Ius culturae. Cioè?

«Per essere cittadini tedeschi, accettate di adottare la cultura tedesca come vostra cultura principale? Questo, ovviamente, significa che vi iscriverete subito ad un poligono di tiro, che mangerete maiale ogni settimana, che vedrete “Il commissario Rex” ogni sabato e che, ogni due anni, passerete una vacanza a Maiorca. Siete disposti ad accettare queste condizioni?»
(Un funzionario dell’ufficio immigrazione ai due coniugi Hüseyin e Fatma, nel film: 
Almanya – La mia famiglia va in Germania, di Yasemin Samdereli, 2011, qui)

Come spiega Alessio Chen su «Frontiere News» (qui, 1 luglio 2013), il governo ha snellito l’iter per l’ottenimento della cittadinanza italiana da parte dei figli di genitori stranieri nati in Italia.
Si tratta di un piccolo, ma importante passo nella giusta direzione. Tuttavia, è ancora poco; si può e si deve fare di più. Saremo davvero un Paese migliore (e pronto ad uscire da una crisi che non è per niente solo economica) [soffriamo anche questo, ad esempio] quando non costringeremo più dei diciottenni “italiani di fatto” a chiedere in carta bollata di essere degli “italiani di forma”. Diamoci delle regole, certo, magari introduciamo delle mitigazioni al tanto temuto “ius soli”, ma includiamo subito tutte le persone che vivono con noi: non potranno che rafforzare l’Italia e darle nuovo entusiasmo.
Da qualche mese sento parlare di “ius culturae”, personalmente sono scettico, anzi no, sono proprio contro: qualsiasi tentativo di imbalsamazione della cultura mi sembra un atto antidemocratico. Poniamoci qualche domanda concreta: quali sarebbero i requisiti che “fanno” una cultura? Parlarne la lingua? Frequentarne la scuola? Tifare per qualche squadra di calcio? Beh, i figli dei migranti questi elementi li possiedono tutti. Allora cosa, professare una religione in particolare? [E, nel caso, quale? La Costituzione non parla di libertà di culto all’art. 19?] Conoscere la storia del Paese? [E, nel caso, scritta da chi?] Insomma, elencare requisiti vi sembra un’operazione fattibile? Vogliamo provare a testare qualcuno di questi elementi per le strade o nelle stanze dei palazzi istituzionali? [Qualcuno lo ha fatto]. Ma anche se fosse, che criterio è? L’appartenenza va costruita giorno per giorno, proprio come la storia: il passato non è qualcosa di dato, al contrario, è ampiamente modificabile [lo dicono in molti, compreso Borges] e, personalmente, vedrei con favore una storia d’Italia scritta partendo da sguardi altri, così come auspico un futuro sempre più plurale, rendendo plurale il presente. Suvvia, lo “ius culturae” non è altro che una puerile scappatoia «all’italiana», una scatola vuota che verrà riempita a seconda delle necessità del momento politico. Si tratta, come opportunamente ha scritto Grazia Naletto, della «cartina tornasole di quel sottofondo di “diffidenza e sospetto” che caratterizza ancora oggi larga parte del ceto politico quando si confronta con la presenza dei migranti nel nostro paese» (qui, 10 maggio 2013).
Commentando una frase dell’ex-ministro Andrea Riccardi (Cooperazione internazionale e Integrazione), che nel febbraio 2013 aveva suggerito per primo l’introduzione di uno “ius culturae” per i figli dei migranti nati nel nostro Paese (qui, ma anche qui), Marco Aime si è posto le seguenti domande:

«Cosa significa aderire alla storia e alla cultura italiane? Conoscere la storia? Sarebbe discriminatorio: quanti italiani la conoscono davvero? E anche studiando benissimo la storia di un paese, non significa aderire alla sua cultura. Posso conoscere perfettamente la storia del Giappone, ma non per questo sentirmi nipponico. E quando parliamo di cultura italiana, cosa intendiamo? «Che cos’è il tempo? Se nessuno m’interroga lo so. Se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so» scriveva Sant’Agostino. Una risposta simile si potrebbe dare a proposito della cultura, entità quanto mai sfuggente e sfaccettata, tanto più in un paese come il nostro, attraversato da mille identità (il termine campanilismo esiste solo in italiano)» (qui, o qui).

Puntuale, il neologismo “ius culturae” ha iniziato a circolare in ambito politico e, tra gli esponenti più influenti, è da ricordare il Presidente del Senato Pietro Grasso: «Starei attento a parlare di ius soli, perché il rischio è di vedere una gran quantità di donne venire in Italia a partorire solo per dare la cittadinanza ai propri figli. Meglio uno ius soli temperato dallo ius culturae» (7 maggio 2013, ne ho scritto qui). Da lui in giù, molti hanno cominciato ad usare questo concetto, che però tanto concetto a me non sembra, dato che non spiega praticamente nulla.
In ogni modo, ponendomi in maniera pragmatica, io sono dell’idea di tenerci anche qualche mitigazione ispirata ad un non meglio definito “ius culturae” [troviamogli comunque un altro nome, ché questo è decisamente sbagliato], ma di farla finita quanto prima con questo anacronistico principio del sangue. Apriamoci finalmente al mondo.

– – –

PS: l’Anuac (Associazione Nazionale Universitaria degli Antropologi Culturali) ha rivolto un appello al ministro Kyenge: «Lo ius soli non basta, serve più integrazione».

«[…] Specialisti dello studio dei fenomeni culturali, gli antropologi sono coinvolti appieno nell’analisi dei complessi processi di contatto interculturale che investono il mondo contemporaneo […]. In particolare sosteniamo con entusiasmo la sua proposta di modificare le norme vigenti per l’acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei giovani nati nel nostro Paese, figli di migranti, modificandole nella direzione di un’apertura allo ius soli. Si tratta di una misura di giustizia sociale nei confronti di concittadini fortemente penalizzati e marginalizzati dalla legislazione vigente, persone che molti di noi conoscono come soggetti delle nostre ricerche, ma prima ancora e sempre di più, come nostri vicini di casa e nostri studenti nelle aule universitarie. […]» (qui, 10 giugno 2013)

[Grazie RaMon]

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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3 risposte a Ius culturae. Cioè?

  1. giogg ha detto:

    «La Stampa», 15 marzo 2013, QUI (o via-ItaliaLaica)

    IUS CULTURAE. MA CHE COSA VUOL DIRE?
    di Marco Aime

    Ci sono parole che usiamo normalmente, senza per forza riflettere sul loro significato originario. Un piccolo peccato da cui talvolta sarebbe bene emendarsi. Una di queste è il verbo naturalizzare, utilizzato per indicare la concessione della cittadinanza nazionale a uno straniero (processo in genere assai veloce se lo straniero è un calciatore). Naturalizzare significa «rendere naturale», riportare allo stato di natura, ma non c’è nulla di naturale in una nazione e nella sua appartenenza. La nazione è una creazione storico-politica degli uomini, destinata a mutare se non anche a sparire.
    La concessione della cittadinanza è pertanto cosa umana, culturale
    e storicamente avviene secondo due principi generali: il ius soli, secondo cui chi nasce sul suolo di una nazione ne è automaticamente cittadino, come negli Stati Uniti o in Francia; il ius sanguinis per cui la cittadinanza dipende da quella dei genitori, vigente in gran parte dell’Europa, Italia compresa.
    Alla luce del dibattito apertosi recentemente sulla concessione dei diritti agli immigrati, caldeggiata anche da Napolitano, il ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione Andrea Riccardi ha suggerito l’introduzione di uno ius culturae. «Quando si aderisce alla storia e alla cultura dell’Italia, bisogna poter avere il diritto di acquisire la cittadinanza italiana» ha detto il ministro. Si tratta di un tentativo lodevole, ma come applicarlo? E sarebbe poi davvero più giusto degli altri due modelli?
    Cosa significa aderire alla storia e alla cultura italiane? Conoscere la storia? Sarebbe discriminatorio: quanti italiani la conoscono davvero? E anche studiando benissimo la storia di un paese, non significa aderire alla sua cultura. Posso conoscere perfettamente la storia del Giappone, ma non per questo sentirmi nipponico. E quando parliamo di cultura italiana, cosa intendiamo? «Che cos’è il tempo? Se nessuno m’interroga lo so. Se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so» scriveva Sant’Agostino. Una risposta simile si potrebbe dare a proposito della cultura, entità quanto mai sfuggente e sfaccettata, tanto più in un paese come il nostro, attraversato da mille identità (il termine campanilismo esiste solo in italiano).
    Personalmente mi sento culturalmente più vicino a un curdo o a un tibetano onesti che a un mafioso italiano. Inoltre, una cultura per essere davvero condivisa ha bisogno di rituali collettivi, cosa che ormai manca anche a noi italiani per nascita e per tradizione.
    Perché per una volta non possiamo provare a fare le cose semplici e dire che è cittadino italiano chi chiede di esserlo e rispetta i valori e i principi della Costituzione e le leggi dello Stato? Un atto che, finalmente, potrebbe renderci tutti uguali sul piano dei diritti. Accontentiamoci di questo, sarebbe un gran passo avanti
    .

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