La cultura del cemento

Tratto da «Virtual Sorrento», 2004:

La cultura del cemento
L’espansione edilizia in Penisola Sorrentina tra legalità e abusivismo

L’armoniosa composizione di piccoli ambienti a volta,  con una loggia ombreggiata da un pergolato, così bella ed adatta a questo clima, è stata sostituita da orrendi palazzi costruiti con travi di ferro, asfalto e tetti di tegole rosse,  tutte cose inimmaginabili, sinora, in questi luoghi. Chi abbia il gusto della bellezza non riuscirà mai ad innamorarsi di questi nuovi edifici.
Norman Douglas, “La Terra delle Sirene”, 1909

Tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso il mare.
Italo Calvino, “La speculazione edilizia”, 1963

1) Due facce della stessa medaglia;
2) Le ferite della Penisola Sorrentina.

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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2 risposte a La cultura del cemento

  1. giogg ha detto:

    Due facce della stessa medaglia

    L’assenza di un’adeguata pianificazione del territorio e l’abusivismo edilizio sono fenomeni che rispondono entrambi ad una mentalità che considera l’ambiente come “terra di conquista”. Forti del principio secondo il quale “ognuno è libero in casa propria”, molti italiani sono convinti che il diritto di proprietà coincida con il diritto di costruzione, per cui da un lato c’è chi crede che sia del tutto secondario chiedere una concessione e ottenerla, e poi – magari – edificare rispettando le leggi, e dall’altro c’è chi dovrebbe amministrare e controllare che invece assegna troppo spesso maggiore priorità ad altre tematiche.
    Oltre che una questione ambientale, legale ed economica, la “passione per il cemento” (di cui l’abusivismo è dunque solo un aspetto) è anche un’espressione culturale, con le sue dinamiche e le sue origini, che gira intorno ad una questione ampiamente dibattuta nelle scienze sociali, quella tra “spazio pubblico” e “spazio privato”.
    Le notevoli dimensioni raggiunte dall’espansione edilizia (sia dal punto di vista volumetrico che del numero dei fabbricati) rappresentano un evento molto recente: “nel secondo dopoguerra – dice Eric Hobsbawm – un solo terreno edificabile poteva trasformare un uomo comune in un miliardario”, per cui imprese di costruzioni e speculatori immobiliari non dovevano fare altro che aspettare che il valore di quel terreno salisse alle stelle.
    Ciò è stato particolarmente vero per la Penisola Sorrentina che, passando da terra del mito a mito del turismo, proprio in quegli anni vide esplodere il suo mercato immobiliare: “la caccia al villino o alla seconda casa condominiale – scriveva nel 1975 Cesare De Seta – è la molla principale di quell’insensato e scriteriato costruire ovunque e comunque. […] Si è assistito in questi ultimi anni ad una vera e propria lebbra edilizia che ha corroso le pendici e le coste della penisola”.
    Gli effetti devastanti dell’industria del mattone erano chiari già nei primi anni ’60, ma pochi li ammettevano e li denunciavano. Tra questi non si può non ricordare la sezione sorrentina di “Italia Nostra”, promotrice di dibattiti, convegni e studi come quello che portò, nel 1977, al “Piano Territoriale di Coordinamento e Piano Paesistico dell’Area Sorrentino-Amalfitana” (che diventò legge regionale, però, solo nel 1987).
    Accanto ad una vecchia e inadeguata disciplina urbanistica, nonché a vuoti legislativi (vedi la devastante “legge-ponte” del 1967) e alla mancanza di piani regolatori, l’altro elemento che favorì la disordinata espansione edilizia che oggi abbiamo sotto gli occhi fu il groviglio di interessi privati e pubblici: come avvertì già nell’agosto 1968 Ermanno Rea, “dietro il cemento che ha invaso Sorrento non è difficile individuare molte responsabilità. Sono ben pochi, ad esempio, i sindaci e gli assessori che nei sei comuni della penisola non siano sospettati di legami con imprese edili”. Una denuncia grave e dolorosa, alla quale fece eco qualche mese più tardi un drammatico e inascoltato invito di Antonio Cederna a recuperare e rispettare il senso civico e lo spirito pubblico, ammonendo che “quella in atto nella penisola sorrentina è una politica suicida”.
    In effetti, l’etica sociale è un insieme di valori e comportamenti che si degrada facilmente se le regole della comunità non trovano applicazione e tutela da parte del potere pubblico, per cui – sostiene Piero Bevilacqua – “l’urbanesimo caotico che si è sviluppato [in Italia] a partire dal secondo dopoguerra […] ha fondato una delle forme più gravi di deterioramento delle regole collettive su cui si fonda una comunità: la manomissione violenta e privatistica di quel bene pubblico per eccellenza che è il territorio”
    .

  2. giogg ha detto:

    Le ferite della Penisola Sorrentina

    Fortunatamente la morte di Sorrento e del suo territorio non è (ancora) avvenuta, tuttavia le ferite che ha subito (e continua a subire) sono molte e profonde: intrusione di blocchi edilizi fuori scala, colata di edifici fin sul mare e conseguente privatizzazione della costa, colmatura dei valloni scavati nel tufo, proliferazione di parcheggi multipiano al posto degli ultimi agrumeti, cancellazione della stratificazione storica, mutamento della viabilità da pedonale a carrabile, e così via.
    I veri incentivi a questa cultura del cemento che ha portato a considerare la costruzione abusiva come un illecito veniale (come “sfoggio di virtù da individualismo rampante”, dice Francesco Erbani) sono, però, una legislazione poco (o fintamente) lungimirante, la facile concessione di licenze, l’assenza di repressione e il ciclico ritorno dei condoni governativi.
    Fra gli anni ’50 e ’70 la violazione edilizia rispondeva, in particolare al Sud, soprattutto ad un bisogno primario e ad una cultura dell’autocostruzione e del “fai da te” che “se una volta non poneva grandi problemi per le piccole dimensioni delle trasformazioni indotte e per la sua quasi naturale capacità di autocontrollo, oggi diventa devastante proprio per la nuova complessità delle questioni coinvolte o per le più estese dimensioni di intervento consentite dalle attuali tecnologie” (Mauro Boriani). Ai nostri giorni la casa è diventata un indice di valore sociale, per cui “gli individui e la famiglia vengono classificati in base alla casa in cui vivono” (Bariceño-Léon), infatti le caratteristiche dell’abusivismo sono cambiate profondamente negli ultimi 25 anni: non più la casetta precaria, ma la villetta indipendente a più piani (ad uso vacanziero), e non più ai margini dei centri urbani, ma sulla costa, tra gli alberi d’olivo e di limone.
    Si è assistito ad un vero e proprio assalto alla Penisola che ha avuto almeno tre gravi ripercussioni, ognuna con ulteriori effetti a catena: disordine sul territorio, dissesto idrogeologico e omologazione del paesaggio. Quest’ultimo punto, quello più strettamente culturale, è esemplificabile attraverso due casi purtroppo molto diffusi: la trasformazione dei sentieri in strade asfaltate e la cancellazione delle testimonianze storico-architettoniche preesistenti.
    Quando si ricopre di cemento un sentiero, questo perde le sue caratteristiche originarie e ne acquista altre: svanisce la sua capacità di trasmettere modi “diversi” (tradizionali e liberi) di vivere il territorio e si manifesta la nuova funzione di veicolo e strumento di trasporto da un punto all’altro. “L’asfalto – scrive Franco de Battaglia – cancella tutte le esperienze che sulla strada si sono stratificate e consente una sola funzione, quella di arrivare in fretta, e magari senza polvere, al punto di arrivo”. In questo modo l’ambiente rurale diventa prigioniero della dimensione urbana (*) che, non appartenendole, lo impoverisce: “ci si trova impediti a sfruttare tutte le proprie potenzialità di vita, tutta la dimensione psicologica, di tempo, di relazioni, di colloqui – e perché no, anche di bellezza – che il sentiero offre”.
    L’opera di appiattimento dell’ambiente, poi, assume dei tratti irreversibili quando va ad intaccare la sedimentazione storico-culturale espressa dal paesaggio. Sostituire un tetto a volta in lapillo battuto con uno a doppio spiovente in tegole rosse, oppure trasformare un muretto a secco in uno di cemento armato, o – ancora – intonacare un’abitazione costruita con mattoni di tufo sono solo alcuni esempi delle frequenti manomissioni che rendono illeggibili queste strutture e che rischiano di banalizzare un territorio tra i più apprezzati al mondo.
    Nel 1936 Roberto Pane scriveva: la casa rurale “prima che graziosa, noi la sentiamo seria, di quella serietà che fatalmente accompagna l’opera di una povertà laboriosa”. I valori storici, artistici, culturali, identitari sono inscritti in quelle strutture che pertanto – sia in ambiente rurale che nel centro storico cittadino – testimoniano le scelte sofferte ma umilmente colte dei nostri avi, e che oggi possono giocare un ruolo prezioso nelle nostre scelte future in direzione di un uso del territorio (abitativo, turistico e lavorativo) più rispettoso e consapevole
    .

    Note:
    (*) « Le strade – sosteneva Antonio Cederna – ad altro non servono che a favorire l’indiscriminata proliferazione edilizia».

    – – –

    RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
    • R. Bariceño-Léon, “Le case autocostruite. Tecnologie, simboli e fiducia in se stessi”, in A. Signorelli (a cura di), “Antropologia Urbana”, numero monografico di «La Ricerca Folklorica», n. 20, 1989
    • P. Bevilacqua, “L’altra modernità del Sud”, in M. Alcaro, “Sull’identità meridionale. Forme di una cultura mediterranea”, Bollati Boringhieri, Torino 1999
    • M. Boriani, “Il paesaggio “storico”: alcune questioni di tutela, manutenzione e uso”, in AA.VV., Conferenza Nazionale per il Paesaggio. Atti e Lavori Preparatori, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Gangemi, Roma 2001
    • A. Cederna, “Suicidio della Penisola Sorrentina”, in «Corriere della Sera», 28 dicembre 1968
    • A. De Angelis, “Il dissesto idrogeologico e ambientale del territorio sorrentino”, in «La Terra delle Sirene», n. 14, 1997
    • F. de Battaglia, “Quando una strada cancella un sentiero”, in «Il paesaggio Trentino», Sezione Trentina di Italia Nostra, 1992
    • C. De Seta, “Il sacco della Penisola Sorrentina”, in Id., “Città, territorio e Mezzogiorno in Italia”, Einaudi, Torino 1977
    • F. Erbani, “L’Italia maltrattata”, Laterza, Roma-Bari 2003
    • E. Hobsbawm, “Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi” (Iª ed. inglese, 1994), Rizzoli, Milano 1996
    • R. Pane, “Architettura rurale campana”, Rinascimento del libro, Firenze 1936
    • E. Rea, “Le mani su Sorrento”, in «Panorama», anno VI, n. 122, 15 agosto 1968

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