Quale cittadinanza?

L’attuale governo italiano forse farà qualcosa in termini economici, con un po’ di fortuna magari riuscirà a cambiare la legge elettorale, ma di sicuro non farà nulla in campo sociale e, in particolare, sarà del tutto immobile per quel che riguarda il diritto di cittadinanza. La ragione è semplice: non ha i numeri per una simile riforma, ma soprattutto pare che non ne abbia la volontà. Basta dare uno sguardo al poliedro dei ministri messi insieme di recente e, in particolare, è sufficiente dare un ascolto alle dichiarazioni di alcune delle cariche istituzionali più alte (fa eccezione il Presidente Napolitano: così nel novembre 2011).
Ecco un paio di esempi:

Enrico Letta: «Il tema mi sta a cuore, ma so che alcune di queste materie sono fuori dal discorso programmatico e so che su questi temi occorre che ci siano delle discussioni e dei dibattiti e non è detto che si possano trovare delle intese. Stessa cosa per il reato di immigrazione clandestina» (5 maggio 2013, qui).

Piero Grasso: «Starei attento a parlare di ius soli, perchè il rischio è di vedere una gran quantità di donne venire in Italia a partorire solo per dare la cittadinanza ai propri figli. Meglio uno ius soli temperato dallo ius culturae» (7 maggio 2013, qui).

(Inoltre, per tornare ad un piano politico, in un eventuale dibattimento parlamentare, forse non si potrà fare affidamento nemmeno su un possibile sostegno da parte del M5S, se i suoi onorevoli confermeranno le opinioni espresse più di un anno fa dal loro leader Beppe Grillo: «La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è priva di senso. O meglio, un senso lo ha: distrarre gli italiani dai problemi reali e trasformarli in tifosi. Da una parte i buonisti della sinistra senza se e senza ma che lasciano agli italiani gli oneri dei loro deliri. Dall’altra i leghisti e i movimenti xenofobi che crescono nei consensi per paura della “liberalizzazione” delle nascite», 24 gennaio 2012, qui).

Dopo che il ministro per l’integrazione Cécile Kyenge ha espresso l’intenzione di presentare a breve un disegno di legge che rinnovi le modalità di acquisizione della cittadinanza italiana, da più parti si è levato il solito, sterile dibattito che non affronta la questione nel merito, ma tuttalpiù solleva polveroni e fraintendimenti. La voce che si sente ripetere più insistentemente è che lo ius soli è il sistema in vigore in Francia (secondo Magdi Allam, questo sarebbe l’unico Paese in Europa ad attuare tale tipo di cittadinanza: qui).
Credo sia il caso di chiarire la situazione e di spiegare in maniera semplice come funziona il «droit du sol» in Francia. Ecco, basta leggere le fonti giuste:

«Un enfant né en France dont les parents sont étrangers peut acquérir la nationalité française.
Il doit pour cela respecter certaines conditions liées à son âge et à la durée de sa résidence en France.
* Acquisition de la nationalité française entre 13 et 16 ans
* Acquisition de la nationalité française entre 16 ans et 18 ans
* Acquisition automatique de la nationalité française à 18 ans»

In altre parole, colui che nasce in Francia da cittadini non francesi acquisisce la cittadinanza francese in maniera automatica solo al compimento del 18esimo anno di età (può rinunciarvi solo con una richiesta scritta da presentare al tribunale), ma se la vuole prima, ci sono due diverse procedure a seconda che si trovi nelle fasce di età 13-16 o 16-18. (L’acquisizione automatica alla nascita – lo ius soli propriamente detto – esiste in quasi tutti i Paesi delle Americhe, ma lì parliamo di un’altra storia).
Attualmente in Italia vige il principio dello ius sanguinis. Per evitare l’effetto gallinaio, pertanto, direi di aspettare pragmaticamente la proposta del ministro Kyenge e di discuterne solo allora. O a qualcuno fa paura anche semplicemente l’idea di un confronto?

(Si, come ha scritto un amico qualche giorno fa, questo governo un ministro come Cécile Kyenge non lo merita)

– – –

AGGIORNAMENTO del 16 febbraio 2014:
“L’Unità” ha pubblicato un estratto del pamphlet di Alessandro Dal Lago “Clic”. Ne cito un passaggio: «Il populismo non può essere che nazionalista, perché la nazione – entità ovviamente immaginaria, esattamente come il “popolo” con cui finisce per coincidere – è il crogiolo più ampio in cui trovano spazio sia le istanze sociali, sia quelle patriottiche, e quindi l’avversione per i nemici interni ed esterni. […] Si tratta … di stabilire i confini della nazione (e del popolo che la riempie), attraverso i meccanismi più sperimentati di inclusione ed esclusione. […] Si assiste, dunque, […] all’opposizione binaria, spoliticizzata e assoluta tra “noi” e “loro”. Binaria com’è quella tra guardie e ladri, giudici e criminali, onesti e corrotti, “popolo” e “casta”, cittadini e alieni».

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Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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13 risposte a Quale cittadinanza?

  1. giogg ha detto:

    Gad Lerner, blog, 8 maggio 2013

    Peccato presidente Grasso, lei ha detto una castroneria
    Con tutto il rispetto, esprimendosi su una questione complessa qual è la riforma necessaria delle nostre normative sulla naturalizzazione dei cittadini stranieri, il presidente del Senato, Pietro Grasso, ieri si è lasciato scappare una vera e propria castroneria: “Non possiamo fare in modo che l’Italia diventi il Paese dove sbarcano le puerpere soltanto per far ottenere la cittadinanza italiana ai figli”. La pregherei di riflettere. Cosa ci guadagna, in prestigio e credibilità, a mettersi sulla scia degli allarmisti che già in passato blateravano di invasione, tsunami, esodo biblico, sparando cifre di centinaia di migliaia se non milioni di migranti in procinto di invadere la nostra penisola? Provi a tradurre in numeri la sua boutade: crede davvero che il fenomeno delle donne incinte incolonnate a varcare illegalmente le nostre frontiere al fine di partorire sul suolo patrio potrebbe assumere una significativa rilevanza statistica? Suvvia, si ricordi che lei è la seconda carica dello Stato, dovrebbe misurare le sue affermazioni. Nè l’assolve il fatto che analoga castroneria avesse proferito in televisione, da Fabio Fazio, l’anno scorso, il ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri. Questa dell’Italia ricettacolo di puerpere straniere è solo una volgare grossolanità che non le si addice.
    Dietro la generica affermazione del principio dello “ius soli” -come ben spiega su “La Stampa” oggi una vera esperta qual è Giovanna Zincone- si manifestano diverse opzioni e articolazioni da modulare sotto forma di norme razionali. L’unico fatto certo è che siamo il paese più ottusamente severo nel complicare la vita degli stranieri residenti a lungo, spesso per una vita intera, sul territorio nazionale senza alcuna certezza del diritto nella loro naturalizzazione
    .

  2. giogg ha detto:

    Giovanna Zincone, «La Stampa», 8 maggio 2013, qui

    Cittadinanza, la lezione dall’estero

    L’annuncio della Ministra dell’Integrazione Kyenge di volere facilitare l’acquisizione della cittadinanza per i bambini nati in Italia ha riacceso un annoso dibattito, suscitando anche reazioni negative.
    Eppure riaprire la discussione su una possibile riforma, partendo dai minori, significava muovere da quello che era apparso come un punto di potenziale consenso politico nella scorsa legislatura. Allora, infatti, dopo poche sedute di discussione sulla riforma della cittadinanza in Aula, si decise di riportarla in Commissione, una sede dove è meno difficile trovare accordi per trovare un’intesa proprio sui minori. Sul rendere più facile l’acquisizione cittadinanza per i bambini nati in Italia, su una qualche forma di ius soli, si erano espressi con favore o almeno con interesse anche esponenti del centro-destra.
    Peraltro, anche più di recente, appartenenti al PdL, a Fratelli d’Italia e qualche Leghista hanno firmato un manifesto di Telefono Azzurro che sponsorizzava la cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia. A cosa si deve dunque la sollevazione anti ius soli di questi giorni? A repentini ripensamenti o a un banale fraintendimento?
    Si pensa forse che ius soli voglia dire che basta essere nati in un paese per diventarne automaticamente cittadini? In Europa non significa questo. Lo ius soli semplice, all’americana, adottato peraltro anche in altri paesi “nuovi”, cioè popolati dall’immigrazione, nel vecchio continente non c’è proprio. E nessuno lo vuole, neanche in Italia. Per ius soli in Europa si intende la possibilità che la cittadinanza alla nascita possa essere riconosciuta ai figli di stranieri stabilmente residenti nel paese.
    Non solo, nel Vecchio Continente si parla pure di ius soli quando i nati sul territorio nazionale, anche se i loro genitori non hanno i requisiti di residenza richiesti, possono diventare cittadini dopo un certo numero di anni passati nel paese e comunque prima della maggiore età. Si è infine diffuso a macchia d’olio nel continente, un altro istituto che appartiene alla stessa categoria: il modello francese del doppio ius soli, secondo il quale è automaticamente francese il figlio nato in Francia da uno straniero a sua volta nato in Francia. Un qualche tipo di ius soli condizionato è previsto dunque dalla stragrande maggioranza dei paesi membri dell’Unione Europea.
    Ed è quanto hanno proposto diversi progetti di riforma italiani. In vari stati, il criterio di un certo tempo di residenza e, più spesso, quello dello studio nelle scuole del paese, favoriscono quei minori che non possono contare sullo ius soli. È una pista che potremmo seguire anche noi. Qualunque siano gli strumenti che si vogliano adottare, basta smettere di essere tanto eccentricamente più severi rispetto ad altri stati europei.
    Sebbene, infatti, la cittadinanza costituisca una materia sulla quale i singoli membri dell’Unione non sono disposti a cedere sovranità, quegli stessi paesi dovrebbero evitare differenze eccessive, visto che lo status di cittadino di un singolo stato costituisce condizione sufficiente per avere accesso alla cittadinanza dell’Unione con tutti i diritti che ne conseguono. Fortunatamente, i paesi membri stanno un po’ convergendo.
    Sullo ius soli, ad esempio, stati tradizionalmente più severi come la Germania hanno introdotto la possibilità per i figli di stranieri lungo-residenti di diventare cittadini alla nascita, mentre ordinamenti giuridici più flessibili, come la Gran Bretagna, che non prevedevano criteri aggiuntivi, hanno imposto il requisito della carta di soggiorno a tempo indeterminato per i genitori. Lo ius soli di stile europeo è nato dalla concretezza dei problemi più che da approcci ideologici. Non si capisce quindi perché questo ius soli all’europea sia percepito da qualcuno in Italia come un innesto eversivo o semplicemente un’idea campata in aria.
    Certo, in materia di cittadinanza è bene discutere per trovare accordi ad ampio raggio. I criteri che selezionano chi ha diritto a far parte a pieno titolo di una comunità rappresentano regole fondamentali della convivenza pubblica. La questione va presa sul serio. Il che implica porsi due interrogativi preliminari: in che tipo di comunità politica vogliamo vivere, e in quale mondo stiamo vivendo. Il doppio binario di questi ragionamenti ci obbliga a estendere la discussione sulla cittadinanza al di là dello ius soli. Allargare il dibattito di solito complica le cose, ma in questo caso può chiarirne i termini.
    Se vogliamo mantenere in Italia un modello di convivenza pubblica di tipo liberaldemocratico, dobbiamo adattare le nostre istituzioni ai tempi: non possiamo accettare uno scollamento crescente tra appartenenza alla società e membership dello stato. Non possiamo ammettere che, a causa di una normativa sulla cittadinanza tra le più severe d’Europa, anche per quanto riguarda i tempi di naturalizzazione degli adulti, restino esclusi come membri a pieno titolo dello Stato italiano milioni di individui che risiedono stabilmente nel nostro paese, che qui lavorano, spesso con mansioni pesanti.
    Non possiamo continuare a declassare civilmente i loro figli che frequentano numerosi le nostre scuole. La storia delle istituzioni liberaldemocratiche italiane sta facendo in questo modo un salto all’indietro nel tempo: una fetta cospicua di lavoratori è esclusa dalla comunità pubblica. Ammodernare la cittadinanza, anche inserendo elementi di ius soli non significa, però, sbarazzarsi dello ius sanguinis. Anzi, uno ius sanguinis ben temperato va tenuto da conto. È uno strumento comodissimo e, infatti, tutti gli stati, anche quelli in cui predomina lo ius soli, continuano a farne buon uso. Serve in particolare proprio nel mondo contemporaneo in cui sempre più famiglie si muovono.
    Per chi lavora per un certo periodo di tempo all’estero è fondamentale poter trasmettere la propria cittadinanza ai figli nati nel paese straniero, e non dobbiamo dimenticare che gli italiani continuano a emigrare. In particolare la nostra emigrazione in Germania è aumentata nel 2012 del 40%. E i nostri emigrati sono sempre più spesso giovani e quindi potenziali genitori ai quali lo ius sanguinis è utile.
    Per finire torniamo, agli USA e allo ius soli puro. Lì quell’istituto incontra sempre più critiche e si moltiplicano le proposte di revisione. Tuttavia, quello ius soli esagerato è temperato da un meccanismo di contenimento che può suggerire qualcosa a noi italiani. Mi riferisco alla trasmissione della cittadinanza per discendenza, cioè per ius sanguinis, all’estero. Chi ha ottenuto la cittadinanza USA per nascita, se poi non passa una parte significativa della sua vita negli Stati Uniti, non può trasmettere a sua volta la cittadinanza ai figli.
    La regola vale in generale per i bambini nati all’estero da cittadini americani che non abbiano mantenuto rapporti significativi con il paese. Inserire qualche legame culturale come requisito per consentire ai discendenti di chi sia emigrato definitivamente dall’Italia di ereditare la cittadinanza sarebbe un altro strumento utile per superare l’attuale sistema, che rende cittadini ed elettori persone che possono non avere alcun legame reale con il nostro paese. Questa è l’altra faccia dello scollamento tra appartenenza alla società e membership dello stato che si dovrebbe superare.
    Una seria manutenzione del nostro regime liberale serve proprio, se non vogliamo che degeneri in un vecchio organismo stizzoso e idiosincratico. Perciò, possiamo continuare, anche in questa legislatura, a lasciar marcire la questione della riforma della cittadinanza in cantina?

  3. giogg ha detto:

    Mauro Biani, 8 maggio 2013, qui

  4. giogg ha detto:

    Erri De Luca, blog Buone Notizie («CorSera»), 13 maggio 2013, qui

    Ius soli: un torto da correggere con la “lingua inglese”

    Chi nasce in Italia è italiano, chi cresce nella nostra lingua, cultura, scuola, è italiano. Espellere a diciotto anni uno di questi ragazzi, perché figlio di genitori non italiani è un crimine contro la verità e contro gli affetti. Inoltre è uno spreco di risorse spese per l’educazione, la sanità, i servizi. Al momento di fare tesoro di questo investimento, lo dilapidiamo in base a una negazione di fatto e di diritto.
    Chiunque di noi, nato su suolo italiano, sa di esserlo per attaccamento geografico, prima che per parentela. Ci sappiamo italiani perché qui siamo nati, non perché figli di italiani, dettaglio che ci avrebbe potuto far nascere in un qualsiasi altro posto del mondo.
    Lo chiamiamo ius soli, diritto di suolo, usando una formula latina. Per una volta non usiamo una formula inglese, perché nei paesi anglosassoni è garantita la cittadinanza a chi nasce nel loro territorio.
    Proprio noi attaccati alle nostre origini, le neghiamo a chi ci nasce accanto? Non bisogna semplicemente correggere il torto che finora ci ha costretto a praticare l’esclusione dalla cittadinanza di tanti nostri fratelli a fianco dei quali siamo nati, vissuti e cresciuti?

  5. giogg ha detto:

    Giovanni Sartori è uomo di grande prestigio, quindi lo scrivo con profondo rispetto: cosa gli è preso? In questo editoriale di qualche giorno fa ha un tono e una boria da lasciare interdetti. Viene da chiedergli: professore, lei che ci ha spiegato tanto dei partiti politici, cosa ne sa del meticciato?

    Giovanni Sartori, “L’Italia non è una nazione meticcia. Ecco perché lo ius soli non funziona“, “Corriere della Sera”, 17 giugno 2013, QUI

    Faccio mio il commento di Gad Lerner:

    Gad Lerner, “Dite a Giovanni Sartori di smetterla, per il suo bene…“, blog, 18 giugno 2013, QUI.

    E il commento di Leonardo Tondelli:

    Leonardo Tondelli, “Leonardo: Sartori e i suoi negri“, 19 giugno 2013, QUI (“Quell’articolo è una cosa avvilente, che offende per primo l’autore che lo firma, e che andrebbe protetto da un abuso così sconsiderato del proprio cognome“).

    Comunque, ciò che mi avvilisce profondamente è la mancanza di coraggio, se non di comunanza, che sento nell’aria. Si agitano forconi e si sognano funerali per le istituzioni “morte”, ma poi si innalzano mille cavilli dinnanzi ad un’idea concreta di apertura e pluralità per quest’Italia vecchia e incattivita.

    • giogg ha detto:

      Giovanni Sartori, invece, continua. E peggiora. Sproloquiando di qualsiasi cosa e sfoderando sempre più banalità e qualunquismi, ecco l’ultimo editoriale del celebre politologo, in cui scopriamo che i mali del pianeta sono tutti dovuti ai bambini africani:

      “Corriere della Sera”, 23 novembre 2013, QUI

      UNA MODERNITA’ FUORI MISURA
      Gli eccessi che la terra non sopporta
      di Giovanni Sartori

      La cosiddetta modernizzazione è tutta «fuori di misura», dismisura: è, come dicevano i greci, Hubrys. La Terra è un piccolo pianeta la cui circonferenza è di appena 40.000 km. Ma noi predichiamo un progresso senza limiti, una crescita senza limiti, uno sviluppo senza limiti e, ancor peggio, una popolazione senza limiti. È demenza? Sì. Perché è demenza ipotizzare una crescita infinita in un pianeta che ha dimensioni finite e per ciò stesso anche risorse finite.
      So bene che noi siamo attualmente assillati dalla disoccupazione e dal peso di colossali debiti dello Stato. Il che ci fa dimenticare, purtroppo, che anche il pianeta Terra è in crisi: stiamo inquinando l’atmosfera, stiamo avvelenando l’aria che respiriamo e, al contempo, stiamo destabilizzando il clima. Sono notizie di questi giorni il ciclone senza precedenti che ha colpito le Filippine, e ora il diluvio, la bomba d’acqua anch’essa senza precedenti che si è abbattuta sulla Sardegna e che ancora la minaccia. Forse troveremo il modo di uscire dalla crisi economica (della quale portano la massima colpa gli economisti), ma come fermare l’impazzimento del clima, il progressivo riscaldamento, la crescita dei livelli del mare, l’erosione dei ghiacciai (che alimentano i fiumi) e, infine, la nuova probabile dislocazione delle piogge con la conseguente dislocazione delle zone aride?
      Il rimedio vero sarebbe una drastica riduzione delle nascite (specialmente in Africa) che ci restituirebbe un pianeta vivibile. A questo effetto le maggiori responsabilità sono della Chiesa cattolica (per l’Africa e anche parte dell’America Latina). Per ora papa Francesco si è limitato a carezzare molti bambini, stringere molte mani e a distribuire in piazza San Pietro la «Misericordina» che poi, aperta la scatolina, è un rosario. E la nostra televisione è inondata da appelli di soldi per salvare i bambini africani. A che pro? Le prospettive, restando le cose come sono, sono cicloni in autunno, piogge torrenziali in inverno, afa insopportabile d’estate. E d’estate non nevicherà più sui ghiacciai, il che implica che andranno a sparire. Di conseguenza i fiumi si prosciugheranno.
      Come dicevo di tutto questo non ci diamo pensiero perché prima di tutto bisogna mangiare. Vero. Ma è anche vero che ci sarà sempre meno da mangiare. Ripeto, l’unica cura ancora a nostra disposizione è di ridurre la popolazione e con essa ridurre l’emissione di gas serra e la conseguente concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. I combustibili fossili(a cominciare dal carbone) vanno messi al bando, mentre noi continuiamo allegramente a incendiare i nostri boschi senza che mai un incendiario sia preso e condannato.
      Si può essere più incoscienti di così? Quasi dappertutto si continua e riprende la cementificazione, la speculazione edilizia che consente di costruire fabbricati in zone pericolose, a rischio di essere spazzati via da frane e piene subitanee. Le nostre amministrazioni locali hanno fame di soldi, ma sono soldi che vanno alla criminalità organizzata, alle mafie che signoreggiano oramai un po’ dappertutto.
      Come scriveva qualche giorno fa su queste colonne Gian Antonio Stella, i nostri governi «non hanno fatto che accumulare imposte ecologiche raccogliendo dal 1990 in qua 801 miliardi di euro. Sapete quanti siano stati spesi davvero in interventi di risanamento dell’ambiente? Meno di 7, lo 0,9%». Che vergogna. E anche che incoscienza
      .

  6. giogg ha detto:

    “Repubblica”, 22 giugno 2013
    MISS SCHIO E’ DI ORIGINI MAROCCHINE.
    COMMENTI SUL WEB: “MA NON E’ ‘NOSTRA'”

    La pagina del Giornale di Vicenza che ha dato la notizia invasa da commenti razzisti: “E’ una vergogna, abbiamo ragazze bellissime”; “Che c’azzecca chiamarla Miss Schio?”. Gli organizzatori prendono le distanze: “Siamo nel 2013, non dovrebbero verificarsi questi fatti”
    (La miss si chiama Ahlam El Brinis)
    CONTINUA QUI

  7. giogg ha detto:

    “Cronache di ordinario razzismo”, 10 maggio 2013, QUI

    Il razzismo e noi

    di Grazia Naletto

    L’onorevole Magdi Cristiano Allam ha inviato ieri una lettera ai colleghi presenti nel parlamento europeo e in quello nazionale invitandoli a sottoscrivere una petizione che richiede le dimissioni della Ministra Cécile Kyenge. In quanto autodefinitasi italo-congolese, la Ministra non aderirebbe “all’identità nazionale italiana in modo integrale ed esclusivo” e dunque incarnerebbe “lo stravolgimento della nostra cultura e della nostra tradizione circa il concetto di cittadinanza, di società, di Patria e di nazione.”
    Il contenuto della lettera che potete leggere qui è gravissimo ed è ancora più grave che sia stato scritto da una persona che riveste una carica istituzionale.
    Sui concetti di identità, di cultura e di cittadinanza così come proposti da Allam (una sorta di monoliti inossidabili definiti una volta per tutte e considerati impermeabili ai mutamenti storici, politici e sociali) ci sarebbe molto da commentare, ma non è questo su cui qui voglio soffermarmi.
    E’ invece ormai indispensabile qualche considerazione di contesto sul rigurgito di razzismo che si è scatenato in occasione della nomina della nuova ministra.
    Un rigurgito assolutamente prevedibile, direi quasi scontato. Sorprende invece di più la tiepidezza delle dichiarazioni di solidarietà alla Ministra diffuse dai membri del Governo, per giunta accompagnate da pronunciamenti di carattere politico che hanno il sapore amaro di un ritorno del dibattito pubblico sulle migrazioni e la cittadinanza indietro nel tempo, come minimo di tre anni.
    E allora la solidarietà alla ministra Kyenge, che va ribadita e condivisa il più possibile (uno dei molti modi per farlo lo trovate qui), rischia di ottenebrare alcuni elementi di fondo che dovrebbero invece essere tenuti ben presenti se, davvero, l’obiettivo è quello di estendere nel nostro paese una cultura diffusa dei diritti di cittadinanza universalistica e non discriminatoria.

    1. Sin dalla fase di costituzione del comitato promotore della campagna “L’Italia sono anch’io” (maggio-giugno 2011), che ha raccolto più di 200.000 firme su due proposte di legge di iniziativa popolare per la riforma della legge sulla cittadinanza e per l’introduzione del diritto di voto amministrativo dei migranti provenienti da paesi terzi, autorevoli esponenti del Partito Democratico dichiararono che il primo atto del nuovo consiglio dei ministri sarebbe stato quello di sostenere l’approvazione di una riforma sulla cittadinanza. E’ evidente che la composizione del Governo in carica non è quella che immaginavano allora gli esponenti del PD. Ma è altrettanto chiaro che se il PD volesse potrebbe mantenere il suo impegno cercando in Parlamento i voti esterni alla maggioranza. PD, SEL, Lista Civica per Monti e M5S da soli potrebbero garantire l’approvazione di una legge sulla cittadinanza che non snaturi il significato di quelle 200.000 firme.

    2. Se questo è vero, il rinvio a uno “ius culturae”, neologismo coniato dall’ex Ministro dell’Integrazione Riccardi e purtroppo adottato anche dal Presidente del Senato, privo di qualsiasi fondamento giuridico, o a uno “ius soli temperato”, preferito da Fini ma sempre più richiamato da vari esponenti del PD nelle ultime ore, non è un espediente indispensabile per consentire l’approvazione di una riforma attesa da ormai 20 anni e sulla quale, secondo gli ultimi sondaggi, sono d’accordo 8 italiani su 10. E’ semmai la cartina tornasole di quel sottofondo di “diffidenza e sospetto” che caratterizza ancora oggi larga parte del ceto politico quando si confronta con la presenza dei migranti nel nostro paese, partito democratico compreso. Ragion per cui la “cautela”, la “prudenza” e via dicendo “sono sempre d’obbligo” quando la politica si occupa dei migranti.

    3. Esemplare da questo punto di vista la dichiarazione rilasciata dal Presidente del Senato Grasso durante una trasmissione radiofonica di grande ascolto: “Non possiamo fare in modo che l’Italia diventi un Paese dove sbarcano le puerpere per ottenere la cittadinanza italiana dei figli”. Una frase che richiama sin troppo bene il titolo di un articolo vergognoso pubblicato da Libero nel dicembre 2011, in cui sessismo e razzismo si tenevano per mano, e parole analoghe pronunciate in Parlamento contro l’approvazione di una tale riforma da parte di esponenti della Lega Nord e del PDL.

    4. Ma il Presidente del Senato non è l’unico a richiamare la ministra all’“Integrazione” a una maggiore “prudenza”. Il Presidente del Consiglio Letta, sempre nel corso di una trasmissione di grande ascolto, questa volta televisiva, ha fatto capire che l’approvazione di una legge sulla cittadinanza non è nel programma di governo e che pur essendo questo “un tema che gli sta a cuore”, “non può fare miracoli”. In sintesi: sarà molto difficile trovare un accordo con il Pdl in Parlamento su questa materia né il Presidente del Consiglio intende fare forzature: “le emergenze sociali del paese sono altre”. Cambia la forma ma non la sostanza rispetto alla frase pronunciata dal suo predecessore alla vigilia di una conferenza organizzata alla Camera su questa materia dall’allora Presidente Fini in collaborazione con L’Italia sono anch’io nel giugno scorso. Monti rivolse un chiaro invito alle forze parlamentari favorevoli alla riforma a riflettere bene sui “rischi” che una tale discussione avrebbe potuto comportare sulla stabilità della maggioranza in Parlamento. Invito che contribuì, insieme all’ostruzionismo delle destre, a bloccare la discussione delle numerose proposte di legge giacenti in materia in Commissione Affari Costituzionali.

    5. E qui veniamo al punto. La distanza ormai enorme tra chi riveste un ruolo istituzionale e il paese reale si esprime, per fortuna, anche con riguardo alla presenza dei migranti nelle nostre città. La società italiana è molto più avanzata di quanto non lo siano i suoi governanti. Siamo convinti che gli insulti alla Borghezio, le minacce alla Forza Nuova, gli attacchi sessisti e razzisti di cui sono vittime la Presidente della Camera e la Ministra Kyenge sono patrimonio di una minoranza, sia pure molto chiassosa. Il problema è quello di rendere visibile e di riuscire a far contare quella grandissima parte di opinione pubblica che rivendica i diritti di cittadinanza per tutti e che non trova in Parlamento una rappresentanza adeguata. Affinché questo avvenga è necessario su questo come su molti altri temi che la società civile si riorganizzi e torni, se necessario, anche a scendere in piazza e che parallelamente migranti, associazioni, sindacati e movimenti sociali, insieme agli intellettuali disponibili a mettersi in gioco, portino avanti un sistematico e capillare lavoro culturale (sul web, nelle scuole, nelle università, nei centri giovanili, nelle parrocchie, nelle case del popolo rimaste, nei comitati di quartiere, nelle fabbriche ecc, ecc.) per elaborare una “pedagogia antirazzista di massa” (il concetto non è mio ma è mutuato rovesciato da Annamaria Rivera “Regole e roghi, Edizioni Dedalo, 2009).

    Post scriptum

    Come non detto, la situazione è ancora peggiore di quella sopra descritta.
    E’ di qualche minuto fa il post pubblicato da Grillo nel suo blog:

    “In Europa non è presente, se non con alcune eccezioni estremamente regolamentate, lo ius soli. Dalle dichiarazioni della sinistra che la trionferà (ma sempre a spese degli italiani) non è chiaro quali siano le condizioni che permetterebbero a chi nasce in Italia di diventare ipso facto cittadino italiano. Lo ius soli se si è nati in Italia da genitori stranieri e si risiede ininterrottamente fino a 18 anni è già un fatto acquisito. Chi vuole al compimento del 18simo anno di età può decidere di diventare cittadino italiano. Questa regola può naturalmente essere cambiata, ma solo attraverso un referendum nel quale si spiegano gli effetti di uno ius soli dalla nascita. Una decisione che può cambiare nel tempo la geografia del Paese non può essere lasciata a un gruppetto di parlamentari e di politici in campagna elettorale permanente. Inoltre, ancor prima del referendum, lo ius soli dovrebbe essere materia di discussione e di concertazione con gli Stati della UE. Chi entra in Italia, infatti, entra in Europa”.

    Grillo evidentemente non sa che è stata già promossa una legge di iniziativa popolare su questo tema l’anno scorso sulla quale sono state raccolte più di 100.000 firme. L’utilizzo dello strumento referendario su materie delicate e complesse come queste a noi sembra assolutamente inappropriato.
    Il punto 5 di cui sopra assume una rilevanza ancora maggiore
    .

  8. Pingback: Ius culturae. Cioè? | il Taccuino dell'Altrove

  9. giogg ha detto:

    Per il bene dell’umanità, qualcuno fermi Giovanni Sartori
    Gli editoriali criptorazzisti del professore e la sua ossessione per il Ministro Kyenge.
    di Leonardo Bianchi, 16 agosto 2013: http://www.valigiablu.it/per-il-bene-dellumanita-qualcuno-fermi-giovanni-sartori/

  10. giogg ha detto:

    Ieri un mio contatto ha condiviso una lettera aperta di tale Lorella Presotto pubblicata nel maggio 2013. Il testo è un’accozzaglia di luoghi comuni razzisti e i commenti lasciati dai lettori sulle pagine dei social-network in cui è stata condivisa la lettera sono spaventosamente inquietanti.
    Ecco il testo (che è possibile leggere qui e da molte altre parti sul web):

    Gentile signora Kyenge,
    mi scuso, ma non riesco a chiamarla Ministro, non per razzismo come molti possano essere indotti a pensare, ma per criterio.
    Non posso chiamare Ministro chi si dichiara a metà tra il mio paese ed un altro, mentre ha giurato fedeltà alla mia Costituzione.
    Non accetto che lei parli a nome mio e dei miei concittadini definendoci “meticci”. Io sono da generazioni italiana, nel mio albero genealogico ci sono persone che hanno dato la vita per questo paese, ho una cultura, la mia, quella del mio popolo, che amo e che non voglio cambiare con nessun altra.
    Sono stanca di sentirmi straniera a casa mia; di dovermi giustificare per le mie tradizioni; di dover continuamente sopportare, tollerare che l’ultimo arrivato, che nemmeno possiede una goccia del mio sangue, mi venga ad impartire ordini.
    Io e il mio paese siamo tutt’uno. Lei ben sapendo di non appartenere completamente a questo paese ha espresso un giuramento sulla mia Carta , offendendola, perché lei stessa ha dichiarato di non sentirsi completamente italiana.
    Non avrebbe dovuto farlo gentile signora Kyenge, solo per rispetto verso la mia gente che ha sempre accolto tutti con amore e solidarietà. Oggi lei forte dei poteri che le sono stati dati, e non dal popolo italiano, tuona possentemente che serve una nuova legge in materia di immigrazione; imperativamente lei afferma che serve il riconoscimento dello ius soli… ma forse le è sconosciuta quella parte del diritto millenario, conquistato con il sacrificio di molte vite umane, per cui non è sufficiente risiedere in un paese per averne di diritto cittadinanza.
    Lei pretende diritti, senza offrire solidarietà, senza obblighi, anzi lei pretende che quel principio giuridico che dice “ove vi è un diritto vi è sempre un obbligo” di colpo venga smembrato dotando una parte di soli diritti ed un’altra di soli obblighi.
    Io non ci sto signora Kyenge. Lei non mi rappresenta e non mi rappresenterà mai. Io non l’ho votata signora Kyenge; io amo la mia cultura, le mie tradizioni e non mi interessa che vengano integrate da altre, posso accettare di conoscerle, apprezzarle e rispettarle, ma pretendo la stessa contropartita.
    Non si rispetta un popolo imponendogli un’invasione indiscriminata; non si può chiamare etica una sbilanciamento a favore di una singola parte.
    Ci pensi signora Kyenge, le sue dichiarazioni hanno gettato un’ombra sulla storia di questo paese, lei non potrà essere di aiuto per gli italiani, tanto meno per gli immigrati”.
    Lorella Presotto

    – – –

    Queste, invece, sono le riflessioni che ci siamo scambiati Ge.Es. ed io su fb:

    Ge.Es.: questa lettera come le altre dichiarazioni su ministro Kyenge almeno ci fanno scoprire che lo spirito di unità nazionale non si manifesta solo quando gioca la nazionale ma anche quando riconosce un nemico comune, un capro espiatorio. in tutti e due i casi ovviamente, per opportunismo. tra le righe si legge (e questo è il pensiero forte del sentire comune) le caratteristiche dell’italianità,dell’ethos nazionale primo tra tutti l’epos: l’identificazione di una storia comune (reale o meno, non importa), punto cardine di tutti i movimenti nazionalisti e i regionalismi vari dal romanticismo ad oggi. si ignora totalmente il riconoscimento dei diritti che uno stato nazionale deve garantire indipendentemente dall’appartenenza “culturale”, discorso che altri paesi europei hanno affrontato e risolto da tanto tempo. le argomentazioni della signora sono molto simili a quelle di un mio collega a proposito di Balotelli e di tutti gli immigrati integrati qui da oltre 10 anni, in sintesi: non potete mai essere italiani, l’italianità si eredità e non si acquisisce così semplicemente.

    Io: La mentalità razzista è di chiusura ed esclusione. In nuce possiede i germi del dominio e della sopraffazione. Nonostante la loro palese ambiguità e incoerenza, i princìpi razzisti devono essere continuamente confermati e alimentati per mantenere stabile il castello di certezze prodotte dal razzista. Ecco, dunque, il ricorso a concetti completamente vuoti o piegati ai fini di cui sopra: cultura, tradizione, identità, patria, sangue, “valori”… Il razzista non ha alcuna consapevolezza storica di quel che è e di quel che dice, ma la sua ignoranza non è inconsapevole: nega, neutralizza ciò che non gli conviene vedere. Il mondo cambia, ma lui non può accettarlo, volge lo sguardo altrove. E intanto serra il pugno sul suo manganello.

    Una risposta (ma troppo lunga ed ostica) alla signora Presotto è stata scritta da Mathias Mougoué: QUI (a cui la Presotto stessa ha risposto tra i commenti).

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