« Vous voyez, Monsieur : ma famille commence où la vôtre finit »

Una delle forme più elementari di razzismo è il pregiudizio, che secondo John Dollard si sostanzia in «un atteggiamento difensivo mirante a preservare le prerogative dei bianchi nella situazione di casta e a resistere con aggressività a tutte le pressioni dei neri per modificare la propria posizione di inferiorità» [cit. in M. Wieviorka, Lo spazio del razzismo (1991), Il Saggiatore, Milano, 1996, pp. 41-42]. Questa interpretazione è influenzata dalle teorie di Freud (“psicologia del pregiudizio”) e permette di osservare da vicino le privazioni vissute durante l’infanzia, i problemi della vita adulta, le frustrazioni, l’aggressività e l’ostilità. Quest’ultima, in particolare, se non può manifestarsi all’interno del proprio gruppo e se trova legittimità in una tradizione di pregiudizi razziali, tende a sfogarsi altrove. In questo modo, continua Dollard, il pregiudizio razziale si chiarisce attraverso tre concetti principali: 1) l’aggressione generalizzata; 2) il modello sociale di permissività nei confronti del razzismo; 3) l’identificazione omogenea (poter riconoscere l’altro senza difficoltà).
Sebbene questa idea non possa essere applicata universalmente perché, ad esempio, non è in grado di spiegare il motivo per cui l’antigiudaismo si alimenti proprio della “invisibilità” degli ebrei (somaticamente non riconoscibili dagli europei, che hanno sviluppato la più grave forma di intolleranza nei loro confronti), tuttavia oggi mi sembra che contribuisca a inquadrare adeguatamente il profilo psicologico e l’appartenenza culturale del leghista Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato della Repubblica Italiana, che – dice lui – ha espresso solo «una battuta simpatica» nei confronti del ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge.
Come si/ci domanda l’«Huffington Post Italia»: «Quest’uomo può fare il vicepresidente del Senato?»

La questione è stata posta immediatamente dall’on. Khalid Chaouki, che ha dichiarato: «Il razzismo di Calderoli ci fa schifo. Senza se e senza ma» e ne ha chiesto le dimissioni dal suo ruolo istituzionale. A questo proposito, è stata lanciata anche una petizione on-line in cui viene sottolineato che «Le posizioni razziste che Roberto Calderoli ha espresso sul ministro Cécile Kyenge sono incompatibili con la carica di vicepresidente del Senato della Repubblica italiana».
Reazioni di disgusto e di condanna sono arrivate da numerosi esponenti politici, compreso il Presidente del Consiglio Enrico Letta: «Le parole riportate oggi da organi di stampa e attribuite al senatore Calderoli nei confronti di Cecile Kyenge sono inaccettabili. Oltre ogni limite».

Calderoli non è nuovo a espressioni e azioni razziste. La più grave risale al 2006, quando – da ministro – mostrò in tv una maglietta offensiva dell’Islam e vi furono reazioni violente in diversi Paesi musulmani, con l’assalto di alcune sedi consolari italiane e, in particolare in Libia, con diversi morti. Calderoli, dunque, è un recidivo, ma nonostante ciò ricopre la carica di vicepresidente del Senato italiano. Tutto questo è giusto? E’ degno di un Paese che si vuole “civile”?
Riprendendo il discorso cui ho accennato in apertura del post, lasciare che Calderoli resti vicepresidente del Senato significa contribuire a costruire un modello sociale di permissività nei confronti del razzismo.

Stamattina, aprendo le homepage dei principali quotidiani italiani, mi ha colpito, tuttavia, un ulteriore aspetto di questa vicenda, forse meno importante, ma ugualmente da non tacere. Mi riferisco alla comunicazione mediatica che ne è stata fatta: l’insulto è stato riportato integralmente, virgolettato e con grande evidenza nei titoli di praticamente ogni organo di stampa: «Vedo la Kyenge e penso a un orango» (“Repubblica“, “CorSera“, “La Stampa“). Devo commentare questa scelta giornalistica o avvertite anche voi il mio stesso disagio?
Queste parole non sono degne di un vicepresidente del Senato, è evidente, ma ritengo che non siano nemmeno degne di un titolo giornalistico. La notizia è l’insulto proveniente da una delle più alte cariche repubblicane nei confronti di un ministro, non le parole con cui è stata espressa quell’ingiuria, pertanto mi domando per quale ragione le si riprenda e ripeta senza alcun filtro, senza alcuna forma di pudore.
Per quanto mi riguarda, mi auguro che il prossimo insulto non dovrò leggerlo in homepage o in prima pagina a caratteri cubitali, per di più rilanciato migliaia di volte sui socialnetwork, come io stesso ho fatto.

In conclusione, mi sembra il caso di ricordare Fanon: «Moi, l’homme de couleur, je ne veux qu’une chose: Que jamais l’instrument ne domine l’homme. Que cesse à jamais l’asservissement de l’homme par l’homme. C’est-à-dire de moi par un autre. Qu’il me soit permis de découvrir et de vouloir l’homme, où qu’il se trouve. Le nègre n’est pas. Pas plus que le Blanc» [Frantz Fanon, Peau noire Masques blancs, 1952, p. 228, pdf].

– – –

PS: in Congo e in Africa non ci sono oranghi, che invece si trovano in Malesia. In malese, “orang-utan” significa “gente dei boschi”, «con questo termine i popoli costieri indicavano, senza distinzione, sia gli oranghi sia le tribù umane che vivevano all’interno della giungla malese» [Alessandra Magistrelli, voce “Giungla” in «Enciclopedia dei ragazzi Treccani», 2005].

PPS: il titolo del post è tratto da questo dialogo tra Alexandre Dumas e un suo contemporaneo che gli faceva una battuta razzista usando l’ambiguità del termine “nègre”:
– Au fait, cher Maître, vous devez bien vous y connaître en nègres ?
– Mais très certainement. Mon père était un mulâtre, mon grand-père était un nègre et mon arrière-grand-père était un singe. Vous voyez, Monsieur : ma famille commence où la vôtre finit.
[C. Biet, J.P. Brighelli, J.L. Rispail, Alexandre Dumas ou les Aventures d’un romancier, Gallimard, 1986].

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INTEGRAZIONE del 30 ottobre 2014:
Nel novembre 2013 il settimanale francese di estrema destra “Minute” aveva paragonato il ministro della giustizia Christiane Taubira ad una scimmia: “Maligne comme un singe, Taubira retrouve la banane“. Oggi il “tribunal correctionnel” di Parigi ha riconosciuto il reato di “injure publique à caractère racial” e ha condannato il direttore a 10.000 euro di multa (QUI).

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AGGIORNAMENTO del 6 febbraio 2015:
Una giunta parlamentare multicolore ha stabilito che la frase ingiuriosa di Calderoli contro Kyenge non è razzista, ma normale espressione politica e che le sue parole sono “insindacabili”. Sconcertante. Ora, tuttavia, il giudizio passa all’Aula.
Intanto, raccolgo qualche opinione:

– – –

INTEGRAZIONE del 9 febbraio 2015:
A commento dell’assoluzione, da parte di una Giunta parlamentare, degli insulti razzisti rivolti dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli all’allora Ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge, l’antropologa Annamaria Rivera ha scritto questo articolo:

«Nel corso del 2013 abbiamo assistito al ritorno della “razza” […] Sarebbe stato ovvio che le istituzioni repubblicane stigmatizzassero, almeno ex post, una tale barbarie […]. E invece no […]. Ora il Pd sembra pentito e cerca di ribaltare quel voto indecente. Cosa che – è quasi certo – non avverrà: il voto segreto permetterà agli “ascari” del Pd di salvare Calderoli ancora una volta e definitivamente» (qui o qui).

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INTEGRAZIONE dell’8 marzo 2015:
Annamaria Rivera ha pubblicato sul “Corriere delle Migrazioni” un piccolo breviario intitolato “Del parlar male, anche a sinistra“, a proposito dell’uso – talvolta inconsapevole, talaltra strumentale – di particolari parole o espressioni che producono razzismo, il quale, come si sa, “poggia su una montagna costituita anche da cattive parole“.

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INTEGRAZIONE del 19 aprile 2016:
Su “Rivista Studio” Anna Momigliano racconta di una certa difficoltà della sinistra inglese nei confronti degli ebrei, segnale di una particolare concezione del razzismo, ancorato ad una visione data di tale fenomeno, dipendente cioè da una dicotomia tra “potere” e “oppressione” (in quest’ottica, “Il razzismo dunque è principalmente lo strumento con cui una maggioranza al potere, il centro egemonico, cerca di impedire l’emancipazione di una minoranza emarginata, socialmente ed economicamente. È l’insieme dei meccanismi che rendono più difficile che un ragazzo di colore diventare medico o ingegnere, perché ha accesso a delle scuole più scadenti e perché ospedali e studi legali sono meno inclini ad assumere personale di colore“).
Il razzismo, però, è qualcosa di più ampio, per cui una minoranza può essere perseguitata pur non essendo discriminata: “che il razzismo possa essere anche una questione di semplice odio e non soltanto di oppressione, può essere difficile da metabolizzare (tant’è vero che sebbene “Non [risulti] che gli ebrei siano marginalizzati, svantaggiati nel mondo del lavoro o degli studi […], risulta però che, ogni tanto, gli ebrei vengano insultati – e in qualche raro caso, com’è accaduto Parigi, a Tolosa e a Bruxelles, persino ammazzati – per il loro essere ebrei“).

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23 risposte a « Vous voyez, Monsieur : ma famille commence où la vôtre finit »

  1. giogg ha detto:

    Il ministro Kyenge ha fatto sapere all’Ansa che: «Sì, il sen. Calderoli mi ha telefonato ed io ho accettato le scuse. Ma il nodo istituzionale resta: ciascuno deve tener presente sempre la carica che riveste. […] Il caso non e’ mai esistito a livello personale, resta aperto a livello istituzionale» [Fonte: Khalid Chaouki].
    Intanto, i leghisti fanno muro intorno a Calderoli:
    – Maroni dice di piantarla con la polemica, tanto il vicepresidente del Senato si è scusato [Fonte: Repubblica].
    – Salvini, invece, sostiene che sia tutta colpa dei giornalisti:

    [Fonte: Daniele Sensi]

  2. giogg ha detto:

    «La ventisettesima ora», 14 luglio 2013, QUI

    CALDEROLI E LE FRASI STAGNANTI: MAI PIU’
    di Luisa Pronzato

    A che cosa servono le boutade sessuo-razziste di Roberto Calderoli? Ridicole, indopportabili, inaccettabili le sue frasi scatenano indignazione, polemiche, richieste di dimisssioni. Stallo. Stallo in un’Italia già immobile.
    Davvero il vice presidente del Senato pensa di fare opposizione usando solo vergognose affermazioni? L’ondata di protesta è partita pochi secondi dopo che le ha pronunciate, da twitter ai media tradizionali. Un ingombro di menti, tempi, pensieri. Si sono aggiunti i politici con le dichiarazioni di indignazione. Al bailamme scatenato, il vice presidente del Senato Calderoli, ha risposto: «Ho parlato in un comizio, ho fatto una battuta, magari infelice, ma da comizio». A voi sembra una giustificazione?
    Io lo trovo ancora più penoso. Davvero il vice presidente del Senato crede di tenere legati i suoi con campagne razziste che fecero il successo della Lega? Davvero pensa di usare il suo disprezzo per le donne per farsi pubblicità? Che sia, invece un’altra astuta strategia per rallentare la dialettica politica? Ora si perderà di nuovo tempo a discutere se è giusto o meno esigere le dimissioni (sta già accadendo)
    .

    Non c’è dibattito sinistra/destra, uomini/donne, nero/bianco. Quelle frasi non sortiscono nessun dibattito. Solo barriere e trincee.

    L’altro pericolo, oltre allo stallo della politica, è che a sentirli si pensi e si dica, “sono fatti così e non cambieranno mai”. E ci si abitui. Non possiamo permetterci che si svuoti la capacità di indignarci.
    Non lasciamole passare come battute da stadio. Ci sono cose che non sono opinioni nè idee politiche. Quella espressa dalla frase di Roberto Calderoli riporta direttamente all’iconografia fascista. Mai più.
    Quelle non idee non possiamo tollerarle. Neppure nei comizi

  3. giogg ha detto:

    Blog di Gad Lerner, 15 luglio 2013, QUI (Questo articolo è uscito su “La Repubblica”)

    CALDEROLI, FUORI I RAZZISTI DALLE ISTITUZIONI
    di Gad Lerner

    Bisogna vincere la tentazione di rispondere per le rime a Roberto Calderoli. Lui non chiederebbe di meglio che un confronto sui tratti somatici e i quozienti intellettuali. Ma stavolta non potrà cavarsela rifugiandosi nella buffoneria un personaggio come lui, che la politica italiana ha tollerato rimanesse ai suoi vertici per quasi un ventennio. L’aggressione verbale alla ministra Cécile Kyenge, mascherata come al solito da battuta di spirito, è stata un atto premeditato di violenza razzista. Calderoli sapeva bene quel che stava facendo, con il suo ignobile giro di parole, al comizio di Treviglio. Cercava la provocazione, in un momento di massima difficoltà della Lega Nord afflitta da una vera e propria emorragia di militanti; e sua personale, visto che dall’interno lo accusavano di eccessi di moderatismo. Provocazione studiata, dunque, con il primo stadio di quell’odioso riferimento allo stereotipo coloniale più classico, l’uomo-scimmia, riferito agli africani. Ma l’intento razzista, se ancora ce ne fosse bisogno, è stato confermato da Calderoli nelle dichiarazioni successive, rilasciate ieri a “Radio Capital”, quelle in cui fingeva stupore per le reazioni alla sua battuta “innocente”. Ebbene, più volte al microfono, e con inequivocabile spudorata tenacia, egli ha insistito a negare che la cittadina italiana Kyenge, peraltro eletta nel Parlamento della nostra Repubblica, abbia il diritto di ricoprire un incarico di governo. “Può fare il ministro, ma in Congo –ha sostenuto Calderoli- non può fare il ministro in Italia”. Con ciò lasciando intendere che a suo parerela Kyenge non solo non avrebbe il diritto di fare la ministra in Italia, ma non avrebbe neppure il diritto di considerarsi cittadina italiana.
    Simili affermazioni non soltanto contraddicono la verità dei fatti: Kyenge è naturalizzata per legge cittadina italiana né più né meno di Calderoli, e ha quindi tutti i requisiti necessari per assumere incarichi di governo. Di più, queste falsità recitate con leggerezza da Calderoli determinano un vero e proprio vulnus istituzionale: può infatti un’istituzione parlamentare come il Senato della Repubblica avere fra i suoi vice-presidenti un esponente politico che nega l’altrui cittadinanza con argomenti relativi al luogo di nascita? Può permettersi, la nostra Repubblica, di concedere un tale ruolo pubblico a chi semina veleno razzista e alimenta il pregiudizio verso una parte dei suoi concittadini? C’è da augurarsi che oggi stesso il Senato provveda a sollevare Calderoli dalla carica che indegnamente ricopre, dopo che per troppi anni s’è finto di ignorare il cumulo di volgarità razziste che di volta in volta ha profuso contro singoli interlocutori o contro popoli e fedi religiose nel loro insieme. La nomina di Cécile Kyenge come ministra dell’Integrazione è stato forse l’atto più innovativo (l’unico?) del governo Letta. Ma ha letteralmente scatenato una piccola minoranza di esagitati che l’hanno percepita come offesa intollerabile al loro ego xenofobo e hanno scatenato contro di lei una vera e propria guerra dei nervi. Cécile Kyenge ha mostrato una pazienza degna di miglior causa ogni qual volta l’hanno chiamata in causa a sproposito perché si giustificasse di fronte a episodi di violenza sessuale; hanno messo in dubbio la sua competenza in quanto è laureata in oculistica; hanno ironizzato sulla sua numerosa famiglia; l’hanno accusata di godere di protezioni eccessive, nel mentre che aizzavano con toni minacciosi la gente a manifestare contro di lei.
    L’esito di questa sollevazione contro la Kyenge è stato fallimentare, ma la ricerca della provocazione non si arresta nella speranza che possa derivarne il recupero di uno spazio politico perduto. Per questo è importante seguire cosa succederà nelle prossime ore. Così come Borghezio è già stato espulso dal gruppo parlamentare cui era iscritto a Strasburgo, in seguito alle offese profferite controla Kyenge, ci attendiamo che altrettanto faccia il gruppo dei senatori della Lega nei confronti di Calderoli. Non sarà una gran perdita. E servirà a ristabilire anche in Italia quella prassi europea per cui i razzisti vengono tenuti ai margini delle istituzioni, anche perché la destra liberale e moderata per prima si impegna a non dare loro spazio
    .

  4. giogg ha detto:

    “Asca”, 15 luglio 2013, QUI

    RAZZISMO: CAMUSSO, GRAVI FRASI DI CALDEROLI.
    OPPORTUNE SUE DIMISSIONI

    (ASCA) – Milano, 15 lug – “Dopo un fatto di questa gravita’, ritengo che le dimissioni di Calderoli sarebbero opportune”. Questa l’opinione del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, sullo ‘strappo’ del vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, che ha definito “un orango” il ministro Cecile Kyenge. Per la sindacalista, che oggi partecipa a Milano a un convegno dedicato alla violenza sulle donna, le parole di Calderoli “sono ancora piu’ gravi quando sono fatte da persone che hanno incarichi istituzionali e di rappresentanza della Repubblica. E’ evidente – ha aggiunto – che c’e’ nei confronti del ministro Kyenge un’aggressivita’ insopportabile che ha unicamente connotati razzisti che si sviluppano ancora di piu’ quando si parla di una donna”.

  5. giogg ha detto:

    Una raccolta di numerosi articoli apparsi sulla stampa di oggi, tra cronaca e commento:

    1) “L’Huffington Post” (14/07/2013, con aggiornamenti del 15/07/2013) riporta lo sconcerto del Presidente della Repubblica dinnanzi alle offese razziste pronunciate dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli alla ministro Cécile Kyenge: «Colpito e indignato. [Quelli degli ultimi giorni sono] gravi episodi. [Sono] tendenze all’imbarbarimento della vita civile», un tema che affronterà nell’incontro con la stampa del prossimo 18 luglio. QUI

    2) «Il segretario lombardo del Carroccio contro il capo dello Stato. Nuovo caso di razzismo in Veneto: un assessore regionale posta e poi rimuove una foto contro il ministro sul suo profilo Facebook: “E’ l’orango a essere insultato”. A Pescara cappi di Forza Nuova. Carfagna chiede le dimissioni del vicepresidente del Senato: “Sarebbe bel gesto”» (“La Repubblica”, 15 luglio 2013). QUI

    3) Giuseppe Civati (blog, 15 luglio 2013): «Perché sono vent’anni che il razzismo e la xenofobia istituzionale non ci permettono di valutare come dovremmo la questione della cittadinanza. E oltre al passo indietro di Calderoli e alla doverosa condanna da parte di tutti i partiti, ci vorrebbe una legge per la cittadinanza, che ancora non c’è. E una completa revisione della legge Bossi-Fini che – politicamente – sopravvive ai suoi promotori e alla fase politica in cui fu approvata». QUI

    4) Leonardo Tondelli (sul suo blog, 15 marzo 2013) esprime «Solidarietà al ministro Kyenge, che ha ricevuto la telefonata che nessuno vorrebbe ricevere, e pare sia riuscita a metter giù senza mandarlo a cagare. Io non sono ministro della repubblica e quindi posso: Calderoli, da bravo, a cagare». QUI

    5) Gad Lerner ha riprodotto sul suo blog un articolo scritto per “La Repubblica” (15 luglio 2013) in cui sottolinea quanto «L’aggressione verbale alla ministra Cécile Kyenge [da parte del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli], mascherata come al solito da battuta di spirito, è stata un atto premeditato di violenza razzista». QUI

    6) Davide Coppo (“Rivista Studio”, 15 luglio 2013) pone «Una manciata di domande, retoriche o senza una risposta, scritte di getto in pochi minuti, sul “caso” Kyenge». Tra le tante, segnalo questa: «Perché se un settantenne va a prostitute (pagando lautamente il servizio) assistiamo a manifestazioni, processi, post-it, condanne penali enormi, e se il vicepresidente del Senato dice a una donna di colore che sembra una scimmia (una scimmia!) non assistiamo a una manifestazione di dimensioni ben più coesa, ben più convinta, ben più importante?». QUI

    7) Wu Ming (“Internazionale”, 15 luglio 2013) ricorda una intervista di Pierluigi Bersani a “La Padania” di un paio di anni fa in cui l’allora segretario del PD «affermava: “Non ho bisogno che qualcuno mi spieghi che la Lega non è razzista. Lo so”. E metteva poi in guardia: “Dico che la Lega non è razzista, ma attenzione: a incoraggiare certe pulsioni il razzismo si può produrlo”». Il “non senso” in cui ci troviamo, perfettamente rappresentato dall’inconsistenza del PD, scrive Wu Ming, è dovuto al fatto che «i sedicenti democratici hanno costruito un’inverosimile ipotesi di normalizzazione del paese. Continuando intanto a pretendere di essere migliori. Migliori. Due anni e mezzo fa il Pd cercava di sganciare la Lega da Berlusconi, adesso è il Pd a essere al governo con Berlusconi. Con buona pace di Bersani che si chiede dove vadano Milano e la Lombardia…». QUI

    8 ) L’assessore regionale del Veneto ai flussi migratori Daniele Stival «rincara la dose sulla pagina personale del social network. Ma poi toglie la foto: “E’ stata solo una battuta”». “Corriere del Veneto”, 15 luglio 2013. QUI

    9) «Il punto è che dobbiamo correggere il linguaggio politico. Sono disponibile al confronto, ma che si basi sui contenuti e non sulle offese. È arrivato il momento di dire basta» (Cécile Kyenge, ministro della Repubblica Italiana, in un’intervista ad Alessandra Coppola, «CorSera», 15 luglio 2013). QUI

    10) «Il Centro» (15 luglio 2013): «All’indomani degli insulti del leghista Roberto Calderoli, anche Forza Nuova attacca il ministro Cècile Kyenge, oggi a Pescara per un un incontro-dibattito su immigrazione e cittadinanza che si tiene nel palazzo delle Provincia. Gli esponenti della formazione di estrema destra hanno accolto il ministro per l’Integrazione con “cappi” simbolici alle cui estremità sono stati posti dei manifestini “contro l’ immigrazione” e contro “qualsiasi forma di Ius Soli”». QUI

    11) Lee Marshall (“Internazionale”, 15 luglio 2013) segnala all’on. Roberto Calderoli che «Nell’aprile del 2011 su Scientific American è uscito un articolo dal titolo “L’evoluzione del pregiudizio”, con il sottotitolo “Gli scienziati vedono nelle scimmie la nascita del razzismo”». L’articolo riprende uno studio che dimostrerebbe l’antichità del “razzismo” o, più correttamente, dell’etnocentrismo. Il discorso è ampio, per cui sorvolo e giungo direttamente alla conclusione: «perché, onorevole, lei si lascia coprire di ridicolo e fa vergognare l’Italia, comprese le donne serie e colte e gli uomini seri e colti della sua amata Padania, comportandosi da scimmia?». QUI

    12) Marco Bracconi (blog “Politica Pop”, in “La Repubblica”, 15 luglio 2013) scrive amareggiato che «La cosa più amara di tutta la faccenda, e anche di molte altre, è che succederà di nuovo. Passerà qualche mese, magari un anno, e in qualche festa leghista Calderoli darà dello scimmione al primo nero che passa […]. A colpi di comiziacci, o cinguettii o pollici alzati su Fb, la negazione dell’altro da sé procederà instancabile, con il consueto corollario di scuse pelose e successive ma senza mai un vero dazio da pagare». QUI

    13) Gli insulti sono espressione di una cultura politica declassata, deteriorata e depravata (ne scrivevo QUI). Gli insulti sull’aspetto fisico dell’avversario, inoltre, prima o poi si ritorcono contro chi li pronuncia. Emilio Floris, unico berlusconiano sardo a Palazzo Madama, in merito alle offese pronunciate da Calderoli contro Kyenge, ha dichiarato: «Fermo restando l’inaccettabile frase rivolta a una donna, è altrettanto vero che bisognerà smetterà di dare del nano a Renato Brunetta». Certo, strumentalizza e devia il discorso, tuttavia ritengo che la sua osservazione sia giusta: le caratteristiche fisiche dei politici non devono far parte del dibattito. Mai. (Altre reazioni di onorevoli sardi sono QUI).

    14) Curzio Maltese (“Lo straccio sporco dei barbari razzisti”, in “La Repubblica”, 15 luglio 2013, via-Eddyburg): «Roberto Calderoli deve dimettersi dalla vice presidenza del Senato perché chi parla come l’ex ministro non è degno di ricoprire alcuna carica istituzionale, tantomeno una così importante, in un paese civile. Punto e basta». Continua QUI.

    15) Vittorio Zucconi (“L’orango dentro di noi”, in blog di “Repubblica”, 15 luglio 2013) dice una cosa che può indurre in errore: «il razzismo, la paura del diverso da noi, l’ansia della contaminazione della tribù, non sono condizioni specifiche di questo o quel popolo, bianco o nero, di quella o questa nazione. Il razzismo è qualcosa che ci portiamo tutti dentro dalla nascita, scritto nel nostro dna di creature di branco e territoriali (come odio questa becera insistenza luogocomunista sulla parola “territorio”) che metaforicamente fanno pipì nel proprio campo e non vogliono che altre creature vengano a competere per il cibo, per le femmine, per lo spazio. Soprattutto in tempi di carestia» (QUI). Ciò di cui parla Zucconi è, più precisamente, l’etnocentrismo, ovvero qualcosa di piuttosto diverso dal razzismo. [Nelle prime pagine de «L’incivilimento dei barbari» di Vittorio Lanternari ci sono diversi esempi molto chiari, in proposito]. Il razzismo, invece, è qualcosa di più recente e politico: è un’ideologia di superiorità strutturatasi con il colonialismo europeo nel corso degli ultimi secoli. D’altra parte, tornando al caso in oggetto, il riferimento ad un nero come ad una scimmia svela chiaramente di che qualità sia il pregiudizio di Calderoli.

    16) Massimo Gramellini (“Stasera mi rutto”, in “La Stampa”, 16/07/2013): «Nella frase «Calderoli dà dell’orango alla ministra Kyenge», la parola più nauseante è Calderoli: per la sua recidività. Sono vent’anni che l’Italia si deve occupare delle bizze razziste dei leghisti da bar, vent’anni che molti cittadini non ancora del tutto imbarbariti schiumano d’indignazione, vent’anni che viene loro risposto che si tratta di battute innocenti e che chi non ride a crepapelle è un buonista o un ipocrita. Vent’anni, un surplace infinito, fatto di canottiere, ombrelli, diti medi, deodoranti spruzzati sui treni, tricolori umiliati, incitazioni allo stupro. Non c’è mai un orlo in questo bicchiere che continua imperterrito a ingoiare porcate. Ogni volta ci si stupisce come se fosse la prima, ogni volta la si rimuove come se fosse l’ultima. E invece tornerà, perché torna sempre, e fra un mese o un anno ci sarà un altro orango, un’altra canottiera, un altro rutto mediatico per il quale indignarsi invano. […]», QUI.

    17) Anche Filippo Facci dice la sua: “La giusta indifferenza” («Il Post», 16 luglio 2013), ovvero il mondo perfetto, quello in cui «Non serve essere anti-razzisti: basta essere normali, non badare neppure a certe sciocchezze, lasciarle macerare nel dimenticatoio della Storia o se volete a Treviglio. Altrimenti l’antirazzismo diventa una forma di razzismo blando, inconsapevole, a fin di bene: perché razzismo non è solo l’essere intolleranti con il diverso, ma è anche il sottolineare, ogni volta, che comunque è diverso». Affinché quel futuro migliore si realizzi, però, mi permetto di osservare che è comunque necessario indignarsi e non tacere dinnanzi alle volgarità razziste, da chiunque provengano (specie se da una personalità istituzionale), QUI.

  6. giogg ha detto:

    Sull’accaduto, Beppe Grillo tace (unico leader politico a non dire una parola) e a lungo è mancata una dichiarazione da parte del Movimento 5 Stelle, che tuttavia è giunta nel pomeriggio di oggi. Inutile e pelosa, come potevo immaginare.

    «Agi», 15 luglio 2013, QUI

    KYENGE: M5S, “INUTILI DIMISSIONI CALDEROLI”;
    INVESTIRE IN CULTURA

    (AGI) – Roma, lug. – “Per noi sono dimissioni inutili” quelle che vengono chieste oggi al vice presidente del Senato Roberto Calderoli: “Vorremmo andare oltre, vorremmo che questo Parlamento andasse oltre e riconquistasse un tenore di civilta’”. Lo ha detto il capogruppo del Movimento Cinque Stelle al Senato Nicola Morra, prendendo la parola in Senato parlando della vicenda sulle offese al ministro Kyenge. “In data 16 maggio un nostro senatore interveniva in aula per segnalare alcune parole, piu’ che sgradevoli, che un consigliere leghista di Prato rivolgeva al ministro Kyenge.
    Anche in quel caso – ricorda Morra – insistemmo sulla necessita’ di fare un salto di qualita’, perche’ ogni offesa razzista nasce da ignoranza e per noi e’ incultura come incoltura sono le offese subite dal ministro in questione. In Italia, per responsabilita’ vostra”, ha detto Morra rivolto all’Aula, “c’e’ un’assenza vera su questioni drammatiche come razzismo, omofobia, femminicidio e tutto questo nasce dall’incultura e invece di investire in cultura, abbiamo tolto soldi alla cultura e alle politiche di integrazioni
    .

    – – –

    In serata un’altra esponente del M5S ha lasciato una dichiarazione alquanto stupefacente:
    Serenella Fucksia (M5s): “Roberto Calderoli contro Cecile Kyenge? Magari era un complimento, l’orango non è brutto”
    (di Pietro Salvatori, in “L’Huffington Post”, 15/07/2013, QUI).

    – – –

    AGGIORNAMENTO del 16 luglio 2013, h18:00
    Finalmente Beppe Grillo ha battuto un colpo, naturalmente a suo modo: attaccando e vittimizzandosi. Ecco la cronaca del «CorSera» (QUI):

    GRILLO RISPONDE SU CALDEROLI: «INDIGNIAMOCI».
    E ATTACCA: «LA COLPA E’ DI CHI L’HA MESSO LI’»

    La replica dopo il silenzio sugli insulti al ministro Kyenge. «La stampa non si indigna per offese a nostra deputata»

    Grillo risponde a chi – nei giorni scorsi – lo attaccava perché non aveva preso posizione sugli insulti del vicepresidente del Senato Calderoli al ministro Kyenge.
    L’HASHTAG SU TWITTER – Se infatti molti non avevano visto di buon occhio il silenzio del leader del M5S sulla vicenda, Grillo risponde via blog con un post dal titolo: «Indigniamoci» e lancia l’hashtag su Twitter. «L’indignazione verso Calderoli è giusta. La sua battuta razzista verso un ministro di origini congolesi è da condannare – scrive il portavoce dei Cinque Stelle. Ma l’indignazione per Grillo deve essere nei confronti di chi gli ha permesso di occupare una carica istituzionale come la vicepresidenza del Senato: «Se ci si indigna con Calderoli, a maggior ragione bisogna indignarsi con chi ne ha permesso la sua investitura, in primis il pdmenoelle». Ossia, gli esponenti di «pdl e pdmenoelle» e il premier «Capitan Findus Letta», tutti colpevoli «di non aver fatto a suo tempo alcuna obiezione». Come sottolineato anche dal capogruppo al Senato del M5S Nicola Morra, le polemiche sulle parole di Calderoli sarebbero strumentali perché «hanno messo in secondo piano un episodio gravissimo, la deportazione di una mamma e della sua bambina in Kazakistan. Forse non è stata una coincidenza. L’indignazione non può essere a corrente alternata. Usata dai media a comando, come distrazione di massa».
    I PENNIVENDOLI – Tanti i motivi per indignarsi, secondo Grillo. Che li elenca, «dal dito medio di Gasparri alle persone ammassate di fronte al Parlamento che poteva provocare una rivolta» alle «balle di Capitan Findus Letta sul finanziamento pubblico con i partiti che si apprestano a incassare 91 milioni di euro nel mese di luglio». Fino al «pdmenoelle che ha distrutto il Monte dei Paschi di Siena», «i morti causati dall’Ilva per un decennio», «i nostri ragazzi siano ammazzati in una guerra assurda in Afghanistan», «Berlusconi, un condannato in secondo grado per evasione fiscale che detta le sue condizioni al governo». E, infine, Grillo cita un episodio che riguarda da vicino i Cinque Stelle. «Sono indignato per due deputati del Pdl che hanno insultato una nostra parlamentare che passava davanti a loro a Montecitorio “Ma che bella bambina”, “Ciao bambola”, “Ciao bagascia”, sono indignato con tutti i pennivendoli che non ne hanno dato notizia. Dare della bagascia a una parlamentare del M5S evidentemente non fa indignare abbastanza»
    .

  7. giogg ha detto:

    A coloro che dicono: «Vabbè, si è scusato». A coloro che giustificano: «E’ stata solo una battuta». A coloro che commentano: «Magari era un complimento, l’orango non è brutto». A coloro che persistono: «E’ l’orango a essere insultato». A coloro che sviano: «E’ colpa dei giornalisti, che non si occupano dei problemi veri». A coloro che invitano: «Ok, possiamo andare oltre adesso?». A coloro che ritengono che chiedere le dimissioni di un razzista dai vertici delle istituzioni nazionali sia «inutile» o «fumo negli occhi».
    A tutti costoro: tacete, occupatevi d’altro, concentratevi sui vostri affari personali, continuate ad esprimere la vostra frustrazione verso il nulla e lasciate perdere ciò che non comprendete.
    Oppure, leggete: leggete di più, leggete cose migliori.

    «il manifesto» (via-MicroMega), 16 luglio 2013, QUI

    CALDEROLI, IL RAZZISTA, INSULTA LA MINISTRA KYENGE E QUERELA GLI ANTIRAZZISTI
    di Annamaria Rivera

    Che prima o poi Calderoli avrebbe dato un contributo di peso al linciaggio razzista della ministra Cécile Kyengé era del tutto prevedibile. E immaginabile era, data la biografia politica e la qualità morale e intellettuale del personaggio, che la carica di vicepresidente del Senato non lo trattenesse affatto dal pronunciare ai danni di Kyengé qualche insulto razzista dei più classici.
    Per citare solo alcune delle sue imprese, fu da ministro che, a febbraio del 2006, esibendo la famigerata t-shirt, provocò quella protesta di massa dinanzi al consolato italiano a Bengasi che costò la vita a ben undici manifestanti, uccisi dalla polizia libica. Costretto a dimettersi dalla carica, anche allora fu presto ricompensato con la nomina a vicepresidente del Senato. E pure a quel tempo l’alta funzione non gli impedì, a luglio del 2006, in occasione del campionato mondiale di calcio, di procurare un grave incidente diplomatico ingiuriando la Francia e i suoi giocatori: “negri, islamici e comunisti”. Sempre da vicepresidente del Senato, ad agosto di quello stesso anno invitò a sparare contro le imbarcazioni dei “clandestini”. E alcuni mesi più tardi causò uno scandalo politico e di nuovo lo sdegno della comunità musulmana con la trovata del “Maiale-Day”.
    Anche il sèguito della sua carriera politica –ça va sans dire- è regolarmente punteggiato da ignominie politiche e intemperanze verbali di stampo razzista e omofobico: “culattoni”, si sa, è uno dei lemmi più ricorrenti nel raffinato lessico calderoliano.
    Quelli elencati sommariamente sono fatti ben noti. Se li ricordiamo è per sottolineare di quanta ipocrisia grondino le dichiarazioni di quegli esponenti del governo e del Parlamento che sembrano scoprire solo oggi d’essersi messi in casa una bomba sempre pronta a esplodere (ricordiamo che il “nostro” è stato eletto vicepresidente del Senato con 119 voti, due di più di quelli di cui dispone l’intero centrodestra). E quanto inadeguate e ridicole suonino le parole di chi, nel governo e nel Parlamento, si è limitato a sollecitare le scuse di Calderoli alla ministra: parole irresponsabili verso un Paese che sprofonda nel baratro del discredito internazionale e diseducative verso i suoi cittadini, poiché in sostanza banalizzano il razzismo.
    A sua volta, l’abituale pacatezza di Cécile Kyengé –un’ammirevole prova di stile- sembra non valga ad arrestare l’escalation di attacchi razzisti e sessisti, in specie ai suoi danni, con minacce di violenza perfino fisica. Per fermarla non saranno sufficienti, temiamo, la richiesta esplicita di dimissioni, avanzata finalmente dal Pd, e quella implicita di Enrico Letta; né il mantra autoconsolatorio dell’Italia che non è razzista e il rifiuto di “scendere al suo livello”, come ha replicato Kyengé a chi le chiedeva se intendesse intraprendere un’azione legale nei confronti di Calderoli.
    Il quale, invece, con la tipica e volgare protervia leghista -alimentata nel corso del tempo dalle coccole, dalle sottovalutazioni, dall’opportunismo dei teorizzatori, espliciti e impliciti, della costola della sinistra- non fa, lui, che querelare questo e quello. Per dirne una: il 18 luglio prossimo, a Cassino, si svolgerà l’udienza preliminare del processo che vede imputati per diffamazione Walter Peruzzi e Gianluca Paciucci, autori di Svastica verde. Il lato oscuro del va’ pensiero leghista (Editori Riuniti, 2011), libro che reca, fra l’altro, una Postfazione di chi scrive.
    Il volume è un’ampia inchiesta sulla Lega Nord, che ne mette in luce non solo il carattere eversivo e razzista –un razzismo, come si dimostra, cui non sono estranee le matrici nazionalsocialiste- ma anche la spartizione di poltrone, la corruzione, la gestione disinvolta delle casse degli enti pubblici, i torbidi rapporti con le banche, in definitiva l’affarismo e l’ingordigia di potere. Ora, poiché l’inchiesta è corredata da una documentazione inattaccabile –è la Lega raccontata da se stessa, si potrebbe dire-, a quale espediente ha fatto ricorso Calderoli per querelare Peruzzi e Paciucci? Lamenta, il tapino, che la sua molto onorevole effigie compaia (per scelta non certo degli autori) sulla copertina del libro, accanto al sommario dei contenuti. Come se egli non fosse fondatore e dirigente illustre (si fa per dire) della Lega Nord, come se non ne rappresentasse la storia e le opere, come se non fosse sintesi vivente e sbraitante dello spirito leghista.
    Insomma, a guardare con distacco e lucidità quel che accade nel nostro infelice Paese, si dovrebbe dire che è il mondo alla rovescia: non solo vi trionfano democrazia autoritaria, ingiustizia sociale e vessazione delle classi non-dominanti, ma vi si processano gli antirazzisti mentre razzisti patentati occupano, quasi indisturbati e da un ventennio, gli scranni più alti delle istituzioni
    .

    P.S. Qui potete firmare l’appello per le dimissioni di Calderoli.

  8. giogg ha detto:

    Ancora un’iniziativa dell’on. Chaouki:

    «TMNews», 16 luglio 2013, QUI

    KYENGE, CHAOUKI (PD): “DISERTIAMO L’AULA SE PRESIEDE CALDEROLI”
    “Strategia Lega, cerca di recuperare consenso dello zoccolo duro”

    Roma, 16 lug. (TMNews) – “Quello che sta accadendo è molto pericoloso perché mischiando il populismo becero alla crisi economica, si rischia davvero di caccia all’immigrato: quello della Lega è un gioco sporco, ben pensato ed è per questo che chiediamo a Maroni in primis di prendersi delle responsabilità”. Così Khalid Chaouki deputato Pd nato in Marocco e cresciuto in Italia, ha dichiarato questa mattina ai microfoni di Radio Città Futura, in merito alla richiesta delle dimissioni di Calderoli dopo le dichierazioni dell’esponente del Carroccio che ha paragonato il ministro Kyenge a un orango.
    “Sono mesi che assistiamo a una serie di gesti della Lega Nord che dimostrano che si tratta di una strategia – ha proseguito Chaouki – la Lega è in grave crisi di consenso e sta cercando di recuperare il suo zoccolo duro come agli inizi: insultando ed offendendo”. Se Maroni non sconfessa Calderoli “credo – ha osservato l’esponente democratico – che dovremmo organizzare anche altri tipi di manifestazioni; intanto invito a disertare l’aula qualora Calderoli dovesse presiederla. Dobbiamo far vedere a tutta l’Europa che non tolleriamo più il razzismo, i respingimenti e una Lega Nord che si permette d’insultare un proprio ministro”.
    Quanto alla tiepida posizione del M5S sul caso Kyenge, Chaouki ha aggiunto: “E’ probabile che stiano aspettando un tweet o un sms di Grillo…”
    .

    – – –

    Qualche commento al post su fb in cui Chaouki linka l’articolo riprodotto qui sopra:

    (1) il deputato marocchino dovrebbe darsi una calmata che in Italia ancora non esiste la “Sharia” e porti rispetto al parlamento e alla sua carica dal momento che l’ha ottenuta grazie a Letta e non in virtù di un voto popolare.

    (2) Khalid Chaouki, cittadino italiano, è un deputato italiano.

    (3) preoccupatevi dei giganteschi scandali bancari in cui è coinvolto il vostro partito-banda invece di pensare agli oranghi di Calderoli!!!!! pagliacci ridicoli

  9. giogg ha detto:

    «Il Post», 16 luglio 2013, QUI

    LE SCUSE DI CALDEROLI AL MINISTRO KYENGE
    Durante la seduta del Senato del 16 luglio, Roberto Calderoli si è scusato per aver paragonato il ministro per l’Integrazione a un orango, durante una festa della Lega Nord a Treviglio, sabato 13 luglio. Nei giorni seguenti moltissimi esponenti del Partito Democratico e di Sinistra Ecologia Libertà avevano chiesto a Calderoli di dimettersi, e anche il primo ministro Enrico Letta e la presidente della Camera Laura Boldrini avevano pesantemente criticato Calderoli.
    «Preso dalla foga in un comizio ho commesso un errore grave, gravissimo, perchè ho spostato l’attenzione dal piano politico a quello personale. Ho chiamato la diretta interessata, cioè il ministro, e le ho spiegato che quella frase non conteneva insulti razzisti. Le ho chiesto scusa e chiedo scusa anche al Senato»
    .

    Cioè, chiede scusa al ministro e al Senato, ma ribadisce che la sua frase non aveva insulti.
    Ok, quest’uomo è irrecuperabile, mi sembra chiaro che non merita il ruolo istituzionale che ricopre.

  10. giogg ha detto:

    Nota folkloristica.
    A Napoli, all’ingresso di una famosa pizzeria, ieri è stato affisso il seguente cartello: «In questo locale sono tutti ben accetti a partire dagli oranghi mentre a Calderoli ed alla banda dei leghisti razzisti è vietato l’ingresso».
    (“JulieNews”, 15 luglio 2013, QUI)

  11. giogg ha detto:

    La ministra Kyenge e il razzismo della Lega. Il caso Calderoli visto dalla stampa straniera.

    Redazione, “Razzismo all’italiana“, in «Internazionale”, 16 luglio 2013

    «[…] “L’Italia non è un paese razzista, ma è un paese in cui il razzismo è tollerato e dove una persona come Calderoli rappresenta le istituzioni. Eppure i razzisti non vinceranno, perché il futuro è con l’Italia di Balotelli e Cécile Kyenge. L’Italia è un paese multiculturale, che lo vogliano o no. E quando vedo Roberto Calderoli, non posso fare a meno di pensare a un razzista ignorante” […]» (John Foot, «The Guardian»).
    A proposito del passaggio «Italy is not a racist country, but it is a country where racism is tolerated», comprendo la sfumatura, ma a mio avviso, chi tollera il razzismo è razzista.

  12. giogg ha detto:

    Dicono: danno del caimano a Berlusconi, del topo ad Amato, dell’elefante a Ferrara, perché mai non si potrebbe paragonare Kyenge ad un animale? Ecco, questa è la solita strategia assolutoria del tutti sono uguali (perché quando tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole). Invece no, dare della scimmia ad un nero non è la stessa cosa del dare del maiale o del rospo o del lombrico a qualcuno; quel che ha detto Calderoli affonda le radici nel più violento razzismo coloniale e fascista. Lo spiega egregiamente Pierluigi Battista stamattina (17 luglio 2013) sul «CorSera» (sì, proprio Pierluigi Battista):
    «[…] Ma dare dell’«orango» a una donna di colore, per provocare risate e consenso nel contesto di un comizio, è specificamente razzista. Lo è storicamente: da sempre nell’iconografia cara al Ku Klux Klan il «negro» è paragonato, o addirittura identificato, a una «scimmia». Da sempre l’immaginario razzista si nutre dell’immagine del «negro» inferiore come di un sotto-uomo dai tratti scimmieschi: un gorilla, uno scimpanzé. O un orango, appunto. […] Ma la qualità prettamente razzista del dileggio di Calderoli è autenticata dalla storia e dalla consuetudine. Se dipingi uno qualunque con un naso adunco è un conto, ma se dipingi un ebreo con il naso adunco e la fisionomia repellente, il tratto antisemita di quel disegno è inequivocabile. E’ così difficile capirlo? […] Dunque non è stata l’animalizzazione generica dell’avversario a rappresentare l’errore, ma quello specifio link mentale che quell’insulto rivolto a quel ministro con quel coloro della pelle ha voluto richiamare […]».

  13. giogg ha detto:

    Ecco, questo è l’articolo conclusivo. Perfetto.

    «Il fatto quotidiano», 17 luglio 2013, QUI

    KYENGE – CALDEROLI: IL RAZZISMO NON E’ FIGLIO DELL’IGNORANZA
    di Iside Gjergji

    Si sprecano in questi giorni i giudizi sugli insulti razzisti del senatore Calderoli nei confronti della ministra Kyenge. “E’ razzista perché è ignorante”, dicono molti intervistati e commentatori in tv. “Il fascismo si cura leggendo, il razzismo viaggiando”, recita invece una frase virale su facebook. Un certo nervosismo mi assale e non resisto alla tentazione di dire la mia, andando ovviamente controcorrente.
    Inizio col dire che il senatore Calderoli non è affatto ignorante o, addirittura, uno sprovveduto a cui scappano le parole a sua insaputa. Al contrario, egli sa molto bene quel che dice e sa anche quando dirlo. Perché – che piaccia o no alle ‘anime belle’ – il razzismo, per come è organizzato e si manifesta oggi, non ha nulla a che fare con l’ignoranza.
    Il razzismo non è figlio dell’ignoranza. Perché? Semplice: perché se così fosse l’aumento record della scolarizzazione che si è verificato negli ultimi decenni lo avrebbe fatto scomparire o, quanto meno, diminuire. E invece assistiamo, ogni giorno di più, all’aumento esponenziale dei fenomeni razzisti (istituzionali, mediatici e popolari) in Italia, così come in Occidente.
    Il razzismo non è nemmeno causato dalla non conoscenza delle tradizioni, delle culture e delle religioni delle popolazioni immigrate. Se così fosse sarebbero bastati tutti quei corsi di formazione, libri, riviste, seminari, conferenze, spot tv, programmi culturali e informativi che sono stati realizzati negli ultimi 25 anni.
    Dunque, la lotta al razzismo non è una questione di informazione. Sarebbe davvero il colmo, poi, visto che ci ripetono ossessivamente da tutte le parti che viviamo nella “società dell’informazione”. Il razzismo non è neanche una questione di paura che nasce in presenza di qualcuno o qualcosa di sconosciuto. Nell’epoca in cui costa meno volare a Rabat che fare in treno la tratta Milano-Roma e quando ormai le popolazioni immigrate vivono in Italia non da ieri, ma da decenni, questa spiegazione fa a cazzotti con la più elementare logica.
    Il razzismo nelle società moderne non è un fattore meramente culturale. Cioè, è anche questo, ma è prima di tutto un rapporto materiale di dominazione che produce e riproduce rapporti sociali disegualitari, ovvero rapporti sociali di oppressione, vestendoli però di naturalezza. Cioè facendoli apparire come “giusti”, e quindi “naturali” (ricordate il film di Tarantino: “Django Unchained”?). Sì, lo so, alcuni storceranno il naso e diranno che il razzismo esisteva anche nelle società premoderne. Vero, ma non aveva quella forma a tutto tondo e quelle caratteristiche di tipo sistemico che, nelle società moderne, la rendono parte strutturale dell’organizzazione sociale.
    Il razzismo moderno di tipo organico (ivi compreso quello postmoderno e ipermoderno) nasce con il colonialismo, ovvero sorge nel Cinquecento-Seicento, si sviluppa nel Settecento e raggiunge il suo apice e completamento nell’Ottocento-Novecento, parallelamente alla nascita e allo sviluppo della società moderna. Come giustamente spiegano Fabio Perocco e Marco Ferrero (
    Razzismo al lavoro, Franco Angeli, 2012): “E’ con l’avvento dell’economia capitalistica, prima nella sua fase mercantile, poi nella sua fase industriale e soprattutto nella fase dell’espansione coloniale e imperialista, che il razzismo assume una sistematizzazione interna quasi definitiva e occupa una posizione centrale all’interno del funzionamento del sistema dei rapporti sociali”.
    Ne consegue che il razzismo è un fenomeno sociale storicamente determinato e non un elemento naturale e fisiologico partorito dalla mente di singoli individui. Non che il razzismo non alberghi nella mente degli uomini e delle donne, ma ciò accade perché i soggetti vivono e si formano in un contesto che si fonda sul razzismo iniettato e riversato dall’alto, dai vertici della società, perché funzionale al mantenimento di certe gerarchie.
    Il razzismo è dunque un complesso ideologico che naturalizza rapporti inferiorizzanti e di oppressione, in termini di razza, età, genere, popoli, stati e nazioni, le cui cause non sono da cercare nel piano individuale (cioè nel processo intra-psichico dei soggetti singoli), ma in quello collettivo. Il razzismo, pertanto, ha a che fare con la struttura generale dei rapporti sociali, come l’acutizzazione del razzismo in Italia, così come in Occidente ci dimostra ogni giorno negli ultimi venti anni. Più aumenta la necessità di sfruttamento e oppressione più aumenta il razzismo. La necessità di sfruttamento, a sua volta, è determinata non tanto dalla cattiveria dei singoli soggetti, quanto dalla necessità oggettiva di un sistema economico e sociale che si fonda sul profitto, sulla diseguaglianza e sulla gerarchia.
    Ciò detto, non ho ancora spiegato perché secondo me il senatore Calderoli non è affatto ignorante, né uno sprovveduto. Pensate a come sembrerà “giusto” e “naturale” – a seguito del paragone con una scimmia di una donna nera (ministra, per giunta!) da parte di una delle più alte cariche dello Stato – ai padroni e padroncini, del nord come del sud, intensificare lo sfruttamento ed il maltrattamento dei loro sottoposti ‘neri’ (intesa qui come categoria più ampia, che comprende cioè tutti gli immigrati poveri, seppur bianchi di pelle), così come farà sentire distanti i lavoratori italiani dai loro fratelli neri. E tutti sappiamo quanto ciò serve in tempi di crisi e di diffuso malessere sociale.
    E poi pensate anche al fatto che l’elettorato (educato nel tempo come quei cani in cattività a cui ogni tanto viene mostrato un pezzo di carne grondante sangue) del senatore, grazie a quella frase, non penserà nei prossimi giorni (o mesi?) agli scandali dei milioni, delle barche, delle lauree comprate e dei diamanti che hanno travolto i vertici del partito, per non parlare poi del federalismo o della secessione (e chi si ricorda più?) oppure del crollo dei voti nelle ultime elezioni. Cosa c’entra l’ignoranza in tutto questo?

  14. giogg ha detto:

    «Corriere della Sera», 17 luglio 2013, QUI

    OFFESE ALLA KYENGE: CALDEROLI INDAGATO
    L’ipotesi di reato è di diffamazione aggravata all’odio razziale

    Roberto Calderoli è formalmente indagato dalla procura della Repubblica di Bergamo con l’ipotesi di diffamazione aggravata dall’odio razziale. L’indagine è dovuta alle parole pronunciate dal senatore leghista nella serata di sabato a Treviglio, quando aveva parlato del ministro Kyenge come persona con le «sembianze da orango». Ora il caso politico è anche giudiziario: il procuratore di Bergamo Francesco Dettori non ha voluto lasciare nulla al caso.
    Dopo aver raccolto tutti gli articoli di stampa sul comizio e aver acquisito l’audio del discorso di Calderoli dal corrispondente del Corriere da Treviglio, ha aperto il fascicolo affidandolo a due sostituti procuratori. Tutto il caso è in una frase: quelle parole sulle «sembianze da orango» sono diffamanti e a sfondo razzista o no? È il quesito a cui deve rispondere la procura prima di decidere se chiedere il rinvio a giudizio
    .

  15. giogg ha detto:

    Bene, dopo alcuni articoli piuttosto pesanti contro il ministro Kyenge (questo, soprattutto, a cui hanno risposto brillantemente Gad Lerner e Leonardo Tondelli), Giovanni Sartori torna sull’argomento, rinvigorito dalla discussione sorta in seguito alle frasi razziste di Calderoli:

    «Corriere della Sera», 17 luglio 2013, QUI

    TERZOMONDISMO IN SALSA ITALICA
    Il dibattito su immigrazione e integrazione
    di Giovanni Sartori

    Quando cadde il Muro di Berlino tutto il mondo libero esultò. L’inconveniente fu che il marxismo-leninismo-stalinismo – in breve, il comunismo – rimase orfano, rimase senza ideologia. In Germania, nel 1959 a Bad Godesberg, la sinistra tedesca ripudiò quel passato e divenne una autentica socialdemocrazia con tanto di Mitbestimmung (cogestione) tra sindacati e padronato (altro che il sindacato di lotta e di conquista come a tutt’oggi la Fiom italiana).
    Tutto a giro anche nell’Occidente restano, è vero, schegge di comunisti duri e puri (come Vendola in Italia). Ma il fatto resta che il marxismo-leninismo è morto. Come sostituirlo? In Italia la trovata è stata il «terzomondismo», abbracciare la causa del Terzo mondo. A suo tempo Livia Turco (allora ministro) fu la «pasionaria» di questo terzomondismo dogmatico e pressoché fanatico. E purtroppo risulta che la Turco ha continuato a essere il consigliere occulto (e ascoltato) di tutti i nostri presidenti, da Ciampi in poi.
    Ho già avuto occasione di scrivere che il governo Letta è il più scombinato, in fatto di competenze e di incompetenze, della nostra storia. Nullità che diventano ministri, brave persone messe al posto sbagliato. Eppure Letta è del mestiere, conosce bene il mondo politico nel quale vive. Chi gli ha imposto, allora, una donna (nera, bianca o gialla non fa nessunissima differenza) specializzata in oculistica all’Università di Modena per il delicatissimo dicastero della «integrazione»? Beppe Severgnini sul Corriere di ieri ha stigmatizzato, e bene, le inaccettabili parole del senatore Calderoli, ma lei, Kyenge, si batte per un ius soli (la cittadinanza a tutti coloro che sono nati in Italia) mentre il suo ministero si dovrebbe occupare di «integrazione». E non sa, a quanto pare, che l’integrazione non ha niente a che fare con il luogo di nascita: è una fusione che avviene, o anche non avviene, tra un popolo e un altro. Io ho scritto un libro per spiegare quali siano i requisiti di questa integrazione etico-politica (che non è integrazione di tutto o in tutto). Capisco che un’oculista non deve leggere (semmai deve mettere i suoi pazienti in condizioni di leggere). Ma cosa c’entra l’immigrazione e l’eventuale integrazione con le competenze di un’oculista? Ovviamente niente.
    È chiaro che la nostra brava ministra non ha il dovere di leggermi. Per fortuna ho però molti affezionati lettori, uno dei quali (che è un noto accademico), mi scrive così: «Vivo a Torino nel cuore multietnico della città. A due traverse di distanza ci sono i locali dei neri (sub sahariani) e quelli dei magrebini rigorosamente distinti, più uno di romeni, che assolutamente non si mischiano. Alla faccia della integrazione». In Inghilterra, in Francia, e anche nelle democrazie nordiche vi sono figli di immigrati addirittura di seconda generazione (tutti debitamente promossi a «cittadini» da tempo) che non si sentono per niente francesi o inglesi. Anzi. Allora a chi deve la sua immeritata posizione la nostra brava Kyenge Kashetu? Tra i tanti misteriosi misteri della politica italiana questo sarebbe davvero da scoprire.
    Un’altra raccomandata a quanto pare anch’essa di ferro (da chi?) è la presidente della Camera Boldrini. In questo caso le credenziali sono davvero irrisorie. Molta sicumera, molto presenzialismo femminista ma scarsa correttezza e anche presenza nel mestiere che dovrebbe fare.
    La prossima volta il presidente Napolitano ha già fatto sapere che se il governo Letta cadesse l’incarico di presidente del Consiglio verrebbe di nuovo conferito a lui. Spero che in questa eventualità Letta sia messo in grado di scegliere un buon governo di persone giuste al posto giusto. L’Italia si trova in una situazione economica gravissima con una disoccupazione giovanile senza precedenti. Non si può permettere governi combinati (o meglio scombinati) da misteriose raccomandazioni di misteriosissimi poteri. Siamo forse arrivati alla P3?

    – – –

    Anche questo articolo, riprendendo il commento di Leonardo, “è una cosa avvilente, che offende per primo l’autore che lo firma, e che andrebbe protetto da un abuso così sconsiderato del proprio cognome“.

    • giogg ha detto:

      Giovanni Sartori continua. E peggiora. Sproloquiando di qualsiasi cosa e sfoderando sempre più banalità e qualunquismi, ecco l’ultimo editoriale del celebre politologo, in cui scopriamo che i mali del pianeta sono tutti dovuti ai bambini africani:

      “Corriere della Sera”, 23 novembre 2013, QUI

      UNA MODERNITA’ FUORI MISURA
      Gli eccessi che la terra non sopporta
      di Giovanni Sartori

      La cosiddetta modernizzazione è tutta «fuori di misura», dismisura: è, come dicevano i greci, Hubrys. La Terra è un piccolo pianeta la cui circonferenza è di appena 40.000 km. Ma noi predichiamo un progresso senza limiti, una crescita senza limiti, uno sviluppo senza limiti e, ancor peggio, una popolazione senza limiti. È demenza? Sì. Perché è demenza ipotizzare una crescita infinita in un pianeta che ha dimensioni finite e per ciò stesso anche risorse finite.
      So bene che noi siamo attualmente assillati dalla disoccupazione e dal peso di colossali debiti dello Stato. Il che ci fa dimenticare, purtroppo, che anche il pianeta Terra è in crisi: stiamo inquinando l’atmosfera, stiamo avvelenando l’aria che respiriamo e, al contempo, stiamo destabilizzando il clima. Sono notizie di questi giorni il ciclone senza precedenti che ha colpito le Filippine, e ora il diluvio, la bomba d’acqua anch’essa senza precedenti che si è abbattuta sulla Sardegna e che ancora la minaccia. Forse troveremo il modo di uscire dalla crisi economica (della quale portano la massima colpa gli economisti), ma come fermare l’impazzimento del clima, il progressivo riscaldamento, la crescita dei livelli del mare, l’erosione dei ghiacciai (che alimentano i fiumi) e, infine, la nuova probabile dislocazione delle piogge con la conseguente dislocazione delle zone aride?
      Il rimedio vero sarebbe una drastica riduzione delle nascite (specialmente in Africa) che ci restituirebbe un pianeta vivibile. A questo effetto le maggiori responsabilità sono della Chiesa cattolica (per l’Africa e anche parte dell’America Latina). Per ora papa Francesco si è limitato a carezzare molti bambini, stringere molte mani e a distribuire in piazza San Pietro la «Misericordina» che poi, aperta la scatolina, è un rosario. E la nostra televisione è inondata da appelli di soldi per salvare i bambini africani. A che pro? Le prospettive, restando le cose come sono, sono cicloni in autunno, piogge torrenziali in inverno, afa insopportabile d’estate. E d’estate non nevicherà più sui ghiacciai, il che implica che andranno a sparire. Di conseguenza i fiumi si prosciugheranno.
      Come dicevo di tutto questo non ci diamo pensiero perché prima di tutto bisogna mangiare. Vero. Ma è anche vero che ci sarà sempre meno da mangiare. Ripeto, l’unica cura ancora a nostra disposizione è di ridurre la popolazione e con essa ridurre l’emissione di gas serra e la conseguente concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. I combustibili fossili(a cominciare dal carbone) vanno messi al bando, mentre noi continuiamo allegramente a incendiare i nostri boschi senza che mai un incendiario sia preso e condannato.
      Si può essere più incoscienti di così? Quasi dappertutto si continua e riprende la cementificazione, la speculazione edilizia che consente di costruire fabbricati in zone pericolose, a rischio di essere spazzati via da frane e piene subitanee. Le nostre amministrazioni locali hanno fame di soldi, ma sono soldi che vanno alla criminalità organizzata, alle mafie che signoreggiano oramai un po’ dappertutto.
      Come scriveva qualche giorno fa su queste colonne Gian Antonio Stella, i nostri governi «non hanno fatto che accumulare imposte ecologiche raccogliendo dal 1990 in qua 801 miliardi di euro. Sapete quanti siano stati spesi davvero in interventi di risanamento dell’ambiente? Meno di 7, lo 0,9%». Che vergogna. E anche che incoscienza
      .

  16. giogg ha detto:

    «La Repubblica», 13 agosto 2013, QUI (via-Eddyburg)

    IL VIRUS RAZZISTA
    Il pregiudizio (degli uomini nei confronti delle donne, di tutti nei confronti dei diversi) è creato dalle relazioni di potere tra dominatori e dominati per renderlo così spontaneo da farlo accettare senza sforzo. Riflessioni sul razzismo dell’Italia di questi anni
    di Nadia Urbinati

    Il pregiudizio non è innocuo. Il suo braccio armato è il razzismo, un’ideologia che unisce gli uguali contro i diversi e che mobilita parole e, quando può, il potere della legge per realizzare il piano di ripulire la società degli indesiderati. Un’ideologia che miete adepti con facilità perché facile da coniugare, elementare ed esprimibile con le parole dell’ignoranza ordinaria, istintiva. Scriveva John Stuart Mill nell’introduzione del “Saggio sulla soggezione delle donne”:

    (1869) che l’idea che la donna sia inferiore nell’intelletto e nelle capacità è così diffusa e radicata da apparire a tutti (perfino alle sue vittime) naturale: poiché istintiva e irriflessa, essa deve essere naturale! Diversamente come potrebbe annidarsi con tanta spontaneità nelle menti di milioni di persone?

    È vero proprio il contrario: quel pregiudizio è una costruzione sociale, tutto fuor che naturale e spontaneo. Creato dalle relazioni di potere tra dominatori e dominati per renderle – questo il vero obiettivo – così spontanee da farle accettare senza sforzo. Lo stesso accade con tutti i pregiudizi: l’eterosessualità è la condizione naturale; la razza bianca è naturalmente superiore; il genere maschile ha una naturale disposizione alla leadership; i settentrionali sono naturalmente più intraprendenti … e si potrebbe continuare, con una lista davvero lunga al punto che perfino tra gli uguali salterebbe fuori prima o poi una ragione di discriminazione. Si parte dall’umanità per cercare le forme inferiori e si arriva alla gente del proprio villaggio, tra la quale certamente albergano dei reietti. La logica del razzismo è quella dell’esclusione e si diffonde a macchia d’olio, per cui non si finisce mai di escludere.
    La pericolosità del razzismo deriva dalla sua facilità di attecchire, alimentato da ignoranza e rifiuto di riflessione. È una gemmazione della pigrizia mentale, il consolidamento di un’atavica tendenza ad orientarsi nel mondo senza troppo sforzo. A Zurigo, nella civilissima e bianchissima Svizzera, qualche giorno fa la star della televisione americana (e una delle persone più ricche degli Usa), Oprah Winfrey è stata trattata come Julia Roberts in “Pretty woman”: voleva acquistare una borsa da 28mila euro e si è sentita rispondere che era troppo costosa per lei, che avrebbe potuto comprare l’intero negozio. In Italia, continuano gli attacchi e gli insulti feroci al ministro Kyenge.
    Il pregiudizio vive di inettitudine mentale e di faciloneria. Per questo rende il razzismo un codice di riconoscimento: i razzisti vanno d’accordo tra loro, si riconoscono e si attraggono; rinforzano le loro credenze a vicenda. Proprio perché genera emulazione il razzismo non è mai un fenomeno isolato: infatti, se una persona ha il coraggio di rivelarsi razzista in pubblico è perché sa di poter contare sull’appoggio dell’opinione. Ecco perché quando si legge che l’ex leader della Lega Nord arringa i suoi a ricorrere ai fucili perché non si può riconoscere uno Stato che ha tra i suoi ministri una donna nera, occorre reagire. Non si possono rubricare quelle parole come un commento sbagliato, una frase infelice, un’uscita propagandistica folcloristica: il razzismo non è mai innocente. E umilia tutti
    .

  17. giogg ha detto:

    «Huffington Post Italia», 24 settembre 2013, QUI

    CECILE KYENGE, «OGGI» INTERVISTA IL PADRE DEL MINISTRO: “PREGHIAMO PER CALDEROLI AFFINCHE’ SI LIBERI DAL MALIGNO” (VIDEO)
    di Redazione

    Nel villaggio di Cécile Kyenge si prega per Roberto Calderoli, affinché il Signore possa “liberarlo dal maligno”. Il settimanale Chi ha incontrato il padre del ministro per l’Integrazione, che è il capo di un villaggio sull’altopiano del Katanga, all’estremità sud della Repubblica Democratica del Congo.

    Nel villaggio dei Kyenge, nel Katanga, quando tra le mani della sacerdotessa appare una foto di Roberto Calderoli, che aveva paragonato sua figlia Cécile a un orango, tra la gente qualcuno vorrebbe sentire qualche parola forte. Ma Kyenge preferisce cedere la parola al pastore Eustache Youmba che improvvisa una preghiera: «Signore», dice in lingua bemba, «nella tua misericordia ci hai detto di pregare per chi ci perseguita, per chi ci ingiuria e per chi ci maltratta. Non siamo contro Calderoli, il fratello che ha insultato la nostra Kashetu (nome originario della Kyenge, ndr), ma contro lo spirito che lo ha spinto a ingiuriare. Tu che puoi punire o perdonare, libera questo tuo figlio dalla malvagità dello spirito. Fai che riconosca il suo peccato e che porti il suo pentimento davanti a Cécile». A rinforzare la richiesta del pastore intervengono anche gli iniziati. Portano la foto di Calderoli davanti all’altare degli antenati e chiedono il loro intervento perché chi ha insultato si liberi dallo spirito che ha guidato le sue parole. Preghiera accolta. La porticina dell’altare si spalanca e Calderoli finisce tra le effigi dei capi villaggio, antenati del ministro Cécile Kyenge.

    Guarda il video della cerimonia. Guarda il VIDEO

    “Possono lanciare tutte le banane che vogliono ma Cècile è italiana. L’Italia le ha dato la possibilità di studiare, di farsi una famiglia e una carriera. È il suo Paese. Ascolterà tutto e tutti, insulti compresi. Ma non mollerà e un passo alla volta arriverà dove vuole”, spiega al settimanale Clement Kikoko Kyenge, padre del ministro.
    In un servizio pubblicato nel numero domani in edicola e nei video sul sito Oggi.it, Clement Kikoko Kyenge si presenta in abiti cerimoniali e, con tutti i paramenti del potere tribale, presiede a una giornata di cerimonie davanti alla popolazione in festa. Ha avuto 38 figli da 4 mogli diverse, ora sparsi tra Belgio, Canada, Irlanda, Stati Uniti, Sud Africa, Sud Corea, Italia, Irlanda, Francia, Germania e naturalmente Repubblica Democratica del Congo.
    “Quando mi ha chiamato per sapere come comportarsi davanti agli insulti di Calderoli le ho risposto con un proverbio africano: ‘
    Il cane abbaia, la carovana passa‘”, ricorda, e nega di nutrire sentimenti di rivalsa nei confronti dell’esponente leghista. “Gli italiani sono stati i primi ad arrivare in Katanga. Hanno fatto fortuna, hanno sposato le nostre donne, si sono integrati. Se Calderoli vuole venire qui accoglieremo anche lui a braccia aperte, come un fratello. L’importante è parlarsi. Attraverso il dialogo i problemi si svuotano“. E Calderoli diventa persino oggetto di una preghiera, affidata al pastore del villaggio: “Signore, Tu che puoi punire o perdonare, libera questo tuo figlio dalla malvagità dello spirito. Fai che riconosca il suo peccato e che porti il suo pentimento davanti a Cècile”.
    Ripercorrendo per il settimanale la storia della sua grande famiglia, Clement Kikoko Kyenge, 74 anni, da tre bisnonno e da sei malato di cancro, si sofferma poi sui ricordi della figlia Cecile, in congolese Kashetu: “Già da piccola si era fatta notare. Era diversa dagli altri fratelli. Era riflessiva, silenziosa, aveva la tendenza a parlar poco, ad ascoltare e a fare molte domande. Qualunque fosse il problema, non perdeva mai la pazienza”.
    “All’epoca i belgi non permettevano ai nostri figli di frequentare le loro scuole. C’era una specie di apartheid. Ma per Cècile fecero un’eccezione”. Clement Kyenge nega infine di aver ispirato la strada della politica alla figlia: “Cecile può avere ereditato il mio dinamismo, ma in lei vedo altri geni. E’ da parte materna che hanno la politica nel sangue. I nonni sono stati ministri dell’interno e dell’industria in Katanga”
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    Papà Kyenge, il villaggio in festa per l’arrivo di Kikoko. Guarda il VIDEO

    Papà Kyenge, guarda la danza e le preghiere del capo tribù. Guarda il VIDEO

  18. giogg ha detto:

    “La Repubblica”, 18 aprile 2014, QUI

    PARAGONO’ LA KYENGE A UNA SCIMMIA: DUE MESI ALL’EX ASSESSORE LEGHISTA BRESCIANO
    Agostino Pedrali, ex assessore ai Servizi sociali a Coccaglio, postò sulla propria pagina Facebook la foto dell’allora ministro affiancata a quella di una scimmia e con il titolo ‘Separate alla nascita’
    di Redazione

    E’ stato condannato a due mesi di reclusione, pena sospesa, per diffamazione aggravata da finalità di discriminazione etnico razziale Agostino Pedrali, l’ex assessore della Lega Nord ai Servizi sociali del Comune di Coccaglio (Brescia) che nel luglio scorso aveva pubblicato sulla sua pagina di Facebook una foto dell’allora ministro Cècile Kyenge con a fianco quella di una scimmia. Il tutto con il titolo ‘Separate alla nascita’ e il commento: ‘Dite quello che volete ma non assomiglia a un orango, dai guardate bene”.
    L’allora assessore era finito nella bufera e si era dimesso un paio di giorni dopo spiegando in una nota che il suo era stato “un tentativo maldestro di sdrammatizzare la situazione”. La Camera del lavoro di Brescia e la Fondazione Guido Piccini per i diritti dell’uomo hanno espresso in una nota “viva soddisfazione per la sentenza emessa dal tribunale di Brescia”. “Ancora una volta il tribunale di Brescia dimostra una particolare sensibilità su questi temi – continua la nota della segreteria della Cgil bresciana – tutelando il diritto di ciascuno alla differenza. La sentenza, inoltre, contribuisce a dare rinnovata forza al lavoro di chi, giorno per giorno, vigila affinché episodi simili non si ripetano”.
    Nel dicembre 2009 sempre a Coccaglio la giunta organizzò l’operazione ‘White Christmas’, un controllo a tappeto a casa degli extracomunitari col permesso di soggiorno in scadenza, una caccia agli stranieri in nome del Natale. Uno scandalo che fece il giro del mondo
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  19. giogg ha detto:

    AGGIORNAMENTO del 6 febbraio 2015:
    Una giunta parlamentare multicolore ha stabilito che la frase ingiuriosa di Calderoli contro Kyenge non è razzista, ma normale espressione politica e che le sue parole sono “insindacabili”. Sconcertante. Ora, tuttavia, il giudizio passa all’Aula.
    Intanto, raccolgo qualche opinione:

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    “La Stampa”, 7 febbraio 2015: “via-Jack’sBlog

    COSÌ IL SENATO SDOGANA IL RAZZISMO
    di Vladimiro Zagrebelsky

    Il razzismo è al bando in Europa. Lo vieta la nostra Costituzione, come lo vietano le dichiarazioni dei diritti fondamentali in Europa, cui anche l’Italia è legata. La condanna del razzismo, in tutte le sue forme, fa parte del nocciolo duro dell’identità culturale e morale d’Europa. In Italia poi v’è un motivo specifico per essere ipersensibili e vigilanti, dal momento che abbiamo prodotto le non dimenticate leggi razziali.
    Eppure vi è molta tolleranza rispetto al razzismo. Atteggiamenti ed espressioni razziste si vedono in situazioni di disagio sociale grave, in qualche modo connesso con la convivenza difficile con persone e gruppi di origine etnica diversa, come in certe periferie urbane. Quegli atteggiamenti sono da respingere, come quelli frutto di grossolanità e incultura che si vedono nelle curve degli stadi. Ma che dire quando il razzismo ostentato e compiaciuto, irresponsabilmente sorridente è mostrato da chi ha responsabilità politiche e un rilevante ruolo pubblico? La Costituzione e la legge condannano il razzismo, in modo che esso non rientra nella libertà di espressione. Tanto meno il razzismo è tollerabile quando chi se ne fa portavoce, per la posizione pubblica che riveste, ha influenza e eco nella società.
    Il senatore Calderoli, vice presidente del Senato, nel corso di un comizio, ha paragonato a un orango Cécile Kyenge, medico italiano di origine congolese, all’epoca ministro dell’Integrazione.Un evidente insulto razzista, privo di qualunque connessione con le posizioni politiche da essa difese, che legittimamente un avversario politico poteva criticare. Un insulto per l’aspetto, il colore, la nascita: razzista, appunto. Anche in Italia un simile insulto è punito come reato. Ma i parlamentari, come stabilisce la Costituzione, non rispondono delle opinioni espresse nell’esercizio della loro funzione.
    Se dunque il senatore Calderoli si fosse espresso in quei termini insultanti nell’esercizio delle sue funzioni parlamentari, egli sarebbe non punibile. Ed è proprio questa la conclusione cui è arrivata la maggioranza della Giunta delle immunità del Senato, all’esito di una discussione in cui si è visto richiamato il diritto di usare espressioni anche aspre nel dibattito politico, si è menzionato il diritto di satira e perfino si è arrivati a dire che «spesso nella satira si paragonano persone ad animali, senza che tali circostanze diano luogo a fattispecie criminose» (sen. Cucca, Pd). E per escludere che le parole del senatore Calderoli siano offensive, si è sottolineato che non vi è una querela della vittima. La dignità personale della ministra Kyenge, che ha ritenuto che un’offesa razzista riguardi la comunità nazionale tutta e non la sua sola persona, è stata utilizzata per proteggere l’offensore.
    E dunque si tratterebbe di lecita critica politica. Naturalmente questa è una decisione politica, su cui hanno pesato considerazioni di interesse politico. Infatti è stata richiamata l’importanza della funzione svolta dal senatore Calderoli (con cui evidentemente è meglio aver buoni rapporti). Ma la naturale politicità della decisione non chiude il discorso; anzi impone di chiedersi quale politica sia quella che, per esigenze di rapporti politici in Parlamento, chiude gli occhi sul razzismo. La Giunta delle immunità avrebbe dovuto valutare se si era trattato di esercizio delle funzioni parlamentari, poiché l’insindacabilità delle opinioni dei membri del Parlamento non riguarda genericamente l’ambito della attività politica. Sia la Corte Costituzionale, sia la Corte europea dei diritti umani hanno più volte ritenuto che la prassi del Parlamento italiano di coprire ogni genere di attività politica sia esorbitante e inaccettabile rispetto alla esigenza di riconoscere i diritti altrui.
    E’ facile quindi che, se il Senato approverà la proposta della Giunta, la Corte Costituzionale sia chiamata ad annullarla come contraria alla Costituzione. Ma anche di questa questione la Giunta non si è data cura. La volgarità del lessico di tanti politici è da tempo divenuta abituale in Italia. Si tratta di un abbrutimento della dialettica politica, che naturalmente non resta in patria, ma fa subito il giro del mondo, contribuendo anch’esso allo svilimento dell’opinione internazionale sull’Italia. Tanto che qualche anno fa, per certe espressioni del ministro dell’Interno Maroni contro i Rom, intervenne il Commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, preoccupato per l’effetto che certi discorsi, certo linguaggio tenuto da responsabili politici hanno sulla formazione dell’opinione pubblica, stimolando e legittimando atteggiamenti razzisti.
    Il razzismo ostentato con ingiurie rivolte a responsabili politici, diversi dalla maggioranza per origine o colore, non è solo un fatto italiano. Ma qui è tollerato e addirittura nobilitato
    come legittima manifestazione della funzione parlamentare. La Francia, prima dell’Italia, ha visto ministri che sono stati insultati non per la loro posizione politica, ma per la loro origine. Ora vittima degli stessi insulti è la ministra della giustizia Christiane Toubira. Ma in Francia non si crede che l’insulto razzista rientri nella libertà di espressione. E non si fermano i giudici, poiché sono offesi i valori fondamentali della Repubblica. Che, come anche il Senato dovrebbe credere, sono gli stessi della nostra Repubblica
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  20. Pingback: Aboliamo la parola “razza” dalla Costituzione | il Taccuino dell'Altrove

  21. giogg ha detto:

    “Corriere delle Migrazioni”, 8 marzo 2015, QUI

    DEL PARLAR MALE, ANCHE A SINISTRA
    di Annamaria Rivera

    Per ciò che riguarda migrazioni e diritti dei migranti, razzismo e antirazzismo, il discorso pubblico italiano, anche nelle sue varianti non-razziste, spesso sembra atteggiarsi come se ogni volta fosse la prima volta: gli antefatti e lo sviluppo di questo o quell’accadimento, questo o quel problema, questa o quella rivendicazione, questo o quel concetto sono semplicemente rimossi.
    Una tale smemoratezza non riguarda solo le retoriche pubbliche maggioritarie, ma talvolta influenza l’atteggiamento e il discorso delle minoranze attive, riflettendosi anche nel linguaggio e nel lessico, influenzati dalla vulgata mediatica e perfino dal gergo del senso comune.
    Mentre li credevamo archiviati grazie a un lungo lavoro critico, tornano in auge formule e vocaboli legati a schemi interpretativi, anche spontanei, del tutto infondati. Non potendo farne l’intero catalogo, ci soffermiamo solo su alcuni.

    Razza-razziale
    Il razzismo è anzitutto un’ideologia, quindi una semantica: è costituito da parole, nozioni, concetti. Sicché l’analisi critica, la decostruzione e la denuncia del sistema-razzismo hanno obbligatoriamente un versante lessicale e semantico. Così se tu parli di discriminazione razziale, invece che razzista, puoi finire inconsapevolmente per legittimare la nozione e il paradigma della razza, suggerendo l’idea che a essere discriminate siano persone differenti per ‘razza’.
    A incorrere in sbavature lessicali di tal genere possono essere anche locutori antirazzisti, per di più colti; perfino istituzioni e associazioni deputate a contrastare il razzismo o addirittura a promuovere il rispetto di codici deontologici nel campo dell’informazione. Questo appare oggi tanto più paradossale se si pensa che pure in Italia, per iniziativa di un gruppo di antropologi-biologi, poi anche di antropologi culturali, è in corso una campagna per la cancellazione di ‘razza’ dalla Costituzione e dai codici .

    Etnia-etnico
    Frequente, anche in ambienti antirazzisti, è l’abuso di locuzioni quali ‘società multietnica’, ‘quartiere multietnico’, ‘corteo multietnico’… Sebbene qui usate in senso intenzionalmente positivo, formule di tal genere rinviano pur sempre a ‘etnia’: una nozione assai controversa, poiché basata sull’idea che esistano gruppi umani fondati su qualche principio ancestrale, su qualche identità originaria (Cfr R. Gallissot, M. Kilani, A. Rivera,
    L’imbroglio etnico, in quattordici parole-chiave, Dedalo, Bari 2012).
    Nei contesti discorsivi mainstream, ‘etnici’ sono sempre gli altri, i gruppi considerati particolari e differenti dalla società maggioritaria, ritenuta normale, generale, universale. Non è raro che ‘etnia’ sia adoperata, in riferimento alle minoranze, ai rom, alle popolazioni di origine immigrata, come sostituto eufemistico di ‘razza’. Tanto che perfino nella cronaca della migliore stampa italiana è possibile imbattersi in locuzioni paradossali quali individui di etnia latinoamericana o addirittura di etnia cinese; mentre mai ci è capitato di leggere di etnia europea o di etnia nordamericana.
    In ogni caso, che sia per pregiudizio o intento discriminatorio, per incompetenza o sciatteria, quando si tratta di qualificare cittadine/i di origine immigrata o appartenenti a minoranze sembra non valere il criterio neutro, o almeno simmetrico, della nazionalità.

    Guerra tra poveri
    E’ una delle retoriche più abusate, anche a sinistra, perfino in quella che si pretende colta. Di solito la si adopera in riferimento a due categorie di presunti belligeranti, immaginati come simmetrici, una delle quali è costituita da qualche collettività di migranti o di rom.
    L’abuso di questa formula è indizio di un tabù o di una rimozione: si ha difficoltà ad ammettere che il razzismo possa allignare tra le classi subalterne, così da scatenare guerre contro i più poveri. Guerre asimmetriche, non solo perché di solito gli aggressori sono i nazionali, ma anche perché essi, per quanto disagiati possano essere, godono pur sempre del piccolo privilegio della cittadinanza italiana, che conferisce loro qualche diritto in più.
    Un tale razzismo – che nella letteratura sociologica è detto “ordinario” o “dei piccoli bianchi” – spesso attecchisce tra coloro che patiscono qualche forma di disagio sociale e/o di marginalità anche spaziale. Favorito da dissennate politiche abitative, urbanistiche, più in generale sociali, spesso è anche fomentato ad arte dagli imprenditori politici del razzismo.
    A volte, la formula passe-partout di ‘guerra tra poveri’ non ha la minima base che ne giustifichi l’utilizzo, come nel caso dei ripetuti assalti armati al Centro per rifugiati di Viale Morandi, nel sobborgo romano di Tor Sapienza, a novembre del 2014. Il tentato pogrom contro adolescenti fuggiti da guerre e altre catastrofi fu spacciato come espressione spontanea della rabbia dei residenti esasperati dal ‘degrado’, quindi come un episodio della ‘guerra tra poveri’ . In realtà, a dirigere gli assalti, cui partecipò un numero di residenti limitato, fu una squadraccia di ‘fascisti del Terzo Millennio’, a loro volta probabili esecutori, di mandanti legati a Mafia Capitale.
    Poco tempo prima, di ‘guerra tra poveri’ si era parlato, anche a sinistra, a proposito di un crimine particolarmente odioso, accaduto il 18 settembre 2014 alla Marranella, quartiere romano del Pigneto-Tor Pignattara: il massacro a calci e pugni di Muhammad Shahzad Khan, un pakistano di ventotto anni, mite e sventurato, per mano di un bullo di quartiere, un diciassettenne romano, istigato dal padre fascista.
    Numerosi sono i precedenti di questo pigro schema interpretativo. Che di volta in volta è stato applicato ai pogrom contro i rom di Scampia (2000) e di Ponticelli (2008), istigati dalla camorra e da interessi speculativi; alla strage di camorra di Castelvolturno (2008); ai gravi fatti di Rosarno (2010), anch’essi fomentati da interessi mafioso-padronali.

    Tutto ciò è indizio di un’avversione crescente per le interpretazioni complesse, favorita dal chiacchiericcio socialmediale, che a sua volta contribuisce al crescente conformismo che caratterizza il dibattito pubblico. Il razzismo, si sa, poggia su una montagna costituita anche da cattive parole. Decostruirle e abbandonarle non è fare esercizio astratto di ‘politicamente corretto’ (sebbene quest’ultimo non sia affatto disprezzabile), bensì intaccarne il sistema ideologico e semantico.

  22. giogg ha detto:

    “Rivista Studio”, 19 aprile 2016, QUI

    CORBYN E LA SUA IDEA DI SINISTRA
    Il leader laburista è legato a una concezione del mondo ferma agli anni Settanta, e i suoi problemi con l’antisemitismo ne sono una dimostrazione.
    di Anna Momigliano

    In queste settimane il Labour di Jeremy Corbyn è alle prese con dure, e purtroppo non del tutto infondate, accuse di antisemitismo. Nessuno, a scanso di equivoci, insinua che Corbyn odi gli ebrei: quello che gli si rimprovera è di avere preso sottogamba, e troppo a lungo, frasi e atteggiamenti smaccatamente antisemiti da parte di esponenti del suo partito. Il lato interessante nella vicenda è che, oltre a una serie di cadute di stile tra i laburisti, evidenzia anche una questione più ampia. E cioè che una parte della sinistra europea ha una visione poco matura del razzismo e sta affrontando le questioni ad esso legate con schemi fermi agli anni Settanta. Eletto con una maggioranza schiacciante alla guida del partito lo scorso settembre, Corbyn è talvolta percepito come un politico di rottura che ha spinto il Labour su posizioni radicali, allontanandolo dalla sua tradizione moderata vicina ai Democratici americani. Sotto alcuni aspetti però, la sua visione del mondo è un ritorno al passato e riflette un modo di pensare comune anche tra l’ala sinistra dei liberal americani, una divisione del mondo tra “centro” e “margini”.
    Recentemente una consigliera comunale di Luton, Aysegul Gurbuz, si è dovuta dimettere per avere twittato che Hitler era «la migliore persona della storia». Poco prima un ex sindaco laburista dell’area metropolitana di Bradford, Khadim Hussain era stato sospeso dal partito per avere protestato su Facebook il fatto che si insegnasse nelle scuole britanniche la storia dell’Olocausto, definito come «l’uccisione di sei milioni di sionisti». Anche una giovane attivista della sezione del Labour per i diritti dei lavoratori, Vicki Byrne, è stata sospesa per tweet antisemiti (pare riguardassero il «nasone» di uno dei due Miliband). Le misure disciplinari sono state intraprese soltanto dopo le dure proteste della comunità ebraica. Byrne in particolare era già stata sospesa per affermazioni antisemite, ma poi era stata riammessa nel partito.
    A rendere l’idea dell’aria che tira, inoltre, il presidente degli studenti laburisti dell’università di Oxford Alex Chalmers si è dimesso a febbraio sostenendo che troppi suoi colleghi «hanno dei problemi con gli ebrei»: tra le cose che segnalava, l’utilizzo frequente del termine “Zio” (che non sta per “ciao zio”, ma è un’abbreviazione dispregiativa di “Zionist”) per rivolgersi a studenti ebrei, e l’opinione diffusa che le segnalazione di episodi di antisemitismo fossero percepite come «allarmi ingiustificati da parte di sionisti che urlavano al lupo, al lupo!». E in effetti sembra la percezione del fratello di Corbyn, Piers. Che, quando il presidente delle comunità ebraiche Jonathan Arkush ha cominciato a protestare, ha commentato: «I sionisti non riescono a sopportare la sola idea che si parli di diritti palestinesi». Corbyn ha difeso il fratello. A onor del vero, ha anche aperto un’indagine sui casi di antisemitismo nel suo partito, ma lo ha fatto soltanto dopo che il tema era parecchio montato sui media, inclusi giornali amici come il Guardian. In altre parole: ha deciso di prendere la questione seriamente quando non aveva altra scelta.
    L’impressione, dunque, oltre a un problema di antisemitismo vero e proprio tra certe frange marginali del Labour, ci sia anche un problema di tolleranza dell’antisemitismo in frange assai meno marginali. In molti sono convinti che la questione sia soprattutto legata al conflitto israelo-palestinese. Come ha riassunto il commentatore del Guardian Jonathan Freedland, in passato Corbyn ed altri, quando si sono «trovati davanti a potenziali alleati sulla questione palestinese» si sono dimostrati «disposti a chiudere un occhio su eventuali oscenità che avrebbero potuto dire sugli ebrei». Freedland nota come in passato Corbyn sia stato vicino a personaggi come Paul Eisen, dichiarato negazionista, e lo sceicco Raed Salah, che sostiene gli ebrei facciano il pane azzimo col sangue dei bambini cristiani. Sempre sul Guardian, anche Tony Klug legava la questione al conflitto israelo-palestinese. La sua analisi è questa: parte del Labour tende a condonare l’antisemitismo quando proviene da attivisti filo-palestinesi; inoltre tende a guardare con diffidenza gli ebrei, o per lo meno quelli che sostengono Israele; questo avviene soprattutto perché proietta sullo Stato ebraico i crimini coloniali commessi dalla Gran Bretagna, dimenticando il fatto che Israele sì ha commesso crimini, ma a differenza dell’Impero britannico è nato da un’esigenza di sopravvivenza e non dalla sete di dominio.
    Questa analisi può essere molto utile a spiegare il tradizionale schieramento della sinistra nel campo filo-palestinese. Aiuta un po’ meno però a spiegare come una parte della sinistra sia giunta a prendere sottogamba attacchi rivolti agli ebrei, non agli israeliani o ai “sionisti”. Forse se a sinistra talvolta si tende sottovalutare il razzismo contro gli ebrei, il problema c’entra poco con la concezione della politica estera e c’entra parecchio con la concezione del razzismo. Il fatto è che indignarsi per l’antisemitismo, in alcuni ambienti, è diventata una questione “poco di sinistra”, quasi non si trattasse di una forma di razzismo come gli altri. È una tema è forse più marcato in Gran Bretagna, ma non è squisitamente inglese. Uno studente di Stanford, Gabriel Knight, non solo l’ha passata liscia per avere dichiarato durante un consiglio studentesco che «dire che gli ebrei controllano i media non è antisemitismo», ma è stato difeso… dalla coalizione antirazzista.
    Com’è che si è arrivati a considerare l’antisemitismo come qualcosa di “altro” e meno serio rispetto al razzismo? Un’altra allieva di Stanford Madeleine Chang, ha raccontato che la domanda più frequente che sente tra gli altri studenti è: «Com’è possibile che gli ebrei siano oppressi se sono bianchi?». Di questa affermazione, Chang si sofferma sulla questione razziale (gli ebrei, evidentemente, non sono una “razza”, dunque chi è abituato a combattere il razzismo fatica a capire che diffondere stereotipi antisemiti è pericoloso). Ma forse il concetto più interessante sta proprio in quegli «oppressi».
    Negli ultimi quaranta o cinquant’anni una buona parte della sinistra ha affrontato la questione del razzismo principalmente in termini di “potere” e “oppressione”. Nel suo saggio del 1970 White Awareness: Handbook For Anti-Racism, considerato un classico della letteratura anti-razzista, Judith Katz ha popolarizzato la definizione di razzismo come la «somma di pregiudizio e potere». Il razzismo dunque è principalmente lo strumento con cui una maggioranza al potere, il centro egemonico, cerca di impedire l’emancipazione di una minoranza emarginata, socialmente ed economicamente. È l’insieme dei meccanismi che rendono più difficile che un ragazzo di colore diventare medico o ingegnere, perché ha accesso a delle scuole più scadenti e perché ospedali e studi legali sono meno inclini ad assumere personale di colore (un’interessante ricerca australiana del 2009 stimava che, a parità di curriculum, un giovane nero ha il 68% in più delle difficoltà nel trovare lavoro). Il razzismo sono i pregiudizi, magari inconsci, che ci spingono a considerare qualcuno meno preparato (o più pericoloso) per via delle sue origini, e dunque ad escluderlo da posizioni di potere e responsabilità.
    Cosa c’entra l’antisemitismo in tutto questo? Non risulta che gli ebrei siano marginalizzati, svantaggiati nel mondo del lavoro o degli studi. Risulta però che, ogni tanto, gli ebrei vengano insultati – e in qualche raro caso, com’è accaduto Parigi, a Tolosa e a Bruxelles, persino ammazzati – per il loro essere ebrei. Il fatto che una minoranza possa essere perseguitata senza essere discriminata, che il razzismo possa essere anche una questione di semplice odio e non soltanto di oppressione, può essere difficile da metabolizzare. La contrapposizione tra un «centro egemonico» al potere e vari gruppi minoritari non spiega soltanto la concezione riduttiva del razzismo diffusa nella sinistra à la Corbyn, ma è alla base della concezione del mondo di molti liberal anglosassoni, che lo storico del pensiero politico dell’Università di Gerusalemme Gabi Taub ha riassunto così: «Immaginate una cerchia centrale che contiene il gruppo egemone: i maschi bianchi eterosessuali. Ora disegnate cerchi più piccoli al di fuori del cerchio egemone, ognuno dei quali rappresenta un gruppo: donne, neri, gay e il Terzo Mondo. Ciascuno di questi gruppi per affermarsi ha bisogno di prendere d’assalto il centro da una direzione minoritaria».
    Questa visione del mondo – che non solo evidenzia una contrapposizione tra maggioranza egemonica e minoranze oppresse ma dà per scontato che tutte le minoranze abbiano un obiettivo comune – aveva molto senso negli Stati Uniti degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, fa notare Taub, quando donne, minoranze etniche e studenti si allearono per fare valere i propri diritti. Ma forse non è molto appropriata per capire alcune dinamiche contemporanee. Cosa succede, si domanda, quando gli interessi di due gruppi oppressi non coincidono? «Non c’è ragione di dare per scontato», nota Taub, «che la battaglia di un immigrato in Germania di conservare la sua identità senza farsi schiacciare dal centro egemonico lo faccia sentire alleato del movimento per i matrimoni gay»
    Cosa succede, poi, quando a trovarsi attaccato è un gruppo che non sta ai margini, ma che è stato più o meno inglobato nel sistema? E quando una minoranza è attaccata da membri di un’altra minoranza? Alcune delle esternazioni antisemite qui citate (ma non tutte, ovviamente) provenivano da membri del Labour figli di immigrati turchi e pachistani. Il vecchio modello liberal della contrapposizione tra centro egemone e margini non regge più, e chi ci resta legato fatica a comprendere la gravità di alcune situazioni e ad agire di conseguenza
    .

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