Appunti per un romanzo ambientato nel futuro

Macroregione del Mediterraneo Settentrionale, marzo 2030, vigilia del W-Day, il Giorno delle Web-Votazioni per l’elezione del nuovo Consiglio dell’Assemblea dei Cittadini.
C’è un diffuso malcontento verso i Consiglieri, la cui istituzione si era resa necessaria una decina di anni fa quando il flusso di quotidiani referendum legislativi era diventato enorme. Alcuni anni prima era stata soppressa la “democrazia rappresentativa” (una primordiale e degenerata forma di governo) ed era stata introdotta la “democrazia diretta telematica”. All’inizio c’era molto entusiasmo, la partecipazione alla gestione della “cosa pubblica” era nell’ordine di milioni di click al minuto: un successo dei cittadini/rivoluzionari dei primi anni Dieci. Col tempo, però, sempre meno persone prendevano parte alle votazioni online dei vari provvedimenti perché la vita quotidiana di ciascuno aveva preso il sopravvento: si era cominciato col seguire sempre meno le proposte legislative (che erano decine al giorno) e a studiarle di rado, ciò aveva condotto ad una progressiva trascuratezza che, di fatto, aveva portato a delegare ogni decisione agli emergenti “gruppi di esperti”. In altre parole, erano andate sviluppandosi delle corporazioni di cittadini/legislatori con sempre più peso, al punto di determinare l’esito di qualsiasi disegno di legge; qualcosa di simile alle antiche lobby. Nel frattempo c’era stata l’uscita dell’Italia dall’Unione Europea, la secessione del Nord dal Sud e la successiva nascita di una nuova federazione tra Portogallo, Spagna, Sud della Francia, Italia Costiera e Grecia: la cosiddetta Macroregione del Mediterraneo Settentrionale, appunto.
Ma veniamo all’oggi. Da qualche anno è scoppiata una bolla speculativa dei provider che ha causato una violenta crisi economica, a cui si è unita una pervasiva sfiducia verso quella che è definita “la neo-casta”. Milioni di persone scendono quotidianamente in piazza, le principali città sono praticamente paralizzate: da mesi ci sono manifestazioni contro i privilegi, marce di protesta contro i burocrati e purtroppo non mancano scontri tra i manifestanti e i Guardiani della Libertà (la vecchia polizia). Il risultato delle imminenti consultazioni, dunque, è incerto e questo non fa che alimentare sentimenti contrastanti, tra dubbio e speranza, tra ansia ed eccitazione.
Mio figlio è alla sua prima votazione, è pieno di entusiasmo ed è appena rientrato da un’affollata marcia di protesta. Entra in casa, mi si avvicina e, squillante, dice: «Papà, oggi eravamo tantissimi, hai visto le foto che ho twittato dal corteo? E’ fantastico, c’è una voglia di cambiamento che si può toccare con mano! Sento che stiamo facendo qualcosa di memorabile, un po’ come quando voi nel 2013 cambiaste l’Italia».
E’ bello vedere tanto entusiasmo tra le persone, in particolare tra i più giovani; la loro voglia di costruire il mondo, di adattarlo alle loro esigenze, di renderlo meno vecchio e più giusto per tutti è la speranza che ha reso possibile la storia fino ad ora. Sono contento che mio figlio partecipi alla vita sociale e che dia il suo contributo, ma non ho il coraggio di dirgli la verità a proposito di quel che accadde nel 2013. Almeno, la verità che riguarda me, ciò che feci e non feci allora, ciò che a quel tempo ritenevo giusto e sbagliato. Ebbene si, non sono il padre rivoluzionario che vorrebbe e dirglielo temo che sarebbe una grande delusione per lui, probabilmente perché sono il codardo di sempre. Vorrei avere la forza di guardarlo negli occhi e dirgli che io, nel 2013, non partecipai alla “rivoluzione”, anzi ne fui piuttosto scettico, se non addirittura contrario. A quel tempo, per me fu rivoluzionario stare dalla parte delle istituzioni, dalla parte delle idee buone nate nel secolo precedente dopo l’immane guerra. Per me, in quell’indimenticabile 2013, il contributo più giusto alla costruzione di un mondo migliore passò per l’opposizione all’onda cui tanti si affiliavano e che, effettivamente, cambiò in maniera profonda le nostre vite. Forse non capii io o forse non si spiegarono al meglio i “rivoluzionari”, chissà. Ma la loro intransigenza e, soprattutto, la vaghezza di quel che proponevano non mi contagiarono, non mi accesero nessun “sacro fuoco”. Oppure semplicemente non ebbi sufficiente fantasia o abbastanza rabbia.
Eppure ricordo che all’epoca ero molto arrabbiato: ero disgustato dai politici che avevano gestito, o non gestito, la Repubblica a cavallo del millennio: molti se ne erano approfittati senza ritegno, ma altri non erano stati sufficientemente all’altezza della partita. In quel 2013, la chiave di tutto sembravano i partiti politici: dovevano sparire, come poi effettivamente è avvenuto, così da permettere il tanto auspicato cambiamento. Il non-rivoluzionario che ero – e che sono rimasto – credeva, invece, che proprio i partiti fossero strumenti importanti della democrazia, almeno del tipo di democrazia che vigeva allora; la mia rabbia, dunque, non era rivolta alle sigle o ai simboli, bensì alle persone: a nomi e cognomi, nemmeno ai loro titoli. Tra questi c’erano pure parecchi “rivoluzionari”, ma questo non posso dirlo, le Guardie della Libertà potrebbero intercettarmi.
In ogni modo, il punto riguarda la condizione attuale: in questo istante, nell’ingresso di casa mia, con mio figlio che ha gli occhi brillanti e il fiatone per aver corso qui da me. Come faccio a dire cose del genere ad un ragazzo che per tutto il pomeriggio ha camminato e ha urlato insieme a migliaia di suoi coetanei perché tutto cambi? Come faccio a dirgli che a volte il cambiamento è salvare l’esistente? Che è proteggerlo sia da quelli che c’erano prima, sia da quelli che vorrebbero esserci dopo?

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Informazioni su giogg

Studio il rapporto tra gli esseri umani e i loro luoghi, soprattutto quando si tratta di luoghi "a rischio"
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Una risposta a Appunti per un romanzo ambientato nel futuro

  1. giogg ha detto:

    Dal blog di Pippo Civati (30 marzo 2013):

    «L’eterna contraddizione del radicalismo: nell’incapacità di evolvere, favorisce la restaurazione. Almeno nel breve periodo».
    Così mi scrive un’amica, facendomi gli auguri di Pasqua. E non ci sono resurrezioni laiche che tengano
    .

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