La lingua che parleremmo

Nell’ultima settimana il linguaggio politico ha fatto largo uso di alcune espressioni, non sempre in maniera molto rigorosa. Ecco qualche esempio.

Franco tiratore: un tempo indicava un eroe, mentre oggi denota un mero “cecchino” politico: QUI;

Inciucio: nel vernacolo napoletano significa “pettegolezzo, chiacchiericcio”, ma nel linguaggio politico-giornalistico è diventato sinonimo di “intrigo”: QUI (il significato) e QUI (una storia);

Golpe (o sue varianti vezzeggiate, quali golpino, golpuccio, golpetto, golpettino): sarebbe un colpo di stato militare, però ormai è utilizzato per indicare qualsiasi decisione difforme dalla propria presunta verità di parte: QUI.

Ci sarebbero anche altre parole da segnalare, affinché se ne faccia un uso corretto. Tra queste direi che spicca “democrazia“, un termine (e un concetto e un principio) usato anch’esso sempre più spesso in maniera truffaldina. Quel che è accaduto con la rielezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica, ad esempio, viene giustificato come “espressione di democrazia”, anziché per quello che effettivamente è, ovvero il fallimento di una classe dirigente.

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AGGIORNAMENTO del 4 aprile 2014:
Capita che tra i commenti ai miei post su fb in cui sottolineo l’uso improprio di certi vocaboli, qualcuno scriva che “sono solo parole, bisogna occuparsi dei fatti“. Hai voglia di spiegargli che le parole sono fatti e che la forma è sostanza. Niente, non c’è niente da fare, ad alcuni mancano del tutto gli strumenti per capire. In realtà il problema è concreto perché a furia di svuotare le parole, nulla avrà più senso e il disorientamento non potrà che farci vacillare come quando si hanno le vertigini. Stefano Menichini scrive proprio di questo, in merito alla giornata politica di ieri: “Tanti golpe, nessun golpe” (“Il Post”, 4 aprile 2014, QUI).

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Una risposta a La lingua che parleremmo

  1. giogg ha detto:

    “Il Post”, 4 aprile 2014, QUI

    TANTI GOLPE, NESSUN GOLPE
    di Stefano Menichini

    Quando vedremo una giunta militare presentarsi in tv, faticheremo a parlare di un colpo di stato. Quando un ministro verrà beccato in una riunione di mafiosi, non saremo sicuri che si tratti davvero di collusione tra politica e cosche. Quando un capo dello stato emanerà decreti non approvati dal parlamento, sarà difficile denunciare una svolta autoritaria. Già, andrà così. Per colpa del sistematico abuso di allarme democratico, presto non avremo più la percezione esatta dei rischi né la terminologia credibile per descriverli. Dopo l’ultima denuncia apocalittica, ogni parola pesante avrà perso di significato e ogni concetto grave apparirà banale. Pensate che solo nelle ultime 48 ore si sono consumati in Italia almeno due golpe mentre si chiudeva con successo la famigerata trattativa tra Stato e mafia.
    È stato «un golpe» approvare (dopo i doverosi passaggi parlamentari) la riforma Delrio che anticipa l’abolizione delle province: lo ha tuonato alla camera il capogruppo di Forza Italia Brunetta.
    Ci si è poi inchinati alla criminalità varando alla camera la versione aggravata del reato voto di scambio con modifiche rispetto al testo del senato: l’ha denunciato Cinquestelle, tacendo che la precisazione del reato era stata chiesta dalla magistratura (per evitare di mandare in vacca inchieste e processi per colpa di codici irrealistici). E sorvolando sul dettaglio che saranno finalmente perseguibili complicità finora impunite.
    Infine, come ognuno sa, abbiamo in pieno corso «la svolta autoritaria» della fine del bicameralismo, denunciata dagli auto-nominatisi custodi della Costituzione.
    Potremmo continuare con «la repressione delle idee» (come un ex ministro degli interni ora presidente della regione più ricca d’Italia definisce l’arresto di alcuni dementi pianificatori di secessioni armate) per toccare il culmine della ben nota «fine della democrazia» rappresentata dall’applicazione a Berlusconi della legge uguale per tutti (legge del contrappasso peraltro, avendo lo stesso Berlusconi liquidato la democrazia italiana almeno una decina di volte, a stare alla vulgata di sinistra).
    Golpe di cui non rimarrà traccia sulle pagine di storia. Meglio così, se pensiamo che secondo l’economista Beppe Grillo e i suoi accoliti l’Italia sarebbe dovuta andare in default esattamente sei mesi fa. Un’altra catastrofe di cui non s’è più saputo nulla
    .

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