altro: dai comportamenti che gli individui hanno sui luoghi, dalla relazione che le persone hanno tra loro e che instaurano con l’ambiente, dalle pratiche che ciascuno conduce sul territorio, dai ricordi e dalla selezione della memoria che vi si realizza.
Detto altrimenti, il “senso dei luoghi” lo si coglie sia dal tutto, dal tessuto connettivo tra i vari elementi di un paesaggio, sia nei dettagli nascosti, nei frammenti dimenticati. Il modo più efficace, pertanto, è camminando con le persone, farsi accompagnare lungo il territorio: ne emerge sempre un racconto biografico, sorprendente ed inatteso: “qui sono nato, lungo quella stradina andavo a scuola, lassù ho dato il mio primo bacio, quelli sono i campi in cui ho lavorato e, prima di me, hanno lavorato i miei avi…”.
È così che si scoprono storie poco conosciute o dimenticate o ammantate da un tale alone di mistero che non sembravano nemmeno vere. Quelle storie sono lì, solo che non le si riesce a sentire se non si viene aiutati da qualcuno del posto a tendere le orecchie; le storie che ho (ri)scoperto a Mitigliano le conoscevo già, ma non riuscivo a “vederle” incise nel paesaggio finché non mi si sono aperti gli occhi. E gli occhi si aprono ascoltando.
Penso alla drammatica frana del 1973 (16 febbraio) che si portò via due famiglie, 10 persone, il cui ricordo sembrava confinato in una lapide nascosta dalle erbacce lungo la via che porta alla Punta della Campanella, e che, invece, è ancora visibile sul fianco del monte San Costanzo, con due diversi tipi di vegetazione a 40 anni di distanza.
Oppure penso alla cosiddetta “eruzione di Mitigliano” del 1819 (21 aprile) che, con buona probabilità, fu la caduta di un meteorite da cui scampò un signore che, successivamente, fece realizzare un ex-voto pittorico. Quest’opera è andata distrutta, ma ne conserva traccia una fotografia di matrimonio di alcuni decenni fa da cui è stato possibile risalire a tale episodio.
Questo modo di procedere comporta che, come ho scritto nel mio contributo, per un osservatore esterno si possano individuare almeno tre momenti nell’interpretazione di un paesaggio, proprio come se si trattasse di un viaggio: 1) l’idea di quello spazio che ne si aveva in anticipo; 2) l’esperienza vissuta percorrendo quel territorio; 3) la rielaborazione che ne si fa allontanandosi da quel paesaggio (cioè, tornando a casa).
Così, per me osservatore, il paesaggio di Mitigliano è passato dall’essere “dismesso” (con tutto il carico negativo che questo comporta, che è anche tendenzialmente etnocentrico) a luogo “in attesa”, come se fosse cioè un luogo “sospeso”.
Mitigliano è un luogo che da secoli viene regolarmente recuperato e abbandonato, seguendo un ritmo che non è quello lineare e travolgente della modernità. Per questa sua stessa caratteristica, Mitigliano è un altrove che, per confronto, come ogni alterità culturale, ci permette di comprendere meglio il qui, il noi.

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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Una risposta a Mitigliano. La meraviglia dello sguardo

  1. giogg ha detto:

    Su YouTube c’è anche il video del mio intervento (che, però, ha un pessimo audio) (anzi, no, sono io ad avere una voce troppo bassa). Comunque, ecco:

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